Giovan Battista Marino

poeta italiano
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Giovan Battista Marino, anche Giambattista Marino e Giovanni Battista Marino, talora anche Marini (Napoli, 14 ottobre 1569Napoli, 25 marzo 1625) è stato un poeta e scrittore italiano.

Frans Pourbus il Giovane, Ritratto di Giovanni Battista Marino, c. 1621. Olio su tela, 81 x 65,7 cm. Detroit, Detroit Institute of Arts[1]

È considerato il fondatore della poesia barocca, nonché il suo massimo esponente italiano. La sua influenza sulla letteratura italiana ed europea del Seicento fu immensa. L'opera del Marino è all'origine di una concezione poetica che andò presto affermandosi in tutti i maggiori paesi del continente, sfociando in correnti letterarie quali il preziosismo in Francia, l'eufuismo in Inghilterra e il culteranismo in Spagna. La straordinaria importanza dell'opera mariniana e l'enorme successo di cui il Marino poté godere fra i suoi contemporanei sono ben illustrate dal celebre giudizio di Francesco de Sanctis: "Il re del secolo, il gran maestro della parola, fu il cavalier Marino, onorato, festeggiato, pensionato, tenuto principe de' poeti antichi e moderni, e non da plebe, ma da' più chiari uomini di quel tempo [...]. Marino fu l'ingegno del secolo, il secolo stesso nella maggior forza e chiarezza della sua espressione".[2]

BiografiaModifica

Napoli (1569-1600)Modifica

Sebbene Giovanni Pozzi, il primo ad avere studiato in modo organico la vasta opera mariniana, abbia posto in evidenza l'influsso esercitato sul poeta dagli ambienti culturali extrapartenopei, non va trascurato che fino all'età di trentun anni Giovan Battista Marino fu stabilmente nel napoletano e che l'incubazione della rivoluzione poetica mariniana, la quale avrà come teatri principali l'Italia settentrionale e la Parigi di Luigi XIII, avvenne nei decenni di formazione trascorsi dal poeta a contatto con l'ambiente culturale di Napoli. Del resto, come ha ricordato tra gli altri Marzio Pieri, la Napoli di fine Cinquecento era tra le più rilevanti città della penisola italiana, e dunque d'Europa: "La Napoli spagnola che tiene in grembo il Marino fino ai suoi primi trent'anni è città feudale e lazzarona, colta e raffinata nei nidi del privilegio, e affamata e paganeggiante nell'universale [...]; è, allora come ora, una delle più grandi città d'Italia: una metropoli mediterranea".[3]

Le origini: nascita, famiglia, prima formazione [4]Modifica

Giovan Battista Marino nasce a Napoli alle 14 del 14 ottobre 1569,[5] in una casa di piazza della Selleria (poi chiamata Pendino), la stessa area in cui secondo Francesco De Pietri era nato anche Jacopo Sannazaro.[6] Il padre, Giovanni Francesco, forse di origini calabresi,[7] è giuresconsulto, non ricco né nobile, ma sufficientemente benestante da mantenersi "in grado onorato";[8] vanta inoltre una certa dimestichezza con le lettere, non disdegnando di allestire nella propria dimora rappresentazioni di egloge e commedie, alle quali prenderà parte anche il giovane Giovan Battista.[9] Il nome della madre non ci è giunto; sappiamo solo ch'ella morì prima del 1600, non molto tempo dopo il marito.[10] Giovan Battista è il primo di sette figli. Da una sorella maggiore, Camilla, coniugata al medico napoletano Cesare Chiaro, nascerà Francesco Chiaro, che divenuto canonico a Napoli per interessamento del celebre zio, ne sarà poi biografo e legatario.[11]

Il piccolo Giovan Battista riceve i primi rudimenti di grammatica dall'umanista Alfonso Galeota,[12] che lo introduce allo studio del latino e ne segnala ben presto al genitore l'ingegno non comune.[13] Al ragazzo non viene invece impartita alcuna nozione di greco, lingua che, come ricorderà Tommaso Stigliani, il Marino ignorerà per tutta la vita.[14] Del resto il Marino non avrà né l'opportunità né, forse, la costanza di condurre regolari studi letterari e il suo profilo rimarrà, per più di un verso, quello di un umanista incompiuto.[15]

A dispetto del vivo interesse mostrato dal figlio per gli studi letterari, ben presto Giovanni Francesco obbliga il figlio a seguire quelli giuridici.[16] Per tale imposizione e per ciò che ne seguirà, il poeta serberà nei confronti del padre un bruciante e durevole risentimento: "Cominciarono le mie sventure quasi nel principio della mia vita," scriverà in una lettera al Manso, "da colui che m'aveva data la vita, ch'in ciò solo il riconobbi per padre. Mi disgraziò, mi discacciò, mi perseguitò".[17] Nel 1586, infatti, Giovan Battista si lascia definitivamente alle spalle − forse senza averlo completato[18] − lo studio delle leggi. Il padre, indispettito dall'insistenza del giovane nel coltivare, in segreto, la passione per la poesia, si risolve a negargli il generoso sostentamento e più avanti a cacciarlo di casa.[19]

L'Accademia degli Svegliati e i mecenati napoletaniModifica

Nello sviluppo della personalità poetica del Marino un ruolo fondamentale riveste l'assiduità con l'Accademia degli Svegliati,[20] che egli frequenta, con il nome di "Accorto", almeno dal 1588. L'accademia è retta dal poeta e filosofo Giulio Cortese e conta fra i suoi membri rilevanti aristocratici e uomini di cultura partenopei, come Giovan Battista Manso, marchese di Villalago, Tommaso Costo, Ascanio Pignatelli, Giulio Cesare Capaccio, Camillo Pellegrino, Paolo Regio, Prospero Filomarino, e altri ancora. Tra gli affiliati figura nientemeno che Torquato Tasso, con cui non è improbabile che, come vuole il Baiacca, il giovane Marino entri in diretto contatto.

Dal pensiero e dall'opera di Giulio Cortese e del suo circolo, venato di robuste influenze telesiane, il Marino riceve notevoli suggestioni. La stessa condotta adottata dal Cortese nei confronti delle istituzioni statali ed ecclesiastiche, improntata a crescente ambiguità, non mancherà di esercitare sul poeta un certo ascendente. Tra i testi cortesiani cui certamente il Marino presta più di un'attenzione vanno ricordati i trattatelli di poetica raccolti in Rime e prose del signor Giulio Cortese, detto l'Attonito (Napoli, Cacchi, 1592), in particolare Delle figure, Avertimenti nel poetare ai signori accademici Svegliati, Dell'imitazione e dell'invenzione e Regole per fuggire i vizii dell'elocuzione.[21] Questa edizione delle Rime cortesiane segna anche il battesimo tipografico del Marino: suoi sono infatti i versi del sonetto "Cortese, Amor t'accende, Amor la cetra", incluso nella prima parte del volume.[22]

A sovvenire il giovane Marino dopo la cacciata dalla casa paterna sono prominenti membri del patriziato partenopeo: i già ricordati Manso e Pignatelli, Innico de Guevara II, duca di Bovino e Gran siniscalco del Regno,[23] e soprattutto il facoltosissimo mecenate e cultore delle arti Matteo di Capua,[24] principe di Conca, Grande ammiraglio del Regno, amico di Giulio Cortese e, come il Manso, anfitrione del Tasso. Nel sontuoso palazzo del di Capua il poeta matura quella che si può definire la sua prima esperienza di corte. Come si evince da una lettera di Camillo Pellegrino ad Alessandro Pera, infatti, nella seconda metà del 1596 il giovane Marino entra al servizio del principe.[25] Oltre a trovare relativa stabilità, il poeta ha modo di familiarizzare con la preziosa biblioteca di palazzo e soprattutto con la ricca quadreria del suo signore: affinerà così quella passione per le arti figurative che lo accompagnerà per tutta la vita e che troverà compiuta espressione nella Galeria (1620).[26] Di qui sino al volgere del secolo, Giovan Battista vivrà all'ombra del principe, tra Napoli, Vico Equense, Nisida e altre località, anche fuori della Campania (per esempio negli Abruzzi).

