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Monastero di Santa Maria del Latte
Santa maria del latte (1).JPG
Il palazzo della Bartolea ex Santa Maria del Latte
StatoItalia Italia
RegioneToscana Toscana
LocalitàMontevarchi-Stemma.png Montevarchi
Religionecattolica
TitolareSanta Maria del Latte
Diocesi Fiesole

Coordinate: 43°31′19.37″N 11°34′05.43″E / 43.522047°N 11.568175°E43.522047; 11.568175

Il monastero di Santa Maria del Latte era un antico monastero di Montevarchi che dal 1566 al 1813 occupò quei locali quasi all'imbocco di via Cennano che furono successivamente denominati "la Bartolea".

Indice

StoriaModifica

L'Operazione monasteroModifica

 
Il Monte Pio

Ufficialmente la decisione di fondare un nuovo monastero dentro le mura di Montevarchi venne presa dagli Operai, cioè dai dirigenti, del Monte Pio il 26 settembre 1557. Ma in realtà l'idea era ben più vecchia e risaliva almeno al 1549 quando, siccome la cancelleria granducale non aveva concesso i permessi, al posto dell'istituzione religiosa era stato creato proprio il Monte Pio.

In quel caso Firenze aveva negato la sua autorizzazione perché non riteneva opportuno che i cospicui patrimoni delle tre sciogliende compagnie che andarono a formare il capitale sociale del Monte passassero, con la nascita di un monastero, sotto la giurisdizione religiosa quando, con un monte di pegni, continuavano a rimanere di competenza del potere civile.

 Lo stesso argomento in dettaglio: Monte Pio di Montevarchi.

Tuttavia in quel settembre del 1557 la proposta venne rilanciata perché il monastero serviva comunque ma stavolta non avrebbero dovuto esserci impedimenti politici di sorta in quanto le proprietà del monastero e i finanziamenti per costruirlo sarebbero stati trovati ex novo.

Infatti in data 26 settembre, «gli Operai [del Monte Pio] fanno partito che se M.re Marchionne Soldani, Rettore della Vergine Maria del fosso concede l'orto volgarmente chiamato l'orto del Guiducci per edificarci il Monastero, si obbligano a pagare ogni anno a Messer Marchionne scudi 20 buoni di fitto di detto orto durante la vita di detto Rettore e di più donano alla fabbrica di detto Monastero, se però si comincia, tutto il credito de' denari [che ha] imprestati il Monte della Comunità, con gli interessi decorsi»[1].

 
Lo stemma della Fraternita del Latte su un palazzo di via Cennano

Nonostante ciò, per sicurezza, alla regia dell'operazione subentrò direttamente la Fraternita del Sacro Latte che poi era la stessa consorteria che, in maniera occulta, controllava anche il Monte di Pietà montevarchino. Non a caso dunque il 15 ottobre successivo, dagli Operai del Monte Pio, vennero nominati per sbrogliare la "questione del monastero" Giovanni d'Orazio Franchi, cugino di Benedetto Varchi che all'anagrafe faceva appunto Benedetto Franchi, ma soprattutto il notaio Ser Carlo di Prospero Bartoli che era stato tra i fondatori del Monte Pio insieme, tra gli altri, a Baldassarre Soldani, figlio di quel Marchionne che a vita avrebbe incassato 20 scudi annui di affitto dell'orto. Ma non solo. Carlo Bartoli era, guarda caso, anche il provveditore, cioè il presidente, della Fraternita.

Difficile dire quando e come per l'erigendo monastero venisse deciso il titolo di "Santa Maria del Latte" ma è facile intuire da chi il titolo fosse stato scelto visto l'ovvio, anche se controverso, riferimento alla fraternita. Certo è che il 7 novembre 1557 gli Operai del Monte deliberarono di assegnare 80 staia di grano annui al monastero per provvedere al vitto delle monache e riservarono a loro e alla dirigenza della fraternita il diritto esclusivo di accettare o di rifiutare le giovani che volevano prendere i voti.

La tanta fretta e l'estrema macchinosità dell'"operazione monastero" da parte della Fraternita del Latte sarebbe da ricondursi alla faida paesana che si era riaccesa tra la parrocchia di San Lorenzo e quella di Sant'Andrea a Cennano proprio nel 1557. Infatti l'8 febbraio di quell'anno il vescovo di Arezzo aveva elevato Cennano a propositura equiparandola dunque a San Lorenzo, dove la fraternita aveva il suo quartier generale, che così perdeva il suo status di chiesa principale della città di Montevarchi.

 
Il monastero di Sant'Angelo alla Ginestra

Il fatto era che mentre San Lorenzo era in diocesi di Fiesole, Cennano era in quella di Arezzo e dunque controllava, per giurisdizione parrocchiale, il monastero benedettino di Sant'Angelo alla Ginestra che però dipendeva dalla casa di Arezzo e quindi non era mai stato veramente montevarchino nella scelta delle monache e soprattutto di rettori e badesse. Con l'edificazione di un monastero come quello della Ginestra ma in Montevarchi, nella Diocesi di Fiesole, sotto San Lorenzo e in mano alla Fraternita si sarebbero invece riequilibrate le sorti della partita.

 Lo stesso argomento in dettaglio: Chiesa di Sant'Andrea Apostolo a Cennano.

Per questo il 16 dicembre 1560 fu data piena autonomia a Carlo Bartoli e a Giovanni Franchi per predisporre l'erezione dell'istituto religioso e loro, da "promotori" e "sovrintendenti alla fabbrica del monastero", decisero di edificare la struttura proprio di fronte alla chiesa di Cennano.

 
Mappa del monastero e di via Cennano nel Settecento

Una scelta chiaramente voluta e non dettata dalle necessità in quanto il monastero poteva essere molto più agevolmente sistemato da un'altra parte come nei locali dell'ormai in declino Ospedale di Santa Maria del Pellegrinaggio di via Cennano accanto al Monte Pio. Di fronte a Sant'Andrea c'erano una serie di orti e quattro case quindi non solo lì il monastero doveva essere del tutto costruito, mentre altrove le strutture sarebbero state già disponibili, ma bisognava anche comprare tutte quelle particelle catastali su cui l'edificio sarebbe stato edificato. Ma soprattutto, quel determinato sito, era quello più vicino possibile al palazzo dei Bartoli tanto perché si capisse ancora meglio chi era quello che comandava.

L'inizio dei lavoriModifica

Apparentemente però non sembrava ci fossero problemi in quanto i proprietari dei terreni e delle abitazioni che dovevano far spazio al convento erano di proprietà di Marchionne Soldani, un amico degli amici anzi il padre di un amico degli amici, e della sua famiglia mentre il resto era riconducibile a famiglie o persone gravitanti nella sfera di influenza di Bartoli o comunque di San Lorenzo. Tutte meno una: i Franchi. Solo che i Franchi, pur mantenendo le distanze da Bartoli e dai suoi, avevano premura di monacare tre figlie quindi, previo un congruo risarcimento per la casa che avrebbero ceduto, entrarono anche loro nell'impresa tanto che Giovanni Franchi affiancò proprio Bartoli nella messa in opera dei lavori.

Trovato l'accordo tra tutte le parti in causa il Monte Pio aprì una linea di credito garantendo così la copertura di tutte le spese di costruzione. Ad occuparsi delle operazioni immobiliari fu incaricato Salvadore Ceccherini, padre dell'ex procuratore della disciolta compagnia di Santa Maria del Pellegrinaggio e uno dei soci del Bartoli nella "Banda dei Quattro", che per prima cosa chiese e ottenne dal granduca Cosimo I il permesso di appoggiare il convento alle mura cittadine con possibilità di adattarle alle esigenze del monastero cioè di aprirvi delle aperture. Poi Ceccherini si preoccupò di comperare «l'orto appartenente al medico Jacopo Soldani, l'antifosso che era davanti alle mura castellane di proprietà parte del Comune e parte di certo Giov. Francesco Catani, ed altro orto appartenente al Bonpigli, nonché un orto appartenente alla Chiesa di Cennano» e ancora un appartamento di Santi di Tommaso Bazzanti per 180 scudi, un altro da Domenico di Giovanni Sgheri, e ancora uno da Domenico Cialdai della Canonica e infine quello di Camillo d'Orazio Franchi.

