Guerra civile spagnola

conflitto tra Repubblicani e Nazionalisti combattuto in Spagna tra il 1936 e il 1939
Guerra civile spagnola
Collage guerra civile spagnola.png
Dall'alto a sinistra in senso orario: Carro delle Brigate internazionali durante la battaglia di Belchite; la città di Granollers distrutta dall'aviazione tedesca; bombardamento del Marocco spagnolo; soldati repubblicani durante l'assedio dell'Alcázar di Toledo, soldati nazionalisti durante la battaglia di Madrid; volontari statunitensi del Battaglione "Lincoln" posano assieme alla loro bandiera.
Data17 luglio 1936 – 1º aprile 1939
LuogoSpagna
EsitoVittoria dei nazionalisti
Instaurazione della dittatura di Francisco Franco
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
Spagna 850 000
Flag of the International Brigades.svg 54 000
Flag of the Soviet Union (1924–1955).svg 3 000
Flag of Mexico (1934-1968).svg 300
Bandera del bando nacional 1936-1938.svg 800 000
Flag of Italy (1861–1946).svg 70 000
Flag of Germany (1935–1945).svg 20 000
Flag of Portugal.svg Tra 8 000 e 12 000 circa
1 320 volontari internazionali
Perdite
71 038 Morti:
• 57 332 spagnoli
• 13 706 di altre nazionalità
68 551 Morti:
• 56 444 spagnoli
• 12 107 di altre nazionalità
20 646 Morti per bombardamenti/incidenti
110 000 Morti per repressioni
Totale: 270 000 Morti
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La guerra civile spagnola (in spagnolo Guerra civil española, nota in Italia anche come "guerra di Spagna"[1]) fu un conflitto armato nato in conseguenza al colpo di stato del 17 luglio 1936, che vide contrapposte le forze nazionaliste (nacionales) guidate da una giunta militare, contro le forze del governo legittimo della Repubblica spagnola, sostenuta dal Fronte popolare, una coalizione di partiti democratici che aveva vinto le elezioni nel febbraio precedente. Obbedendo ad un piano prestabilito, la guarnigione militare di stanza nel Marocco spagnolo si era ribellata al governo della Repubblica, e nei tre giorni successivi un gran numero di unità militari al comando di cospiratori si sollevarono anche sul territorio metropolitano, cercando di assumere il controllo di più vaste aree del paese e di saldarsi le une con le altre. Il capo del governo, Santiago Casares Quiroga, incapace di trovare una soluzione alla crisi, si dimise due giorni dopo l'inizio del colpo di stato a favore di Diego Martínez Barrio. Questi messosi in contatto con il generale Emilio Mola, il principale artefice del golpe, fu informato dallo stesso che i cospiratori non intendevano neppure parlare di una soluzione pacifica, manifestando così la volontà di dare inizio ad una spietata guerra civile se il golpe non avesse avuto pieno successo.

Martínez Barrio si dimise quello stesso 19 luglio, ma il colpo di stato non ebbe l'esito sperato; Madrid, Barcellona, Bilbao, Valencia e Malaga - nonché le aree più industrializzate e ricche della Spagna - i Paesi Baschi, la Catalogna e le Asturie, rimasero sotto controllo delle forze fedeli al governo, mentre le forze nazionaliste controllavano le zone rurali della Castiglia, le zone montuose della Navarra e gran parte dell'Andalusia con la sua capitale Siviglia, unica grande città caduta nelle mani degli insorti grazie all'azione del generale Gonzalo Queipo de Llano. Il nuovo governo di José Giral si decise così di distribuire le armi al popolo, che in diverse località combatté efficacemente contro gli insorti, mentre sotto il profilo militare la sollevazione (alzamiento nel lessico militare spagnolo) delle forze nazionaliste presentava molte problematiche legate al mancato appoggio di buona parte dell'esercito metropolitano che continuò a rimanere fedele alla Repubblica, privando i ribelli della superiorità numerica che gli avrebbe consentito di avere ragione delle forze popolari. Sulla carta dunque le forze contrapposte erano più o meno della stessa proporzione, tuttavia le forze nazionaliste potevano contare sulla decisiva totalità dell'Armata d'Africa - il fulcro dell'esercito spagnolo - integrata dai regulares, le temibili truppe marocchine comandate dai migliori ufficiali spagnoli - gli africanistas - tra i quali emerse rapidamente il generale Francisco Franco. Ma l'armata stanziata in Africa ebbe bisogno di alcune settimane per trasferirsi sul territorio spagnolo, tempo in cui le forze Repubblicane poterono coordinarsi e rinforzarsi; in tal modo l'alzamiento si trasformò in una logorante guerra civile che sconvolse il paese per quasi tre anni, fino al marzo 1939, quando Francisco Franco - che nel frattempo assunse la guida politica e militare di tutte le forze nazionaliste - entrò nella capitale Madrid, sancendo la fine della guerra civile e dando inizio ad una feroce repressione politica che insanguinò la Spagna per molti anni[2].

La fine del conflitto contemporaneamente sancì l'inizio della lunga dittatura oppressiva di stampo fascista del generale Franco, che durò fino al 1975, durante la quale i sindacati furono distrutti; venne attuata una dura divisione classista dove braccianti e operai furono ridotti in condizioni miserevoli a favore dei ricchi possidenti terrieri e dei dirigenti d'industria; gli scioperi furono vietati; migliaia di repubblicani furono imprigionati e costretti ai lavori forzati, mentre nelle campagne il regime di Franco si impegnò a restaurare la struttura sociale tipica dell'ancien régime, dove il potere era in mano all'aristocrazia terriera e alla chiesa[3]

A livello internazionale la guerra civile spagnola riuscì a catalizzare all'istante le simpatie della sinistra e della destra in Europa e nelle Americhe, nonostante la storia della Spagna fosse rimasta costantemente slegata dal quella del continente nei secoli precedenti, per poi tornare una nazione periferica e isolata per tutta la durata del regime franchista. Dal 1936 al 1939 però la Spagna divenne il simbolo di una lotta globale dove da una parte vi era la democrazia e la giustizia sociale, e dall'altro lo schieramento della controrivoluzione e della reazione, ispirato dalla Chiesa cattolica, dalle forze monarchiche e di estrema destra, che rifiutavano nel modo più categorico ogni progresso in ambito sociale[4]. Questo conflitto mise la Spagna temporaneamente al centro del mondo, coinvolgendo vecchie e nuove potenze internazionali, soprattutto Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e Unione Sovietica, che direttamente o indirettamente si confrontarono nelle vicende spagnole, sia a livello diplomatico, sia con un sostegno concreto in uomini e armi alle due fazioni. Nonostante la politica di appeasement proposta da Francia e Gran Bretagna che si proponeva di evitare qualsiasi ingerenza nel conflitto - ma che di fatto favorì le forze nazionaliste - le altre tre potenze fornirono grossi quantitativi di armi e uomini alle parti in lotta: l'Italia fascista e la Germania nazista ebbero un peso determinante a favore della causa nazionalista mentre l'Unione Sovietica si impegnò a rifornire armi alla Repubblica. Allo stesso tempo migliaia di volontari spinti dagli ideali di libertà e democrazia, si recarono a combattere in Spagna nelle file dei repubblicani, dando vita alle Brigate internazionali, che comprendevano uomini di almeno cinquanta nazionalità diverse, i quali diedero un importante contributo militare e morale alle forze armate repubblicane, ottenendo allo tesso tempo un grosso risalto internazionale dovuto alla militanza a all'appoggio dato loro da decine e decine di intellettuali antifascisti.

PremesseModifica

La guerra civile ha radici molto lontane nella storia di Spagna. Quello del 1936-'39 fu il quarto conflitto intestino in cento anni, e in questo periodo sul territorio spagnolo andarono a definirsi ragioni strutturali, sociali e politiche che con un processo graduale portarono ad una divisione in due blocchi sociali grossolanamente antagonisti. Ma il 14 aprile 1931, quando fra scene di giubilo si insediò la Seconda Repubblica spagnola, ben pochi spagnoli - tolte le frange estreme di destra e sinistra, i cospiratori monarchici e gli anarchici - pensavano che l'unica soluzione ai problemi potesse essere la violenza[5].

La guerra civile rappresentò il culmine di una serie intermittente di lotte fra le forze riformiste e quelle reazionarie che avevano caratterizzato la scena spagnola dal 1808, anno in cui ci fu una prima rivolta spontanea a causa dell'occupazione francese, repressa nel sangue da Gioacchino Murat con l'appoggio dell'aristocrazia spagnola che si era rapidamente schierata a fianco dell'occupante[6]. Per lunghi periodi le forze reazionarie utilizzarono il potere politico e militare per soffocare il progresso sociale, ai quali seguirono inevitabilmente moti di carattere rivoluzionario. A più riprese la Spagna aveva tentato di adeguare la realtà politica alla realtà sociale, introducendo riforme radicali, specie in campo agrario, e una diversa distribuzione della ricchezza. Ogni volta la reazione rispose cercando di rimettere indietro l'orologio e ristabilire i tradizionali equilibri di potere sociale ed economico. I vari movimenti riformisti finirono tutti soffocati: quello del 1856 dal generale Leopoldo O'Donnell; quello del 1874 dal generale Manuel Pavía, che rovesciò la Prima Repubblica nata meno di due anni prima a seguito dell'abdicazione di Amedeo I di Spagna per restaurare il trono dei Borbone con il re Alfonso XII; e quello del 1923 dal generale Miguel Primo de Rivera[7]. Nel frattempo la Spagna proseguì arrancando, diventando sempre più povera, senza conoscere la rivoluzione borghese classica che altrove frantumò le strutture dell'ancien régime: il potere della monarchia, dell'aristocrazia terriera e della chiesa rimase quasi intatto fino agli anni '30 del Novecento. La costituzione scritta nel 1874 dal conservatore Antonio Cánovas del Castillo - che rimase in vigore fino al 1931 - legittimava di fatto la repressione dei latifondisti nei confronti dei braccianti e dei contadini, i quali erano costretti a votare quello che il padrone comandava. Il braccio armato dei latifondisti erano dei caporioni politici, i caciques, i quali oltre a falsare le votazioni, sguinzagliavano bande armate nelle campagne per soggiogare i contadini[8] La corruzione politica ed economica imperversava in tutto il paese, i tribunali erano corrotti fino alle preture di villaggio, e nessun povero poteva sperare di avere giustizia, mentre le deboli classi mercantili e manifatturiere, e gli industriali del nord, non avevano assolutamente la forza di intaccare il monopolio politico dell'oligarchia agraria[9][10].

A rappresentare gli interessi degli agrari erano due partiti monarchici le cui divergenze politiche erano pressoché nulle, il conservatore e il liberale: il primo aveva i suoi elettori tra viticoltori e olivicoltori del Sud, il secondo fra i cerealicoltori del Centro. Nel mentre la borghesia industriale del Nord rimaneva scarsamente rappresentata. Al di fuori di questi due partiti oligarchici era impossibile dare espressione a qualsiasi aspirazione politica. Liberali e conservatori si alternavano al governo, le votazioni si basavano su un sistema collaudato di brogli, e di fatto la politica diventò una sorta di «minuetto cui partecipava soltanto una piccola minoranza privilegiata»[11]. Nel mentre il resto della popolazione viveva in condizioni umili e di povertà: all'inizio del XX secolo la prospettiva di vita era di appena trentacinque anni, come ai tempi di Ferdinando e Isabella; l'analfabetismo era al 65%; due terzi della popolazione attiva (circa 5 milioni di persone) lavorava nei campi, dove le condizioni lavorative erano miserevoli, mentre industria e miniere fornivano solo il 18% dei posti di lavoro[12]. Questa simmetria politica andò in frantumi allo scoppio della Prima guerra mondiale; la neutralità poneva la Spagna in una posizione privilegiata che permise di esportare prodotti agricoli e minerari a favore di tutti i belligeranti, creando le basi per quello che sembrava un miracolo economico. Questa prosperità portò alla nascita di nuove imprese e posti di lavoro, la bilancia dei pagamenti consentì un aumento sensazionale delle riserve auree, e parallelamente si ebbe un significativo aumento delle nascite, che avrebbe avuto il suo effetto proprio vent'anni dopo. Ma con la fine della guerra finì anche il miracolo economico, e la disoccupazione tornò a salire assieme al risentimento sociale, e mentre gli industriali poterono accumulare enormi profitti, gli operai risentirono dell'inflazione galoppante; fra il 1913 e il 1918 i prezzi raddoppiarono mentre i salari aumentarono del 25%[13].

Gli equilibri all'interno della élite economica però subirono alcune modifiche già durante la guerra: gli agrari continuavano ad avere una posizione preminente, ma ora gli industriali non erano più disposti a tollerare una posizione politica subordinata. Gli industriali baschi e catalani finanziarono due movimenti regionalisti, il Partido Nacionalista Vasco (PNV) e la Lliga Regionalista, la cui spinta riformatrice andò in qualche modo a coincidere con il disperato bisogno di cambiamento del proletariato che con la guerra si era riversato nelle grandi città e ora pativa la fame. Mentre industriali e operai premevano per un cambiamento, gli ufficiali dell'esercito protestavano per gli stipendi bassi e il sistema corrotto, così nel 1917 per un istante operai, capitalisti e militari si trovarono a marciare assieme per ripulire la politica spagnola e finire con il caciquismo. Ma ognuna delle fazioni aveva interessi differenti, e le contraddizioni al loro interno permisero al governo del conservatore Eduardo Dato Iradier di sfruttare la situazione. Prima di tutto furono approvate le richieste dei militari, così quando i due maggiori sindacati spagnoli, i socialisti dell'Unión General de Trabajadores (UGT) e gli anarchici della Confederación Nacional del Trabajo (CNT), indissero uno sciopero generale, l'esercito fu ben felice di difendere il governo e reprimere gli scioperi. Gli industriali quindi, allarmati dall'idea che gli operai scendessero ancora in piazza e allettati dalle promesse di Dato, nel 1918 entrarono in un governo di coalizione nazionale a fianco di conservatori e liberali, accantonando ogni aspirazione politica per timore delle classi subalterne. La Spagna del 1917 quindi si divise nettamente fra due gruppi ostili fra loro: da un lato operai e bracciati, dall'altro proprietari terrieri e industriali[14]. In quel momento anarchismo e socialismo acquisivano sempre più influenza tra la popolazione urbana e agraria; l'UGT e il CNT salirono rispettivamente a 160 mila e 700 mila iscritti nel 1919, mentre il piccolo partito socialista, il Partido Socialista Obrero Español (PSOE), salì a 42 mila iscritti[15]. Solo i piccoli possidenti non si erano ancora apertamente schierati, ma il loro partito rappresentate, il gruppo cristiano-sociale che univa le piccole Federazioni cattoliche delle campagne, la Asociación Católica Nacional de Propagantistas (ACNP) di Ángel Herrera Oria, grazie a finanziamenti dei ricchi agrari contribuì a non far cadere tra le braccia del socialismo i piccoli proprietari terrieri, spingendoli lentamente nella coalizione delle forze conservatrici[16].

Per quanto gli agrari riuscirono a mantenere lo status quo, il triennio 1918-1921 fu contraddistinto da molti disordini, con sollevazioni operaie organizzate soprattutto dagli anarchici, in Andalusia e Barcellona. Re Alfonso XIII (salito al trono nel 1902) per placare i disordini autorizzò violente rappresaglie contro i sindacati, e la spirale di violenza che ne scaturì portò all'uccisione di 21 sindacalisti e di Eduardo Dato nel marzo 1921. Nel luglio successivo inoltre si aprì una grave crisi interna quando l'esercito spagnolo subì una pesante sconfitta in Marocco[17]. Il 20 luglio dello stesso anno il generale Manuel Fernández Silvestre subì un'imboscata ad Annual da parte di tribù marocchine comandate da Abd el-Krim, perdendo circa 14 000 uomini. In Spagna la reazione fu aspra: venne incaricata una commissione d'inchiesta ma il nuovo capitano-generale della Catalogna, Miguel Primo de Rivera, il 23 settembre 1923 fece un pronunciamento nominandosi dittatore, con Alfonso XIII che assecondò il golpe e venne nominato capo dello Stato. Il generale proclamò subito lo stato di guerra per reprimere sul nascere ogni sciopero o disordine, e in quanto connivente con i magnati dell'industria tessile catalana e figlio di agrari del sud, mise fuori legge il movimento anarchico e strinse un patto con la UGT, cui concesse il monopolio sindacale. Primo de Rivera avviò subito un massiccio programma di opere pubbliche e infrastrutturali, favorendo notevolmente la borghesia spagnola[18]. Ma l'incapacità di Primo de Rivera di sfruttare l'andamento economico e costruire un sistema politico alternativo alla decrepita monarchia lo portarono ad alienarsi le simpatie dei borghesi che in origine l'avevano sostenuto. Industriali, agrari ed esercito per diversi motivi non ebbero più fiducia nel dittatore, il quale rassegnò le dimissioni a fine gennaio del 1930[19].