A questi anni napoletani risale la composizione di alcune egloghe ispirate a Virgilio e Ovidio, ma anche al Tasso dell'Aminta. Verranno stampate postume con il titolo di Egloghe boscherecce (1627). Il giovane Marino si dedica anche al genere burlesco e, negli anni al servizio del di Capua, scrive innumerevoli versi celebrativi su di lui e sui suoi famigliari, oltre a decine di componimenti incentrati sulle opere d'arte − pitture e sculture − cui aveva accesso nella straordinaria collezione del principe. Sembra riconducibile a questo periodo anche un nucleo germinale dell'Adone, anche se la sua natura e la sua entità sono controverse.[27] Salda è invece l'attribuzione a questo primo periodo napoletano della Canzone de' baci ("O baci avventurosi"), il componimento cui il giovane Marino deve la sua improvvisa fortuna letteraria.[28]

Di grande interesse è la presenza di Giovan Battista Marino fra i protagonisti del dialogo manoscritto di Camillo Pellegrino Del concetto poetico (1598), una delle prime teorizzazioni di quella che diverrà poi nota come poesia concettista e cha avrà nel Marino uno dei suoi massimi esponenti.[29]

Gli arrestiModifica

Durante la sua giovinezza napoletana, il Marino viene incarcerato ben due volte. Il primo arresto ha luogo nella primavera del 1598. Nel silenzio degli antichi biografi circa la causa, sono state avanzate due ipotesi: l'una, un'accusa di sodomia, è poco più di una semplice illazione;[30] l'altra, la denuncia del padre di una giovane rimasta incinta del poeta e morta al sesto mese di gravidanza per procurato aborto, non ha oggi riscontri verificabili.[31] Quali che siano le ragioni dell'arresto, dopo un anno di carcerazione Giovan Battista viene rimesso in libertà. Il secondo episodio, avvenuto nell'autunno del 1600, è legato all'incarcerazione di un amico, Marc'Antonio d'Alessandro, accusato di omicidio. Nel tentativo di sottrarlo alla pena capitale, Marino falsifica le bolle vescovili necessarie a statuirne la condizione di chierico: l'espediente, non raro all'epoca, permetteva di sottrarre l'imputato alla giurisdizione secolare e di beneficiare della protezione ecclesiastica. La mossa viene però smascherata, il d'Alessandro decapitato e il Marino tradotto in prigione. L'addebito è grave e per il poeta l'unica via di scampo è l'evasione, che gli riesce di lì a breve per interessamento del Manso.[32]

Roma (1600-1605)Modifica

Fuggito da Napoli, Giovani Battista ripara a Roma, dove, "afflitto dell'animo e malagiato del corpo", trova alloggio presso una locandiera.[33] Sembra che la città non fosse ignota al Marino, che vi sarebbe stato qualche mese prima per il giubileo indetto da Clemente VIII e in tale circostanza vi avrebbe conosciuto, in casa del cardinale Ascanio Colonna, Gaspare Salviani.[34] Dopo le prime difficoltà, la protezione di cui il giovane poeta ha goduto a Napoli, specie quella del Manso, si rivela efficace anche a Roma, permettendogli di procurarsi ben presto nuovi influenti sostenitori. La biografia del Ferrari riferisce che il napoletano Antonio Martorani, amico del Marino e auditore del cardinal Innico d'Avalos, avvertì della presenza di Giovan Battista in città Arrigo Falconio e Gaspare Salviani, "che la canzone de' baci dello stesso autore ammirata [...] e pubblicata per Roma molto prima avevano" e che il Falconio e il Salviani, due nomi che diverranno ricorrenti nell'epistolario mariniano, si recarono insieme al Martorani in visita al poeta. Grazie ai loro buoni uffici dei tre di lì a breve il Marino può entrare al servizio del potente monsignor Melchiorre Crescenzi, cavaliere romano, chierico di camera e coadiutore del camerlengo, oltre che raffinato e stravagante uomo di lettere.[35]

L'Accademia degli Umoristi e i circoli letterari romaniModifica

A Roma il Marino entra rapidamente in contatto con i circoli letterari della città. In primo luogo con l'accademia di Onofrio Santacroce, dove secondo il Baiacca aveva pronunciato una "lezione sulla toscana favella" ancor prima di conoscere il Crescenzi.[36] L'accademia del Santacroce, frequentata anche da Tommaso Melchiori, futuro dedicatario della seconda parte delle Rime mariniane, è considerata l'antesignana di quella degli Umoristi.[37] Con quest'ultima, ancora in fase di fondazione, il Marino intratterrà lunghe e proficue relazioni, fino a divenirne in anni più tardi principe. L'Accademia degli Umoristi (inizialmente Accademia dei Begli umori) prende forma il 7 febbraio 1600 per iniziativa dal gentiluomo romano Paolo Mancini, con la collaborazione di Arrigo Falconio e Gaspare Salviani. In breve tempo il circolo, che si riunisce nella dimora del Mancini, attrae a sé personalità letterarie di gran vaglia come Alessandro Tassoni, Gabriello Chiabrera e Battista Guarini.[38] Il Marino frequenta poi svariate dimore di patrizi e cardinali, dove ha modo di familiarizzare con uomini di lettere e artisti figurativi (fra i quali il Caravaggio, che gli farà un ritratto)[39]. Visita, in particolare, il palazzo del vivace cardinal Giovanni Battista Deti, dove Giulio Strozzi ha da poco istituito l'Accademia degli Ordinati, in contrapposizione a quella degli Umoristi; gli Ordinati godono della protezione pontificia, essendo il cardinal Deti congiunto di Clemente VIII Aldobrandini, e le loro riunioni sono frequentate da personalità di altissimo profilo.[40] Fra gli altri letterati che il giovane poeta incontra a Roma ci sono anche tre futuri implacabili nemici: Tommaso Stigliani, vecchia conoscenza napoletana, Margherita Sarrocchi, che il Marino ama riamato e che, alla rottura della loro relazione, diverrà sua acerrrima detrattrice,[41] e Gaspare Murtola, che si era trasferito nell'Urbe all'inizio del 1600.[42]

Il viaggio a Venezia e la stampa delle RimeModifica

 
Rime del cav. Marini, 1674

Negli ultimi mesi del 1601 Giovan Battista Marino parte alla volta di Venezia. Il fine ultimo del viaggio è quello di seguire la pubblicazione a stampa delle Rime, per i tipi dello stampatore veneziano Giovan Battista Ciotti. La raccolta è divisa in due parti: la prima, dedicata al Crescenzi, è riservata ai sonetti, organizzati, con un'articolazione che diverrà canonica, in rime amorose, marittime, boscherecce, eroiche, morali, sacre e varie, con una sezione di "proposte e risposte", cioè di scambi in versi con altri poeti;[43] la seconda parte, dedicata al Melchiori, contiene i componimenti scritti nelle forme del madrigale e della canzone. Una terza parte, annunciata dallo stampatore nella prefazione "al lettore", verrà data alle stampe solo nel 1614, insieme alla riedizione delle prime due, quando il trittico verrà ribattezzato La Lira.

