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Pietro Casaburi Urries (Napoli, ... – ...) è stato un poeta italiano. Fiorito nell'ultimo quarto del XVII secolo, è stato uno dei più notevoli poeti marinisti, ed è uno dei migliori rappresentanti dell'ultimo barocco insieme a Giuseppe Artale e Giacomo Lubrano, dai quali si differenzia per la melodiosa dolcezza del verso.

BiografiaModifica

Nicolò Toppi, nella sua fondamentale Bibliotheca napolitana (1678), lo elogia come «dolcissimo ed ingegnosissimo poeta», ma non è in grado di dare alcuna notizia sulla sua vita, benché le sue rime, in tre volumi, fossero stampate in anni a lui vicini (1676 e 1685).

È del tutto impossibile dire qualcosa della sua vita se non in base alle poche indicazioni che possono trarsi dalle sue rime.

Di famiglia almeno in parte oriunda spagnola, stando se non altro al cognome, era figlio di Margarita Urries e di Fulvio Casaburi, ai quali sono dedicati alcuni versi delle Sirene (1685); in essi l'A. si rivolge ai genitori al presente, ciò che potrebbe far supporre che a quell'altezza cronologica fossero ancora viventi. I fratelli sono Lorenzo Casaburi Urries, altro non ignoto poeta, e Michele, capitano al servizio del viceré spagnolo. Il nonno materno è Pietro Urries, autore di opere latine e Auditor Generale delle milizie nel Regno di Napoli. Suo zio è il teologo e poeta marinista Gasparo De Simeonibus, vescovo di Campagna prima di Juan Caramuel y Lobkowitz. È dunque di famiglia cospicua. I riferimenti alle personalità dell'epoca, benché copiosi, non consentono in alcun modo di fissare, anche solo presuntivamente, il decennio della nascita. Si può solo supporre, in base alla prefazione alle Sirene da parte di Antonio Muscettola, che nel 1676 PCU fosse ancora abbastanza giovane.

Per quanto riguarda le sue frequentazioni in àmbito letterario, gli esegeti moderni (tra cui Domenico Chiodo) indicano in Giuseppe Battista, mai direttamente nominato tra i molti destinatari di encomi, come il punto di riferimento del misterioso poeta, che spesso intrattiene con la lirica del grottagliese un paradossale rapporto di palinodia, o rovesciamento. Gli altri personaggi elogiati (Antonio Muscettola, Baldassarre Pisani, Federico Meninni, Giacomo Lubrano, Daniello Bartoli) implicano una vicinanza ideale all'Accademia degli Oziosi di Napoli, alla quale l'A. non risulta tuttavia affiliato.

Antonio Muscettola, come prefatore delle Sirene (A que' che leggono), informa dell'intenzione da parte di PCU di

«dar alla luce del mondo un volume di prose morali, ornate tutte d'insegnamenti di filosofie più dilicate e ripiene di nuove e stravaganti erudizioni per diletto e per giovamento del mondo, nelle quali ammirerete la sublimità del suo prodigioso ingegno (1676).»

Di queste prose non esiste traccia, nemmeno nei repertori antichi, ciò che induce il fondato sospetto che non siano mai state date alle stampe, e che girassero solo manoscritte. Non bisogna dimenticare che intorno al 1670 il gusto barocco, di cui PCU è uno degli esponenti più sfrenati, era entrato in crisi.

Le uniche altre personalità con le quali PCU sembra aver intrattenuto rapporti sono il già citato Juan Caramuel y Lobkowitz, al quale PCU indirizza un'interessante ed erudita lettera sulle metafore posta a mo' di prefazione alle Saette di Cupido (1685); e Matteo Di Stefano Vitale, che riproduce una propria lettera a PCU e la risposta del destinatario come premesse ai propri Fiori istorici morali, compilazione del 1674 (che risulta contenere la più antica opera a stampa nota di PCU). Si tratta degli unici componimenti in prosa finora pervenuti di quest'autore.

Opere ed esteticaModifica

Di PCU, escluse le prose, annunciate da Antonio Muscettola e molto probabilmente mai stampate, oltre alla citata lettera a Matteo Di Stefano Vitale, rimangono sostanzialmente due raccolte poetiche:

  • Le Sirene, di cui furono stampate nel 1676 le prime tre parti, e la quarta e ultima nel 1685.
  • Le saette di Cupido, stampate nel 1685, e precedute da una «Lettera del signor D. Pietro Casaburi a Monsignor Caramuele, nella quale si tratta della metafora».