La Seconda RepubblicaModifica

I primi due Primi Ministri della Seconda Repubblica spagnola, il monarchico Niceto Alcalá Zamora e il repubblicano Manuel Azaña

A quel punto tornare al sistema politico precedente era impensabile, oltre al discredito di cui godeva già prima del pronunciamento, i protagonisti di quel periodo erano ormai anziani, mentre il risentimento verso Alfonso XIII che aveva tradito la Costituzione nel 1923 aveva lasciato il segno nella società. Il re si rivolse quindi a un altro generale, Dámaso Berenguer, che istituì una nuova dittatura militare cercando una soluzione che permettesse il ritorno alla monarchia costituzionale, ma il suo potere fu minato da complotti repubblicani, dalle agitazioni operaie e dalla sedizione dell'esercito. I giovani militari di destra cresciuti sotto la dittatura di Primo de Rivera si erano ormai arroccati dietro l'idea che l'unica soluzione fosse una monarchia militare, e tramarono anch'essi contro Berenguer. L'atteggiamento dei militari rispecchiava la speranza di ampi settori delle classi agiate, cioè che sacrificando il re si potesse arginare il desiderio di cambiamento della borghesia progressista e della sinistra. Alle elezioni amministrative di aprile 1930 i socialisti e repubblicani riportarono una vittoria schiacciante nelle città, mentre i monarchici e la destra si aggiudicarono i seggi rurali dove lo strapotere dei capi locali era rimasto intatto[20].

Di fronte alla dubbia lealtà dell'esercito e della Guardia Civil, il re su consiglio dei suoi collaboratori decise spontaneamente di andare in esilio anziché rischiare di essere cacciato con la forza. La nuova Repubblica ereditò una situazione di guerra sociale intermittente, i conflitti del periodo 1918-1921, il risentimento per la dittatura di Primo de Rivera e l'odio dei braccianti nei confronti dei magnati della terra covavano ancora sotto la cenere. La nascita della Seconda Repubblica venne percepita dai ceti privilegiati come una minaccia mentre risvegliò enormi attese nei ceti più umili. Le pressioni a cui fu sottoposta furono fin da subito molto pesanti[21].

Il biennio repubblicanoModifica

I due principali leader del PSOE, a sinistra Largo Caballero e a destra Indalecio Prieto.

Dopo un anno di governo provvisorio presieduto dal monarchico Niceto Alcalá-Zamora e del conservatore Miguel Maura, che rappresentavano una sorta di rassicurazione per le classi agiate[22], alle elezioni del aprile 1931 la coalizione di centro sinistra, con i socialisti del PSOE del sindacalista dell'UGT Francisco Largo Caballero e del moderato di centro-sinistra Indalecio Prieto, assieme ai radicali di Alejandro Lerroux, colsero una grande vittoria mettendo in allarme le forze reazionarie. Il 14 aprile 1931 nacque ufficialmente la Seconda Repubblica spagnola, ma il nuovo governo della Repubblica spagnola nacque sotto una cattiva stella. La situazione internazionale dopo il crollo di Wall Street del 1929, era tutt'altro che propizia, e oltre a ereditare gli errori economici commessi da Primo de Rivera, la Repubblica dovette fin da subito fronteggiare i tentativi della destra di rovesciare il suo governo[23]. Il nuovo governo attuò nuove riforme e ne confermò alcune di quelle avviate durante il periodo di governo provvisorio. Tra quelle che fecero più allarmare la destra ci furono la riforma dell'esercito, che cercando di sfoltire il pletorico corpo ufficiali e rendere più dinamiche le forze armate, rischiava di far annullare alcune delle generose promozioni concesse durante la non esaltante campagna in Marocco[24]; la riforma agraria in cui si imponeva agli agrari di assumere braccianti del luogo per evitare utilizzassero manodopera estera o crumiri, definiva la giornata lavorativa di 8 ore e imponeva la coltivazione forzata dei possedimenti per impedire di tenere troppo alti i prezzi; e infine la riforma ecclesiastica, che metteva fine ai generosi sussidi statali alla Chiesa, proclamava la libertà di culto e imponeva la nazionalizzazione degli enormi possedimenti terrieri della chiesa a favore dei braccianti senza terra[25].

 
Proclamazione della Seconda Repubblica in piazza Sant Jaume, Barcellona, 14 aprile 1931.

Nel frattempo le Cortes si riunirono per dotare la Spagna di una nuova Costituzione, ma per sopravvivere la Repubblica avrebbe dovuto prima di tutto cercare un modo per aumentare i salari e diminuire disoccupazione. In piena crisi economica globale però tali conquiste sembravano improbabili per un paese arretrato e fondamentalmente in mano ai latifondisti. Braccianti e operai riuscivano a malapena a sopravvivere, e piombarono in un clima di tensione rivoluzionaria che fu difficile controllare, nel mentre le classi abbienti accumulavano ricchezza che trasferivano all'estero, creando una grave fuga di capitali che peggiorò le finanze nazionali. Il governo si trovò dunque in un bivio: accogliere le richieste delle classi inferiori espropriando le terre, creando il pretesto all'esercito per intervenire e rovesciare la Repubblica, oppure reprimere le agitazioni per tranquillizzare le classi abbienti e perdere il sostegno della classe operaia. La colazione repubblicano-socialista tentò una strada mediana che scontentò tutti. La commissione per la riforma agraria precedette la lottizzazione dei possedimenti maggiori di 56 acri e non prese alcun provvedimento per i piccoli proprietari terrieri. Di fatto gli espedienti che utilizzavano gli agrari per non dichiarare la reale estensione dei raccolti, le moltissime eccezioni alla legge e il fatto che il governo in pratica non aveva alcun potere nelle sperdute località del centro e del sud, fecero sì che la riforma non portò alcun vantaggio per i contadini. I sindacati anarchici, soprattutto la Federación Nacional de Trabajadores de la Tierra (FNTT) e la CNT (sempre più egemonizzata dalla Federación Anarquista Ibérica - FAI, un'organizzazione segreta che si premuniva di mantenere la purezza ideologica del movimento) fuori dal governo, proclamarono decine di scioperi che spesso venivano repressi nel sangue. Ciò non fece altro che radicalizzare gli anarco-sindacalisti che contavano ben 1,58 milioni di iscritti, e vedevano nella Repubblica un nemico del tutto simile alla destra[26].

 
Frontespizio della carta costituzionale spagnola del 1931

Il 27 agosto 1931 il socialista Luis Jiménez de Asúa presentò la nuova Costituzione che all'articolo 1 recitava «La Spagna è una repubblica di lavoratori di tutte le classi sociali», che venne approvata definitivamente il 9 dicembre; era democratica, laica, riformatrice e liberale in materia di autonomia regionale e spaventò a morte i ricchi, il clero e l'esercito. L'opposizione delle classi conservatrici si concentrò sugli articoli 26, 27 e 44, i primi riguardavano i tagli ai finanziamenti al clero, dato che la Repubblica considerava vitale liberarsi dalla presa che la Chiesa esercitava su molti settori della società, e prevedevano lo scioglimento degli ordini religiosi. Il secondo in merito all'esproprio delle terre, dichiarava che solo le terre incolte potevano essere assegnate ai contadini, nel rispetto della proprietà privata. Le forze reazionarie però interpretarono questi articoli come degli attacchi diretti ai valori tradizionali: le gerarchie ecclesiastiche si convinsero di essere perseguitate, gli agrari erano terrorizzati da una possibile redistribuzione della ricchezza e i militari iniziarono a mobilitarsi per rovesciare la Repubblica[27]. Lo statuto di autonomia catalana fu poi un altro motivo di contrasto con l'esercito. La Generalitat, come era chaiamato lo statuto, fu considerato dall'esercito e dai conservatori come un attacco all'unità nazionale. Gli ufficiali indignati e i monarchici iniziarono dunque a cospirare con l'intento di persuadere il generale José Sanjurjo che il paese era sull'orlo dell'anarchia[28].

Nell'ottobre 1931 Zamora e Maura rassegnarono le dimissioni, e Manuel Azaña Díaz, salito alla ribalta durante la stesura della Costituzione, divenne Primo Ministro con Zamora Presidente della Repubblica. Il radicale Lerroux, che ambiva al posto di Primo Ministro, venne escluso dall'incarico a causa della corruzione che caratterizzava il suo partito e irritato per questo, passò sul fronte delle destre. Azaña dunque si trovò sempre più dipendente dal partito socialista[29]. A livello nazionale le forze di destra si divisero in due ampi gruppi noti come «accidentalisti» e «catastrofisti»; i primi guidati da José Maria Gil-Robles, che unì le varie Federazioni cattoliche agrarie fino ad allora rappresentate dall'ACNP in una nuova formazione politica di Acción Popular, adottarono una linea legalitaria conquistando alle elezioni alcuni seggi[30]. I secondi invece attuarono una opposizione radicale alla Repubblica, che ritenevano dovesse essere abbattuta con una grande insurrezione. Le più importanti frange «catastrofiste» erano: i Carlisti di Manuel Fal Conde, che raggruppavano anti-modernisti fautori di una teocrazia governata da sacerdoti-guerrieri, forti nella Navarra e dotati di una milizia fanatica, il Requeté; i monarchici alfonsini di Antonio Goicoechea, che con il loro quotidiano Acción Espagñola e il loro partito Renovación Española finanziavano l'estrema destra spagnola; e la formazione dichiaratamente fascista della Falange Española guidata da José Antonio Primo de Rivera (figlio del dittatore Miguel Primo de Rivera), finanziata direttamente da Benito Mussolini, che rappresentò il braccio armato delle forze monarchiche, cattoliche e di estrema destra[31].

 
Il generale Sanjurjo a processo dopo il fallito colpo di Stato. Inizialmente condannato a morte venne in seguito esiliato in Portogallo, dove successivamente entrò in contatto con i cospiratori del 1936.

In una situazione precaria Sanjurjo entrò in azione il 10 agosto 1932: il suo colpo di Stato, effettuato senza adeguata preparazione, fu facilmente neutralizzato, e sollevò un'ondata di simpatie filorepubblicane. La Sanjurjada come finì per essere chiamata, aumentò il prestigio della Repubblica e allo stesso tempo svelò quando fosse grande l'ostilità dell'esercito e della destra estrema[32].

Nel frattempo nelle campagne la situazione continuava a degenerare nella violenza. Gli agrari tenevano incolti i campi, quattro braccianti su cinque erano disoccupati e vivevano soprattutto di elemosina, lavoro saltuario e con quanto offriva la fauna selvatica delle campagne. In molte località i contadini spazientiti per la lenta applicazione della riforma agraria occuparono le terre, a Barcellona, in Biscaglia e nell Asturie si alternarono gli scioperi contro i licenziamenti e la diminuzione dei salari, in Andalusia gli operai sabotarono le macchine e rubavano i raccolti[33]. La loro disperazione, esacerbata dall'aumento del prezzo del pane dovuto all'atteggiamento ostruzionista degli agrari, era tale che non poterono non rispondere agli appelli agli scioperi insurrezionali della CNT, i quali venivano regolamentare repressi con la violenza. Ciò venne sfruttato dalle destre per una campagna diffamatoria nei confronti della Repubblica, che veniva presentata incapace e sanguinaria tanto quanto i regimi precedenti, senza ovviamente dire che spesso erano militi della Falange a creare i disordini per far intervenire la Guardia Civil. Gli effetti sul morale della coalizione furono devastanti, e le violenze a livello locale si trasferirono nella politica, dove il PSOE e il nuovo raggruppamento di destra Confederación Española de Derechas Autónomas (CEDA) di Gil-Robles radicalizzarono lo scontro[34]. Dopo gli scontri fra scioperanti e forze dell'ordine che caratterizzarono il mese di gennaio 1933, a Madrid Gil-Robles dichiarò che solo il fascismo poteva essere una cura ai mali della Spagna. Queste dichiarazioni non fecero altro che rafforzare la convinzione dei socialisti che la CEDA fosse un embrione del fascismo, e Largo Caballero arrivò alla conclusione che la democrazia borghese non fosse in grado di impedire l'insorgere del fascismo in Spagna e spettava agli operai trovare altre forme di difesa[35]. La CEDA continuò per tutto il 1933 a rinfocolare gli animi, la fine della Repubblica di Weimar era sulla bocca di tutti, la destra cattolica plaudiva la distruzione dei movimento socialista e comunista in Germania ad opera del Partito nazista e nel mentre i socialisti - spinti dalla loro base e dalla concorrenza anarchica - si dissociarono sempre più dalla coalizione repubblicana. Fu in questo clima incandescente che si andò alle urne nel novembre dello stesso anno[36][37].

Questa volta il centro-sinistra si presentò in ordine sparso, mentre la destra riuscì a organizzarsi grazie al lavoro di Gil-Robles, il quale riuscì a coalizzare i gruppi «accidentalisti» e «catastrofisti» sotto l'egida del CEDA, potendo inoltre contare sui cospicui aiuti finanziari dei ricchi agrari come Juan March. I socialisti dal canto loro si presentarono soli alle elezioni, ma non furono in grado di eguagliare la massiccia campagna elettorale del CEDA, e Largo Caballero entrò in contrasto con il moderato Indalecio Prieto. Il primo sosteneva che i delusi avrebbero votato in massa il PSOE, mentre Prieto sosteneva che il PSOE avesse dovuto conservare l'alleanza con i repubblicani di sinistra. Ma Caballero non tenne conto che la coalizione che vinse nel 1931 andava dai borghesi agli anarchici; ora invece i radicali e i borghesi erano con la destra mentre gli anarchici dopo gli scontri di gennaio propendevano per l'astensione[38]. I risultati delle elezioni furono un'amara delusione per il PSOE, che conquistò appena 58 seggi contro i 115 del CEDA e i 104 dei radicali di Lerroux. La destra conservatrice riconquistò dunque il potere statale e si mise immediatamente a smantellare le riforme del biennio precedente, e nel momento in cui il governo iniziò a spostare le lancette dell'orologio a prima del 1931, la rabbia popolare esplose[39].

Il biennio neroModifica

Nel biennio successivo, che divenne noto come bienio negro, la politica spagnola subì una brutale trasformazione. La coalizione di destra decisa a vendicare le presunte offese subite, diede apertamente inizio al conflitto di classe; gli operai e i contadini portati alla disperazione dalle riforme inadeguate del 1931-1932 non potevano sopportare un governo determinato a cancellare quei piccoli tentativi di miglioramento della loro condizione di vita. L'indignazione dei militanti del PSOE crebbe quando si resero conto che a causa dei brogli e delle intimidazioni, con il loro milione e mezzo di voti guadagnarono 55 seggi mentre i radicali con 800 mila voti ne presero 104, e così di fronte al sempre più acceso attivismo della sua base, Largo Caballero adottò il linguaggio della retorica rivoluzionario nella speranza di impaurire la destra per limitarne la bellicosità, e allo tesso tempo persuadere Zamora a indire nuove elezioni[40]. Pur non essendo disposto a tanto, Zamora non ebbe l'accortezza di non affidare l'incarico all'incendiario Gil-Robles, perché sospettoso delle ambizioni di tipo fascista del leader del CEDA, ma al radicale Alejandro Lerroux, che però non potendo fare a meno dei voti della CEDA ne divenne succube. Il successo della strategia «accidentalista» fu più che mai evidente e il «catastrofismo» fu temporaneamente accantonato[41].