Lungo il percorso verso la città lagunare, sosta in diversi centri, nei quali incontra patrizi, accademici e personalità letterarie. Lo troviamo a Siena, Firenze, Bologna, Ferrara e Padova. Giunge a Venezia all'inizio del 1602, e anche qui stringe rapporti con esponenti del mondo letterario, fra i quali Celio Magno e Guido Casoni.[44]

Alla corte di Pietro AldobrandiniModifica

Rientrato a Roma, nell'estate del 1603 il Marino si accomiata dal Crescenzi ed entra formalmente al servizio del cardinale Pietro Aldobrandini, fidato nipote di papa Clemente VIII. Il cambiamento di casato non è dovuto a dissidi con il vecchio padrone, ma alla speciale opportunità che il potente e generoso cardinale rappresenta per la carriera letteraria del giovane poeta.[45] Alla corte di Pietro il Marino avrà ampio agio d'approfondire gli studi di letteratura ecclesiastica già coltivati a Napoli e destinati a trovare espressione nelle prose delle Dicerie sacre (Torino 1614), [46] ma soprattutto di dedicarsi alla produzione in versi: oltre a scrivere molte delle rime che costituiranno la terza parte della Lira, mette mano all’Adone, che per più d'un ventennio sarà al centro dei suoi pensieri,[47] lavora al poema La strage degli innocenti, scrive alcuni poemetti, fra cui I sospiri d'Ergasto, suo capolavoro pastorale, e svariati componimenti d'occasione.[48]

Ravenna (1606-1607)Modifica

Alla morte di Clemente VIII, nel marzo 1605, viene eletto Leone XI, che il Marino canta tempestivamente nel panegirico Il Tebro festante. Tanta solerzia è però inutile, perché a meno di un mese dall'elezione il nuovo pontefice passa a miglior vita. Gli succede, per lunghi anni, il papa dell'Interdetto, Paolo V Borghese. Con il nuovo corso pontificio, particolarmente rigorista, il cardinale Aldobrandini deve fare ritorno alla sua sede arcivescovile di Ravenna. In qualità di cortigiano il Marino è tenuto a seguirlo, e nella tarda primavera del 1606, con un disagevole viaggio di cui ci ha lasciato descrizione in una celebre lettera, ha inizio per lui un periodo di confinamento nella periferica e non troppo salubre città romagnola.[49] L'isolamento è tuttavia temperato da occasionali visite ad altre città: Rimini, Parma, dove reincontra (e s'inimica) Tommaso Stigliani, Roma, probabilmente a Modena, ma soprattutto Bologna e Venezia. A Bologna gode, fra l'altro, della compagnia di Claudio Achillini, Guido Reni, Cesare Rinaldi e Ridolfo Campeggi.[50]

Quelli ravennati furono anni di intenso studio: sacre Scritture e scritti teologici, specialmente patristici, ma anche le disposizioni conciliari e il diritto canonico. Nessuna notizia ci è pervenuta circa un'eventuale frequentazione della locale Accademia degli Informi o dei poeti attivi nella città, come Giacomo Guaccimani.[51] Risale a questo periodo la lettura delle Dionisiache di Nonno di Panopoli, che non poca influenza eserciterà su alcune sezioni dell'Adone e sulla concezione generale del grande poema mariniano.[52]

Negli anni di Ravenna si ritiene sia stata concepita

Torino (1608-1615)Modifica

All'inizio del 1608 il cardinale Pietro Aldobrandini, nella sua qualità di "protettore del Piemonte", si reca con un nutrito seguito a Torino, presso la corte di Carlo Emanuele I.[53] Giovan Battista Marino è ormai poeta noto e apprezzato e viene accolto con immediato favore. Intorno alla corte gravitano personalità letterarie del calibro di Gabriello Chiabrera, Federico Della Valle e Giovanni Botero, ma anche aristocratici molto influenti, come Ludovico Tesauro (cui più tardi si aggiungerà il giovane fratello, Emanuele), il conte Ludovico d'Agliè o il conte di Revigliasco: lo scenario è dunque propizio per rinsaldare vecchie amicizie e coltivarne di nuove e proficue.

L'attentato del MurtolaModifica

Il duca ha meritata fama di amante e protettore delle lettere e delle arti, e il Marino comincia ad adoperarsi per entrare al suo servizio. Ciò accende un acuto sentimento di ostilità nel segretario di Carlo Emanuele, il poeta genovese Gaspare Murtola. Sin dal febbraio 1608 questi fa circolare un gruppo di componimenti indirizzati contro il potenziale rivale e intitolati Il lasagnuolo di monna Betta, ovvero Bastonatura del Marino, datagli da Tiff, Tuff, Taff . A questo e ad altri attacchi murtoliani, il Marino risponde con una batteria di sonetti satirici, le Fischiate, efficacissime parodie dei modi letterari del Murtola. Dallo scontro il Murtola esce sconfitto, nonostante la gravità delle accuse da lui rivolte all'avversario (per esempio quelle di sodomia, oscenità ed empietà).[54] Accanto all'impegno sul fronte satirico, infatti, il Marino si dedica alla composizione di versi encomiastici, approntando un panegirico del duca nel ricercato metro della sesta rima, Ritratto del serenissimo don Carlo Emanuello duca di Savoia, fitto di citazioni da Claudiano (con Nonno di Panopoli una delle fonti più notevoli dell'Adone), e facendolo pubblicare a Torino sul finire del 1608. Il poemetto fa entrare risolutamente il Marino nelle grazie del duca: all'inizio del 1609 viene conferito al poeta quel cavalierato dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro che lo renderà universalmente noto come "il cavalier Marino", e il Murtola viene licenziato. L'epilogo della vicenda sfiora la tragedia: nella notte tra il 1 e il 2 febbraio 1609 il Murtola, divorato dall'invidia ed esasperato dallo scherno del rivale, attenta alla vita di quest'ultimo in via Dora Grossa, oggi via Garibaldi, sparandogli "con una pistelotta carica di cinque palle ben grosse".[55] Il Marino è ferito di striscio, ma un suo giovane amico, Francesco Aurelio Braida, famigliare del duca di Savolia, riporta conseguenze ben più gravi. Il Murtola, subito arrestato, si salva dalla condanna a morte anche grazie all'intercessione del rivale, e si rifugia a Roma. All'inizio del 1610 Giovan Battista Marino riceve la nomina a segretario del duca.

L'apertura del processo inquisitorio e la carcerazione torineseModifica

Sulle nuove prospettive di stabilità incombono però serie minacce. Già alla fine del1609 era stato avviato contro il Marino un procedimento inquisitorio, istruito a Parma per "offesa della maestà del Signore Iddio e della nostra religione", e papa Paolo V aveva firmato contro di lui un mandato d'arresto.[56] Con l'approdo alla corte sabauda il poeta era riuscito a eludere l'ingiunzione a presentarsi nell'Urbe, sottraendosi ai pericoli di un processo romano. Nell'aprile del 1611 viene però incarcerato a Torino: alcuni delatori lo accusano di avere declamato con intenti satirici contro il duca versi di carattere burlesco.[57] Il duca, che reca i segni di un'infanzia cagionevole nella postura un po' curva della schiena, si sarebbe risentito per i torni canzonatori di una Gobbeide (secondo lo pseudoBoccalini), o di una Cuccagna (alla lettera "altura tondeggiante", e dunque, per metafora, gibbo), o ancora (secondo lo Stigliani) da certe Scrignate ("scrigno" è, ancora una volta, la gobba) in realtà forse non mariniane (e in ogni caso non dirette al duca).[58] Vero è che sull'intemperanza poetica del Marino gravano alcuni precedenti.[59] L'accusa di avere diffuso versi irriverenti non è cosa da poco, avendo Carlo Emanuele proibito in tutto il ducato, sotto pena della vita e della confisca dei beni, la diffusione dei cosiddetti "libelli famosi".[60]

Il poeta, cui sono state sequestrate tutte le carte, compresi gli scritti in corso d'opera,[61] rimane in carcere fino all'estate del 1612.[62] A ottenergli la libertà è soprattutto l'interessamento di Henry Wotton,[63] ambasciatore inglese presso la Serenissima.