Con l'autorizzazione del granduca in tasca e quella del vescovo di Fiesole che arrivò il 17 maggio 1566, con la solenne processione del 28 agosto 1566 a cui parteciparono i chierici montevarchini, le compagnie e le fraternite laicali, e tutti coloro che si definivano Laurenziani ovvero i parrocchiani di San Lorenzo venne celebrata la cerimonia ufficiale della posa della prima pietra del monastero che fu benedetta da Baldassarre di Antonio Nannocci, canonico della collegiata, in rappresentanza del vescovo di Fiesole che, pur patrocinando l'operazione, non poteva essere presente per chiare ragioni politico-diplomatiche.

Neanche la scelta del 28 agosto, come giorno del via ai lavori, fu casuale. Infatti è in quel giorno che la Chiesa cattolica celebra sant'Agostino e le monache del Sacro Latte avrebbero appunto abbracciato la regola agostiniana. Primo perché la regola era ecclesiasticamente rivale di quella benedettina, segnando un ulteriore motivo di contrapposizione con il monastero della Ginestra, ma soprattutto il monastero del Sacro Latte doveva diventare un monastero di clausura dove parcheggiare le figlie minori delle ricche famiglie di Montevarchi per evitare di dar loro una dote e disperdere i patrimoni familiari. Insomma una fabbrica di tante monache di Monza.

I Franchi tiratoriModifica

Per convincere Cosimo I ad acconsentire al progetto si erano a suo tempo trovati 12 "soscrittori" che rivolgendosi direttamente al sovrano si impegnavano a versare ciascuno una quota iniziale di 120 scudi e una quantità fissa di grano e di vino per i primi tre anni di attività del convento. Naturalmente nessuno faceva niente per niente quindi tutti i dodici, in cambio della loro generosa offerta, chiedevano il diritto di far vestire l'abito a una delle loro figlie così il monastero avrebbe avuto subito le sue monache e quanto bastava per mantenerle. Ovviamente, per premura, tra i sottoscrittori della supplica al granduca comparivano in prima fila i tre fratelli Franchi: Guasparri, Giovanni e Camillo (quello dell'orto) di Orazio.

Solo che, visti i maneggi di Salvadore Ceccherini, i Franchi raffreddarono i loro entusiasmi e aggiunsero una postilla che legava il mantenimento di tutte le promesse economiche al fatto che il monastero sorgesse nella chiesa di San Lorenzo recentemente elevata al rango di collegiata. Cosa assolutamente impossibile.

Guasparri allora, con la scusa di essere impegnato a Pisa, si chiamò fuori dalla faccenda mentre Giovanni e Camillo, che si erano impegnati a versare al monastero 32 staia di grano a testa, contestarono il fatto che nelle staia promesse erano compresi anche i 120 scudi che poi erano la dote monacale delle due figlie a cui volevano far prendere il velo. Scoppiò una lite serrata tra i Franchi e il monastero che durò un triennio di discussioni e minacce che arrivarono a coinvolgere il vescovo di Fiesole e infine il granduca. Fu la prima badessa di Santa Maria del Latte, nell'ottobre del 1570, a chiamare in causa direttamente il principe:

«Inperoché l'anno 1556 dodici di loro fra quali questi Guasparri, Giovanni e Camillo fratelli e figli di Horatio Franchi si mossero à supplicare à Vostra Altezza per ottenere già di poter fare un monastero qui nella terra, dove potessino monacare loro figlie et altre parente, offerendo tutti parte delle loro facultà, et in più fra gli altri nominati promessero per scrittura staia 96 di grano et altre rate ch'egli hanno sul mulino qui di Montevarchi, promettendo mantenere al monastero questo credito esigibile et riscatibile onde Vostra Altezza ne dette licenza in scritto come si vede appresso di noi. Et il Reverendissimo Vescovo di Fiesole su la medesima promessa consentì loro et mi cavò dal Reverendo Monastero di Lapo di fuor la porta a S. Gallo, et mandommi in questa terra per dare forma a questo Monastero dove di già sono stata viva a 3 anni in grandissime fatiche e travagli causati da questi supplicanti a Vostra Altezza quali vi hanno ingannati inperò che io sono qui con 13 monache et sei da entrare di certo, non ci hanno mantenuto né vogliono mantenere le promesse fatte tutte per scrittura tutte di loro mano et insino a qui ci hanno aggirato et fatto patire la fame[2]»

I Franchi, che erano in affari con i Salviati e i Serristori nel mulino di Montevarchi, sapevano di avere comunque le spalle coperte in quanto avevano dalla loro Bartolomeo Concini, uno dei segretari granducali, e una delle figure più influenti alla corte medicea[3]. Lelio Torelli, altro segretario del granduca e competente per le questioni montevarchine, propose allora una mediazione o un lodo che venne poi accettato:

«Et noi per levare le Monache a lite e mantenere questi Franchi amorevoli a questo Monastero [...] disegniamo valutare il credito di staia 96 di grano a danari quali si sborsassero per detti Franchi, et si deposittassino sul Monte di Pietà o altrove per reinvestirli in beni stabili per il Monastero che saranno perpetui et non sottoposti alla recaducità come il Molino et havevamo disegnato ridurli a scudi 600, compreso tutto quello che le Monache potessero pretendere [...]. Con facultà a questi tre fratelli di potervi monacare una fanciulla per uno secondo le qualità espresse nelle convenzioni del Monastero senza dare a loro elemosina, ma solo il corredo et quello di più che si dichiarava ne Capitoli. Parendoci accordo ragionevole et modo più sicuro... 7 ottobre 1570 Lelio T.e[4]»

Ma la badessa, costretta ad acconsentire per cause di forza maggiore, senza mezze parole nel libro delle memorie del convento, iniziato da lei, denuncia pubblicamente le manovre dei Franchi e fa nomi e cognomi:

«[...] questi detti Franchi si ritirorno e non solo non si volsero impicciare più di niente ma si ripresono lor ragione sul mulino e il monastero ricorse al Granduca Cosimo de Medici e el Granduca la rimesse a quattro deputati sopra il Monastero et uno era il Priore de noialtri, l'altro Messer Agnolo Guicciardini e il Vicario dell'Arcivescovo di Firenze e loro feciono che levandoci i Franchi il credito del mulino dovessino dare al Monastero in ricompensa della Entrata del Mulino scudi 900 di moneta e avessino il luogo di poter mettere le medesime fanciulle per monache [...] e per loro limosina scudi 120 e il restante per aiuto del Monastero ma i Franchi operorno col Signor Concino talmente che detto Signor Concino che fece che detti Franchi non dovessino dare al Monastero altro che scudi 600 e avessino a mettere una fanciulla per uno con le conditioni medesime che sono nella loro soscrizione[5]»

I Franchi non furono i soli a rimanere disgustati della supervisione di Ceccherini. Anche Alessandro Catani si ritirò dalla sua sottoscrizione iniziale e «per non restare nell'obbligo [...] donò al Monastero un pezetto d'orto sul prato a piè le mura e non messe altrimenti fanciulla»[6].

Il problema dell'oratorioModifica

 
Stemma della famiglia Batoli nella ex chiesa del monastero oggi Chiesa della Confraternita della Misericordia

Problemi di finanziatori e di finanziamenti a parte, la costruzione del monastero in via Cennano era ulteriormente complicata dal fatto che nelle vicinanze non ci fosse neppure una vera e propria chiesa che potesse servire alle monache se non un piccolo oratorio che però non era affatto libero in quanto, dal 1563, era occupato dalla Compagnia dell'Assunta e di Sant'Antonio, restyling dell'antica compagnia di Sant'Antonio sciolta da Bartoli e i suoi per incamerarne i beni e fondare il Monte Pio.