Tuttavia l'area di estrema destra rimase perplessa da Gil-Robles, definito troppo moderato, e i movimenti estremisti iniziarono seriamente a prepararsi per una rivolta armata. I Carlisti di Fal Conde iniziarono ad addestrarsi e a reclutare volontari, mentre a marzo una delegazione di carlisti e monarchici di Renovación Española si recarono da Mussolini, il quale promise denaro per l'insurrezione[42][43]. Nel maggio 1934 il leader storico e carismatico dei monarchici, José Calvo Sotelo, tornò in Spagna dopo tre anni d'esilio subentrando a Goicoechea, e i monarchici iniziarono una campagna di accuse contro Gil-Robles e a parlare di conquistare lo Stato per istaurare un nuovo regime autoritario e corporativo[44]. Sempre nell'area dell'estrema destra la Falange si fuse con il gruppo filonazista Junta de Ofensiva Nacional-Sindacalista di Ramiro Ledesma Ramos, assumendo il nome di FE de Las JONS. La Falange da piccolo gruppo di fanatici nazionalisti che predicavano il culto della violenza, divennero così una milizia ben armata che si rifaceva decisamente ai modelli nazifascisti[45].

La sinistra era perfettamente consapevole della situazione ed era decisa a non fare la fine di quella tedesca e austriaca. Gli scontri nelle piazze si moltiplicarono e gli atteggiamenti dei politici al governo non facilitavano certo le cose. Ad aprile 1934 Lerroux si dimise dopo il rifiuto di Zamora di firmare l'amnistia per i golpisti del 1932; Gil-Robles dichiarò senza mezzi termini che il suo scopo era modificare la Costituzione repubblicana e giovani seguaci di Caballero, la Federación de Juventudes Socialistas (FJS), continuarono per tutto il 1934 a puntare ad una radicalizzazione dello scontro politico, impadronendosi quasi totalmente del PSOE e dell'UGT. A marzo a Saragozza gli anarchici proclamarono quattro settimane di sciopero e il CEDA rispose con un enorme raduno stile Norimberga, dove duecentomila giovani del CEDA giurarono fedeltà a Gil-Robles al grido di «¡Jefe! ¡Jefe! ¡Jefe!» (traducibile in «Duce! Duce! Duce!»). Un deputato del CEDA affermò che occorreva difendere la Spagna «dagli ebrei, dagli eretici, dai massoni, dai liberali e dai marxisti»[46]. Minacciando poi di ritirare il suo appoggio al governo, Gil-Robles aprì diverse crisi di governo, e a ogni crisi Lerroux, sempre più aggrappato alla poltrona, costringeva i suoi deputati a defilarsi. Le aspirazioni autonomiste basche e catalane furono soppresse, a maggio, in vista della mietitura, la legge che obbligava ad assumere contadini del posto fu abrogata e gli agrari ingaggiarono apposta manodopera portoghese e galiziana per ridurre le paghe dei locali. Per tutta l'estate la FNTT proclamò una serie di scioperi non violenti, e il nuovo ministro degli Interni Rafael Salazar Alonso non si lasciò sfuggire l'occasione per arrestare militanti liberali e di sinistra assieme a deputati socialisti. Diverse migliaia di contadini venivano caricati su camion e poi abbandonati a centinaia di chilometri di distanza dalle loro case, senza cibo né soldi. Ovunque furono chiuse le casas del pueblo e la FNTT rimase paralizzata fino al 1936. Salazar Alonso aveva di fatto riportato la situazione delle campagne agli anni Venti[47].

Il 3 ottobre fu formato il nuovo gabinetto Lerroux, evidentemente la minaccia di una rivoluzione non portò Zamora a indire nuove elezioni, così la UGT proclamò uno sciopero generale non violento, preavvisando il governo. Ciò consenti alle forze di polizia di arrestare i leader della classe operaia e stroncare lo sciopero sul nascere. Il governo proclamò la legge marziale e lo sciopero fallì ovunque, ad eccezione delle Asturie. Lì la base del PSOE assieme al movimento rivoluzionario organizzato da UGT, CNT e ai comunisti insorsero spontaneamente sotto il nome di Alianza Obrera: i minatori organizzarono una comune rivoluzionaria ma erano a corto di armi, e il generale Francisco Franco al comando della Legione spagnola soppresse nel sangue l'insurrezione[48]. Quella che passò alla storia come «la rivoluzione d'ottobre delle Asturie» non fu particolarmente sanguinosa; ci furono ovviamente molti caduti durante la battaglia e alcune esecuzioni sommarie da parte dei rivoluzionari a danno dell'odiata Guardia Civil, ma quando la Legione dei generali «africanisti» Franco, Yagüe e Varela iniziò a reprimere la rivolta, la situazione degenerò nel sangue[49]. La Legione si macchiò di crimini efferatisenza risparmiare donne e bambini, e quando le città principali Gijón e Oviedo cessarono la resistenza, la Legione fucilò sommariamente centinaia di militanti di sinistra[48]. Furono oltre 1 000 le esecuzioni sommarie e circa 30 000 gli arrestati, molti dei quali subirono torture[49]. L'insurrezione asturiana contrassegnò la fine della Repubblica e fu, secondo Gerald Brenan «la prima battaglia della guerra civile». La rivolta seminò il panico fra le classi agiate, e la repressione violenta convinse il movimento socialista che non era più il tempo delle mezze misure. Nei quindici mesi successivi il governo non fece nulla per placare gli animi che la repressione aveva suscitato. Il presidente catalano Lluís Companys - che durante la rivolta asturiana aveva dichiarato l'indipendenza della catalogna - fu condannato a trent'anni di carcere, mentre la stampa sferrò una campagna intimidatoria contro Azaña, tentando invano di addossargli la colpa del tentativo di indipendenza catalano. A maggio 1935 Gil-Robles aprì una nuova crisi, e dal rimpasto uscì il nuovo gabinetto Lerroux con ben cinque cedisti, fra cui lo stesso Gil-Robles come Ministro della Guerra[50]. Gil-Robles epurò dall'esercito tutti gli ufficiali repubblicani e nominò sostenitori della destra: Francisco Franco divenne capo di Stato Maggiore, Manuel Goded ispettore generale e Joaquín Fanjul sottosegretario alla Guerra. Nel frattempo venne portata avanti la valida riforma di Azaña per l'esercito, che venne così motorizzato ed equipaggiato rendendolo paradossalmente più moderno ed efficace in vista della guerra civile[51].

Nuove elezioniModifica

 
Una giovane donna in posa davanti alla bandiera del sindacato FAI-CNT, 1936 circa.

Due grossi scandali all'interno del partito radicale scossero il governo, il quale cadde a fine 1935. Alcalá Zamora, che non credeva alla fede democratica di Gil-Robles indisse nuove elezioni per il febbraio 1936, e Gil-Robles furente iniziò a sondare il terreno in vista di un colpo di stato, contattando Fanjul, Goded, Varela e Franco, ma tutti risposero che l'esercito non era ancora pronto. La destra, le cui casse erano piene, si coalizzò nel Frente Nacional Contrarrevolucionario, la cui campagna elettorale si ispirò ai manifesti di propaganda nazisti anti-marxisti, mentre la nuova coalizione di sinistra - il Frente Popular - impostò la sua campagna sulla minaccia del fascismo. La sinistra vinse di stretta misura, conquistando però una netta maggioranza alle Cortes[52]. Dal risultato delle urne la destra ne concluse che l'«accidentalismo» aveva fallito, e che la via più sicura per prendere il potere fosse quella «catastrofista»; l'esercito iniziò a complottare sul serio. Lo scontro violento tra agrari e imprenditori contro gli operai e braccianti decisi di vendicarsi dei soprusi subiti nel bienio negro, radicalizzava sempre di più la scena politica, e nel mezzo il governo del Frente Popular debole e paralizzato - soprattutto a causa delle diverse visioni politiche dei leader all'interno della coalizione - non riusciva a venirne a capo. Le manifestazioni operaie per richiedere l'amnistia dei prigionieri politici del 1934 furono spesso accompagnate da disordini e atti vandalici contro le proprietà della Chiesa e dei ricchi, mentre i falangisti scorrazzavano nelle campagne e nelle città compiendo uccisioni e attentati, come quello a Largo Caballero e a Luis Jiménez de Asúa, che si salvarono[53].

Tra aprile e maggio gli eventi precipitarono: Azaña e Prieto tramarono per togliere di mezzo Zamora, che con il suo conservatorismo interferiva continuamente con l'operato del governo, e il 10 maggio il repubblicano Azaña venne eletto Presidente della Repubblica e Prieto Primo Ministro. Prieto aveva già in mano un programma molto dettagliato di riforme e misure drastiche per contenere la destra, ma entrambi dipendevano dalla decisione di Largo Caballero - che deteneva il controllo in ampi settori del movimento socialista - il quale ingenuamente convinto che in caso di una rivolta della destra le masse operaie si sarebbero sollevate consegnando il potere al PSOE, non accettò di appoggiare il governo di Azaña. Demoralizzato, Azaña si dimise, e il governo fu affidato a Santiago Casares Quiroga. Quiroga era un uomo debole e malato, e la sua unica soluzione agli scioperi e all'occupazione delle terre dei contadini, fu quella di inviare la Guardia Civil a difendere gli agrari[54]. La destra abbandonò il CEDA per affidarsi al combattivo monarchico José Calvo Sotelo, mentre Gil-Robles consegnò i fondi del suo partito al capo dei militari golpisti Emilio Mola, con la Falange imperversava nella campagne per creare disordini che giustificassero l'avvento di un regime autoritario. Scontri di piazza e attentati contro singole personalità politiche si susseguirono; in questo clima politico Prieto sembrava l'unico a capire che imporre dei mutamenti rivoluzionari avrebbe spinto definitivamente la borghesia nelle braccia dell'estrema destra, e occorreva un programma di riforme rapido ed efficace, mentre Largo Caballero soffiava sulla fiamma dell'insurrezione, profetizzando nei suoi discorsi il trionfo della rivoluzione della sinistra. Per questo Caballero acconsentì alla fusione dei movimenti giovanili socialista (JSE) e comunista (UJCE) in una Juventudes Socialistas Unificadas (JSU), ma i più dinamici comunisti presero rapidamente le redini del movimento e molti giovani socialisti entrarono in massa nel Partido Comunista de España (PCE)[55].

La destra dal canto suo difficilmente si sarebbe lasciata convincere da un programma di riforme, che peraltro esitavano a partire a causa dei contrasti fra Prieto e Caballero. L'unico partito di massa in grado di contrastare la destra, in pratica era paralizzato, e Quiroga non era in grado di sciogliere la matassa. Il governo non fu capace di impedire che la politica degenerasse in uno scontro aperto; in parlamento la violenza oratoria di Calvo Sotelo e di Dolores Ibárruri (detta «la Pasionaria», uno dei leader del PCE), sottolineavano l'impossibilità di qualunque accordo. La radicalizzazione dello scontro fu palesata dall'atteggiamento della Falange, che attaccava i comizi della CEDA, mentre la gioventù socialista attaccava i seguaci di Prieto. Poste di fronte al caos del Frente Popular - caos che loro stessi avevano orchestrato - l'esercito non ebbe più remore ad intervenire[56]. I generali di più alto grado, come Gonzalo Queipo de Llano e José Sanjurjo, nutrivano profondo disprezzo verso i politici di professione, mentre i più giovani provavano scarsa lealtà verso il governo. A tutti i livelli si diffuse l'idea che l'esercito aveva il diritto di intervenire per preservare l'integrità e l'ordine sociale della Spagna. Il governo si rese conto della pericolosità dei generali, e per cercare di neutralizzarne le trame, Franco, che godeva di grande rispetto tra i giovani soldati e ufficiali, fu rimosso dalla carica di Capo di Stato Maggiore e trasferito alle Canarie; Goded fu inviato alle Baleari, mentre Mola fu spedito a Pamplona (scelta a dir poco miope in quanto la Navarra era il centro del monarchismo carlista)[57].

Il capo naturale del golpe non poteva non essere che José Sanjurjo, ma il protagonista del complotto sarebbe stato Mola, mentre agli altri generali veniva assegnata una regione: a Franco fu affidato il Marocco, a Fanjul la capitale Madrid, a Goded la città di Barcellona. Nel frattempo in Spagna la situazione diventava sempre più ingestibile; il 12 luglio alcuni falangisti uccisero l'ufficiale delle Guardie d'assalto repubblicane José del Castillo, e all'alba del mattino seguente i suoi commilitoni andarono prima a casa di Gil-Robles, ma non trovandolo si recarono dal leader dell'opposizione Calvo Sotelo, che fu rapito e ucciso. L'indignazione della destra fu enorme, ma il suo assassinio creava una ottima giustificazione per intervenire. I piani insurrezionali subirono un'accelerazione e grazie all'aiuto di Luis Bolín e del cattolico britannico Douglas Jerrold, Francisco Franco il 17 luglio fu trasferito in aereo dalle Canarie al Marocco, dove fin dal mattino le guarnigioni di Melilla, Tétouan e Ceuta si erano sollevate. La guerra civile era cominciata[58].

Il colpo di StatoModifica

«Le autorità repubblicane non erano preparate a darci le armi, perché avevano più paura dei lavoratori che dell'esercito»

(Testimonianza di Juan Campos, un falegname Siviglia[59].)

Nonostante il colpo di Stato non fosse riuscito del tutto, la Repubblica non fu in grado di reprimerlo nelle prime quarantott'ore, le ore decisive in cui venne deciso il possesso di intere regioni della Spagna. Gli ordini definitivi trasmessi da Mola (detto «el director») prevedevano che l'insurrezione sarebbe partita prima in Marocco, dove l'Armata d'Africa avrebbe dato inizio alla sollevazione alle 5:00 del mattino del 18 luglio 1936, ma a Melilla il pomeriggio del giorno prima i piani dell'insurrezione vennero scoperti, così il colonnello Juan Seguí Almuzara dovette agire d'impulso e anticipò la rivolta, e solo dopo aver fatto fucilare i comandi repubblicani di Melilla, Almuzara comunicò il suo gesto ai colonnelli Sáenz de Buruaga, Yagüe e quindi a Franco. Alla sera del 17 il governo della Repubblica venne informato dell'insurrezione a Melilla, e il mattino del 18 diramò un comunicato in cui affermava che l'insurrezione era limitata al Marocco e che in Spagna non si erano registrati disordini preoccupati[60]. A seguito di questa comunicazione Cesar Quiroga rifiutò le offerte di aiuto ricevute dalla CNT e dall'UGT, esortando invece a «confidare nei poteri militari dello Stato». Quiroga sosteneva che la sollevazione a Siviglia fosse stata repressa, ancora convinto che Quipo de Llano sarebbe riuscito a mantenere il possesso dell'Andalusia centrale, in realtà il generale era uno dei capi dell'insurrezione, e al comando di circa 4 000 uomini si impadronì della radio, del telefono e degli edifici amministrativi della città. Nonostante le barricate degli operai e degli anarchici, il 22 luglio Siviglia, città molto importante per i ribelli in quanto possibile base per un'avanzata verso Madrid, era già saldamente in mano a Quipo de Llano[61].

Contemporaneamente in tutte le maggiori città della Spagna i cospiratori diedero inizio all'alzamiento militare, ma non tennero debitamente conto della resistenza popolare e operaia che, nonostante i tentennamenti del governo a distribuire le armi, riuscirono a contrastare le forze insurrezionali guidate dall'esercito. Le città, clericali e conservatrici di León e della vecchia Castiglia - Burgos, Salamanca, Zamora, Segovia e Avila - caddero senza combattere, ma ai generali Saliquet e Ponte occorsero ben ventiquattr'ore di combattimenti per aver ragione dei ferrovieri socialisti di Valladolid. Ad eccezione delle zone tradizionalmente di destra, dove nei decenni precedenti gli agrari avevano mantenuto il potere, nel resto della Spagna i nazionalisti si trovarono di volta in volta ad affrontare l'ostilità più o meno coordinata della popolazione. In Galizia gli insorti presero Vigo e La Coruña solo dopo violenti combattimenti contro la popolazione disarmata, Oviedo fu presa con l'inganno, dato che il comandante militare della città Antonio Aranda prima si finse a fianco della Repubblica e dopo aver mandato i suoi uomini verso Madrid, si schierò con gli insorti consegnando la città ormai indifesa. Cadice, Cordova, Huelva e Granada caddero una dopo l'altra, e la resistenza operaia venne implacabilmente soffocata nel sangue. Il terrore ebbe un ruolo cruciale nell'azione dei nazionalisti, lo stesso Mola si rivolse alle sue truppe esortandole con le seguenti parole: «Ricordate che la nostra azione dovrà essere molto violenta per domare al più presto un nemico forte e ben organizzato. Occorrerà perciò arrestare i leader di tutti i partiti, delle organizzazioni politiche e dei sindacati non impegnati nel Movimento, e condannarli a sentenze esemplari per soffocare sul nascere eventuali moti di ribellione e scioperi»[62].