L'epilogo degli anni torinesiModifica

Riacquistata la libertà e recuperate, faticosamente, le sue carte, il Marino porta a termine la stampa della Lira, pubblicandone a Venezia nel 1614 la terza parte (ancora per i tipi del Ciotti, della cui trascuratezza il poeta avrà però a lamentarsi). Dall'opera sono sottratti i sonetti ecfrastici, che confluiranno nella Galeria.

Nello stesso 1614 il Marino dà alle stampe a Torino (presso Luigi Pizzamiglio) le Dicerie sacre, tre sontuose omelie "d'arte" prive di funzione liturgica, con le quali si ripromette, fra l'altro, di guadagnare al bellettrismo estetizzante un clero già piuttosto incline alle divagazioni letterarie. La prima delle tre Dicerie scare, che ha per tema la Sindone, si risolve in un autentico saggio sulla pittura; la seconda sfrutta il tema delle sette parole di Cristo in croce per trattare della musica e dei suoi rapporti armonici nel microcosmo e nel macrocosmo; la terza, "sopra la religione de' santi Maurizio e Lazaro" pone la sfera celeste in relazione all'Ordine sabaudo.[64] Con un'evidente captatio benevolentiae, il poeta dedica l'opera a Paolo V, sortendo tuttavia l'esito opposto.[65] L'opera conoscerà, comunque, immediata fortuna.

Oltre al sempre impendente pericolo di un processo inquisitorio, il Marino della ritrovata libertà torinese deve fare fronte alle accese polemiche letterarie: notevole risonanza ha quella aperta dall'erudito parmense Ferrante (Ferdinando) Carli Gianfattori per una svista mitologica, la confusione del Leone nemeo con l'Idra di Lerna, in cui il Marino era incorso nel sonetto "Obelischi pomposi all'ossa alzâro", scritto in lode di una Vita di Santa Maria Egiziaca dell'amico Raffaello Rabbia. In difesa del Marino appariranno svariati opuscoli, come le Ragion in difesa di un sonetto del cavalier Marino fatte stampare a Venezia dal conte Ludovico Tesauro.[66]

Gli ultimi anni torinesi sono altresì segnati dalla difficile congiuntura politica. Nell'aprile 1613 Carlo Emanuele ha occupato il Monferrato, e quasi tutti i potentati europei, in special modo la Spagna, gli sono contro. In questo clima il Marino avverte la necessità di trovarsi un'altra sistemazione, e nel maggio del 1615 lascia definitivamente Torino, forse in compagnia di Henry Wotton, per trasferirsi in Francia, dove Maria de' Medici l'aveva invitato sin dal 1609.[67] Prima di andarsene, però, rivela, in una lettera allo stampatore veneziano Giovan Battista Ciotti, importanti informazioni circa il suo principale progetto letterario:[68]

«L'Adone penso senz'altro di stamparlo là [a Parigi], sì per la correzione, avendovi da intervenir io stesso, sì perché forse in Italia non vi si passerebbono alcune lasciviette amorose. Le so dire che l'opera è molto dilettevole, divisa in dodici canti, ed ho a ciascuno fatte far le figure, ed il volume sarà poco meno della Gerusalemme del Tasso. Quanti amici l’hanno sentito ne impazziscono, e credo che riuscirà con applauso perché diletta. Subito stampato, io ne manderò la prima copia a lei, accioché se lo vorrà ristampare in Italia sia il primo.»

Parigi (1615-1623)Modifica

In terra di Francia il Marino fa ingresso senza particolari commendatizie.[69] Questa relativa scopertura spiega le visite rese durante il viaggio al marchese di Lanzo, a Chambery, e al duca di Nemours, a Grenoble. Prima di raggiungere la capitale, il poeta sosta tre mesi a Lione, dove sta soggiornando la regina con la corte, e con straordinaria tempestività vi pubblica Il Tempio, panegirico alla maestà della regina, dedicandolo all'influente Leonora Dori Galigai, consorte del maresciallo d'Ancre e favorito della sovrana Concino Concini.[70] L'operetta è l'ennesimo attestato della formidabile abilità del Marino nel tessere relazioni. Del resto, nello stesso giorno in cui firma la prefazione al Tempio (15 maggio 1615), scrive a Ferdinando II Gonzaga chiedendo raccomandazioni per la corte di Francia ("ora l'armi scacciano le Muse", esordisce, alludendo agli scontri del Monferrato come ragione della sua partenza).[71] Il 16 giugno 1615 l'ambasciatore fiorentino a Parigi, Luca degli Asini, relazione in una missiva alla granduchessa Cristina di Lorena circa l'ingesso del Marino a corte, la sua presentazione da parte della marescialla d'Ancre e il colloquio di circa un'ora tra il poeta e la regina nel "picciol gabinetto" di quest'ultima; accenna però all'intenzione del Marino di passare in Fiandra e soprattutto nell'Inghilterra di Giacomo I.[72] Il Marino stesso partecipa le sue prime impressioni di Parigi e della Francia in una lettera all'amico piemontese Lorenzo Scoto, elemosiniere del duca di Savoia:[73]

«Circa il paese che debbo dirvi? Vi dirò ch'egli è un mondo. Un mondo, dico, non tanto per la grandezza, per la gente e per la varietà, quanto perch'egli è mirabile per le sue stravaganze [...]. La Francia è tutta piena di ripugnanze e di sproporzioni, le quali però formano una discordia concorde che la conserva. Costumi bizzarri, furie terribili, mutazioni continue, guerre civili perpetue, disordini senza regola, estremi senza mezzo, scompigli, garbugli, disconcerti e confusioni; cose, insomma, che la doverebbono distruggere, per miracolo la tengono in piedi.»

Il favore di Maria de' Medici e il sogno ingleseModifica

A corte il Marino si procura ben presto estimatori e protettori, fra cui alcuni italianisants, come Louis-Charles de la Valette, conte di Candale, e un'intimissima della regina Maria, la principessa di Conti, amata da Enrico IV e dal 1614 vedova di Francesco di Borbone. In una lettera del 31 luglio 1615 il degli Asini informa che al Marino è stata assegnata un'onorevole provvigione: cento scudi al mese, erogati a titolo di pensione, in modo che il poeta venga pagato per i sei mesi precedenti, "come se la gli fusse stata assegnata al principio dell'anno"; a ciò si aggiungono mille franchi di donativo "per mettersi all'ordine".[74] In quello stesso luglio il poeta aveva scritto allo Scoto:[75]

«Insomma sono stato costretto a fermarmi qui per qualche mesi. La regina me n'ha pregato a bocca: la cosa è seguita con somma mia riputazione. Cento scudi d'oro del sole il mese di pensione ben pagati, oltre cinquecento altri di donativo, che mi si sborseranno dimane, sono tremilla scudi in circa di moneta l'anno.»

Il soggiorno parigino si preannuncia dunque trionfale. Il Marino è apprezzato e cercato; più volte la regina, incontrandolo per via, fa fermare la carrozza per conversare "umanissimamente" con lui.[76] Nonostante il generoso trattamento ricevuto dalla corte di Francia, il Marino non cessa però di adoperarsi per approdare infine in Inghilterra. Nel marzo 1616 scrive a Giacomo Castelvetro per chiedere il suo aiuto a tale scopo, mostrandosi peraltro consapevole del fatto che presso l'austera corte di Giacomo I le condizioni sarebbero assai meno favorevoli e che il soggiorno in un paese anticattolico renderebbe il rientro in Italia alquanto problematico.[77] Nella lettera al Castelvetro si legge tra l'altro:[78]

«Il papa [Paolo V] mi odia a morte, essendogli stato impressa nella mente un'opinione indelebile che i titoli di quella dedicatoria nelle mie Dicerie gli sieno stati dati da me ironicamente per burlarlo [...]. Vo temporeggiando con discostarmi, quanto più posso, da Roma, finché il tempo, o la morte, mi faccia sicuro di ritornarvi.»