Anche stavolta, senza tanti complimenti, la compagnia venne esautorata e sfrattata come si ricava da un'informativa di Lelio Torelli ai Nove Conservatori del 1º maggio 1567:

«Gli huomini et fratelli della Compagnia dell'Assumpta del Castel di Montevarchi, exponghono come havendo [donato] li operai del Monte di Pietà a detti fratelli el sito nudo d'una di dette compagnie intitolato in Santo Antonio et detti fratelli, quella presono et la chiamorno la compagnia dell'Assumpta, ne la quale infino ad hoggi vi si sono radunati; occorse che alcuni particulari di detto Castello havendo visto tal luogo resuscitato hanno pensato di farvi un Monasterio di Monache et hanno richiesto detti huomini et fratelli che volessino concedere loro tal compagnia con offerire la ricumpensa questa e quella et havendo cominciato a murare detti fratelli hanno domandato la ricumpensa alii huomini di detto Monasterio, e quali niegono volerla dare et di più hanno fatto far dal Vescovo di Fiesole commandamento a detti huomini di detta compagnia che lascino murare et non li molestino[7]»

A dire il vero la compagnia di Sant' Antonio era stata sistemata altrove già nel 1564 e in particolare le era stato concesso l'oratorio di via Marzia che diventerà poi la Chiesa di Sant'Antonio Abate. Il problema era che la nuova chiesa era tutta da ristrutturare a loro spese ed evidentmente ai santantonini, per l'incomodo, era stata promessa anche una liquidazione che però non era mai stata conguagliata. Per questo era partito il boicottaggio dei lavori che comunque fu pesantemente censurato anche dal vescovo di Fiesole nell'ottobre del 1567:

«et essendo venuto a notitia di Sua Santità Reverendissima come alcuni huomini della Congrega dell'Assunta impediscono a detti huomini che ei non possino eseguire li detti muramenti serrando li porte di detta Compagnia et facendo altre oppositioni in preiuditio di così pia et santa opera e dell'anima loro et in scandalo degli huomini di detto luogo volti a bene operare e volendo ovviar i tali impedimenti e che tale opera conseguisca il detto fine, comanda alli huomini di detta compagnia et offitiali, sindaci et provveditori di quella et in qualunque di essi che no' ardischino [...] impedire li detti huomini et offitiali in tali muramenti et in detta opera et fabrica di Monasterio de loro cominciata et lascino stare le porte della detta compagnia [...] et se fussino chiuse le debbino aprire loro acciò possino haver l'uso di detta compagnia per tale effetto sotto pena di scudi 200 [...] et sotto pena di scomunica quanto alle singulari persone. Antonius Curialis Notarius substitus demandato Episcopae eius fidem[8]»

Suor Contessina CavalcantiModifica

 
Veduta di Montevarchi nel 1666 con in primo piano, sulla destra, il monastero
 
La pietra sepolcrale della tomba di Contessina Cavalcanti nella chiesa del monastero

«La prima pietra del Monastero di dentro [le mura] fu messa il dì 26 agosto [sic] 1566 con Processione del Clero, di tutte le compagnie e popolo di Montevarchi, con titolo di S. Maria del Latte sotto la protezione dell'Assunta e di S. Gio. Battista, siccome per memoria vi sono lettere nelle pareti della chiesa. La regola è di S. Agostino. Si ebbe dal Ser.mo Padrone l'appoggio delle mura della Terra et il romper di quelle per uscire nell'orto e per questo si comprò beni da più persone. Eravi il fosso e fra le mura ed il Prato che confinavano con detti beni. Dal Vescovo di Fiesole vi fu mandata la Contessina Cavalcanti fiorentina tolta dal Monastero di Lapo con due Converse il dì 25 d'Ottobre 1567 et il dì seguente con Processione prese il possesso per dover reggere e finir di murare il Convento[9]»

Fu dunque il vescovo di Fiesole in persona, alias Angelo Cattani da Diacceto, a selezionare la task force di monache che avrebbero dovuto avviare l'attività del convento e la sua scelta era caduta su Suor Contessina Cavalcanti come prima badessa del monastero, e su Suor Prudenzia più le converse Mattea e Francesca che appartenevano tutte alle Suore Romite di Sant'Agostino di Fiesole e provenivano dal monastero detto "di Lapo" che si trovava nei dintorni di Firenze sulla via Faentina e di cui ancora oggi esiste la chiesa denominata appunto Santa Maria del Fiore a Lapo. Il Ceccherini, appuntato procuratore del monastero, andò di persona a Fiesole a prendere le monache prescelte che si installarono nella loro nuova casa dopo una pomposa cerimonia officiata dal domenicano Fra Felice, vicario del vescovo di Fiesole.

Il vescovo Cattani da Diacceto non aveva scelto a caso la prima badessa e, essendo alquanto sospettoso nei confronti della Fraternita e delle elites di Montevarchi in generale, si era orientato su Contessina Cavalcanti proprio perché era una donna precisa, coraggiosa e di carattere che non si faceva certo intimidire dal primo ras di provincia con cui avrebbe avuto a che fare. Del rapporto di estrema fiducia tra il vescovo e la badessa è dimostrazione una lettera del prelato del 1567 in cui si legge «Madre Badessa [...] vi amo nelle viscere di Gesù Cristo et perché io vi voglio bene mi sa male di contristarvi»[10].

 
L'ingresso del monastero con uno stemma ormai corroso. Forse è ancora quello dei Ceccherini

La disfatta di Salvadore CeccheriniModifica

 
Il tratto delle mura di Montevarchi che confinava con l'orto delle monache

All'inizio Salvadore Ceccherini sembrava la persona giusta per potersi far carico della costruzione e della gestione del convento soprattutto nella sua fase iniziale. Era ricco con oltre 4 000 scudi annui di reddito, era ben conosciuto a Firenze tanto che aveva ottenuto la sepoltura familiare in Santa Croce, e aveva la piena fiducia del vescovo di Fiesole.

Sul Ceccherini insomma ci confidavano tutti. Tutti tranne Contessina Cavalcanti che non perse tempo e il 26 ottobre 1567, il giorno dopo il suo insediamento, vergò un primo documento di memorie intitolato "Entrata" e segnato con una "A" in cui dichiarava:

«Al nome di Dio et della Gloriosa Vergine M.a et di Sa. G.ni Battista e di S.to Aghustino padre n.ro et di tutta la corte celestiale in q.to giornale si metterà fedelmente tutte le spese e le entrate di q.to nostro Monast.o e così in che modo et via egli è creato e fabrichato accio che p. sempre si possa vedere. Et prima si dichiara come la Chiesa è stata data dalla comunità di Montevarchi dove era la compagnia dell'Assunta e di S.to Antonio e del monte di Pietà et carità di Montevarchi staia ottanta di grano di fitto per ogni anno per in perpetuo. Da Salvadore di Cristofano Ceccherini non altro che laversi intermesso al fare avere dal Granduca Cosimo de' Medici gli appoggi delle mura e sassi delle mura rovinate et intermessosi nella compra delle chase compra dove se' chominciato el monastero le quali tutte sono pagate colle dote delle prime fanciulle che entrarono nel Monastero. Altro non è di Salvadore perché come si può vedere ogni chosa selie' rimborsata attali che l'arme che gli a messa sulla porta del Monastero et sanza altri aiuti che quanto ne detto di sopra et chi vedrà questo giornale troverà chi ha speso in fare il Monastero et le entrate che si trova et donde son venuti e danari et donde sono stati pagati a muratori et tutti gli altri dell'opera loro fatta e così si può vedere chiaramente et chi li ha pagati o le monache o Salvadore Ceccherini[11]»

E ancora:

«a dì 4 d['] agh[osto] si fece il saldo con Salvadore di Cristofano Ceccherini fra el monastero e detto Salvadore di tutto e quanto egli aveva speso nell'anno 1566 per infino all'anno 1567 fino a dì 26 d['] ott[obre] 67 che le monache vengono di Firenze per fare e ordinare il Monastero presenti Giovanni Franchi, Mess. Mariotto Catani, M. Jacopo Soldani e Stiatta Cavalcanti fratello di Madonna e fatto conto e saldo col detto Salvadore di ogni e qualunque spesa fatta per man sua e suoi agenti Lucha di Bastiano Turchi da Montevarchi e Andrea detto il moro e così delle spese fatte nel venire le monache per fare il Monastero, di Firenze, la lettiga e tutte le spese de vetturali, biada, e ogni e qualunque altra spesa fatta per detto conto come ne appare per una scritta di suo cognato appresso di noi e pretende detto Salvadore per ogni suo resto scudi sessanta di moneta quali se li è promessi per quanto prima e' si potrà e di suo non resta al Monastero niente altro che lessersi interessato nel fare avere dal Granduca Cosimo de' Medici gli appoggi delle mura chastellane e da' Capitani di parte la Compagnia dell'Assunta dove è oggi la nostra Chiesa, altro non da Salvadore di Cristofano Ceccherini sebbene gli a messa la sua arma sopra la porta del Monastero[12]»

La badessa fece anche mettere per iscritto il saldo di cassa all'apertura del monastero:

«alla nostra venuta portammo scudi sessantaquattro di contanti quali ci avevano dati e' nostri fratelli messer Guido e Ms. Stiatta Cavalcanti per mancia. Et per lascito fattoci da nostra madre sul Monte di Firenze portammo Scudi cinque et dodici ce ne dette una nostra zia. Et l'anno 68 avemmo dal Mo[n]te di Firenze Scudi cinque del lascito fattoci ad vita nostra da madre[13]»

Contessina Cavalcanti naturalmente avvisò dei raggiri del Ceccherini il vescovo che però, in una risposta del 25 gennaio 1568, non ci voleva credere:

«Madre Badessa, ho ricevuto la vostra del 12 stante, et con mia grande contentezza inteso che le cose che vi turbano son quietate et la fabbrica et le cose del Monastero procedino bene et particularmente che Salvadore all'impresa gagliardamente[14]»

La sopravvalutazione di Ceccherini non era però da imputare totalmente alla curia fiesolana perché anche le autorità granducali lo indicavano nel 1563 come «cognato di Jacopo Maestro delle Poste di Vostra Eccellenza et da esso strettamente raccomandato: ha casa in Firenze et buone sustanzie: et è molto homo da bene». Ma la madre superiora, non contenta, continuò con puntiglio ad annotare nelle memorie del convento tutti i misfatti ceccheriniani come per esempio che «scudi 420 non gli sborsò altrimenti, ma gli prese per sua, con dire che gli aveva spesi nella muraglia male ordinata e peggio fatta tal che el Monastero non se ne poté servire per niente».

Il vescovo finalmente nel gennaio del 1569 riconobbe le ragioni della badessa:

«Scrivo a Salvadore che dichiari le spese della fabbrica et le dichiari in modo che le suore non habbino a farsi il nidio con le loro dote et habbino da vivere et sostentarsi. Scrivo anchora che a voi che siete state mandate, non manchi né casa né provisione et che proveda sì che a quelle che v'entrano non manchi. Se lo farà bene e se no il danno et la vergogna sarà loro. Altro non dico alle vostre orationi[15]»

Insomma Contessina Cavalcanti era riuscita a bloccare le furbizie del Ceccherini e dei suoi compari, il Turchi e il "Moro", che volevano mettere le mani su una parte dei beni del convento reclamando, in seguito, dei crediti inesistenti nei loro confronti dopo oltretutto aver sperperato parte del patrimonio iniziale del monastero in opere utili solo alle loro tasche. E oltre al danno la beffa. Suor Contessina affiancata dal fratello Stiatta, venuto apposta da Firenze per rappresentare tutta l'autorevolezza dei Cavalcanti, fece rogare i documenti di liquidazione di Ceccherini dal notaio Carlo Bartoli, complice se non addirittura mandante delle manovre del procuratore.

La vicenda della mala amministrazione di Ceccherini seguiva di pochi anni lo scandalo del "Calonza-Gate" che aveva investito il Monte Pio e dunque contribuiva al largo discredito che la cricca del Bartoli si era guadagnata a Montevarchi. Per far tacere i maligni non solo montevarchini ma anche fiorentini una, ad oggi, oscura manovra politica e magari pure "finanziaria" portò incredibilmente Salvadore Ceccherini, nel 1572, ad ottenere l'abilitazione per accedere agli uffici della pubblica amministrazione e così, molto verosimilmente, andò a far danno, e pure la cresta, come podestà a Civitella in Val di Chiana e nel 1587 nella montagna di Pistoia per poi essere grottescamente appuntato, nel 1590, come Camarlingo dei Contratti. Ricorda la sua carriera politica lo stemma con una campana e due rosette ai lati sul palazzo podestarile di Civitella. Simile forse a quello che aveva apposto sulla porta del monastero e che Contessina gli aveva fatto "rimangiare".

Un conto piuttosto salatoModifica

Da una delle carte del Monte Pio datata 25 aprile 1567 si apprende che la sola costruzione del monastero era venuta a costare la «spesa di circa 1000 scudi usciti tutti dalle borse di particulari»[16]. Poi c'erano le spese annue di manutenzione dell'immobile e soprattutto quelle per il vitto e l'alloggio delle monache che erano tutt'altro che irrisorie. Il Monte di Pietà versava ogni anno, e questo fino alla soppressione napoleonica, una quota fissa di 80 staia di grano e in più, almeno fino al 1599, provvedeva a tutte le spese correnti e straordinarie della struttura per un totale di 400 scudi annui. In pratica ogni due anni e mezzo se ne andavano tanti soldi quanti ne sarebbero serviti per costruire un nuovo convento.

Per questo motivo la comunità di Montevarchi si oppose fin dall'inizio al progetto, con tanto di lettera a Cosimo I:

«La Comunità di Montevarchi mossa da giuste cagioni fa intendere a Vostra Signoria qualmente del numero delli 13 operai del Monte di Pietà di questa terra et per ordine di Vostra Signoria se n'è raffermati cinque de' vecchi [...] dubitando che tale numero di operai cittadini non sia tal che essa Comunità non ne patisca in danno de' poveri perché vegghiamo accrescer le spese in detto Monte et scemarne le prestanze perché essi hanno fatto una donativa di 80 staia di grano in perpetuo a un nuovo Monastero da farsi, opera santa e buona ma di manco utilità [...] a sovvenir i poveri così come s'è fatto per il passato, pregando a Vostra Signoria che le prevegghino sì alli operai come nella spesa di tal donativa massime che la Comunità di Montevarchi ha più di 350 famiglie tra le quali non ne sono più di 10 o 20 a cittadino.[17]»

Infatti il denaro che andava a Santa Maria del Latte proveniva tecnicamente dalle casse del Monte Pio ma l'istituto creditizio pescava direttamente dalle tasche dei montevarchini. Da statuto gli utili del Monte avrebbero dovuto essere reinvestiti in opere caritative a favore della città ma, con l'apertura del convento, gran parte di questi se ne andava a finire al monastero favorendo solo le famiglie ricche che, in quella clausura, presero a rinchiuderci le loro figlie.

Il "monacomonzismo"Modifica

Nonostante suor Contessina e le altre sorelle fossero a Montevarchi già dal 1567, alla consacrazione delle prime suore montevarchine, nove in tutto, si arrivò solo alcuni anni più tardi e, più precisamente, bisognò aspettare la Pentecoste del 1573 che in quell'anno cadeva il 10 maggio. Scriveva Contessina Cavalcanti:

«Ricordo come oggi questo dì 10 di Maggio 1573 il giorno della Pentecoste si fece il primo Sacramento delle prime Suore di questo Monastero dal Reverendissimo Monsignore di Fiexole M. Francesco Diacceti le quali Suore furono di numero nove, tutte della Terra di Montevarchi, come ne appare per istrumento rogato Messer Chiarissimo Cancelliere di Sua Altezza Reverendissima.[18]»

Impossibile dire se le nuove religiose avessero preso i voti per vera vocazione o piuttosto per volontà delle rispettive famiglie, ma fa senz'altro sorgere dei dubbi il fatto che le nove ragazze appartenessero tutte alle famiglie più ricche e in vista di Montevarchi, famiglie rigorosamente legate sia al Monte Pio che alla Fraternita del Latte. Per di più, tra di loro si diceva ci fosse, anche se poi non risulta, Piera Ceccherini, sorella di quel Salvadore Ceccherini procuratore del monastero.