Nelle zone rurali i braccianti, tutti accesi repubblicani, riuscirono in molte zone ad avere la meglio sui piccoli contingenti locali della Guardia Civil, e si abbandonarono poi a rappresaglie spesso cruente contro i proprietari terrieri che non erano riusciti a rifugiarsi a Siviglia o nel Sud della Francia, e contro il clero, che aveva sempre legittimato le violenze dei caciques e dei latifondisti. Pochi giorni dopo l'insurrezione i comitati locali della FNTT e della CNT iniziarono a collettivizzare le grandi proprietà, svuotare i magazzini dei notabili locali per distribuirne il cibo alla popolazione e coltivare i campi lasciati incolti dagli agrari[63].

Intanto a Madrid Casares Quiroga si dimise da Primo Ministro alle 4:00 del mattino del 19 luglio, Azaña chiese dunque all'amico Diego Martínez Barrio, presidente delle Cortes, di costituire un governo, e nel farlo Barrio ignorò del tutto le forze di sinistra speranzoso che così i rivoltosi avessero potuto cedere a delle trattative. Ma fu una pia illusione; contattato al telefono da Barrio per una richiesta di pace, Mola rispose che non era affatto possibile. I cittadini percepirono queste trattative come un tradimento da parte del governo, e dopo improvvise proteste nelle piazze di Madrid, Barrio si dimise quello stesso 19 luglio. Azaña a questo punto chiese di formare un nuovo governo a José Giral, uno dei pochi politici progressisti, che resosi conto del pericolo che stava correndo la Repubblica, dopo aver accettato l'incarico ordinò la distribuzione delle armi alle organizzazioni dei lavoratori UGT e CNT e ordinò di reprimere le rivolte dei congiurati[64]. Fu una scelta decisiva in quanto - nonostante la confusione che regnava nella capitale - in serata i due sindacati riuscirono a coordinarsi e bloccare i rivoltosi al comando di Fanjul all'interno della caserma Montaña, che si asserragliò in attesa di rinforzi[65].

Sulla costa settentrionale Santander venne assicurata alla Repubblica senza spargimento di sangue quando il 23º fanteria rifiutò di unirsi agli insorti, a Gijón l'insurrezione fallì grazie all'azione decisa dei portuali, mentre i baschi consapevoli del pericolo dei carlisti della Navarra, l'UGT e la CNT giocarono d'anticipo mantenendo il controllo di San Sebastián, Eibar e Bilbao, e i nazionalisti riuscirono ad impossessarsi solo di Vitoria[66]. Ben più grave per la Repubblica fu però la perdita di Saragozza, capitale dell'Aragona, dove il generale Cabanellas si schierò a fianco degli insorti mentre il governatore civile si rifiutò di armare gli oltre 30 000 iscritti alla CNT, i quali la sera del 19, al momento dell'attacco da parte delle truppe nazionaliste si ritrovarono disarmati e furono massacrati impietosamente[67].

A Barcellona la situazione fu particolare, anche se i congiurati la considerassero una conquista sicura grazie ai 12 000 uomini del generale Goded, non tennero adeguatamente conto della determinazione delle organizzazioni operaie e non previdero che i militi della Guardia de Asalto e sorprendentemente anche della Guardia Civil, si sarebbero opposti a loro. La sera del 18 luglio Companys, presidente della Generalitat, si rifiutò di armare la CNT, ma gli anarchici ben consapevoli di cosa gli sarebbe successo se l'esercito avesse conquistato la città, non stettero a guardare, e durante la notte i consigli di difesa proseguirono i preparativi al combattimento. Gli asaltos distribuirono armi ai miliziani anarchici, le armerie furono occupate, da quattro navi in porto furono requisite le armi, e gli anarchici si impadronirono di carico di dinamite creando bombe a mano improvvisate, mentre nelle vie e nelle piazze venivano erette barricate. Nel mentre gli esponenti di spicco della CNT, Buenaventura Durruti, Juan García Oliver e Diego Abad de Santillán, si tenevano a stretto contatto con la Generalitat, nonostante la decisione di Companys. Poco prima dell'alba del 19 fu comunicato loro che il governo di Madrid aveva dato l'ordine di sopprimere l'insurrezione e i repubblicani iniziarono ad attaccare le caserme e gli edifici in cui si erano barricati i nazionalisti[68]. Alle 11:00 del mattino del 19 Goded arrivò a Barcellona da Maiorca già in mano agli insorti, e si recò alla Capitanía, sede del comando militare della città. Durante gli scontri un piccolo gruppo di operai e asaltos catturarono alcuni pezzi da 75 mm degli insorti, e fu proprio con una salva d'artiglieria che Goded fu convinto ad uscire dal suo rifugio. Arrestato, fu condotto da Companys che lo convinse a diramare un comunicato radio in cui si appellava ai suoi uomini affinché posassero le armi. Ciò fu di grande aiuto per le forze repubblicane ma non gli valse a salvargli la vita, verrà infatti condannato a morte ad agosto da una corte marziale[69]. In quelle stesse ore a Madrid Fanjul con un manipolo di falangisti attendeva la sua sorte all'interno della caserma Montaña, ma il 20 luglio resosi conto che gli aiuti non sarebbero mai arrivati si consegnò ai repubblicani. Fra gli assalitori della caserma vi era il giovane Valentín Gonzáles - che sarebbe diventato famoso come El Campesino - che presa la caserma organizzò alcune colonne di miliziani per andare a strappare Toledo agli insorti. Con Madrid salva, i miliziani appoggiati da truppe regolari fedeli alla Repubblica espugnarono Toledo ma gli insorti, capeggiati da José Moscardó si rifugiarono all'Alcázar, la fortezza che sovrastava la città[70].

La cattura di Fanjul a Madrid e Goded a Barcellona furono un brutto colpo per gli insorti, anche se non del tutto imprevisto: entrambi sapevano di dover affrontare un compito di estrema difficoltà. Ma un altro colpo di scena si abbatté su Mola e gli altri cospiratori che attendevano l'arrivo di Sanjurjo dal suo esilio portoghese. L'aereo che avrebbe dovuto portare Sanjurjo a Burgos precipitò fase di decollo, il generale morì mentre l'esperto pilota Juan Antonio Ansaldo sopravvisse. Con Fanjul, Goded e Sanjurjo usciti di scena e José Antonio Primo de Rivera in carcere ad Alicante (fu arrestato nel marzo 1936 per la sua implicazione nell'attentato alla vita di Largo Caballero), a contendersi la leadership degli insorti rimasero solo Emilio Mola e Francisco Franco[71]. I ribelli controllavano circa un terzo della Spagna: un grande blocco che andava dalla Galizia, al Léon, alla Vecchia Castiglia, all'Aragona e a parte dell'Estremadura, assieme ad alcune zone isolate come Oviedo, Siviglia e Cordova. Quel blocco comprendeva le grandi zone cerealicole, ma i principali centri industriali rimanevano in mano della Repubblica. La rivolta era fallita a Madrid, Barcellona, Malaga e Bilbao, e gli insorti si ritrovarono dunque con l'impellente necessità di organizzare un attacco contro la capitale ritenuta il perno della resistenza repubblicana. Per farlo però avevano bisogno dell'armata di Franco che ancora si trovava oltre lo Stretto di Gibilterra e aveva bisogno di un modo rapido per sbarcare in Spagna[72].

La situazione politico-militare dopo il golpeModifica

 
La Spagna all'indomani del golpe nazionalista.

L'Armata d'Africa con i suoi 34 000 uomini ben addestrati avrebbe dato una netta superiorità militare, ma giocò presto a favore della Repubblica il fatto che gran parte della marina rimase sotto il suo controllo. Grazie all'ammutinamento degli equipaggi che disobbedirono agli ufficiali filo-nazionalisti, il governo di Madrid poteva infatti contare sulla corazzata Jaime I, di 3 incrociatori e 10 cacciatorpediniere, mentre ai nacionales era disponibile la corazzata España (in riparazione ai cantieri di El Ferrol), l'incrociatore Almirante Cervera e un cacciatorpediniere. Ciò consentiva alla flotta repubblicane di mantenere un blocco navale nello stretto di Gibilterra e nel mare corcostante, immobilizzando le truppe di Franco, il quale dovette adoperarsi per trovare un modo alternativo per far sbarcare le sue truppe in Spagna[73]. Con questo stato di cose la situazione sul continente era pressoché pari: la Repubblica aveva dalla sua parte una leggera maggioranza degli effettivi delle forze armate, 46 000 uomini contro 44 000 degli insorti, mentre i 15 000 ufficiali e sottufficiali si divisero equamente tra le due parti. Nell'area della Repubblica (la più popolosa) restò invece la netta maggioranza delle forze dell'ordine, ma queste spesso si schierarono con gli insorti, come a Murcia, Bajadoz, quasi ovunque nelle Asturie e in Andalusia. La situazione degli armamenti era pressoché identica, fatta eccezione per una lieve superiore disponibilità di pezzi d'artiglieria dei repubblicani, i quali poterono contare anche su una buona superiorità aerea - circa 400 apparecchi contro 100 - anche se in realtà si trattava di aerei antiquati e con scarsa dotazione di bombe. L'arsenale complessivo comunque era esiguo da non consentire operazioni su larga scala a nessuno dei due contendenti, ma le cose sarebbe cambiate rapidamente[74].

Ma il paragone di uomini e mezzi non riflette l'effettiva potenzialità di offesa e difesa dei due avversari. L'esercito nella zona repubblicana era in realtà un esercito dissolto, «[...] i soldati avevano abbandonato le caserme e quasi tutti se ne erano andati a casa [...] certo numero si unì alle colonne di volontari che, con capi improvvisati, andavano a combattere sui fronti» - scrisse Azaña - anche perché gran parte degli ufficiali effettivamente disponibili erano molti meno degli ufficiali di quelli semplicemente iscritti al ruolo, e mantenere la catena di comando risultò impossibile. Questo fu un fatto molto pesante per la Repubblica, che anche a livello statale era spezzettata in diversi frammenti politico-territoriali retti da comitati di governo che agivano in modo scoordinato con il governo centrale che non riusciva ad avere autorità su molti di essi[75]. Il panorama che offriva la Spagna repubblicane nelle prime settimane dopo il golpe era dunque variegato e fragile; in Catalogna Companys cooperando con gli anarchici creò il Comitato centrale delle Milizie Antifasciste, che mantenne in vita la Generalitat; similmente avvenne nei Paesi Baschi, dove a San Sebastían si costituì una Junta de Defensa de Guipúzcoa a cui parteciparono anarchici, comunisti e militanti del PNV, che allestirono la difesa della regione contro le forze carliste della vicina Navarra[76]. Comitati di difesa sorsero inevitabilmente in buona parte dei territori repubblicani sulla costa cantabrica, rimasta isolata dopo l'alzamiento, ma in generale tutti i territori repubblicani furono colpiti da un'ondata cosiddetta di «consiglismo», ossia la nascita di Consigli, Comitati, Juntas in ogni dove, che in alcuni casi entrarono in conflitto con il governo di Madrid, come accadde a Valencia e Malaga. Questa «polverizzazione» del potere fu in parte dovuta al fatto che il popolo si rese presto conto di essere stato determinante per sconfiggere gli insorti, così in molti casi si sviluppò la consapevolezza di poter creare piccoli centri di potere alternativi al governo di Madrid, soprattutto nei piccoli paesi dove agivano gli anarchici della CNT, che con il loro disprezzo per il potere statale riuscì a catalizzare l'attenzione dei disillusi proletari che anche sotto la Repubblica avevano conosciuto la repressione[77]. Armare il popolo si rivelò dunque un'arma a doppio taglio: se da una parte servì a mantenere in vita la Repubblica, dall'altro creò un indebolimento del suo potenziale di difesa militare. Molti ufficiali per quanto fedeli alla Repubblica non vedevano di buon occhio il popolo in armi e passarono dall'altra parte, mentre altri furono semplicemente allontanati dai comitati sorti spontaneamente in quanto sospettati di essere infidi o complici. Questo fece sì che numeri alla mano, appena 2/3 000 ufficiali servirono effettivamente nella Repubblica. Il governo di Azaña comunque poteva ancora godere di prestigio internazionale, in particolare nella vicina Francia governata dalla coalizione di centro sinistra di Léon Blum, dalla quale poteva ottenere gli aiuti militari necessari per schiacciare la rivolta. Madrid dunque, a una settimana dal golpe pur immersa nel disordine, sembrava ancora lontana da ogni grave pericolo[78].

Da parte nazionalista invece la sostanza di quello che sarebbe dovuta diventare la Spagna parve subito più chiara: un governo autoritario centralizzato. La forma, tuttavia, non era chiara e le forze che ambivano a predominare erano diverse: il falangismo, il carlismo, la restaurazione della monarchia o una dittatura repubblicana. In attesa di risolvere la questione il 24 luglio Mola organizzò la nascita a Burgos della Junta de Defensa Nacional (JDN) presieduta dal generale più anziano dopo la scomparsa di Sanjurjo, Miguel Cabanellas Ferrer, il comandante della divisione di Saragozza[79]. In questo periodo di incertezza circa la forma del nuovo Stato, fu la Chiesa cattolica a fornire ai nazionalisti una causa comune e un simbolo che accomunò ideologicamente tutte le fazioni interne. La gerarchia ecclesiastica si alleò con la causa dell'estrema destra - tanto che alcuni importanti esponenti del clero iniziarono ad utilizzare il saluto fascista[80] - e diede ai nazionalisti una causa morale e spirituale riassunta nel termine della Crusada, annunciata ufficiosamente il 30 settembre 1936 dal vescovo di Salamanca Enrique Pla i Deniel, che pubblicò una lettera pastorale in cui affermava che la lotta in Spagna non era una guerra civile, bensì una «crociata religiosa» contro i «comunisti e gli anarchici [...] figli di Caino, fratricidi dei loro fratelli, invidiosi di coloro che hanno il culto della virtù» aggiungendo poi che «nessuno poteva rimproverare la Chiesa per essersi apertamente e ufficialmente schierata con l'ordine contro l'anarchia, a favore di un nuovo governo gerarchico contro il comunismo disgregante, a favore della difesa della civiltà cristiana e dei suoi fondamenti di religione, patria e famiglia contro i senza Dio e i contro Dio»[81]. Così facendo la Chiesa spagnola non solo diede ai nazionalisti una causa ideale e spirituale, e non solo le garantirà il pieno sostegno dell'autorità papale e dello Stato Vaticano, ma garantirà una base di consenso di massa per il regime e una riserva continua di fedeli pronti a combattere nelle file nazionaliste. I nazionalisti si immedesimarono così tanto in questo concetto della "crociata" che durante la fase repressiva che seguì la stabilizzazione del fronte dopo il colpo di stato, i militari e ufficiali repubblicani caduti nelle mani dei nazionalisti venivano fucilati per «ribellione», in un singolare capovolgimento di definizioni che rivelava come il concetto di "crociata contro il marxismo a favore della vera Spagna" era ben saldo nella mentalità degli insorti[82][83].