Le aspirazioni inglesi del Marino, ad ogni modo, non si concretizzano, non da ultimo per una relativa diffidenza di Giacomo I e della sua corte.[79] Nell'aprile del 1616 il poeta dedica a Concino Concini la raccolta degli Epitalami. E ancora al Concini dedica, nell'autunno dello stesso anno, la prima redazione completa dell'Adone (il cosiddetto "Adone 1616"), la cui stampa sarà sospesa per il precipitare degli eventi politici.[80]

La morte del Concini e l'ascesa di Luigi XIII (1617)Modifica

Il 24 aprile 1617 Concino Concini viene assassinato in un complotto ordito da Luigi XIII e dal suo fiduciario Carlo d'Albert, duca di Luynes. Qualche mese più tardi Leonora Dori Galigai viene fatta decapitare e arsa, dopo un processo per stregoneria. Malgrado la tragica fine dei suoi principali protettori a corte e l'estromissione della regina madre, il Marino riesce a non farsi travolgere, forse aiutato dall'amico cardinale Guido Bentivoglio, che nel dicembre dell'anno prima aveva assunto la carica di nunzio pontificio a Parigi.[81] Ansioso di riaccreditarsi, il poeta si unisce ai molti che replicano a un polemico libello ugonotto contro il re; lo fa con un'invettiva, La Sferza, che tuttavia si astiene dallo stampare per non incorrere in vendette degli anticattolici.[82]

A Parigi il Marino conduce ora una vita piuttosto ritirata, dedicandosi per lo più a collezionare appassionatamente libri, nonché incisioni e dipinti dei maggiori artisti del tempo.[83] Lavora alacremente alla stampa di opere da tempo in gestazione. Nel 1619 trasmette allo stampatore veneziano Ciotti La Galeria, una raccolta di oltre seicento componimenti, in gran parte sonetti, dedicati ad artisti e opere d'arte, distinte, queste ultime, in pitture (con una cospicua parte dedicata ai ritratti) e sculture: vi si trovano immagini archetipiche e nomi celebri, spesso di personaggi con cui il poeta ha intrattenuto, o ancora intrattiene, rapporti diretti (tra questi, per esempio, Caravaggio, Guido Reni e il Cavalier d'Arpino).[84] L'anno seguente è la volta della Sampogna, una silloge di "idilli favolosi e pastorali" in vario metro pubblicata a Parigi per Abraam Pacardo (Abraham Pacard). Il Marino lavora anche a Epistole eroiche in terza rima, genere di cui rivendicherà la paternità,[85] e a svariati altri scritti.

L'Adone (1623)Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: L'Adone.

Ma al centro delle sue cure è soprattutto L'Adone, che alla fine del 1620, dopo anni di minuziosi rimaneggiamenti, viene condotto alla sua forma definitiva. La stampa − in folio, il formato che la Controriforma aveva riservato ai libri liturgici e ai "monumenti dell'erudizione religiosa"[86] − è finanziata nientemeno che dal re. Viene affidata ad Abraam Pacard, ma alla morte di questi, nella primavera del 1623, i diritti di privilegio passano allo stampatore parigino Oliviero di Varano (Olivier de Varennes), che il 24 aprile di quell'anno porta a termine i lavori.[87]

Genesi ed evoluzione dell'Adone
Il primo progetto dell'Adone sembra risalire agli anni napoletani: in una lettera di fine 1596 il letterato capuano Camillo Pellegrino riferisce che tra i vari progetti del poeta c'è anche "poema d'Adone". Una lettera databile al 1605, dunque al soggiorno romano del poeta, è invece il Marino stesso a parlare di un Adone "diviso in tre libri", ovvero in tre canti, rispettivamente dedicati all'innamoramento fra Venere e Adone, ai loro amoreggiamenti e alla morte di Adone. Stando alla lettera di uno pseudo Onorato Claretti, nove anni dopo, nel 1614, i canti sarebbero aumentati a quattro ("amori, trastulli, dipartita, morte"). Un'altra lettera del Marino, inviata nel 1615 da Torino a Fortuniano Sanvitale, racconta invece di un Adone "accresciuto e impinguato" fino a raggiungere "dodici canti assai lunghi", che ha ormai le proporzioni della Gerusalemme liberata. Ancora al Sanvitale, nel 1616 il Marino annuncia da Parigi un Adone in ventiquattro canti, "quasi maggior del Furioso". Rimaneggiato per le vicende politiche legate alla caduta del Concini, nel 1621 il poema ha ormai la forma dell'immane ordigno che giugnerà alla stampa nel 1623: oltre 40.000 versi (divisi, come la Gerusalemme liberata, in venti canti), uno dei poemi più lunghi della letteratura italiana . Non è inverosimile che per raggiungere tali dimensioni L'Adone abbia nel tempo inglobato materiale destinato ad altri progetti mariniani, come le Trasformazioni, il Polifemo cieco, la Gerusalemme distrutta, le Fantasie e la Polinnia.[88]

Come l'Ariosto del Furioso, Giovan Battista Marino segue i lavori tipografici per l'Adone con estrema attenzione, interagendo fino all'ultimo con il poema e con la stampa, al punto che nel 1622 un'improvvisa malattia del poeta interrompe per qualche tempo la composizione tipografica.[89] L'esito è "un trionfo dell'editoria".[90] L'opera il cui titolo completo suona L'Adone, poema del cavalier Marino, alla maestà cristianissima di Lodovico il decimoterzo, re di Francia e di Navarra, con gli Argomenti del conte Fortunato Sanvitale e l'Allegorie di don Lorenzo Scoto, si apre con la dedica "Alla maestà cristianissima di Maria de' Medici, reina di Francia et di Navarra" e con una lunga, importante, prefazione in francese del regio consigliere Jean Chapelain. L'anno stesso dell'impressione francese L'Adone viene dato alle stampe anche a Venezia, presso Giacomo Sarzina. In Italia il poema desta interesse e curiosità quasi ovunque, ma non entusiasmo unanime. Con aperta ostilità sarà, ad esempio, considerato dal letterato classicista Maffeo Barberini, che nell'agosto di quello stesso 1623 salirà al soglio pontificio con il nome di Urbano VIII. Contro gli auspici dei suoi detrattori, l'opera era comunque destinata a riscuotere un relativamente duraturo successo.[91] In Francia la prima accoglienza è favorevole, e anche se di lì a pochi decenni a Parigi si aprirà la grande stagione del classicismo francese, l'influenza mariniana seguiterà a farsi avvertire anche in esponenti del nuovo orientamento (come nel Jean de La Fontaine dell’Adonis).[92]

Il rientro in Italia e la morte (1623-1625)Modifica

Nella tarda primavera del 1623 il Marino rientra in Italia. Si fa precedere dai suoi libri e dalla sua pinacoteca, che hanno raggiunto proporzioni considerevoli.[93] La decisione di lasciare la Francia è originata da molte cause: i problemi di salute, la culminante fortuna economica e letteraria, l'instabilità del quadro politico d'oltralpe, ma anche la nostalgia per la terra natia[94] e la stanchezza della vita di corte.[95] Luigi XIII, d'altronde, ha concesso la grazia di seguitare a corrispondere la pensione del Marino al procuratore di questi in Francia, con l'unica condizione che il poeta si faccia "rivedere in questa corte ogni due anni una volta".[96]

Dopo una breve sosta a Torino, il poeta punta decisamente verso Roma, dove arriva, in compagnia del cardinale Maurizio di Savoia, nel mese di giugno. Prima di raggiungere l'Urbe, si è adoperato per predisporre una positiva soluzione del procedimento inquisitorio ancora pendente a suo carico.[97] Ospite di Crescenzio Crescenzi, fratello dell'antico mecenate Melchiorre (che era mancato nel 1612), resta in attesa della sentenza.