La questione della doteModifica

Quello della dote matrimoniale di una ragazza nubile era una preoccupazione costante e crescente di tutte le famiglie specialmente le più ricche. E non si poteva fare a meno di versarla perché rappresentava, in termini giuridici, la liquidazione per il completo e definitivo distacco della ragazza dalla famiglia paterna che così perdeva ogni diritto di accesso all'eredità.

Solo che, almeno per le casate più ricche, la dote rappresentava una spesa notevole. Anche a Montevarchi. Nel 1524 Marietta portò al marito Baldassarre Soldani la somma di 1250 scudi, ne valeva 400 Maria Lucia della Fonte che nel 1544 sposò Agnolo Soldani mentre nel 1592 Francesco Soldani intascò 1000 scudi sposando Francesca Torsoleschi. Gli stessi 1000 scudi vennero pagati dai Fiegiovanni di Firenze a Niccolò Mini per il suo matrimonio con una delle loro figliole.

Anche per monacare una ragazza la famiglia doveva pagare una dote detta appunto "dote monacale" solo che l'importo di questa oblazione si aggirava tra 1/3 e 1/10 di quella matrimoniale. Per la precisione Santa Maria del Latte chiedeva 120 scudi, più spese accessorie, da versare in contanti o addirittura in natura come fece Antonio Dussi, padre di una delle nove suore del 1573, che liquidò il monastero con 25 staia di grano. E se anche nel 1610 l'importo della dote venne alzato a 200 scudi per toccare quota 400 nella seconda metà dello stesso secolo, era pur sempre la metà di una dote matrimoniale senza contare che a Firenze, il convento di Santa Lucia, tra il 1500 e il 1546 chiedeva 200-250 ducati mentre a Siena nel monastero di Santa Caterina volevano 200 scudi subito e 500 fiorini per «sopradote, rifornimento e pietanza»[19].

La clausura e il velo erano in pratica un'esigenza dei soli ricchi perché chi non aveva di che pagare le spese di monacazione non poteva entrare in monastero. D'altra parte la dote, per le famiglie meno agiate, si limitava a un corredo di lenzuola, coperte e tovaglie e, non sempre, pentole e piatti e, a seconda dei casi, qualche spicciolo tant' è che dei conventi femminili le classi subalterne non ne sentivano l'esigenza. Per questo i montevarchini avevano fatto presente al granduca che Santa Maria del Latte era «opera santa e buona ma di manco utilità». Era però solo una controtendenza.

A Firenze i 30 monasteri del 1490 erano diventati 63 nel 1574 e da una media di 32,8 monache ciascuno nel 1478 erano passati alle 72,7 unità nel 1552[20]. Nel 1622 la popolazione monastica femminile rappresentava nelle città toscane ben il 20% della popolazione femminile adulta[21]. Montevarchi non era da meno. Anche nel ritardo con cui si versava il dovuto al convento come dimostra questa comunicazione del 1608 tra il segretario del vescovo e la badessa di Santa Maria del Latte:

«Verso il principio di Novembre credo che Monsignore sarà costì et potrebbe essere la prima domenica di detto mese, ma per ancora non si può determinare, basti la lo sappia almeno otto o dieci giorni prima, et più se più vorrà, intanto procurerà che il Convento sia soddisfatto dai parenti delle Monache che si devono curare di quanto devono per il Sacramento, a ciò che quando siamo vicini al tempo non si habbia a differire per tale effetto, essendo ferma intentione di Monsignore non venire all'atto della Velatione, se prima non è avvisato che il Convento sia soddisfatto dai parenti di quanto debbono[22]»

Le monache bambineModifica

«Reverenda Badessa, quelle di dieci anni non si possono vestire in modo alcuno, bisogna che aspettino di havere l'età conveniente» scriveva a Contessina Cavalcanti il vescovo Francesco Cattani da Diacceto, nipote del predecessore, il 4 gennaio 1574. Santa Maria del Latte era stato preso letteralmente d'assalto dalle richieste di monacazione da parte delle benestanti famiglie cittadine, richieste che talvolta rasentavano l'assurdo come quella di Pier Giovanni Corsi che nel 1594 mise in monastero sua figlia di soli 7 anni. Anche se si potevano prendere i voti solo ai sedici anni compiuti, chi non aveva ancora l'età veniva comunque affidata alle monache "in serbanza" e in serbanza ce n' erano, fin dall'inizio, almeno sei. Le 9 suore del 1573 erano già diventate 25 l'anno dopo e il vescovo nel 1574 autorizzò il monastero ad elevare a 40 le sue ospitande.

Il ruolo delle monache del 1574 era così composto:

Badessa:

  • Contessa Cavalcanti

Sorelle:

  • Suor Maria Antonia Dussi
  • Suor Marietta Cuffi
  • Suor Margherita Bartoli
  • Suor Agnola Nacchianti
  • Suor Antonia Nannocci
  • Suor Lessandra Nacchianti
  • Suor Caterina Vestrucci
  • Suor Lisabetta Bazzanti
  • Suor Lucrezia Lapini
  • Suor Caterina Turchi
  • Suor Binutella Gherardini
  • Suor Prudentia Bindi
  • Suor Ginevra Cuffi

Accettate:

  • Serena Bonzaga
  • Lisabetta Michi
  • Marietta Patelli
  • Lisabetta Nannocci
  • Hanina Giusti
  • Bartolomea Nardi

Converse:

  • Francesca da Bagno
  • Maddalena Bindi
  • Antonia Nuti
  • Diamante del Panna

Il 14 settembre 1598 la nuova superiora Lucrezia Lapini, la prima montevarchina, scriveva al vescovo:

«Reverendissimo Monsignore, stamattina è venuto a me Goro Bazzanti quali vi ha due sorelle monache e vorrebbe mettere una sua sorella pichola in serbo nomata Lucia di età di anni incirca nove quale non ha padre ne madre e non la vuol tenere.[23]»

Nella lettera la badessa indicava che Goro Bazzanti si era addirittura detto disposto a «darli più di cento piastre» per la dote purché se la prendessero. Tanto più che, come indicò successivamente la superiora, la piccola «desidera grandemente esser delle nostre». E ancora presentava la faccenda di Lucrezia di otto anni «la quale è volontaria» che era figlia del fratello della superiora Messer Andrea Lapini. D'altra parte se il vescovo autorizzava l'operazione, con quei soldi si poteva concludere l'acquisto di un podere da 1000 scudi:

«del che prego Vostra Signoria Reverendissima si contenti, essendoci luogo che siamo con le accettate 37 e poi aviamo per levarci da fare una compera di mille scudi e non possiamo far di meno perché è la metà di un podere che comprormo già nove anni fa.[24]»

Ancora più sconvolgente il caso di Lionarda Catani a cui era morto il padre e che aveva avuto in eredità da suo zio 800 scudi di dote. I fratelli avevano deciso di farla monacare così, pagati i 120 scudi di ingresso, avrebbero potuto tenersi il resto del lascito. Prima misero la piccola "in serbanza" a Sant' Angelo alla Ginestra poi, perché ancora la bambina non era in età di prendere i voti e quindi di rinunciare alla dote mentre loro il gruzzolo lo volevano incassare subito, si erano rivolti a un monastero palesemente più accondiscendente e infatti la Lapini, il 12 marzo 1600, chiedeva al Vescovo se avesse potuto rinunciare lui agli 800 scudi al posto della bambina:

«Molto Illustrissimo e Reverendissimo Monsignore, non essendo il numero prefisso et avendo dei luoghi, ci viene offerta una fanciulletta di età di anni 12 e per nome Lionarda figliola di Catano Catani la quale [...] desidera monacarsi nel nostro Monastero e perché detta rimase già senza padre et un suo zio le lasciò per virtù di testamento per sua dote scudi 800 e avendo dei fratelli li quali non li vorrebbe dare se non è el solito Monastero e perché detta non è in età di fare la renuntia di detta dote, li suoi fratelli desiderano che detta renuntia la faccia el Capitolo, del che preghiamo Vostra Eccellenza Illustrissima se si può fare tal renuntia [...] così come si fa sapere come l'è stata due anni in serbo nel Monastero di S. Agnolo fuori di Montevarchi a ciò Vostra Signoria Illustrissima vede se questo ci è di impedimento o ostaculo[22]»