Repressione e violenzaModifica

«Sul mio onore di gentiluomo, per ogni persona che ucciderete voi, noi ne uccideremo almeno dieci»

(Gonzalo Queipo de Llano[84])

La differenza sostanziale esistente fra le stragi perpetrate nelle due zone, consiste nel fatto che le atrocità repubblicane furono in genere commesse da elementi incontrollabili in un periodo in cui le forze dell'ordine erano passate ai ribelli e la «polverizzazione» dello Stato aveva fatto si che il governo aveva perso il controllo su molte zone repubblicane, mentre le stragi nazionaliste godevano del sigillo ufficiale di coloro che pretendevano di combattere in nome della civiltà cristiana. Naturalmente la propaganda nazionalista fece di tutto per diffondere la convinzione che le stragi facessero parte di una strategia del governo repubblicano, sventolando la minaccia del «terrore bolscevico», in realtà moltissimi repubblicani si rendevano conto che le uccisioni indiscriminate che contraddistinsero le prime settimane successive al golpe arrecavano un gran danno alla causa della Repubblica. La consapevolezza di questa involontaria collaborazione con gli insorte si diffuse poco a poco fra tutta la popolazione della zona repubblicana, e le vendette cessarono all'incirca a fine del 1936[85][86]. Da parte nazionalista invece, il concetto di limpieza, cioè di «ripulitura» costituiva una parte essenziale della strategia dei ribelli, che in breve tempo divenne pianificata, metodica e incoraggiata dalle autorità militari e civili e benedetta dalla Chiesa cattolica[87]. La spietatezza programmatica che guidò l'azione annientatrice condotta nelle retrovie del fronte nazionalista ben si rifletteva - secondo lo storico Gabriele Ranzato - nelle parole del generale Mola quando diceva: «Una guerra di questa natura deve concludersi con il dominio del vincitore e lo sterminio totale e assoluto del vinto» o quando istruiva i suoi a «seminare il terrore [...] Dobbiamo creare un'impressione di dominio, eliminando senza scrupoli né esitazioni tutti coloro che non la pensano come noi»[86].

Per contro in territorio repubblicano si levarono più voci per impedire la violenza vendicatrice; Prieto scrisse su El Socialistas che «Per quanto terribili possano essere le terribili e tragiche notizie di ciò che è accaduto e accade nel territorio dominato dai nostri nemici [...] non imitate questa condotta, ve ne prego, vi supplico! [...] Superateli con la vostra condotta morale; superateli con la vostra generosità!». A Prieto si unirono più riprese Azaña, Martinez Barrio altri, ma il desiderio di vendetta per i soprusi passati e la rabbia per le crudeltà dei nazionalisti fu più forte del buonsenso, e nell'estate del 1936 le violenze repubblicane si abbatterono sui nazionalisti[88]. Molti in sorti catturati dopo il golpe furono sommariamente passati per le armi, spesso per iniziativa delle cosiddette checas (nome ispanizzato della prima polizia politica sovietica "Čeka"), molti prigionieri furono presi dalle carceri e abbattuti successivamente per rappresaglia a bombardamenti e uccisioni della controparte, in una spirale di terrore che si autoalimentava. Alla notizia della strage compiuta da Yagüe a Bajadoz, dove i circa 2 000 difensori della città furono falciati a colpi di mitragliatrice dopo essere stati radunati nella plaza de toros, i repubblicani radunarono i 30 detenuti nazionalisti nel carcere Modello di Madrid e li fucilarono per rappresaglia. Ma bastava anche solo un sospetto o una falsa notizia a far scatenare la reazione vendicatrice, come ad esempio la notizia (poi rivelatasi falsa) che a Igualada il leader del Partido Obrero de Unificación Marxista (POUM) Joaquín Maurín fosse stato fucilato dai nazionalisti. La notizia provocò il massacro di 18 detenuti del carcere di Madrid[89]. Da Alicante a San Sebastián, da Cartagena a Jaén, e in tanti paesi della costa mediterranea particolarmente bersagliati dall'aviazione italo-spagnola[90], si ripeté questo sanguinario «rito retributivo», come a Santander dove nel dicembre 1936 la folla furibonda per le morti provocate da un bombardamento aereo, assalì la nave-prigione uccidendo 156 detenuti. A volte poi ai bombardamenti si rispondeva con altri bombardamenti, come a Saragozza, Siviglia, Burgos e Salamanca, dato che la logica della guerra totale dominava ormai le menti anche degli uomini più lucidi[91].

Ma furono gli attacchi al clero da parte dei repubblicani a provocare la più vasta reazione all'estero, dove il secolare dominio della Chiesa spagnola sulla popolazione era poco o per nulla compreso. La Spagna era percepita come profondamente cattolica, e gli eccessi che la rabbia anticlericale scatenò nei giorni successivi al golpe furono recepiti con sgomento dall'opinione pubblica. A questo contribuì non poco la propaganda nazionalista[92] e il fatto che la maggioranza dei corrispondenti stranieri, accettati solo nella zona repubblicana, riferissero notizie basandosi solo a quello che vedevano nella zona repubblicana, senza controllarne la veridicità o senza comprenderne i prodromi. Solo il bombardamento di Guernica dell'aprile 1937 cambiò a favore della Repubblica l'opinione pubblica mondiale, ma fino a quel momento in pochi compresero che la rabbia anticlericale nasceva da secoli di oppressione[93]. I nazionalisti denunciarono l'eliminazione di 20 000 ecclesiastici; in seguito abbassarono questa cifra a 7 937, ma anche questa era in eccesso di oltre un migliaio. Le cifre accettate dagli storici assommano un totale di 13 vescovi, circa 4 100 sacerdoti, circa 2 300 appartenenti ad altri ordini e 283 suore, nella stragrande maggioranza uccisi nell'estate del 1936. Fu un massacro tremendo, ma in seguito elementi cattolici progressisti dichiararono che non fu peggiore dell'uccisione di elementi di sinistra da parte dei nazionalisti nel nome di Dio. La Chiesa condannò duramente le violenze repubblicane, ma non disse niente quando i nazionalisti fucilarono 16 vescovi baschi e l'arciprete di Mondragón, o quando uccisero una ventina di ministri protestanti. L'uccisione dei religiosi fu tutt'altro che generalizzata; nei Paesi Baschi la Chiesa rimase indenne[94] mentre nelle zone rurali - dove braccianti e anarchici imputavano alla Chiesa secoli di ingiustizie e dispotismo - la repressione anticlericale fu violenta e radicale, e subì la denuncia delle stesse autorità repubblicane che volevano dare termine a questi eccidi[95]. Il ministro senza portafoglio Manuel Irujo nel gennaio 1937 propose il ripristino in pubblico del culto cattolico (in privato - a rigor di legge - il culto non fu mai proibito), e pubblicò un memorandum di denuncia contro le violenze anticlericali, ma ciò non consentì al governo repubblicano di riguadagnare i cattolici alla sua causa, che anzi, si schierarono ancor più convintamente a fianco dei nazionalisti[96]. Tutto ciò diede ai nazionalisti un forte elemento di mobilitazione della loro guerra e un potente appoggio, senza riserve, da parte della Chiesa cattolica spagnola e internazionale, nonché della Santa Sede (lo stesso Papa Pio XI dichiarò apertamente il suo appoggio alla causa nazionalista fin dal settembre 1936 e riconobbe ), e benché l'alzamiento inizialmente non avesse ispirazione religiosa, Franco non esitò a impugnare lo scudo sotto il quale proteggere «la Chiesa e la sua santa religione», facendosi al tempo stesso banditore dell'idea della cruzada[97].

Alcuni cattolici comunque - pur inorridendo contro la persecuzione anticlericale nei territori della Repubblica - si rifiutarono di chiudere gli occhi di fronte al «terrore bianco» della zona franchista. Il filosofo francese Jacques Maritain denunciò con forza le stragi compiute dalle forze nazionaliste, dove «Uomini d'ordine, invocando la religione e la patria, hanno dato occasione ai vecchi rancori islamici[98] di vendicarsi sul sangue spagnolo», mentre tra i cattolici antifascisti italiani don Luigi Sturzo scrisse: «Non so se mi facciano più orrore i massacri fatti dai difensori della fede e che inalberano le insegne religiose, che non quelli fatti da una plebe incitata e piena d'odio che non sa quello che fa e merita perciò la preghiera di Gesù per i suoi crocifisso». Queste voci non riuscirono smuovere le coscienze perché impercettibili di fronte alla voce tonante della Chiesa cattolica[99].

Nelle zone che di volta in volta cadevano sotto il controllo nazionalista, la repressione selvaggia si trasformò rapidamente in una repressione metodica e pianificata dai comandi e poi dal governo. Quando le truppe regolari si allontanavano da una località appena occupata, i falangisti (che divennero il braccio armato con il compito di occuparsi della «pulizia politica») arrestavano e fucilavano sistematicamente migliaia di funzionari della Repubblica, dirigenti sindacali, politici di centro-sinistra, intellettuali, insegnanti, medici e chiunque fosse sospettato di essere un «rosso», un elettore della Repubblica o un massone, senza andare per il sottile. A Huesca, per esempio, furono fucilate 100 persone accusate di massoneria, quando la loggia cittadina contava appena 12 iscritti[100]. Il terrore fu un'arma fondamentale nella conquista del potere da parte dei nazionalisti, Franco stesso aveva imparato in Africa a inculcare la fedeltà attraverso la paura, e quando si trovò a coordinare le operazioni militari di tutte le forze nazionaliste, diede molta importanza nell'eliminazione fisica di ogni militante di sinistra o presunto tale. D'altronde l'esasperante lentezza con cui condusse la guerra, oltre a nascondere l'assenza di obiettivi politici, servì anche al suo intento di sradicare dalla Spagna il socialismo, il comunismo, l'anarchia, la democrazia liberale e la massoneria, e per fare ciò aveva bisogno di tempo per eliminare i suoi nemici uno ad uno[101].

Le colonne di truppe nazionaliste, soprattutto quelle trasportate dall'Africa che iniziarono a marciare su Madrid, si macchiarono di orrendi crimini durante la loro avanzata, e l'alone di terrore che circondava i marocchini e i legionarios fu una delle armi più potenti che i nazionalisti ebbero a loro disposizione durante la marcia verso la capitale. Siviglia, Granada, Toledo, Bajadoz, Talavera de la Reina, furono alcune delle città dove la violenza nazionalista si abbatté sulla popolazione in modo implacabile, tanto che la condotta della campagna di avvicinamento a Madrid fu paragonata alla furia española della fanteria di Filippo II nel XVI secolo, che soffocò nel sangue la rivolta olandese. Nella provincia di Bajadoz furono abbattute circa 12 000 persone, a Toledo - dopo la liberazione dell'Alcazar - 200 miliziani ricoverati in ospedale vennero uccisi con bombe a mano e baionetta, a Cordoba durante la guerra si stima che furono fucilate 10 000 persone, a Siviglia furono fucilate oltre 8 000 persone, a Huelva 2 000, nella Navarra circa 3 000, a Granada si palesò poi l'atteggiamento di odio e disprezzo dei nazionalisti nei confronti degli intellettuali: vennero assassinati cinque professori universitari e il poeta Federico García Lorca. Il poeta non apparteneva ad alcun partito politico, ma le sue idee lo avevano portato a simpatizzare per tutti coloro che la società civile emarginava ed era animato da ideali antifascisti, per questo venne ucciso in quanto un semplice rappresentante di idee progressiste e perché - come testimoniò il suo uccisore - «era omosessuale»[102][103][N 1] Stupri, saccheggi e fucilazioni sommarie accompagnavano poi la risalita dell'Armata d'Africa: un giornalista statunitense raccontò di quando a Navalcarnero due giovani ragazze furono prese e consegnate alle truppe marocchine dal loro comandante, il maggiore Mohammed Mizzian, e questi disse con calma che non sarebbero sopravvissute più di quattro ore. Il maggiore divenne in seguito tenente generale dell'esercito di Franco e i regulares furono fatti «cristiani onorari» dai nazionalisti[102].

I nazionalisti giustificavano la loro brutalità come rappresaglia al «terrore rosso», ma in realtà le stragi dei nazionalisti superarono di moltissimo quelle degli avversari, nel paesino di Lora del Río, per esempio, la cui unica vittima dei braccianti fu il cacique locale, vennero fucilate per rappresaglia 300 persone[104][105]. A Malaga, i nazionalisti accusarono i repubblicani di aver ucciso 1 005 persone, ma nel 1944 il console britannico riferì a Londra che tra il febbraio 1937 e l'agosto di quell'anno, nella città furono giustiziate secondo fonti nazionaliste ben 16 952 persone, cifra che non considerava le uccisioni sommarie avvenute durante la conquista della città da parte dei franchisti. Qualunque sia quindi la cifra esatta, risulta chiaro che le rappresaglie nazionaliste non erano solo una questione di vendetta, ma erano motivate dall'idea di istituire un regno del terrore, soprattutto nelle zone in cui la destra era stata numericamente inferiore durante il periodo di governo repubblicano[106] Le stragi nazionaliste raggiunsero il loro apice in settembre e continuarono per lungo tempo, anche dopo la fine della guerra: negli anni '90 alcune ricerche condotte in appena metà della Spagna hanno accertato un totale di circa 80 000 vittime dei nazionalisti, e tenendo conto delle morti non registrate e delle provincie spagnole ancora in fase di studio, gli storici sono concordi nel considerare attendibile la cifra di 200 000 persone uccise dalla repressione franchista[107].

Il ruolo delle altre potenzeModifica

A circa una settimana dall'insurrezione i nazionalisti si trovavano nell'impellente necessità di trasferire l'armata di Franco in Spagna, e con lo Stretto di Gibilterra controllato dai repubblicani, Franco si rivolse direttamente ai due regimi di estrema destra europei. Il 19 luglio Luís Bolín partì in aereo per Roma a richiedere l'aiuto di Mussolini, mentre a Tangeri Franco convinse il console italiano Pier Filippo de Rossi de Lion e l'addetto militare italiano, maggiore Giuseppe Luccardi, ad appoggiarloe[108] Inizialmente Benito Mussolini si rivelò refrattario ad un intervento italiano in Spagna, a causa delle voci di un coinvolgimento francese nella guerra civile, ma col prosieguo dei giorni e grazie alle lusinghe di Franco - che prometteva peraltro un rapido successo e la sudditanza politica futura - la posizione del duce iniziò a pendere per l'intervento diretto. Il neo-Ministro degli Esteri Galeazzo Ciano si disse fin da subito favorevole ad appoggiare i nazionalisti, in quando un intervento poteva costituire un mezzo per spingere la Germania a collaborare con il governo fascista, e dare inizio dunque ad un percorso che avrebbe portato ad un'alleanza fra le due dittature. Tuttavia i rapporti del Servizio di Informazioni Militari italiano che provenivano da Parigi davano il governo di León Blum sempre meno propenso ad intervenire in Spagna, e ciò unito alla prospettiva di ampliare l'influenza italiana nel Mediterraneo spinsero Mussolini ad aiutare Franco, così nella notte tra il 27 e 28 luglio il duce diede disposizioni affinché i primi dodici bombardieri Savoia-Marchetti S.M.81 fossero inviati nel Marocco francese con una missione segreta. Il forte vento fece precipitare due dei dodici aerei, uno in mare e uno in territorio del Marocco francese, e a quel punto, nonostante Ciano negasse con forza l'evidenza, il coinvolgimento italiano divenne di dominio pubblico[109][110].

Con una procedura analoga Franco avviò i contatti con la Germania attraverso due uomini d'affari tedeschi che dirigevano in Marocco la Ausland Organisation, l'organizzazione nazista per l'estero, e il 22 luglio Franco poté contattare direttamente Adolf Hitler, il quale decise di lanciare l'operazione Feuerzauber ("incantesimo di fuoco"). L'aiuto tedesco si rivelò più discreto di quello italiano, e la Germania si limitò all'invio di circa 6 500 uomini, fondamentalmente tutti incorporati nell'unità aerea soprannominata «Legione Condor» e in qualche compagnia di blindati. Per Hitler la questione spafgnola costituiva sicuramente un buon mezzo per assicurare la solidarietà con l'Italia e con una futura dittatura fascista in Spagna, e allo stesso tempo stornare verso il Mediterraneo occidentale le ambizioni del duce che presumibilmente avrebbe allentato le sue ambizioni nell'area danubiana[111]. D'altronde se a Hitler interessava la Spagna per ragioni strategiche (l'apertura di un secondo fronte in prospettiva di un conflitto con la Francia) ed economiche (Franco promise concessioni minerarie al Reich), il Führer non sembrava aver fretta di risolvere la questione spagnola; un conflitto lungo avrebbe impegnato l'Italia e nel mentre la Germania avrebbe avuto tutto il tempo per preparare il colpo di forza previsto in Austria. Mussolini al contrario era indirizzato ad un coinvolgimento massiccio in Spagna, in quanto preoccupato che una vittoria della Repubblica avrebbe potuto creare un asse Parigi-Madrid esplicitamente antifascista che avrebbe potuto contenere le mire espansionistiche dell'Italia. Inoltre Mussolini vide nella guerra di Spagna l'occasione - come fu per la guerra d'Etiopia - di «temprare l'anima degli italiani», sperimentare nuove armi e tattiche e allo stesso tempo aumentare il suo prestigio[112]. A livello ideologico l'Italia utilizzò il «pericolo bolscevico» e brandì lo stendardo della «crociata», cosa che gli riservò l'appoggio del clero italiano e della maggioranza dei cattolici ma non convinse l'opinione pubblica[113], mentre lo stesso appellativo di "Corpo Truppe Volontarie" (CTV) dato alle forze inviate in Spagna - secondo lo storico Pierre Milza - non deve illudere: la maggior parte dei 70 000 uomini inviati in Spagna non furono affatto volontari[114][115].