La condanna di Urbano VIIIModifica

Questa arriva il 9 novembre, quando il propizio pontificato di Gregorio XV Ludovisi si è inaspettatamente concluso, e sulla cattedra petrina si è insediato Urbano VIII Barberini: al Marino il Sant'Uffizio impone il divieto di allontanarsi da Roma senza autorizzazione, la professione dell'abiura de levi (l'abiura prevista per le presunzioni di eresia meno gravi), la vestizione del "sambenito" (l'infamante tunicella penitenziale) e la rimozione dei contenuti empi ed osceni dalle opere scritte fino allora, non escluso, dunque, il grande poema.[98]

La cattiva disposizione di Urbano nei confronti del Marino era del resto prevedibile. L'ostilità del Barberini aveva già avuto modo di manifestarsi ai tempi dell'accesa polemica intorno al sonetto mariniano "Obelischi pomposi a l'ossa alzâro", quando il futuro papa aveva liquidato il poeta napoletano come "un ignorante di pessima lingua".[99] Ragioni complesse, di natura culturale ed estetica non meno che etica, ponevano il nuovo pontefice su una linea per molti versi opposta a quella del "poeta lascivo": poeta a sua volta, Maffeo Barberini era attestato, come gran parte dei letterati toscani dell'epoca, su posizioni classiciste e petrarchiste, e non poteva che nutrire avversione per la nuova maniera mariniana, fondata sullo sperimentalismo concettista e su un certo disimpegno morale.

Frattanto, nella primavera del 1624, una denuncia contro L'Adone viene inoltrata alla Congregazione dell'Indice. A presentarla è, per una curiosa ironia della sorte, il cardinale Giannettino Doria, già dedicatario della terza parte della Lira. La Congregazione ordina al Marino di concludere la revisione del poema, già in corso d'opera, entro il termine di un mese, pena il blocco della riedizione, nonché della vendita e della circolazione. A questo punto, però, il Marino parte per Napoli, lasciando che a proseguire nel lavoro di correzione sia Vincenzo Martinelli, socius del Maestro del Sacro Palazzo (l'autorità pontificia per la censura libraria), non senza specificare che in caso di interventi cospicui il Martinelli dovrà avvalersi dei poeti Antonio Bruni e Girolamo Preti.[100] Le correzioni, tuttavia, non vengono ultimate nei tempi previsti, e l'edizione romana dell'Adone naufraga definitivamente, sospesa il 27 novembre 1624 da un decreto pontificio che dichiara L'Adone "contrario alla morale a causa della notevole oscenità".[101] Il Marino non dovette adontarsene più di tanto, se già nell'estate di quell'anno aveva scritto al Preti: "Quanto all'impressione di esso Adone, io non me ne curo un pelo che lo censurino, poiché non fo in esso il fondamento principale della mia immortalità".[102] Alla condanna del 1624 ne seguiranno, il 17 luglio 1625, a soli quattro mesi dalla morte del poeta, il 5 novembre 1626 e soprattutto il 4 febbraio 1627, quando L'Adone verrà definitivamente posto all'Indice.[103] Ciò non impedirà che L'Adone conosca per tutto il secolo diverse ristampe e che la poesia del Marino, in particolare la sua produzione lirica, ecfrastica e pastorale, continui a esercitare profonda influenza sulla letteratura italiana ed europea.[104]

Il trionfale ritorno a NapoliModifica

Alla fine del maggio 1624 il Marino lascia Roma per Napoli.[105] Dovrebbe essere un soggiorno di pochi mesi, ma la città natale diverrà l'ultima destinazione del poeta. Mentre è ancora in viaggio, all'altezza di Capua gli si fa incontro, insieme ad altri nobili e letterati suoi estimatori, il Manso, fedele protettore della prima ora, che lo scorta trionfalmente in città. Qui il Marino prende dimora nella casa dei padri Teatini, presso la chiesa dei Santi Apostoli, dov'è accolto con grande cordialità. In seguito si trasferirà nella famosa villa del Manso a Posillipo (dov'era stato ospite Torquato Tasso e dove lo sarà John Milton), e più avanti in una propria abitazione in via Toledo. A Napoli il Marino riceve continue visite di notabili e uomini di lettere e viene ricevuto con affabilità anche dal vicerè Antonio Álvarez de Toledo. Conteso dalle due più importanti accademie locali, gli Infuriati e gli Oziosi, accorda la sua preferenza a quest'ultima (fondata dal Manso), che lo crea proprio principe; qui pronuncia, dinanzi a un folto pubblico, i suoi ultimi discorsi accademici, fra cui quello sui diritti degli animali che apparirà in appendice a una postuma edizione veneziana dell'ultima grande opera mariniana, La strage degl'innocenti (Venezia, Scaglia, 1633).

La morte e le esequieModifica

A dispetto delle lusinge napoletane, il Marino manifesta in varie lettere l'intenzione, e il desiderio, di rientrare a Roma.[106] Ma l'acuirsi della stranguria, male di cui soffre da almeno due anni, gli impedisce di mettersi in viaggio.[107] Negli ultimi mesi del 1624, mentre sta "dando l'ultima mano" alla Strage degl'innocenti,[108] è colpito da febbre. All'inizio del 1625 le sue condizioni di salute si aggravano. Costretto a letto, accetta infine di assumere un farmaco a base di terebinto, che, lungi dal sortire l'effetto sperato, gli risulterà fatale.[109] Sentendo approssimarsi la fine, tenta di bruciare le sue carte, senza tuttavia riuscirvi appino, perché "gli circostanti, spinti dalla compassione di veder miseramente estinguere tante fatiche, avidi di conservarne qualche foglio, rubarono alla voracità delle fiamme tutto quel che potevano".[110] Il 22 marzo detta testamento in favore del Manso, e il giorno seguente integra le disposizioni testamentarie con un legato. Spira, all'età di 56 anni, alle 9 del 25 marzo, martedì santo, dell'anno giubilare 1625, dopo avere ottenuto l'assoluzione e ricevuto l'estrema unzione da padri teatini.[111]

Essendo la morte del Marino avvenuta durante la settimana santa, quando celebrare funerali in gran pompa non è permesso, la salma viene portata nella chiesa dei Santi Apostoli e imbalsamata. Il 27 marzo è traslata nella cappella di cui il Manso dispone presso il proprio palazzo, e solo il 3 aprile è finalmente possibile procedere alle esequie. L'arcivescovo di Napoli, cardinal Decio Carafa, fa divieto ai Teatini di seppellire il cadavere senza il suo previo permesso e, dichiarandosi sconcertato che il Marino venisse trattato come un santo, dispone che il cadavere sia "seppellito di notte, colla sola parrocchia, e [...] recto tramite portato alla chiesa" (accompagnato da soli quattro preti con quattro torce, aggiunge lo Stigliani). Non si poté tuttavia impedire che a scortare la salma alla sepoltura convenissero un centinaio di cavalieri con le torce accese.[112] Alla scarsa solennità di questo congedo rimedieranno a Napoli gli Oziosi, ma soprattutto a Roma gli Umoristi, che rispettivamente il 1 e il 7 settembre 1625 dedicheranno al poeta sontuose esequie accademiche.[113]