La lettera a Caramuel raccoglie molti esempi di metafore ardite tratti dalla tradizione (da Dante e Petrarca in poi): una scelta significativa dell'intenzione dell'autore di conferire alle presunte stravaganze del marinismo qualche patente di legittimità, elevando il procedimento metaforico totale tipico della maniera barocca a procedimento identificabile direttamente e in toto con il fare poetico.

Questa impostazione, che distingue PCU da tutti gli altri marinisti, è organica alla sua concezione della poesia, che è totalmente immune dalla consapevole ricerca, in qualche modo provocatoria, della bizzarria, della novità, ma tende ad adeguare il fittissimo gioco analogico e allusivo tipico della sua maniera ad una cornice di splendente decoro formale, con esiti di incomparabili melodiosità e freschezza.

Dalle rime encomiastiche, raramente all'altezza dei componimenti slegati dall'occasione, risultano evidenti la sua filiazione da quella sorta di "secondo marinismo meridionale" discendente dal nuovo impulso dato alle lettere locali dal Caramuel durante il periodo del suo vescovato di Campagna (1657-1673; filiazione già comunque evidente dalla scelta dello stesso Caramuel come destinatario della citata «Lettera» sulla metafora), e la vicinanza (tramite Giacomo Lubrano, Daniello Bartoli e letterati gravitanti intorno a quell'àmbito) ai Gesuiti; sennonché, a parte qualche isolata esercitazione sacra, la sua maniera sfoggiata e musicale si esprime più abbondantemente e al meglio in componimenti che per argomento si riallacciano al primo marinismo per gli argomenti amorosi e mitologico-pastorali, con una forte, anche se molto mediatamente barocca, attenzione alla natura. L'ossessione moralistica, propria degli ultimi marinisti, da Giuseppe Battista a Giacomo Lubrano a Giuseppe Artale, ecc., è in pratica totalmente assente dalla poesia di PCU.

La critica enfatizza particolarmente la riuscita delle odi tetrastiche, vale a dire i componimenti lunghi in quartine di endecasillabi secondo lo schema ABBA ecc., quali per esempio "I gemiti di Enone abbandonata da Paride" (Saette di Cupido) o il "Lamento di Pan innamorato" (Le Sirene), oscillanti tra il monologo teatrale (con preciso richiamo al lamento di ascendenza melodrammatica) e l'idillio barocco. Se per la tecnica più che matura, trascendentale, è perfettamente organico alla sua temperie, per la musicalità incantatoria, per la sospensione stuporosa e il senso favoloso della natura si pone come ultimo esponente di una linea di discendenza tutta napoletana, che lo congiunge al caposcuola Marino e a Girolamo Fontanella.

BibliografiaModifica

Stampe anticheModifica

  • 1674. Matteo di Stefano Vitale, Fiori istorici morali scelti dal signor Matteo Vitale di Stefano divisi in tre libri, &c. Premesse: «Copia di lettera scritta al signor D. Pietro Casaburi Urries dal signor Matteo Vitale e Copia di lettera responsiva scritta al signor Matteo Vitale dal signor D. Pietro Casaburi Urries». In Napoli, Per Novello de Bonis, stampator arciv. In-4º, [8 cc.,] 274 pp.
  • 1676. Le Sirene, poesie liriche del signor D. Pietro Casaburi Urries... concerto primo-terzo. Il Mercurio, overo I Peani, poesie d'illustri ingegni in lode del Sig. D. Pietro Casaburi, con le Risposte del medesimo... Il Napoli, per Novello de Bonis. In-12º, 4 parti di [16 cc.,] 132 pp., [10 cc.,] 156 pp., [9 cc.,] 111 pp. e 57 [19] pp., front., ogni «Concerto» col suo titolo.
  • 1685. Le saette di Cupido. Elegie amorose del signor D. Pietro Casaburi Urries. In Napoli, per Gio. Francesco Paci, a spese di Antonio Bulifon. In-12º, 20 [-4] - 270 pp. Precedute da una «Lettera del signor D. Pietro Casaburi a Monsignor Caramuele, nella quale si tratta della metafora».
  • 1685. Delle Sirene. Poesie liriche del signor D. Pietro Casaburi Urries. Concerto quarto. In Napoli, per Gio. Francesco Paci. In-12º, 111 [-1] pp.

Stampe moderneModifica

  • 1996. Pietro Casaburi Urries, Le sirene, cur. redazionale [coord. Domenico Chiodo], pp. XXVII, 348. RES edizioni, Torino.

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