L'intervento di Mussolini e Hitler trasformò un colpo di stato che stentava a decollare in una guerra civile lunga e sanguinosa. In pochi giorni trenta bombardieri Junkers Ju 52 raggiunsero i bombardieri italiani in Marocco, consentendo a Franco di dare inizio al primo ponte aereo della storia, e bastò la sola notizia che la temibile Armata d'Africa aveva cominciato a sbarcare in Spagna per diffondere la paura in tutta la zona repubblicana. Nella prima settimana di agosto il ponte aereo tra il Marocco e Siviglia entrò a pieno régime, e in dieci giorni furono trasportati 15 000 uomini, mentre dal 7 agosto grazie alla copertura aerea italiana[116], Franco iniziò a far sbarcare uomini in Spagna attraverso un piccolo varco aperto nello sbarramento navale. Una settimana dopo i ribelli iniziarono a ricevere in modo regolare armi e munizioni da Italia e Germania[117].

In Francia l'iniziale sostegno del Primo Ministro socialista Léon Blum, sostenuto dal suo ministro dell'Aeronautica il radicale Pierre Cot, portò a vendere ai repubblicani un piccola aliquota di caccia e bombardieri, ma la notizia fu resa pubblica dai diplomatici dell'ambasciata spagnola a Parigi che si erano dimessi per il loro sostegno alla causa nazionalista. Ciò creò una spaccatura nell'opinione pubblica francese che accese le proteste della stampa di destra, che accusò violentemente il governo di Blum di volere una guerra con la Germania, tanto che anche un moderato come lo scrittore cattolico François Mauriac minacciò il governo dalle pagine di Le Figaro con una lettera che concludeva «Fate attenzione, noi non vi perdoneremmo mai questo crimine». Le divisioni del paese peraltro si rispecchiavano nel governo: il futuro eroe della Resistenza francese Jean Moulin, allora capo del gabinetto di Cot, premette per inviare altri aerei alla Repubblica, mentre il segretario generale del ministero degli Esteri Alexis Léger ne sabotava l'attuazione. La stessa ala socialista era divisa tra interventismo e prudenza, così Blum, sotto la pressione dello stesso Presidente della Repubblica Albert Lebrun alla fine desistette dai suoi propositi. Alla necessità di impedire la nascita di un nuovo stato fascista ostile alla Francia sul confine meridionale, l'opposizione replicava che proprio una stretta neutralità avrebbe garantito a chiunque avesse vinto in Spagna non le sarebbe poi stato nemico, così il 25 luglio il governo francese adottò ufficialmente la decisione di non inviare alcun aiuto militare al governo spagnolo (non si andò oltre all'invio semiclandestino di 13 caccia e 6 bombardieri privi di armamento)[118]. La Francia peraltro in quel periodo si trovava in uno stato di estrema debolezza alla quale poteva ovviare solo tenendo ben saldi i legami con l'altro attore principale della politica europea, la Gran Bretagna, tant'è vero che la decisione del 25 luglio fu preceduta da un viaggio a Londra di Blum e Yvon Delbos in cui essi erano stati sconsigliati dai governanti inglesi dal fornire armi alla Repubblica, pena il dover affrontare da soli le conseguenze[119]. Così il governo di Blum stretto fra due fuochi - l'opposizione della destra che minacciava di il governo di usare la forza e l'intransigenza britannica - optò per la linea del non-intervento, alla quale contribuì non poco la paura di una guerra civile in Francia causata dall'insurrezione delle forze reazionarie francesi[120].

Londra dal canto suo era fermamente decisa ad evitare una globalizzazione del conflitto, anche se il governo britannico guardava alla Spagna in un più ampio contesto di politica estera, in cui erano in gioco interessi e problemi più complessi. Oltre a voler evitare il rischio di una conflagrazione europea, la politica di appeasement mirava anche a stornare le pretese tedesche verso est, difatti la disponibilità britannica a sacrificare Austria e Cecoslovacchia, e i tentativi prima di Stanley Baldwin e poi di Neville Chamberlain di trovare una scappatoia dall'accordo che vincolava la Gran Bretagna alla difesa della Polonia non furono altro che una logica conseguenza della politica adottata dal Foreign Office a partire dal 1935, quando Londra aveva cominciato a fingere di non vedere il riarmo tedesco[121]. La Gran Bretagna aveva inoltre forti interessi commerciali con la Spagna, con notevoli investimenti nel settore minerario, nel settore tessile e nella produzione di sherry, olio di oliva e sughero, e il mondo finanziario britannico simpatizzava apertamente con i nazionalisti e gli agrari spagnoli, i quali avrebbero garantito un mantenimento dello status quo, messo invece a rischio dalla volontà dei socialisti spagnoli di collettivizzare le terre a favore dei bracciati. C'erano poi ragioni ideologiche e culturali che fecero propendere alcuni ministri inglesi a considerare con occhio benevolo l'ascesa dei nazionalisti - come accadde prima con l'ascesa di Mussolini e Hitler - in ottica anticomunista e anti-rivoluzionaria. Tutti questi fattori, sommati alla volontà di evitare la guerra a ogni costo, non poterono far altro che indirizzare i governanti britannici verso il non-intervento, e Londra non fornì alcun aiuto alla Repubblica, quasi che non ci fosse alcuna differenza tra il governo legittimo e i generali sediziosi[122].

Anche gli Stati Uniti di Franklin Delano Roosevelt si adeguarono rapidamente alla linea del non-intervento. Impegnati a contenere gli effetti della crisi del '29 e con interessi economici in Spagna insignificanti, a prendere in mano l'opinione pubblica furono i grossi media legati alla destra cattolica, che si schierarono con i ribelli. Roosevelt si inchinò alla lobby della destra cattolica che paventava il pericolo comunista, e il 7 agosto il segretario di Stato William Philips annunciò che gli USA si sarebbero «scrupolosamente astenuti da qualsiasi ingerenza nella sfortunata situazione spagnola», e pochi giorni dopo usò per la prima volta la formula dello «embargo morale» sulla vendita di armi alla Repubblica, definendolo un mezzo per conservare la pace mondiale. Il periodico liberale The Nation protestò che un simile gesto equivaleva a una presa di posizione a sfavore della Repubblica, mentre i nazionalisti erano foraggiati da Germania e Italia[123]. Una cosa è certa, l'embargo statunitense penalizzò molto più la Repubblica che i nazionalisti: il presidente filonazista della Texaco, Thorkild Rieber fornì a credito sei milioni di dollari di petrolio ai nazionalisti, mentre alla Glenn L. Martin Company di Baltimora non fu permesso di inviare di alla Repubblica alcune parti di ricambio ordinate mesi prima. L'ambasciatore della Casa Bianca in Spagna, Claude Bowers, fu uno dei pochi a spendersi a favore della Repubblica, inviando una notevole serie di missive a Roosevelt chiedendo un cambio di atteggiamento, senza però riuscire a persuaderlo. Solo nel 1939, quando Bowers tornò a Washington, Roosevelt gli confessò: «Abbiamo commesso uno sbaglio; lei aveva visto giusto fin dal principio», mentre un eminente diplomatico statunitense Summer Welles, ebbe a dire anni dopo: «Di tutte le nostre scelte politiche ciecamente isolazioniste, la più disastrosa fu l'atteggiamento che tenemmo verso la guerra civile spagnola»[124].

La posizione più complessa e sofisticata però, fu indubbiamente quella dell'Unione Sovietica. La linea di condotta del Comintern aveva già accantonato da tempo l'obiettivo di diffondere la rivoluzione, e ora si impegnava a favorire e migliorare i rapporti con gli stati borghesi dell'Occidente. L'ascesa del fascismo in Italia e del nazismo in Germania convinsero Iosif Stalin che occorreva allearsi con le democrazie capitaliste, vale a dire Francia e Gran Bretagna, così dopo aver riallacciato i rapporti con la Spagna nel 1933, il 2 maggio 1935 venne siglato un patto di mutua assistenza con la Francia, e poco dopo la firma del patto si svolse a Mosca il VII Congresso del Comintern, dove viene formulata una strategia che salvaguardasse l'Unione Sovietica da attacchi esterni anche grazie ad una politica comune dei partiti comunisti europei[125]. Questa linea di condotta fu dettata principalmente dai disegni aggressivi di Hitler sui territori sovietici, per cui Stalin non solo desiderava stringere alleanze con Francia e Gran Bretagna, ma si premurò anche di non compiere alcun gesto che potesse irritare Hitler. Per questo motivo fu inizialmente molto restio ad un intervento in Spagna. Stalin si dibatteva dunque su un dilemma; da una parte non poteva stare a guardare mentre la Repubblica veniva affondata da un nuovo regime filo-fascista che avrebbe forse favorito l'estrema destra della confinante Francia e messo a repentaglio il patto franco-sovietico, mentre dall'altra parte una Repubblica vittoriosa, che avrebbe potuto farsi tentare da una rivoluzione di sinistra, avrebbe indispettito le democrazie capitaliste impaurite da ogni sussulto anche lontanamente rivoluzionario, sospingendole quindi ad avvicinarsi ai due stati fascisti. In sostanza Stalin aveva bisogno che la Repubblica non fosse sconfitta ma che la sinistra rivoluzionaria non riportasse una vittoria netta[126]. La posizione di Stalin iniziò a cambiare quando ricevette la notizia dei bombardieri italiani precipitati mentre facevano rotta verso il Marocco spagnolo. Questo scatenò grosse manifestazioni in URSS e sottoscrizioni in denaro a favore della Repubblica, ma il leader sovietico iniziò a inviare aiuti alla Spagna repubblicana solo quando fu certo che la linea del non-intervento che ne frattempo avevano sottoscritto anche Germania e Italia, non fosse altro che un paravento utilizzato dai due paesi fascisti per nascondere i loro aiuti ai nazionalisti[127].

«Il non-intervento fu la suprema farsa del nostro tempo»

(Jawaharlal Nehru [128])

La politica del non-intervento, che di fatto mise la Repubblica in netto svantaggio, e confermò il carattere anti-rivoluzionario della diplomazia internazionale, venne sancita ufficialmente nell'agosto 1936 su iniziativa francese, e vi aderirono ventisette nazioni, ma i suoi effetti furono del tutto insignificanti: gli interventi di Italia e Germania proseguirono come se nulla fosse, e successivamente anche quelli dell'URSS. La Commissione per il non-intervento istituita a Londra il 9 settembre fu poco più che una finzione, una finzione che però ostacolò moltissimo la Repubblica favorì i ribelli, e mentre l'Unione Sovietica ne accettò inizialmente le clausole per mantenere relazioni cordiali con l'Occidente, i due paesi dell'Asse le irrisero apertamente, anzi, era un paravento così utile per la loro causa che ne difesero l'esistenza. Nonostante le iniziali denunce di Stalin, il governo britannico e il conservatore Lord Plymouth - presidente della Commissione - furono molto accondiscendenti con i paesi fascisti e ostili nei confronti dell'Unione Sovietica, così alla fine l'Unione Sovietica si decise ad intervenire[129][130]. Gli aiuti dell'Unione Sovietica risposero dunque ad una serie di esigenze, ma non furono del tutto disinteressati, soprattutto furono più che garantiti dal deposito aureo del Banco de España, che venne quasi interamente trasferito in URSS, fatto che se da una parte diede un'argomentazione propagandistica per i nazionalisti,dall'altra era una vera e propria necessità dato che la Repubblica non aveva altra alternativa per procurarsi gli armamenti necessari per sopravvivere[131]. La prima nave sovietica carica di armi - il Komsomol - attraccò a Cartagena il 15 ottobre 1936, mentre Italia e Germania era da almeno due mesi e mezzo che inviavano sistematicamente materiale bellico ai ribelli. Ma Stalin decise di inviare alla Repubblica solo gli aiuti necessari per tenerla in vita il più a lungo possibile e nel frattempo tenere impegnato Hitler, difatti le armi che arrivavano erano soggette a due limitazioni: la prima fu che i proletari spagnoli le utilizzassero senza varcare i limiti accettabili imposti dagli statisti anglo-francesi (cioè che non si andasse oltre alle azioni di guerra convenzionale), la seconda fu che a usufruirne sarebbero state solo le milizie legate al PCE, cosa che nel prosieguo della guerra si rivelò una decisione deleteria e piena di contraddizioni[132].

Le brigate internazionali e gli intellettualiModifica

 
Miliziani del gruppo di antifascisti tedeschi "Thaelmann", in una foto del 1936 di Mikhail Koltsov

«Nel luglio 1936, ero a Parigi. Non amo la guerra; ma ciò che mi ha sempre fatto orrore nella guerra, è la situazione di quelli che si trovano nelle retrovie. Quando ho capito che, malgrado i miei sforzi, non potevo fare a meno di partecipare moralmente a questa guerra, cioè di augurarmi ogni giorno, ogni momento, la vittoria degli uni, la sconfitta degli altri, mi sono detta che Parigi per me era le retrovie, e ho preso il treno per Barcellona con l'intenzione di arruolarmi. Era l'inizio dell'agosto 1936.»

(Simone Weil, Lettera a Georges Bernanos, 1938[133].)

La politica del non-intervento confermò sia nei fascisti che negli anti-fascisti il disprezzo per i non-interventisti. Inoltre accrebbe enormemente il prestigio dell'Unione Sovietica, la sola potenza accorsa in aiuto al legittimo governo spagnolo, nonché il prestigio dei comunisti dentro e fuori la Spagna, non solo perché essi organizzarono la resistenza delle forze repubblicane, ma anche perché organizzarono l'aiuto internazionalista di migliaia e migliaia di volontari che decisero di sposare la causa repubblicana[134]. Ancor prima che il Comintern cominciasse ad organizzare le Brigate internazionali, e ancor prima che le Colonne di volontari facessero la loro comparsa al fronte, un certo numero di volontari combatteva già per la Repubblica, tra i quali alcuni degli atleti che il 19 luglio avrebbero dovuto dare inizio all'Olimpiade Popolare a Barcellona ma che alla notizia del colpo di stato rimasero a combattere a fianco della Repubblica. Alla fine oltre 40 000 volontari provenienti da più di cinquanta nazioni andarono a combattere per la causa repubblicana, in un conflitto che ai contemporanei parve il fronte centrale di una battaglia ideologica contro l'avanzata del fascismo in Europa e forse nel Mondo. La guerra di Spagna forgiò in anticipo quello schieramento di forze che, pochi mesi dopo la vittoria di Franco, si sarebbe riproposto su scala globale[135].

La guerra civile spagnola assunse così una dimensione simbolica decisiva che tracciò nuove frontiere e ridefinì le posizioni in campo intellettuale. Da una parte il triangolo tra liberismo, comunismo e fascismo che si era profilato alla fine della Grande Guerra, con i diversi sistemi di alleanze che ne derivarono e la possibilità, da parte di larga parte degli intellighenzia, di ritirarsi in una comoda posizione di osservatrice, si ridusse ora in uno scontro tra fascismo e antifascismo che polarizzò il campo intellettuale[136]. Romanzieri e poeti indossarono sia l'uniforme repubblicana che - limitatamente - franchista: Henri Massis e Paul Claudel scrissero odi alla gloria di Franco, con Massis che vide la «rinconquista» della Spagna contro i «rossi» una «febbre creatrice che si mescola al sangue e della morte», aderendo alla retorica della crociata contro il marxismo; mentre gli scrittori falangisti Ramiro Ledesma e García Serrano scoprirono il mito jüngeriano della morte in combattimento. I poeti repubblicani risposero a questa estetica della morte con la politicizzazione della loro arte e l'inevitabilità della lotta, con le poesie Spagna di Wystan Hugh Auden e Spiego alcune cose di Pablo Neruda che elevavano la violenza antifascista come violenza necessaria per contrastare il fascismo[137].