Le carte del MarinoModifica

Il destino delle opere mariniane non terminate, non pubblicate o rimaste − come racconta il Chiaro − "guaste e imperfette" perché frettolosamente sottratte alle fiamme cui le aveva date il poeta in punto di morte fu oggetto di attenzione per tutto l'arco del XVII secolo. Già in appendice alla Vita del Baiacca compare una canzone dell'accademico Umorista Gaspare Bonifacio intitolata A quel nobilissimo signore che tiene gli scritti del cavalier Marino, che esordisce: "Signor, esponi ormai / a la luce del mondo / le glorïose e ben vergate carte / che morendo il Marin volse fidare / per gran pegno d'amor a la tua fede". Nel 1666 il dotto partenopeo Lorenzo Crasso, asserisce a chiare lettere, sia nel suo Elogii di huomini letterati sia in una lettera ad Angelico Aprosio, di possedere manoscritti di intere opere mariniane, fra cui la misteriosa Gerusalemme distrutta, che dichiara di aver letto integralmente.[114] Rimaste in possesso degli eredi del Crasso, tali carte sarebbero andate perdute nella grande eruzione vesuviana del 1794. L'eventualità che scritti mariniani ancora inediti o sconosciuti possano tornare alla luce non può, comunque, essere del tutto esclusa.[115]

Gli onori funebri all'Accademia degli UmoristiModifica

Come già accennato, domenica 7 settembre 1625 gli Umoristi si raccolsero in casa di Paolo Mancini, il fondatore dell'istituzione (principe essendone Carlo Colonna), per onorare la memoria del poeta scomparso. La descrizione puntuale delle celebrazioni è contenuta in una lettera di Giovan Battitsta Baiacca a Gaspare Bonifacio[116] e nell'opuscolo ufficiale che Flavio Fieschi (tra gli Umoristi "l'Affaticato") fece stampare a Venezia nel 1626 con il titolo di Relazione della pompa funerale fatta dall'Accademia degli Umoristi di Roma per la morte del cavaliere Giovan Battista Marino. Con l'orazione [di Girolamo Rocco] fatta in loda di lui, e con dedica a Girolamo Colonna, camerlengo del papa.[117] In segno di lutto la sala dell'Accademia era stata addobbata di panni violacei, e chi vi entrava si trovava di fronte un'epigrafe elogiativa, affiancata da mesti dipinti e sormontata dall'impresa del Marino.[118] A destra dell'elogio una grande tela di Francesco Crescenzi, raffigurava il Marino seduto e intento a scrivere.[119]

Alla cerimonia presenziarono letterati e personalità di rilievo, come il cardinal Maurizio di Savoia, Fernando Afán de Ribera y Enríquez (futuro viceré di Napoli), Ruy III Gómez de Silva y Mendoza la Cuerva (duca di Pastrana), monsignor Antonio Querenghi, Giovanni Ciampoli, Vincenzo Candido (futuro Maestro del sacro palazzo), Agostino Mascardi, Alessandro Tassoni e Ridolfo Boccalini. Girolamo Rocco pronunciò un'orazione funebre, che tracciando un profilo biografico del poeta; furono poi declamati versi di Antonio Sforza, Giuseppe Teodoli, Domenico Benigni, Pier Francesco Paoli, Ferdinando Adorni, Stefano Marino, Giacomo Camola, Decio Mazzei, Giulio Cesare Valentino, Francesco Maia e altri.

Le biografie coeveModifica

Il "caso Marino" diviene il cuore di un programma ideologico che punta alla difesa della libertà artistica e propugna una visione progressiva dell'attività letteraria. Lo sforzo più significativo degli Umoristi è però quello di salvare l'Adone dall'Indice. Il 12 novembre 1625 l'Accademia si rivolge alla Congregazione dell'Indice proponendo di correggere il poema. Sono poi cinque le biografie che, propagandando un'immagine parzialmente artefatta del caposcuola, devono servire a mantenerne intatto il prestigio; la prima esce tempestivamente nel 1625 per cura di Giovan Battista Baiacca, segretario di Desiderio Scaglia committente dell'opera; il Baiacca s'è però servito della consulenza del nipote del Marino, Francesco Chiaro, che a sua volta sta preparando una biografia dello zio, sicché il canonico si ritrova a produrre praticamente un doppione dell'operetta del Baiacca (1633).

Intenso è l'impegno agiografico nei primi anni Trenta, probabilmente in risposta al consolidamento della politica di Urbano VIII, che caratterizza prepotentemente col suo segno l'intero decennio; seguono infatti nel 1631 la Vita del cavalier Marino di Giovanni Francesco Loredano (la più interessante e la più ristampata, sia da sola, sia nel complesso delle opere del Loredano, sia, dal 1653, nelle ristampe della Lira), nel 1633 la biografia di Giacomo Filippo Camola compresa nella stampa Manelfi della Strage degl'innocenti e nel 1634 quella di Francesco Ferrari compresa nell'impressione Scaglia dello stesso poema.

A queste devono essere aggiunte quella di Giovanni Battista Manso, che l'ha pronta immediatamente dopo quella del Loredano, e che per varii motivi rimane manoscritta e va poi perduta (nel 1803, in una sua vita di Francesco De Pietri, lo studioso Francesco Daniele sostiene di averla rinvenuta tra le carte del Manso, e di averla depositata nell'allora Regia Biblioteca Borbonica; ma già Carlo Antonio de Rosa la dice colà irreperibile nei suoi Ritratti poetici di letterati napoletani del 1834); e poi, tra quelle tarde e basate su fonti indirette, almeno quella di Lorenzo Crasso nei suoi Elogj (1666); quella di Antonio Bulifon del 1699; e quella tedesca in accompagnamento alla versione della Strage degl'innocenti di Brockes.

«L'Occhiale» dello Stigliani (1627)Modifica

Nel 1627 lo Stigliani dà poi alle stampe il suo Occhiale, quasi sicuramente scritto (almeno per la gran parte) e fatto circolare ancor vivente il Marino, in cui si espongono minuziosamente tutti i presunti errori e i difetti dell’Adone; la pubblicazione scatena una delle polemiche letterarie più durevoli e appassionate di ogni tempo in Italia, a cui prendono parte Agostino Lampugnani con un suo Antiocchiale (secondo l'Aprosio la prima opera antistiglianesca in ordine di tempo, ma rimasta manoscritta), Andrea Barbazza con un suo Le Strigliate a Tommaso Stigliani per Robusto Pogommega (1629) con interessanti sonetti ingiuriosi all'indirizzo del materano, cui si possono accostare le Staffilate di Giovanni Capponi (1637); Girolamo Aleandro il Giovane con la Difesa dell'Adone (1629); Gauges de Gozze con un Vaglio etrusco e una Difesa d'alcuni luoghi principali dell'Adone rimasti manoscritti; Scipione Errico con L'Occhiale appannato (1629); Nicola Villani con Uccellatura di Vincenzo Foresi all'Occhiale del cavalier Tommaso Stigliani (1630) e Considerationi di Messer Fagiano sopra la seconda parte dell'Occhiale del cavalier Stigliani (1631); Angelico Aprosio con Il vaglio critico di Masoto Galistoni da Terama, sopra Il mondo nuovo del cavalier Tomaso Stigliani da Matera (1637), Il buratto (1642), L'Occhiale stritolato (1642), La sferza poetica di Sapricio Saprici ... per risposta alla Prima censura dell'Adone del Cavalier Marino fatta del Cavalier Tommaso Stigliani (1643), Del veratro: apologia di Sapricio Saprici per risposta alla seconda censura dell'Adone del cavalier Marino, fatta dal cavalier Tommaso Stigliani (le cui due parti uscirono invertite, la I. nel 1645 e la II. nel 1647); e numerosi altri, tra cui si possono citare Teofilo Gallaccini con sue Considerazioni sopra l'Occhiale, ms., una Difesa dell'Adone di Giovanni Pietro D'Alessandro e componimenti antistiglianeschi a profusione di Giovan Francesco Busenello (La Coltre, ovvero Lo Stigliani sbalzato), Giovan Battista Capponi, Luca Simoncini, Giovanni Argoli e numerosi altri.