E la badessa il 22 marzo successivo tornava alla carica:

«Molto Illustrissimo et Reverendissimo Monsignore, desideriamo da Vostra Signoria Illustrissima la risposta di quelle fanciullette che vi sono ultimamente a ciò si possa dare esito al fatto su l'entrare, che avia alle mani un comodo di una compra in fra le nostre [proprietà] utilissima e similmente Andrea Burzaglia desidera di acciettare per conversa qui nel nostro Monastero una sua nipote per nome Aurelia quando a Vostra Signoria Illustrissima piaccia dar licentia[25]»

L'interrogatorioModifica

In base alle nuove disposizioni in materia di monachesimo dettate dal Concilio di Trento per tentare di mettere un freno alle monacazioni facili, doveva essere il vescovo ad accertarsi che le candidate scegliessero la vita religiosa volontariamente e non perché costrette dalla famiglia. Ma, almeno nel caso di Montevarchi, quasi mai era il vescovo a farle:

«Reverenda Badessa, per fine di gennaio prossimo passato scrissi a Vostra Reverentia in risposta della sua che commetteva a Messer Alessandro Ciaperoni che non potendo a quei tempi né io né mio Vicario venire ad esaminare la figlia di Antonio del Traversa, la esaminassi egli a nostro nome convenendo commettere tale examine al Confessore ordinario del Monastero. A dì primo di febbraio 1575, il Vescovo di Fiesole[26]»

Più spesso toccava al proposto di Sant' Andrea a Cennano o a quello della Collegiata:

«A dì 4 novembre 1656
La Reverenda Suora Caterina Gratia Catani fu da me Infrascritto esaminata il dì 4 corrente.
Prima sopra l'età sua, la quale rispose che finisce anni 18 ani 30 del presente mese di novembre.
Secondo, interrogata sopra l'anno della probatione rispose e disse esser finito già alli 30 di ottobre prossimo passato 1655.
Terzo, interrogata sopra i Voti et Ordini del Monastero rispose sapere molto bene et ordini et voti di detto Monastero e cioè che è obbligata osservare voto di Castità, di Povertà e di Religione.
Quarto, ancora esaminata sopra la libera volontà di far professione, rispose e disse che era sua libera volontà e non persuasa e non forzatamente vuol fare la solenne professione et altro secondo determinò il Sacro Concilio di Trento.
In quorum fide Ego Federicus Ballantinus Propositus S. Andree a Cennano[27]»

«A dì 19 ottobre 1662
Esamine da me infrascritto fatta alla Caterina di Francesco Dami per pigliare l'Abito della Santa Religione et prima:
Int. Quanti anni hai?
Res. Io fornisco 17 anni a Ogni Santi.
Int. Sel sia Cresimata et quanto tempo sia.
Res. Io sono Cresimata, ma non ricordo quanto tempo è.
Int. Se sappi leggere et dove babbi imparato.
Res. So leggere et ho imparato avanti che entrassi in Convento et nel Convento.
Int. Se per esser stata in Convento sappia ordinar l'Offitio Divino.
Res. Non lo so ancora ordinare bene.
Accennata che trovi un Salmo di Feria VI' di Vespro et una lecitione della Feria V° della Domenica V° d'Agosto.
Lesse l'uno et l'altro con sentimento.
Int. Se sappi l'ordini et le costituzioni del Monastero.
Res. Che per essere stata sopra un anno esserne informata benissimo.
Int. Chi l'abbi indotta, consigliata o sforzata o subornata a farsi religiosa?
Res. In nessuno essere stata indotta né consigliata né sforzata né meno subornata ma essere stata sua propria volontà. Int. Quello che pensa di avere a operare quando sarà Religiosa?
Res. Devo servire a Dio in conformità dell'altra Religione et sposarmi con la Chiesa e Cristo.
Matteo Lieti Confessore del Convento e Proposto della Collegiata[28]»

Le monacateModifica

La cronotassi delle madri camarlinghe, le cassiere del Monastero, è ancora una riprova del fatto che le sorelle di Santa Maria del Latte, Contessina Cavalcanti esclusa, provenivano tutte dalle alte sfere dell'élite cittadina:

  • Suor Contessina Cavalcanti (1567-1597)
  • Suor Maria Perpetua Catani (1602-1606), prozia di Francesco Caiani
  • Suor Maria Antonia Dulli (badessa e camarlinga ad interim)
  • Suor Lucrezia Lapini (1606-1611)
  • Suor Maria Vestrucci (1611)
  • ..
  • Suor Luigia Burzi (1614)
  • ...
  • Suor Maria Giacinta (1620)
  • Suor Antonia Mancini (1621)
  • ...
  • Suor Maria Judit Magiotti, sorella di Raffaello e Lattanzio Magiotti
  • Suor Maria Rosa Celeste Soldani, sorella di Massimiliano Soldani Benzi

E lo stesso vale per un ruolo di monache, redatto per l'elezione della nuova badessa e datato 1º febbraio 1675. Anche qui tutti i cognomi delle consorelle appartengono alle famiglie montevarchine più in vista:

  • Suor Maria Maddalena Segoni (badessa uscente)
  • Suor Maria Bianca Malvolti
  • Suor Maria Valeriana Franchi
  • Suor Maria Angiola Bartolucci
  • Suor Maria Fedele Bartolucci
  • Suor Maria Alessandra Mochi, figlia di Francesco Mochi
  • Suor Maria Diomira Celeste Mini
  • Suor Anna Maria Mochi, altra figlia di Francesco Mochi
  • Suor Francesca Maria Fabbri
  • Suor Costanza Maria Magiotti
  • Suor Maria Leonora Felice Vestrucci
  • Suor Felice Angiola Bianciardi
  • Suor Maria Diomira Angiola Finali
  • Suor Maria Grazia Dami
  • Suor Elisabetta Felice Menchi
  • Suor Diamante Celeste Bianciardi
  • Suor Ginevra Felice Diacine
  • Suor Maria Angiola Celeste Caponi
  • Suor Maria Teresa Catani
  • Suor Maria Anna Bartolucci

Per la cronaca, quel primo febbraio, risultò essere eletta badessa del monastero Suor Maria Fedele Bartolucci con 12 voti a favore e 8 contrari.

Calo di disciplinaModifica

Che Santa Maria del Latte fosse diverso dal vicino Monastero della Ginestra era evidente non solo nei differenti approcci alle acquisizioni di nuove sorelle: molto spregiudicato il primo e più canonico e regolare il secondo. Ma Santa Maria si distingueva anche per una clausura molto più blanda del normale, per non dire del consentito, la cui fama, sotto forma di miti e leggende paesane, è viva ancora oggi.

Se ne fece per prima portavoce Contessina Cavalcanti che, chiaramente su richiesta di interessati, domandava al vescovo di mantenere aperta una porta tra la chiesa, aperta al pubblico, e la clausura pur essendo vietato dalle disposizioni conciliari pena la scomunica.

«Madre Badessa, tengo la vostra et udito quel che scrivete a Messer Francesco, il che è vero, che vi amo nelle viscere di Gesù Cristo et perché io vi voglio bene mi sa male di contristarvi e non vorrei havere a negarvi quel che mi chiedete contro a quel che io penso essere a salute dell'anima vostra e conservazione anzi aumento della vita religiosa et perché io so che haver la porta che entra in chiesa et usarla è contrario a questo perciò vel ho negata benché con mio dispiacere pensando che ve ne dovevate contristare. Ma io non vorrei che per sì poca cosa vi contristaste tanto che ve ne ammalaste non che moriste anzi vorrei che supponendo quel che confessate a Messer Francesco pensaste che io ve lo nego et quando non ci fosse altro bene questa era a bastanza che voi non rimanesse scomunicata perché il Papa scomunica chi rompe la clausura et la chiesa de' secolari non è clausura adunque chi viva senza licenza è scomunicato[29]

Nel 1577 il vescovo si lamentava con la superiora per l'uso delle novizie di passare del tempo fuori dalla clausura:

«Reverenda Badessa, è ragionevole che quelle fanciulle di che Vostra Reverentia mi scrive havendo a monacarsi entrino prima a prova, et a tale effetto dò loro la licentia [...] ricordando che non haviate poi a disputar coi i parenti del dare et havere: et che significhino loro che io non mi contento che le accettate stiano tanto fuori dal Monastero come par che usino costì[30]

Isabella Bazzanti, nel 1609, voleva «il giorno del suo vestimento uscire per andare a desinare a casa di suoi parenti»[31] neanche fosse come passare a comunione.

