Metallurgische Forschungsgesellschaft

cambiale utilizzata per un sistema di pagamenti differiti per finanziare il riarmo tedesco degli anni trenta

La Metallurgische Forschungsgesellschaft m.b.H ("Società per la ricerca in campo metallurgico", ME.FO.) è il nome di una società fittizia del Terzo Reich. Inesistente nella realtà, fu ideata dal regime della Germania nazista per finanziare la ripresa economica tedesca e il riarmo della nazione, aggirando di fatto, con un artificio contabile, i limiti e le imposizioni che il Trattato di Versailles del 1919 aveva inflitto alla nazione tedesca uscita sconfitta dalla prima guerra mondiale. Questo sistema di finanziamento si basava su uno schema ideato nel 1934 dal ministro del Tesoro nazista Hjalmar Schacht, nel quale era prevista l'emissione di speciali obbligazioni a nome della società fantasma precedentemente citata, i cosiddetti "Mefo-Wechsel" ("titoli MEFO"): grazie all'emissione di tali cambiali, a guisa di titoli di stato, il Tesoro poteva rastrellare liquidità da impiegare per favorire la ripresa e lo sviluppo economico della Germania oltre che la produzione di armamenti per soddisfare i suoi piani di riarmo[1].

I "titoli MEFO" erano delle cambiali emesse da questa fantomatica società statale, quindi garantiti dallo Stato ed offerenti un interesse del 4%, incassabili dopo un lustro, che avevano lo scopo di dilazionare praticamente a tempo indeterminato i pagamenti contratti dallo Stato con le industrie private. Il progetto partì già nell'estate del 1933, dopo che il partito nazista divenne l'unico ammesso in Germania (14 luglio 1933), quando l'allora ministro tedesco delle finanze era Hjalmar Schacht (già noto per esser riuscito a debellare l'iperinflazione nel 1924). La Germania doveva, in più, reperire un mezzo di pagamento che non lasciasse traccia nei libri contabili e nel bilancio statale, per non insospettire le potenze vincitrici della prima guerra mondiale[2].

La costruzione dello schermo societario di facciataModifica

Schacht escogitò la creazione di una società statale "di facciata" che avesse un carattere provvisorio per durata temporale, sebbene lo stratagemma funzionasse talmente alla perfezione che Hitler, il 20 gennaio 1939, lo promulgò sine die, esautorando lo stesso Schacht, che assumeva su di sé le cariche di Ministro dell'Economia, Ministro delle Finanze e Plenipotenziato dell'Economia bellica, e che era contrario ad un prolungamento forzato della durata dell'esperimento. Al momento della sua nascita, nel 1933, la società disponeva di un capitale sociale di 1 milione di Reichsmark. Essa non ricorreva a prestiti di banche statali o pubbliche, né a prestiti sui mercati internazionali e non poteva neppure drenare denaro dalla tassazione, al fine di non deprimere ulteriormente la capacità di risparmio del popolo, che il regime voleva - all'opposto - indirizzare verso la ripresa dei consumi interni. In pratica, l'unico azionista della società era la banca nazionale stessa, la Reichsbank, statalizzata mesi prima. L'ammontare del denaro "prestato" alla società da parte della banca centrale s'incrementò in modo progressivo col trascorrere degli anni[3]:

  • 1934 2,14 miliardi di RM
  • 1935 2,72 miliardi di RM
  • 1936 4,45 miliardi di RM
  • 1937 2,69 miliardi di RM (fino al 31 marzo 1938, quando Schacht si dimise da ministro)
  • 1938 11,9 miliardi di RM
  • 1939 11,4 miliardi di RM
  • 1940 10,8 miliardi di RM
  • 1941 10,1 miliardi di RM
  • 1942 9,5 miliardi di RM
  • 1943 8,8 miliardi di RM
  • 1944 8,1 miliardi di RM

Il regime nazista riuscì in tal modo ad eludere sia il limite di 100 milioni di Reichsmark che le potenze vincitrici della Grande Guerra avevano imposto come cifra totale di finanziamento alla banca centrale tedesca, appunto per prevenire il riarmo germanico, sia il valore dell'interesse legale pari al 4,5%. Il denaro ottenuto con questo artificio contabile consentì la totale ricostruzione industriale della nazione, la ripresa del mercato interno e la spesa esponenziale per il riarmo, evitando di ricorrere ad altre fonti di finanziamento che avrebbero destato subito sospetti di violazione dei trattati di pace.