 
Miliziane repubblicane durante un'esercitazione, fotografate da Gerda Taro nel 1936.

Ma fu la difesa della Repubblica a identificarsi con quella della cultura europea, e numerosi furono gli scrittori egli artisti che si arruolarono nelle Brigate internazionali o si recarono in Spagna per sostenere la Repubblica[138]. Lo scrittore George Orwell che decise di arruolarsi nella milizia del POUM, Ernest Hemingway, Simone Weil, sostennero attivamente la causa repubblicana, come fecero il poeta cubano Nicolás Guillén o il messicano Octavio Paz futuro Premio Nobel. Si recarono in Spagna gli scrittori russi Il'ja Ėrenburg e Michajl Kol'cov, lo scrittore tedesco Ludwig Renn (che divenne comandante del battaglione Thaelmann), mentre soprattutto in area anglosassone, dove peraltro i partiti comunisti avevano poca presa, una lunga lista di intellettuali si schierò idealmente con la Repubblica: da Bertolt Brecht a Samuel Beckett, passando per Virginia Woolf, Pearl S. Buck, Aldous Huxley (il quale si sentiva particolarmente vicino agli anarchici), Sinclair Lewis, John Steinbeck, Erskine Caldwell, Theodore Dreiser, Julian Bell, John Cornford e molti altri. Anche in Francia un numero preponderante di artisti si schierò per la Repubblica, dai capifila del movimento surrealista Louis Aragon e André Breton che si schierarono su posizione filo-anarchiche, ai più moderati Antoine de Saint-Exupéry e Jean Giraudoux, ai giovani Paul Nizan e Jean-Paul Sartre.

Ma per molti intellettuali il solo fatto che Hitler e Mussolini si fossero schierati con i nazionalisti bastava per determinare la scelta di campo, tra i quali ricordiamo Albert Einstein, Thomas Mann e Rabindranath Tagore[139].

 
Joris Ivens (a sinistra) e Ernest Hemingway (in centro) con Ludwig Renn durante la Guerra civile spagnola.

In campo spagnolo la scelta della maggioranza dei grandi scrittori e pensatori non fu netta e decisa, quanto piuttosto dettata dalle circostanze che dalle intime convinzioni. Spesso chi si trovò nei territori dei nazionalisti fu spinto ad aderire alla causa franchista per non passare guai, mentre da parte repubblicana molti intellettuali che all'inizio "portarono sulle spalle" la Repubblica, con il prosieguo della guerra civile la abbandonarono; uno fra tutti il filosofo Miguel de Unamuno che a seguito del golpe si distanziò dalla Repubblica a causa della violenza con cui nelle prime settimane venivano eliminati gli oppositori. Non si può comunque negare che la maggior parte della cultura spagnola scelse la Repubblica: Max Aub. Ramón Sender, Pablo Picasso, Joan Miró, Luis Buñuel e María Zambrano solo per citarne alcuni, mentre dall'altra parte, a fianco a personalità mediocri come José María Pemán - la futura colonna portante della cultura franchista - si affiancarono poeti e scrittori come Manuel Machado, Eugeni d'Ors, Gómez de la Serra e, tiepidamente, il pittore Salvador Dalí[140].

La guerra civile dunque divenne uno scontro che non apparteneva più solo alla Spagna, l'intervento di Hitler e Mussolini a sostegno di Franco l'avevano trasformata anche, e soprattutto, in uno contro internazionale tra fascismo e antifascismo. Gli intellettuali che si schierarono con la Repubblica capirono che la posta in gioco della guerra non era solo la sua sopravvivenza, ma i valori di libertà e democrazia che la trascendevano. Un valore simbolico dunque, rappresentato dal poeta Stephen Spender quando su Left Review scrisse: «[...] se Franco vince, il principio della democrazia avrà ricevuto un duro colpo». In prima fila in quella battaglia per la democrazia vi si posizionarono i comunisti, che in breve tempo furono gli unici in grado di organizzare le Brigate internazionali in cui molti intellettuali combatterono, tanto che reparti come il 5º Reggimento adottarono distintivi molto simili a quelli dell'Armata Rossa e venne adottata la figura del commissario politico che affiancava i comandanti[141]. Il loro stato maggiore fu integralmente comunista, dal comandante André Marty al commissario generale Luigi Longo ("Gallo"), ai comandanti e commissari delle singole brigate; lo stesso battaglione italiano, che essendo emanazione di una lunga opposizione al fascismo, fu proprio quello con la maggior presenza di antifascisti non-comunisti e fu comandato fino al marzo 1937 dal repubblicano Randolfo Pacciardi, ma con due commissari comunisti, Antonio Roasio e Ilio Barontini[142]. Inoltre gran parte dei quadri che svolsero diversi incarichi militari e organizzativi nelle Brigate erano "rivoluzionari di professione" di ogni nazionalità che venivano direttamente o indirettamente da Mosca, come il tedesco Franz Dahlem (per sei mesi sostituto di Marty), lo statunitense Robert Merriman, comandante del Battaglione "Lincoln", o l'ex-deputato italiano Guido Picelli, caduto nel gennaio 1937. E molti dei comandanti delle Brigate, nel dopoguerra divennero protagonisti dei governi comunisti e filo-comunisti nell'Est Europa, come i tedeschi Walter Ulbricht e Friedrich Dichel, il ceco Klement Gottwald, l'albanese Enver Hoxha, lo jugoslavo Josip Broz ("Tito") e altri[143]. Nonostante la capacità dei comunisti di monopolizzare o quasi la lotta, l'antifascismo fu il vero comun denominatore politico delle Brigate internazionali, nei reparti comunisti come in quelli che gravitavano attorno agli anarchici; ma la figura più rappresentativa dei volontari stranieri della prima ora fu certamente Carlo Rosselli, leader del movimento Giustizia e Libertà e fondatore della Colonna Italiana - che fu protagonista dei primi scontri in cui furono protagonisti i volontari stranieri - e che divenne subito celebre per la sua frase «oggi in Spagna domani in Italia», a conferma della volontà degli antifascisti di combattere il fascismo in ogni luogo fosse necessario[144].

Con Albacete come centro decisionale e di addestramento delle Brigate internazionali in Spagna, il centro principale per il loro arruolamento divenne Parigi, dove il Partito Comunista Francese e italiano si occupavano dell'organizzazione e della logistica delle Brigate, dato che le dittature fasciste o filo-fasciste occupavano l'Europa centrale rendendo difficoltoso per gli antifascisti dell'Europa dell'Est trasferirsi in Spagna. Polacchi in esilio dal loro regime militare assieme a ungheresi in fuga dal dittatore Miklós Horthy e romeni che volevano evitare la Guardia di Ferro giunsero a Parigi affrontando viaggi pericolosi e incerti, per poi imbarcarsi a Marsiglia verso Barcellona o Valencia, oppure marciare di notte attraverso i Pirenei via Perpignano[145]. Il comitato organizzativo delle Brigate internazionali il 26 ottobre si trasformò in un Consiglio militare che comprendeva Vidal Gayman ("Vidal"), Carlos Contreras e il generale Karol Świerczewski ("Walter"), con il generale Manfred Stern ("Kléber") in qualità di comandante militare, mentre numerosi comandanti e consiglieri militari dell'Armata Rossa furono fatti arrivare in Spagna per riferire al generale Kliment Efremovič Vorošilov l'andamento delle operazioni e la situazione politica all'interno delle Brigate[146].

Le operazioni militariModifica

Fu soltanto all'inizio di agosto che le rispettive zone diventarono chiare e i fronti riconoscibili. Solo a questo punto ci si rese conto che la Spagna si trovava di fronte ad una guerra civile anziché ad un colpo di stato contrastato con la forza, e l'insuccesso della Repubblica nel soccorre gli insorti fece in modo che il governo legittimo si trovasse coinvolto in un tipo di combattimenti a cui non era preparata, in cui per vincere erano necessarie qualità che in un primo tempo non possedeva[147]. I generali nazionalisti d'altronde avevano bisogno di rapide conquiste territoriali per convincere l'opinione pubblica interna ed estera, l'ineluttabilità della loro vittoria, e l'Armata d'Africa di Franco era l'arma più efficace a disposizione dei nazionalisti[148]. Il ponte aereo e il sistema di convogli organizzato da Franco furono la prima vittoria propagandistica a favore del generale spagnolo, che acquisì grande prestigio. Il 7 agosto Franco atterrò a Siviglia stabilendovi il proprio quartier generale, e iniziando a raccogliere attorno a sé il nucleo dello Stato Maggiore formato da uomini a lui fedeli, come Carlos Díaz Varela, il colonnello Martín Moreno, il generale Alfredo Kindelán e il generale Millán Astray, ma già dal giorno 3, Franco aveva dato ordine a tre colonne di soldati dell'Armata d'Africa di mettersi in marcia verso Madrid[149]. Al comando di tutte e tre le colonne Franco mise il fedele Yagüe Blanco, il quale, anche grazie alla copertura aerea fornita dagli S.M.81 e dagli Ju 52, non ebbe difficoltà ad impadronirsi di paesi e città in provincia di Siviglia, di Bajadoz, di Mérida, di El Real de la Jara, di Monesterio, Llerena, Zafra, Los Santos de Maimona uccidendo tutti i militanti, effettivi o presunti, del Fronte Popolare in cui si imbattevano e lasciandosi alle spalle una terribile scia di sangue. La fucilazione dei contadini-miliziani catturati venne beffardamente soprannominata «la riforma agraria». In poco più di una settimana le truppe di Franco avanzarono di duecento chilometri, e qualche giorno dopo entrarono in contatto con le forze di Mola provenienti da nord, unendo le due parti nazionaliste a nord e sud della Spagna.
L'alone di terrore che circondava l'avanzata dei regulares marocchini e dei legionarios fu una delle armi più potenti a disposizione dei nazionalisti in quel primo periodo di guerra; alla conquista di ogni grande città seguiva il massacro di prigionieri e la violenza sulle donne. Se le truppe di Franco ebbero inizialmente più successo di quelle di Mola, fu anche perché a ogni singola vittoria seguiva un bagno di sangue, oltre al fatto che le truppe africane erano meglio addestrate a combattere in campo aperto. Le milizie repubblicane combattevano disperatamente quando si trovavano a riparo di edifici o fra gli alberi, ma non erano in grado di manovrare quando si trovavano allo scoperto, e Franco seppe sfruttare questa superiorità iniziale, e progettava di conseguenza le operazioni assieme al suo stato maggiore[150].

Agosto-ottobre 1936: l'avanzata su Madrid e la campagna di GuipúzcoaModifica

L'11 agosto Franco scrisse a Mola una lettera in cui affermava che l'obiettivo primario per i nazionalisti era quello di occupare Madrid, insistendo comunque sul fatto che fosse necessario spezzare la resistenza nelle zone occupate, in particolar modo in Andalusia. Suggeriva pregare ciò di stringere d'assedio la capitale, e concludeva con un'affermazione che si rivelerà di grande peso nelle decisioni successive: «Non sapevo che [l'Alcázar] di Toledo fosse ancora difeso. L'avanzata delle nostre truppe alleggerirà la tensione su Toledo e ne procurerà la liberazione senza dover distogliere le nostre forze che potrebbero essere necessarie altrove». Al tempo in cui Franco scrisse la lettera, Mola - senza coglierle implicazioni che una decisione del genere avrebbe potuto avere - decise di non proseguire a sua volta nella ricercati aiuti stranieri, ora che Franco li aveva ottenuti, consegnando di fatto a lui il controllo dei rifornimenti italo-tedeschi. La cosa fece apparire Mola come il vicecomandante di Franco agli occhi di Hitler e Mussolini, i quali iniziarono a considerare Franco come il comandante unico dei nazionalisti, considerando inoltre che la pianificazione congiunta degli aiuti militari per gli italo-tedeschi richiedeva la presenza di un unico comandante supremo nazionalista con cui comunicare[151]. Il 14 agosto le forze di Yagüe Blanco, dopo aver preso Mérida, fecero una inversione di marcia verso Bajadoz, che venne conquistata al costo di gravi perdite, ma permise ai nazionalisti di collegare le zone nord e sud e di avere libero accesso alla frontiera con il Portogallo del dittatore António de Oliveira Salazar, loro grande alleato[152].

Mentre le truppe di Franco ripresero la loro marcia attraverso l'Estremadura e la Nuova Castiglia verso Madrid, a nord Mola decise di attaccare la provincia basca di Guipúzcoa per isolare i Paesi Baschi dalla Francia. Su Irún e San Sebastían si riversarono ogni giorno le bombe dell'aviazione italo-tedesche le cannonate della obsoleta flotta nazionalista, mentre i difensori repubblicani, male armati e male addestrati, nonostante il coraggio e il sacrificio, furono sopraffatti. Il 3 settembre cadde Irún e il 12 San Sebastián. Fu una vittoria chiave per i nazionalisti, Guipúzcoa era una ricca provincia agricola con industrie pesanti, mentre sul piano strategico adesso la zona repubblicana del nord risultava completamente isolata; le provincie di Vizcaya, Santander e delle Asturie erano ora potevano comunicare solo per via aerea e marittima[153]. Quello stesso 3 settembre oltre alla perdita di Irún a nord, lungo la via per Madrid le forze di Franco si impossessarono di Talavera de la Reina. Queste sconfitte militari fecero cadere il governo di José Giral, che venne quindi sostituito da un gabinetto più rappresentativo della base operaia della Repubblica, affidato al socialista Largo Caballero, che diede un nuovo impulso alla Repubblica che ora poteva contare su maggior chiarezza politica e un'autorità centrale che costituì il corollario per la successiva resistenza repubblicana. L'attenuazione dell'indecisione politica in campo repubblicano convinse gli alti gradi dell'esercito nazionalista dell'urgenza di unificare il comando, così Kindelán suggerì di riunire la Junta e i generali nazionalisti più anziani per risolvere la questione[154]. La riunione presieduta da Cabanellas si tenne il 21 settembre nei pressi di Salamanca, giorno in cui le truppe dell'Armata d'Africa entrarono a Maqueda, dove la strada proveniente da sud si biforca, inoltrandosi a nord verso Madrid e a est verso Toledo. Tutti gli ufficiali presenti alla riunione, ad eccezione di Cabanellas che propugnava una leadership costituita da un comitato, concordarono sulla necessità di un comando supremo, tanto perché lo richiedeva la situazione militare, tanto perché questa soluzione avrebbe facilitato i contatti con Hitler e Mussolini. Franco - che aveva saputo avvicinarsi ai monarchici e che poteva contare su molti ufficiali fedeli - uscì dalla riunione con la carica di «generalissimo»[155][156]. Quello stesso giorno Franco prese la decisione di interrompere l'avanzata verso Madrid e di accorrere per liberare l'Alcazar di Toledo, perdendo l'occasione di calare sulla capitale prima che i repubblicani potessero rinforzarne le difese. L'Armata d'Africa in realtà aveva già notevolmente rallentato il suo passo, anche perché la Repubblica aveva iniziato a schierare uomini meglio addestrati, e già di per sé questo era un motivo più che sufficiente per premere su Madrid; invece il 25 settembre Franco ordinò a Varela (il nuovo comandante dell'Armata d'Africa) di dirigersi verso Toledo[157].