PosseduteModifica

Tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento arriva in convento il primo caso di "ossessione" o, un po' più forte, di supposta "possessione diabolica". Cosa piuttosto comune all'epoca soprattutto per chi, in convento, non ci voleva o non ci voleva più stare:

«Illustrissimo et Reverendissimo Monsignore, dopo l'havere cinque anni passati a combattere con diavoli visibili, mi bisogna adesso combattere con gli invisibili et di già ne ho scritto due volte a Vostra Signoria Illustissima et ultimamente con l'informatione del Medico, non ho ancora havuta risposta alcuna et di nuovo ne vengo con la presente a ricordargnene, atteso che giornalmente mi occorre entrar dentro a riparare con precetti alli scandali et danni che si fanno dall'ossessa con molto danno della creatura et del Convento tutto. 27 di gennaio 1603, Padre Domenico Ciaperoni[32]»

Le suore imprenditriciModifica

La gerarchia del convento, soprattutto nelle figure della badessa e della camarlinga, giocava un ruolo fondamentale nell'ambito degli equilibri di potere e degli interessi dell'élite montevarchina perché naturalmente la famiglia di provenienza della superiora o dell'amministratrice beneficiava direttamente non solo del prestigio ecclesiastico ma soprattutto dell'accesso privilegiato alle casse o alle proprietà del monastero con concessioni, appalti, speculazioni. Specialmente dal Seicento quando le monache montevarchine si erano fatte tanto ricche da avere al loro servizio un fattore, un ortolano, due fattoresse, e una serva.

AcquisizioniModifica

Il 23 luglio del 1573 le monache si aggiudicarono il podere di Valdichiana «con casa da lavoratore nella Corte di Marciano luogo detto la Casaccia ovvero Spinetto da Francesco Cristofano e Marcho Antonio fratelli e figlioli di Lorenzo Brandini dalla Torre el quale podere fu stimato da Lodovico di Jacopo Tassi arbitro de sopraddetti e per noi da Michelagnolo Vestrucci da Montevarchi e quali stimorno doversi pagare fiorini 32 di lire 4 e soldi 5 per staioro [scudi 1523 e lire 1]».

Il podere di Capannole venne invece acquistato il 26 luglio del 1592 da «Pietro da Cennina con sue terre e chasaccia da lavoratore, con orto et sua abitazione posta in podesteria del Bucine Comune di Chapannoli luogo detto Bottega all'acqua» con «un pezzo di terra lavorata, alberata, querciata e fruttata di staiora 5 a seme [...] e un pezzo di terra lavoratia di staiora 4 a seme in detto Comune luogo detto la Strada, e un tenimento di terra lavorata, vitata, fruttata e altrettanto querciata di staiora 30 in detto Comune luogo detto Accurri». La proprietà costò in tutto 1000 scudi divisi in tre tranche: la prima da 386 scudi, la seconda da 200 e la terza per 414[33].

Alla fine del Settecento i poderi di Santa Maria del Latte erano 8 in totale: Valdichiana, la Quercia, Avanella, la Villa, la Bottega, Ventena, la Casuccia, le Case, vari campi dietro le Mura e una vigna nell'Ornaccio, terre di Poggialuzzo.

LascitiModifica

La prima grande fortuna entrata nel portafoglio di Santa Maria del Latte fu quella dei Bartoli ossia tutti i beni accumulati da Carlo Bartoli nella sua scalata alla città compresi quelli arraffati durante i lavori di edificazione del convento. Andrea, rampollo di Carlo, morì scapolo nel 1599 nominando il monastero, nella figura di sua sorella Suor Anna, suo erede universale. Beni che, grazie al vincolo testamentario di destinarne i frutti alle ragazze povere senza dote, per contrappasso divennero leggendari a Montevarchi con il nome di "eredità Bartoli".

Al 1640 le eredità, piccole o medie, collezionate dal convento erano 7: quella di Andrea Bartoli, di Bazzante di Domenico Bazzanti, di Simone di Francesco di Giuliano, di Alessandro di Domenico di Alessandro, di Vanni di Agnolo, di Valerio di Bartolomeo di Piero di Donato Magiotti, di Madonna Lisabetta di Benedetto Pieri.

Notevole fu invece quella di Contessa Nacchianti, moglie dello scultore Francesco Mochi, che nel 1665 lasciava tutto «beni mobili et mobili come poderi, case, vigne, orti, robe [...], benefici ecclesiastici, bestiami, masserizie, ragioni, scritture, crediti, luoghi di monte [...] oro et argento et ogni altra cosa che ad essa si appartenesse» alle figlie Suor Maria Alessandra e Suor Anna Maria con la sorella Clarice che era pure la badessa.

Nel 1682 la sola eredità Nacchianti fruttò alle monache 4797.17 lire e il resoconto dei raccolti del 1679[34] è da solo abbastanza eloquente:

Podere di Casa Riccio Podere de Lanzi Vigna dell'Ornaccio Vigna di Caposelvi
Grano Gentile - Staia: 31 Grano Gentile - Staia: 68 Grano Gentile - Staia: 3,5
Grano mischiato - Staia: 26 Grano mischiato - Staia: 1,5 Grano mischiato - Staia: 2 Grano mischiato - Staia: 8
Grano segaloso - Staia: 35,5 Grano segaloso - Staia: 1,5
Segale - Staia: 13 Segale - Staia: 4
Fagioli - Staia: 6 Fagioli - Staia: 0,5 Fagioli - Staia: 1,5
Fagioli romani - Staia: 1,5 Fagioli romani - Staia: 1,5
Fagiolini - Staia: 1

Meno importante ma molto più pittoresco il lascito di 100 scudi di Magdalena di Lorenzo Manzini che nel 1650 voleva «per anni cinquanta continui fare celebrare ogni venerdì non impedito, et essendo impedito il seguente giorni, una Messa della Passione di Nostro Signore all'Altar Maggiore in Detta Chiesa [Collegiata]»[35].

CreditiModifica

Tanto era il giro di cassa del convento che tra le relative carte contabili si trovano tracce di crediti e di prestiti fatti dalle monache a privati. Nel 1625, per esempio, la badessa prestava a Giuliano Catani 12 scudi:

«A dì 6 di Maggio 1625, dichiarasi per la presente et privata scritta [...] Giuliano di Bastiano Catani di Montevarchi si chiama vero et legittimo debitore delle molto Reverendissime Madre Badessa et Monache [...] della somma et quantità di scudi 12 di moneta di lire sette per scudo, quali detto Giuliano ha havuto da detto Monastero più tempo fa in prestanza gratis et amore per restituire in infrascritti tempi cioè scudi tre per tutto agosto prossimo à venire 1628, di lire sette per ciascuno, il restante di poi per ciascun anno per tutto il sopraddetto mese d'agosto scudi duoi, sin tanto et soddisfaccia l'intera somma; et in difetto et mancassi la seconda rata ne possa essere astretto a tutta l'intera somma; et perciò non solo s'obbligò se medesimo ma suoi heredi et beni mobili et immobili, presenti e futuri[30]

Nel 1661 Maddalena di Michele Corsi ne prese addirittura 27 di scudi in prestito: le suore si erano date all'alta finanza. D'altra parte l'estimo delle produzioni agricole di Santa Maria del Latte nel 1617[36] rende un'idea piuttosto chiara di quanto fossero articolate e consistenti le entrate del monastero:

Valdichiana Monte San Savino Treggiaia Capannole Gavignano Mulindidino Caposelvi
Grano buono (staia) 151 50 202 59 45 32 24
Grano veccioso e segaloso (staia) 15 4 35 30 28 38 24
Segale (staia) 50 5 39,5
Fagioli (staia) 35 1,15 19 5,45 4,5 5,5
Miglio (staia) 7,5 11
Fave (staia) 35 12 6 4,45 3,5
Cicerchie (staia) 2 3,5
Vecce (staia) 24
Fagiolini (staia) 0,5
Saggina (staia) 3 5
Vino rosso (barili) 8 12,5 32 15 20 16,5 12
Vino bianco (barili) 21
Olio (barili) 2 1 1,5 4

I conti economici[37] sono però sospettosamente poco accorti nella gestione delle spese:

Anno fiscale Entrate Uscite
1618 £ 6229.11.10 £ 6400.11.10
1619 £ 6284.5 £ 6256.5
1620 £ 5990.14 £ 5977.2
1621 £ 4246.6.4 £ 4340.14.4
1622 £ 4712.2.4 £ 4694.15.4
1623 £ 4491.7 £ 4434.3

La soppressioneModifica

Nell'ambito delle riforme ecclesiastiche del granduca Pietro Leopoldo, nel 1775 venne istituita una Deputazione che doveva sovrintendere alla gestione dei monasteri, maschili e femminili, che, sottratti all'autorità dei vescovi, vennero dati in gestione a un "Operaio" di incarico regio. Ne fu nominato uno anche per il Maria del Latte di Montevarchi e rimase in carica fino alla promulgazione della legge del 10 maggio 1785 che metteva le suore montevarchine, come d'altra parte tutte le altre istituzioni religiose femminili toscane, di fronte alla scelta della soppressione o della trasformazione del convento in conservatorio femminile per fare scuola alle giovani ragazze o per ricevere in convitto le vedove e le mogli separate dai mariti.

Ma le suore, decise a continuare la vita monastica, presero a temporeggiare tanto che il granduca si vide costretto a scrivere al vescovo di Fiesole Ranieri Mancini perché facesse pressione sulle monache dei conventi di S. Maria del Latte di Montevarchi e di Santa Croce di Figline Valdarno che ancora non avevano preso alcuna risoluzione in merito al loro futuro. Tuttavia, con un'altra ordinanza del 24 ottobre 1785, il granduca concedeva alle monache toscane il permesso di continuare a vivere in clausura a patto che non ammettessero nuove sorelle e alla fine, le suore del Sacro Latte, optarono per trasformarsi in conservatorio femminile.

Quel che però non fecero i Lorena, lo fece l'amministrazione napoleonica in Toscana prima con l'ordinanza del 29 aprile 1808 dell'amministratore generale della Toscana Luc Jacques Edouard Dauchy e poi, nel 1810, con l'esecuzione immediata del decreto imperiale di chiusura di tutti i monasteri del Dipartimento dell'Arno. Il decreto, emanato il 13 settembre 1810, prevedeva lo sgombero dei conventi del Valdarno, esclusi quelli delle agostiniane di San Giovanni e delle Oblate dell'ospedale di Figline, entro il 15 ottobre successivo data in cui sarebbe incominciato l'incanto di tutti i beni degli enti religiosi soppressi.

Alla fine di ottobre del 1810 abbandonarono l'edificio tutte quelle suore che avevano deciso di smettere l'abito religioso e di tornare alle loro famiglie, mentre lasciarono alla spicciolata Montevarchi tutte le altre che volevano rimanere nell'ordine e che dunque aspettavano le indicazioni di trasferimento ad un differente monastero. Santa Maria del Latte venne lasciato dall'ultima religiosa nel 1813.

NoteModifica

  1. ^ Deliberazioni degli Operai del Monte Pio, Registro I
  2. ^ Archivio di Stato di Firenze, Corporazioni Religiose, n. 173, f.43, cc. non numerate
  3. ^ Franco Angiolini, Dai segretari alle «segreterie»: uomini ed apparati di governo nella Toscana medicea (metà XVI secolo-metà XVII secolo), in Società e storia, XV, n. 58, 1992, pp. 705-720
  4. ^ ASF, Corporazioni Religiose, n. 173, f.43, cc. 77v-79r
  5. ^ Ibid. f.5, c. 7r-v
  6. ^ Ibid. f.5, c. 3r
  7. ^ ASF, Corporazioni Religiose, n. 173, f 44, cc. 12v-14r
  8. ^ Ibid. f.42, cc. non numerate
  9. ^ Jacopo Sigoni, Cronaca breve della Terra di Montevarchi, Manoscritto conservato presso l'Accademia Valdarnese del Poggio, Montevarchi, max 1658
  10. ^ ASF, Corporazioni Religiose, n. 173, f.53, c. 5r
  11. ^ Libri manoscritti delle Monastero delle monache di S. Maria del Latte, Fondo Monasteri Soppressi, Archivio di Stato di Firenze, 173-5
  12. ^ Ibid.
  13. ^ Ibid.
  14. ^ ASF, Tratte, f. 43 cc. non numerate
  15. ^ Ibid. f. 5, c. 1r
  16. ^ Archivio Cassa di Risparmio di Firenze, vol. 20, c. 251r
  17. ^ Archivio Preunitario del Comune di Montevarchi, f. 3, c. 215r-v
  18. ^ ASF, Corporazioni religiose, n. 173, f.5
  19. ^ Maria Fubini Leuzzi, Condurre a onore. Famiglia, matrimonio e assistenza dotale a Firenze in età moderna, Firenze, Olschki, 1999, pagg. 170-171
  20. ^ Gabriella Zarri, Recinti. Donne, clausura e matrimonio nella prima età moderna, Bologna, Il Mulino, 2000 pag. 49
  21. ^ Marco Della Pina, I nuovi assetti demografici regionali, in Storia della civiltà toscana III, Firenze, Le Monnier, 2003, pag. 119
  22. ^ a b ASF, Corporazioni religiose, f. 43, cc. non numerate
  23. ^ ASF, Corporazioni religiose, n. 173, f.53, c. 165r
  24. ^ Ibid.
  25. ^ Ibid.
  26. ^ Ibid.
  27. ^ ASF, Corporazioni religiose, n. 173, f. 51, c. 53v
  28. ^ ASF, Corporazioni religiose, n. 173, f. 51, c. 104r-v
  29. ^ ASF, Corporazioni religiose, n. 173, f. 53, c. 5r
  30. ^ a b ASF, Corporazioni religiose, n. 173, f. 43, cc. non numerate
  31. ^ Ibid.
  32. ^ Ibid.
  33. ^ ASF, f. 5, c. 21r e c. 49r
  34. ^ ASF, Corporazioni Religiose soppresse dal governo francese, n. 173, f. 65
  35. ^ Ibid. f 48, c. 73r.
  36. ^ ASF, Corporazioni Religiose, n. 173, f. 5 Memorie della fondazione del monastero. Entrata 1567-1627
  37. ^ Ibid.

BibliografiaModifica

  • Libri manoscritti del Monastero delle monache di S. Maria del Latte, Fondo Monasteri Soppressi, Archivio di Stato di Firenze, 173-5
  • Inventari della Chiesa delle Monache di S. Maria del Latte, Manoscritti, Collegiata di San Lorenzo di Montevarchi
  • Monastero Agostiniano di S. Maria del Latte X. B. R, Archivio Vescovile di Fiesole
  • Aldo Anselmi, Il monastero delle monache di Santa Maria del Latte in Montevarchi, Fiesole, Quaderni del centro culturale cattolico di Fiesole Vol.2, 1981
  • Lorenzo Piccioli, Potere e carità a Montevarchi nel XVI secolo, Storia di un centro minore della Toscana medicea, Firenze, Leo S. Olschki, 2006
  • Lorenzo Piccioli, La comunità di Montevarchi nel '500 in I Medici a Montevarchi, Papi, reliquie e memorie d'arte nel Cinquecento, Montevarchi, Aska, 2008