Il quantitativo di titoli MEFO in circolazione era tenuto segreto, al fine di non generare sospetti o panico nei sottoscrittori, cosa che avrebbe provocato un repentino ricorso di questi ultimi al rimborso, facendo di fatto crollare l'intero edificio creditizio e precipitando, al contempo, la banca centrale nell'insolvenza. L'emissione dei titoli, all'inizio, era prevista per un solo semestre, con la facoltà di una proroga di un trimestre o di un quadrimestre. In realtà si prevedeva già nel 1933 di procrastinarne l'emissione all'infinito. Il circolo autoalimentato su cui si basava l'artificio prevedeva che[4]:

  1. Gli industriali (produttori di beni di consumo, di armi, e via discorrendo) ricevessero commesse dal governo per la produzione di beni e/o di servizi;
  2. L'importo della commessa fosse espressa sì in Reichsmark, ma fatturata dagli industriali stessi in titoli MEFO, dal momento che questi erano a tutti gli effetti delle cambiali commerciabili sul solo territorio nazionale;
  3. I titoli MEFO erano convertibili nella valuta nazionale (il Reichsmark) su richiesta, ma erano altresì voci di bilancio finanziario, un rendiconto annuale, che venivano ripagati in valuta corrente dai lavoratori salariati nell'acquisto dei beni di consumo e dei servizi;
  4. I titoli MEFO emessi dagli industriali erano accettati dalla società statale fantasma e "girati" alle banche tedesche (pubbliche e private), che li accumulavano;
  5. Le banche dovevano - al termine dei cinque anni dalla data di emissione - presentare i titoli MEFO presso la banca centrale per scontarli ed estinguerli;
  6. I titoli MEFO permettevano al governo di emettere "titoli di stato" paralleli per finanziare le spese governative, creando un deficit di bilancio statale assai più vasto di quello che normalmente avviene, tant'è che nel 1939 erano in circolazione 12 milioni di MEFO contro 19 milioni di titoli ordinari di debito pubblico.

La filosofia economica del MEFO WechselModifica

Stando alle cifre comunicate dal regime nazista, sulla Germania incombevano ben 33 miliardi di dollari-oro del 1919 da rifondere per riparazioni di guerra entro il 1988, una cifra ritenuta impagabile per la propria enormità. In più, nel gennaio 1933, quando Hitler saliva al potere, i disoccupati erano oltre 6 milioni; a gennaio 1934 si erano quasi dimezzati e a giugno ammontavano a 2,5 milioni; nel 1936 calavano ancora a 1,6 milioni e nel 1938 non erano più di 400.000. Nel 1939, alla vigilia della guerra, non si contavano più disoccupati. Nel frattempo i risultati del "New Deal" statunitense furono di gran lunga meno spettacolari[5].

NoteModifica

  1. ^ Rudolf Stucken, Deutsche Geld- und Kreditpolitik 1914-1953, Tübingen, Mohr, 1953.[manca l'indicazione delle pagine]
  2. ^ Internationales Militärtribunal Nürnberg: Der Prozess gegen die Hauptkriegsverbrecher, Nürnberg 1947, Band 36, p. 492, Dokument EC-419.
  3. ^ Major General J.F.C. Fuller, A Military History of the Western World, Minerva Press 1956, pp. 368 e seg.
  4. ^ Statistisches Handbuch von Deutschland, 1949.[manca l'indicazione delle pagine]
  5. ^ Fest Joachim C., Hitler, una biografia, Garzanti 2005.[manca l'indicazione delle pagine]

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