Dal punto di vista militare la decisione di Franco fu inutile, secondo lo storico Paul Preston la sola pressione su Madrid sarebbe probabilmente bastata a distogliere le truppe repubblicane dall'assedio all'Alcázar. La decisione, comunque, non danneggiò i nazionalisti, e allo stesso permise a Franco di accumulare un inestimabile prestigio politico; le scene della liberazione dell'Alcázar vennero mostrate al mondo e Franco divenne dentro e fuori la Spagna il simbolo della fazione nazionalista e il leader su cui le destre europee riponevano le loro speranze[156]. Per di più, sull'onda dell'entusiasmo per la liberazione dell'Alcázar e con l'aiuto di qualche cavillo escogitato dal fratello Nicolás e dal generale Kindelán, Franco il 28 settembre acquisì oltre al comando supremo, anche la carica di capo dello stato. La Junta de Defensa Nacional venne sciolta e sostituita dalla Junta Técnica del Estado, presieduta dal generale Fidel Dávila Arrondo sempre a Burgos, mentre Franco stabilì il Quartier Generale a Salamanca. A Mola venne affidata l'Armata del Nord nata dalla fusione delle sue truppe con l'Armata d'Africa, mentre a Quipo de Llano fu riservata l'Armata del Sud, formata dalle truppe sparse operanti in Andalusia, Bajadoz e i nuovi volontari che affluivano di volta in volta dal Marocco[158]. L'investitura di Franco a nuovo capo dello stato ebbe luogo il 1º ottobre 1936, da quel momento Franco avrebbe parlato di se stesso come del Jefe del Estado, e diede inizio aduna campagna propagandistica per elevare la sua figura analogamente a quanto fecero Hitler e Mussolini, e per analogia con Führer e Duce, egli si fregiò del titolo di Caudillo - appellativo che rimandava ai guerrieri della Spagna medievale[158].

Novembre 1936-marzo 1937: la battaglia per MadridModifica

Marzo-novembre 1937: la campagna del Nord e le battaglie di Brunete e BelchiteModifica

Dicembre 1937-novembre 1938: le battaglie di Teruel e dell'EbroModifica

Dicembre 1938-marzo 1939: l'offensiva contro la CatalognaModifica

Marzo 1939: la fine della RepubblicaModifica

Nelle zone sotto controllo degli anarchici e del POUM (Aragona e Catalogna), in aggiunta ai successi militari, ci fu una vasta Rivoluzione sociale. Dalla metà di luglio alla fine di agosto 1936 i lavoratori e i contadini collettivizzarono i trasporti urbani e ferroviari, le industrie metallurgiche e tessili, il rifornimento d'acqua e alcuni settori del grande e piccolo commercio. Circa 20 000 imprese industriali e commerciali furono così espropriate e gestite direttamente dai collettivi dei lavoratori e dai loro sindacati con validi risultati dal punto di vista produttivo, dovuto in gran parte al nuovo atteggiamento partecipativo e solidale dei lavoratori rispetto al prodotto del proprio lavoro. Un Consiglio dell'Economia venne costituito per coordinare l'attività dei diversi settori della produzione. Nel settore agricolo la collettivizzazione fu più radicale con misure quali l'abolizione della moneta, la collettivizzazione dei beni e dei mezzi di produzione, la modifica dei limiti comunali, la creazione di organizzazioni di mutua assistenza fra collettività ricche e povere, la parificazione delle remunerazioni, la creazione di salari familiari e la messa in comune degli attrezzi e dei raccolti.

La necessità di accelerare e completare la rivoluzione rivendicata da parte della sinistra libertaria e poumista, venne avversata dai comunisti, appoggiati dall'Unione Sovietica, e dai repubblicani democratici; i primi perché contrari all'opportunità di affrontare una rischiosa rivoluzione sociale, nella quale non avrebbero potuto assumere una posizione egemone, i secondi perché spaventati dallo sconvolgimento economico che ne sarebbe derivato. I rivoluzionari ribattevano che solo la mobilitazione rivoluzionaria delle classi subalterne avrebbe fornito lo slancio necessario in termini anche di alto morale alla popolazione per sconfiggere il fascismo. Con il progredire della guerra, il governo e i comunisti furono in grado di fare leva sul loro accesso alle armi sovietiche per ripristinare il controllo politico, sia con la diplomazia sia con la forza. Nelle giornate di maggio del 1937, i contrasti all'interno del campo antifascista esplosero in conflitto aperto quando i comunisti staliniani cercano di conquistare militarmente il controllo degli edifici pubblici di Barcellona, difesi dagli anarchici. Già precedentemente il Partito Comunista, per sconfiggere Franco, aveva sostenuto l'opportunità di un blocco sociale il più esteso possibile rinviando quindi ogni prospettiva rivoluzionaria alla fine della guerra. Inoltre la volontà dell'Unione Sovietica di rimanere l'unico punto di riferimento politico e ideologico per i comunisti di tutto il mondo spinse Stalin a opporsi anche militarmente alla componente anarchica e a quella trotskista e "dissidente" (come il POUM, il Partito Operaio di Unificazione Marxista), dello schieramento repubblicano. Paradossalmente, quindi, furono i comunisti sovietici a battersi contro l'abolizione della proprietà privata[159]. Un massiccio intervento dei servizi segreti russi eliminò molti capi rivoluzionari spagnoli che non erano d'accordo con la posizione di Mosca, nonché combattenti non spagnoli particolarmente critici quali l'anarchico italiano Camillo Berneri.[160] La tragedia dei Giorni di maggio di Barcellona fu poi narrata da George Orwell in Omaggio alla Catalogna.

Seppure con minore consenso e risorse, anche la Falange della fazione nazionalista premette per una rivoluzione della società spagnola sotto il Nazional-sindacalismo[161]. Il partito vide oltretutto decuplicare i propri membri con l'inizio della guerra e con l'esecuzione del proprio capo, José Antonio Primo de Rivera, da parte dei Repubblicani[162]. Tuttavia, solo nei primi giorni della guerra civile la Falange perse il 60% dei suoi ufficiali, permettendo così l'ascesa di nuovi comandanti, le camisas nuevas ("nuove camicie"), non altrettanto interessati agli aspetti rivoluzionari del Nazional-sindacalismo[163]. Ciò permise a Franco di fondere la Falange con il reazionario movimento Carlista per formare il partito unico Falange Española Tradicionalista y de las Juntas de Ofensiva Nacional Sindicalista, isolando così i membri più riformisti[164].

La nascita del Nuevo EstadoModifica

La repressione nazionalistaModifica

L'esodo repubblicanoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Esilio repubblicano spagnolo ed Esilio repubblicano spagnolo in Messico.

Il regime di Franco non cercò la riconciliazione con gli spagnoli che avevano partecipato alla difesa della Repubblica, ma incarcerò 200 000 persone ed iniziò a processarle sommariamente.[165] I processi portarono a decine di migliaia di condanne a morte (oltre a lunghe pene detentive), eseguite per fucilazione. Si stimano oltre 50 000 fucilati, la maggior parte entro il 1943.[165] La vittoria dei nazionalisti determinò l'instaurasi della dittatura franchista (franchismo) sino alla metà degli anni settanta, ma determinò anche un imponente fenomeno di emigrazione di massa - passato alla storia come La Retirada - degli aderenti alla Repubblica e/o ex-combattenti nelle file repubblicane, che continuarono a combattere nella guerriglia antifranchista.

Decine di migliaia furono gli spagnoli costretti a espatriare e a vivere come esuli per evitare la violenza dei franchisti. Migliaia furono i licenziati, arrestati, perseguitati.[166] Molti artisti e intellettuali spagnoli furono uccisi dai nazionalisti, come Federico García Lorca, o dai repubblicani, come Ramiro de Maeztu e Ramiro Ledesma Ramos. Gran parte della corrente letteraria detta "generazione spagnola del 1927" fu costretta all'esilio. Picasso, Miró, Buñuel, Rafael Alberti e molti altri intellettuali e artisti spagnoli, sostenitori della democrazia e, per questo, avversati dal franchismo, furono costretti a espatriare o preferirono non rientrare in Patria.

Tale fenomeno, stimato in circa 500 000 fuorusciti, in molti casi ebbe carattere di evacuazione temporanea. Detratti i ritorni, il saldo finale di circa 200 000 esiliati è comunemente accettato dagli autori che si sono specificamente occupati del fenomeno in questione.[167][168] Nonostante gli interventi degli alleati, la Spagna franchista non fu parte attiva nella seconda guerra mondiale, ma l'economia richiese decenni per recuperare i danni provocati dal conflitto e dall'isolamento cui la condannò il franchismo.

Analisi e conseguenzeModifica

Il regime franchistaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Spagna nella seconda guerra mondiale.

La resistenza antifranchistaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Guerriglia antifranchista.

Il numero dei cadutiModifica

Il numero delle vittime è stato a lungo dibattuto, con stime che vanno dalle 500 000 a un milione di persone uccise dalla guerra. Ángel David Martín Rubio, specialista di storia spagnola, in particolare del periodo della Repubblica, della guerra civile e del dopoguerra, ha effettuato uno studio minuzioso sull'ammontare complessivo delle vittime del conflitto.[169]

Secondo tale studio, il numero dei caduti dell'esercito repubblicano è di 71 038 morti, di cui 57 332 di nazionalità spagnola e 13 706 di nazionalità straniera. Tra le file dei nazionalisti si sono avuti 68 551 morti, di cui 56 444 combattenti spagnoli e 12 107 stranieri. 20 646 sono morti per bombardamenti e incidenti. Inoltre, nel corso della guerra, si è avuto un numero stimato di altri 110 000 morti per le repressioni. Il totale ammonta a circa 270 000 morti, su una popolazione complessiva stimata nel 1935 a 24 578 000 abitanti.

Sono conseguenti, però, alle vicende della Guerra civile, la soppressione di circa 30 000 dissidenti da parte dei nazionalisti, e altri 2 641 morti in azioni di guerrilla (di cui 339 membri delle forze dell'ordine) nell'immediato dopoguerra.

 
Valle de los Caídos

La Valle de los Caídos ("Valle dei Caduti") è una basilica sotterranea fatta costruire tra il 1940 e il 1958 col lavoro forzato degli oppositori politici dal governo spagnolo nella valle della Sierra de Guadarrama, in onore dei caduti nazionalisti durante la guerra civile. Le salme di 33 872 caduti trovano sepoltura all'interno della basilica (vi si trovano anche quelle dei volontari italiani, sia fascisti sia antifascisti, oltre che quella del fondatore della Falange Antonio Primo de Rivera).

Tradizionalmente, il 20 novembre, in occasione dell'anniversario della morte di Franco, veniva celebrata una messa in sua memoria. Dal 2004 tale commemorazione è stata annullata. Il 16 ottobre 2007, la Commissione costituzionale del Congresso spagnolo ha approvato un progetto di legge sulla memoria storica, che comprende un articolo sulla Valle dei Caduti. Questo articolo è passato con il sostegno di tutti i partiti politici ed è un regolamento per depoliticizzare la valle e renderla esclusivamente un luogo di culto.

La guerra civile nella cultura di massaModifica

FilmografiaModifica

NoteModifica

EsplicativeModifica

  1. ^ È in questo quadro che si resero famose le imprese del "Conte Rossi", pseudonimo di Arconovaldo Bonacorsi, ex squadrista bolognese, poi console della MVSN, inviato da Mussolini a Maiorca nell'agosto 1936. Dopo la presa dell'isola da parte dei nazionalisti durante il golpe, a metà agosto Maiorca fu invasa dai repubblicani, e quindi riconquistata dai nazionalisti con l'aiuto degli italiani a metà settembre. Da quel momento per quattro settimane, sull'isola ci fu una spaventosa carneficina con la supervisione dello stesso Bonaccorsi, il quale era alla guida della falange locale con la quale organizzò un'operazione di sterminio sistematico dei potenziali oppositori, i quali erano assolutamente indifesi e disorganizzati, considerando anche la scarsa consistenza delle tendenze repubblicane sull'isola. Le stragi suscitarono la ripulsa dello scrittore francese Georges Bernanos, il quale le denunciò nel suo libro I grandi cimiteri sotto la luna lo sterminio degli oppositori politici sull'isola di Maiorca a cui parteciparono anche le truppe italiane. Vedi: Ranzato 2004, p. 394 e Preston 2004, p. 98.

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  88. ^ Ranzato 2004, pp. 386-387.
  89. ^ Ranzato 2004, p. 388.
  90. ^ L'Aviazione Legionaria italiana fece di Maiorca la sua principale base operativa, da cui operava soprattutto contro i centri abitati lungo la costa mediterranea.
  91. ^ Ranzato 2004, pp. 388-389.
  92. ^ Ad esempio l'argomento sensazionalistico rimbalzato sulla stampa mondiale degli stupri commessi contro le suore non ha trovato riscontro nella storiografia successiva, se non in un caso. Come le voci di gente uccisa solo perché vestita in modo troppo borghese furono essenzialmente imputabili a un inevitabile complesso di persecuzione del ceto borghese. Vedi: Beevor, p. 102.
  93. ^ Beevor, pp. 102-103.
  94. ^ Il PNV si ispirava a forti sentimenti religiosi e di obbedienza alla Chiesa, e molti sacerdoti baschi condividevano i sentimenti anti-franchisti della Repubblica, tanto che alcuni di essi, quando i nazionalisti si impossessarono dei Paesi Baschi, pagarono con la vita la loro scelta di campo. Vedi: Ranzato 2004, p. 414.
  95. ^ Beevor, pp. 102-103.
  96. ^ Ranzato 2004, p. 409.
  97. ^ Ranzato 2004, p. 411.
  98. ^ In riferimento alle truppe nordafricane dell'Armata d'Africa lasciate libere di seminare violenza e distruzione nelle zone occupate.
  99. ^ Ranzato 2004, pp. 412-413.
  100. ^ Beevor, p. 109.
  101. ^ Preston 2004, p. 156.
  102. ^ a b Beevor, pp. 111-112-113.
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  104. ^ Beevor, p. 113.
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  108. ^ Preston 2004, p. 93.
  109. ^ Milza, pp. 742-743.
  110. ^ Ranzato 2004, p. 308.
  111. ^ Milza, p. 743.
  112. ^ Milza, p. 744.
  113. ^ L'intervento in Spagna trovò consenso tra i ceti medio-alto borghesi, ma non ebbe lo stesso ampio consenso che caratterizzò la guerra d'Etiopia ad esempio, dato che non c'era alcuna prospettiva di vantaggi economici o territoriali, alcuna prospettiva di sfogo dell'emigrazione o semplicemente l'alibi di una conquista coloniale che attirasse le simpatie della popolazione. Vedi: Rochat, pp. 98-99
  114. ^ Milza, p. 744.
  115. ^ Rochat, pp. 98-99.
  116. ^ A seguito dei primi bombardieri, il 6/7 agosto arrivarono in Spagna 27 caccia Fiat C.R.32, il 12 agosto 3 idrovolanti e il 19 altri 6 caccia. Vedi: Beevor, p. 164.
  117. ^ Preston 2004, p. 95.
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  156. ^ a b Preston 2004, p. 104.
  157. ^ Preston 1997, p. 185.
  158. ^ a b Preston 1997, pp. 190.
  159. ^ Antony Beevor, op. cit., pp. 102-122
  160. ^ Con diversi testi Camillo Berneri difendeva la rivoluzione sociale e denunciava l'operazione semantico-politica degli stalinisti che la riducevano a guerra civile. Cf. un articolo di dura replica alle "asinerie" di Palmiro Togliatti disponibile in rete [1] Archiviato il 9 dicembre 2012 in Internet Archive.
  161. ^ Stanley G. Payne, Il fascismo 1914/1945: origini, storia e declino delle dittature che si sono imposte tra le due guerre, Newton Compton, Roma, 1999, p. 151
  162. ^ Antony Beevor, op. cit., p. 253
  163. ^ Arnaud Imatz, La vraie mort de Garcia Lorca, 2009, 40 NRH, 31–34, pp. 32-33.
  164. ^ Antony Beevor, op. cit., p. 255
  165. ^ a b Gabriele Ranzato, L'eclissi della democrazia, 2ª ed., Torino, 2012, pp. 658-659, ISBN 9788833922928.
  166. ^ Cifre in: Francisco Aguado Sanchez, El Maquis en España. Su historia, Librería Editorial San Martín, Madrid, 1975, pp. 253-254
  167. ^ La oposición durante el franquismo. 3. El exilio republicano, Ediziones Encuentro, Madrid 2005, pp. 55-59
  168. ^ Javier Rubio, La emigración de la guerra civil de 1936-1939. Historia del éxodo que se produce con el fin della II República española, Librería Editorial San Martín, Madrid, 1977
  169. ^ Le vittime della Guerra Civile spagnola, articolo riportato sul sito Storia & Identità. Annali Italiani [2] Archiviato il 23 agosto 2018 in Internet Archive.

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