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DescrizioneModifica

Si tratta di una cubomedusa che raggiunge dimensioni molto piccole anche allo stadio adulto: l'olotipo misura 20 mm di altezza della campana e gli altri esemplari raccolti avevano misure simili[1]. La campana è quasi trasparente ed i canali del velarium hanno tre diramazioni per ottante. I nematocisti sull'ombrella sono disposti irregolarmente e di colore rossastro. Le corna della nicchia del ropalio sono corte e dritte, mentre lo statolite (un organo del ropalio atto a orientare la medusa nello spazio) ha forma perfettamente emisferica.

I pedalia, i muscoli alla base dell'ombrella, sono lisci e senza nematocisti. Di contro, i corti tentacoli che dipartono da ogni pedalium sono provvisti di fasce orizzontali.

Nella cavità gastro-vascolare della M. bella sono assenti le facelle, anche se lo stomaco ha numerose pieghe parallele che indicano una notevole capacità di espansione. Si teorizza[1] che le pieghe della cavità gastrovascolare possano anche fornire una superficie maggiore agli enzimi, facilitando così la digestione e sopperendo alla mancanza di facelle. Il mesentere è evidente e molto sviluppato, congiungendosi al gastroderma fino all'altezza dei ropali.

Distribuzione e habitatModifica

La M. bella nelle acque poco profonde attorno alle isole al largo di Exmouth, in Australia Occidentale[1]. Le acque nelle quali evolve hanno una temperatura di circa 20 °C.

PericolositàModifica

Anche se la pericolosità della puntura della M. bella non è nota, dato che non vi sono casi registrati, si suppone che sia potenzialmente dannosa. La sua vicinanza genetica con la M. kingi (letale) e con la M. maxima (capace di causare una seria sindrome di Irukandji)[2] suggerisce che la specie sia da considerare pericolosa.

NomeModifica

Questa medusa Malo è stata chiamata "bella" in riferimento alla sua bellezza derivante dalle sue dimensioni minute e alla pittoresca regione dell'isola di Montebello in Australia Occidentale, nei pressi della quale l'olotipo è stato pescato[3].

NoteModifica

  1. ^ a b c Gershwin 2014, p.16.
  2. ^ (EN) Gershwin L., Two new species of jellyfishes (Cnidaria: Cubozoa: Carybdeida) from tropical Western Australia, presumed to cause Irukandji Syndrome (abstract), in Zootaxa, vol. 1084, 2005, pp. 1–30. URL consultato il 25 aprile 2015.
  3. ^ Gershwin 2014, p.17.

BibliografiaModifica

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