Pietra focaia

pietra adoperata per produrre scintille
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Con il termine pietra focaia si intende un tipo particolare di pietra adoperata per produrre le scintille necessarie ad accendere un'esca o la polvere da sparo nelle armi da fuoco portatili, a ruota ed acciarino. Dal XIV secolo essa sostituì il sistema a serpentino e miccia.

Pezzo di selce sagomato per l'uso sulle armi da fuoco: la parte a destra è quella che veniva stretta tra le ganasce del cane. Quella a sinistra (più scheggiata) era quella destinata a battere sulla martellina

ProprietàModifica

 
Esempio di pietra focaia in selce
 
Accensione di un fuoco con l'ausilio di un acciarino d'acciaio e di una pietra focaia

La pietra focaia più usata era la pirite propriamente detta, e cioè bisolfuro di ferro monometrico (FeS2). Tale pietra è chiamata focaia perché se vivamente sfregata con l'acciarino produce scintille che possono incendiare un'esca o la polvere da sparo.

È di colore e splendore simile a quello dell'oro, dura e non soggetta a decomporsi in scaglie come altri minerali dalle caratteristiche analoghe.

Fu successivamente sostituita dalla selce che, pur avendo i difetti di dover essere opportunamente sagomata (tanto che esistevano artigiani in questo specializzati) e di spezzarsi più facilmente, produceva le scintille in un tempo minore aumentando la velocità di sparo e la facilità di colpire bersagli in movimento (era più breve infatti il tempo intercorrente tra la trazione del grilletto e la partenza del colpo).

La pietra focaia rimase in uso fino a quasi tutta la prima metà del XIX secolo.

StoriaModifica

 
Focile d'acciaio a forma di B, ricorrente in araldica, che strofinato con la pietra diventava in grado di produrre scintille

L'utilizzo di pietre focaie, quali calcedonio, pirite, o agata, come strumenti per accendere il fuoco, risale agli antichi Romani e forse anche a prima di loro. Plinio il Vecchio ne attribuisce la scoperta a un certo Pyrodes di Cilicia.[1]

Per produrre le scintille, la pietra focaia andava percossa con un acciarino in metallo, che nel Medioevo era detto focile.[2]

 
Stemma araldico dei Gonzaga di Mantova, che riproduce quattro simboli di focile in basso a destra

Per la sua capacità di produrre scintille da una pietra inerte, e quindi in un certo senso di liberarne lo spirito in essa contenuto, che era possibile poi diffondere nel mondo, al focile e alla pietra focaia erano attribuite proprietà magiche e alchemiche.[3] La pietra poteva così essere assimilata anche alla pietra filosofale:

«Il lapis ignis, la pietra focaia [...] è la premessa principale della fabbricazione dell'oro per la via alchemica. [...] L'alchimista, però, può fabbricare il lapis ignis solo dall'antimonio. Nessuno può ottenere l'oro dal nulla, ma solo per trasformazione del piombo

(Benjamin Seiler, Könner der hermetischen Kunst, pag. 3 e segg., in "ZeitenSchrift", n. 19, 1998[4])

NoteModifica

  1. ^ Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, Libro VII, 198.
  2. ^ Pietra focaia, su treccani.it.
  3. ^ L'acciarino e la pietra focaia.
  4. ^ Trad. it. di S. Candida, da Helmut Gebelein, Iniziazione all'alchimia, pag. 55, Mediterranee, 2006.

BibliografiaModifica

  • Manganoni Carlo. Armi da fuoco portatili. Nozioni generali. Volume I: Armi da fuoco in genere. Volume II: Armi portatili. Enrico Schioppo, Torino, 1927.
  • Montù Carlo. Storia dell'Artiglieria italiana. Edito a cura della Rivista d'Artiglieria e Genio, Roma, 1934;
  • Ricketts H., Armi da Fuoco, Milano, Mursia, 1962
  • Peterson H., Armi da Fuoco nei Secoli, Milano, Mondadori, 1964

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