Tuttavia l’Occhiale ha il pregio, riconosciuto dagli esegeti moderni, di dar conto tempestivo e molto accurato di una gran parte dell'erudizione che il Marino aveva rovesciato generosamente nell’Adone, precisando un'infinità di luoghi classici e meno classici a cui il poeta napoletano si era rifatto ingaggiando col lettore una tacita gara di riconoscimenti dotti. Curiosamente, l'unica opera mariniana che abbia goduto d'ininterrotta fortuna editoriale, fino ai primi del Novecento, è il poemetto sacro La strage degli innocenti.

Il Marino in musicaModifica

Oltre alle vesti musicali di Salomone Rossi e di Claudio Monteverdi, tra moltissimi altri, per numerosi componimenti de La Lira, sono da segnalare, durante tutto il secolo, adattamenti per il teatro musicale dall’Adone, tra cui un Adone. Tragedia musicale... rappresentata in Venezia l'anno 1639 nel teatro de' SS. Gio. e Paolo (Sarzina, Venezia 1640) di Paolo Vendramin, l’Adone, drama per musica di Gio. Matteo Giannini (Venezia 1676), l’Adone. Intermedio musicale per l'Accademia degl'Uniti (Bosio, Venezia 1690 ca.), nonché, di Rinaldo Cialli, La Falsirena drama per musica da rappresentarsi nel teatro di S. Angelo l'anno 1690 (Venezia, Nicolini [ma in realtà Tomaso Bezzi], 1690). A questi, notevole per la tempestività se è tratto anch'esso, come sembra, dal capolavoro del Marino, si può aggiungere il Lamento di Venere, scena penultima dell'Adone, favola da rappresentarsi cantando. Dell'Incolto accademico degl'Immaturi, In Venetia, per il Deuchino, in calle delle Rasse, 1624 (quanto all'identità dell'autore, il Maylender scrive (Immaturi di Venezia): «L'Incolto sembra esser stato Gianfrancesco Ferranti»).

OpereModifica

Si dà qui di seguito un elenco in ordine cronologico delle opere, comprese anche quelle più tardi stampate in raccolte. Sono riportate unicamente le prime edizioni.

  • Fine XVI. sec., La Canzone dei baci. Secondo Tomaso Stigliani il componimento che diede al Marino la fama costituiva uno scarno volumetto, oggi irreperibile, dov'era accompagnato da una serie di componimenti in lode dell'autore. Fu tradotto in francese da Robert Crampon (parigino, traduttore dall'italiano, segretario del vescovo d'Avranches).
  • 1599, Prologo per una rappresentazione a Nola del Pastor fido di Battista Guarini.
  • 1602 Rime, 2 voll.; I: Amorose, marittime, boscherecce, heroiche, lugubri, morali, sacre e varie. Parte prima; II: Madriali e canzoni. Parte seconda, Venezia, Giovan Battista Ciotti.
  • 1607, La Notte, prologo a Guidubaldo Bonarelli, Filli di Sciro, Ferrara.
  • 1608, Ritratto del serenissimo don Carlo Emanuello, Duca di Savoia (panegirico), Torino, Al Figino.
  • 1612, Il Rapimento d'Europa e Il Testamento amoroso (idilli), Venezia, Trivisan Bertolotti.
  • 1614, La Lira, 3 voll.; I: Rime amorose, marittime, boscarecce, heroiche, lugubri, morali, sacre & varie. Parte prima... nuovamente dall'autore purgate & corrette; II: La Lira... parte seconda; III: Della Lira... parte terza. Segue: Poesie di diversi al cavalier Marino.
 Lo stesso argomento in dettaglio: La Lira.

Marino inaugura uno stile nuovo "morbido, vezzoso e attrattivo" per un nuovo pubblico, distaccandosi così dal Tasso e dal petrarchismo rinascimentale e inoltre da ogni precetto di tipo aristotelico. Questo suo nuovo atteggiamento lo si trova già nelle Rime del 1602, aumentate in seguito, nel 1614, con il titolo di La Lira, per un totale di più di 900 componimenti, in prevalenza sonetti. Si tratta di componimenti di argomento amoroso, encomiastico, sacro, che egli raccoglie sia per temi (rime marittime, rime boscherecce, rime amorose, rime lugubri, rime eroiche, rime sacre) che per metri (madrigali, canzoni). Esse si richiamano spesso alla tradizione classica latina e greca con una particolare predilezione per l'Ovidio amoroso e alla tradizione stilnovista e moderna, esprimendo una forte tensione sperimentale che si orienta in senso antipetrarchista.

  • 1614, Dicerie sacre. Torino, Luigi Pizzamiglio.

Sorta di prontuario di prediche, apprezzatissimo e compulsatissimo da tutti i predicatori a venire; nei singoli, smisurati discorsi, che in sostanza hanno ben poco da fare con la religione, è applicata fino alle estreme conseguenze la tecnica trascendentale della metafora continuata, una specialità mariniana ampiamente imitata durante il Barocco. Si dividono in tre parti: 1. La pittura; 2. La musica; 3. Il cielo.

  • 1615, Il Tempio. Panegirico del cavalier Marino alla maestà christianissima di Maria de' Medici reina di Francia & di Navarra. Lione, Nicolò Iullieron.
  • 1615, Canzone "In morte dell'invitiss. e Christianiss. Henrico Quarto", re di Francia, fatta dal cavalier Marino, in: Il Tempio, panegirico, In Macerata, presso Pietro Salvioni.
  • 1616, Il Tebro festante, panegirico in: Fiori di Pindo, Venezia, appresso Gio. Batt. Ciotti.
  • 1616, Epithalami, Parigi, Tussan du Bray. Contiene: 1. La Francia consolata; 2. Il Balletto delle Muse; 3. Venere pronuba; 4. L'Anello; 5. La Cena; 6. Il Torneo; 7. Il Letto; 8. Le fatiche d'Hercole; 9. Urania; 10. Himeneo; 11. Sonetti epithalamici.
  • 1619, "Lettera di Rodomonte a Doralice"... con la risposta del signor Dionisio Viola. In Venetia, appresso Alberto & Pietro Faber.
  • 1620, La Galeria distinta in pitture & sculture, Milano, Giovan Battista Bidelli.

I. LE PITTURE. Parte prima, distinta in Favole, Historie, Ritratti (HUOMINI: Principi, Capitani, Heroi; Tiranni, Corsari, Scelerati; Pontefici e Cardinali; Padri Santi & Theologi; Negromanti & Heretici; Oratori & Predicatori; Filosofi, & Humanisti; Historici; Giurisconsulti & Medici; Matematici & Astrologi; Poeti Greci; Poeti Volgari; Pittori & Scultori; Diversi Signori, & Letterati amici dell'Autore; Ritratti Burleschi. DONNE: Belle, Caste, Magnanime; Belle, Impudiche, Scelerate; Bellicose & Virtuose) & Capricci. II. LE SCULTURE. Parte seconda, distinta in Statue, Rilievi, Modelli, Medaglie & Capricci. Si descrive una grande quantità di opere d'arte, reali e immaginarie. Su segnalano 14 stampe solo a Venezia fino al 1675.

  • 1620, La Sampogna', divisa in idillii favolosi e pastorali, Parigi, per Abramo Pacard.

Raccolta di rime divisa in due parti: una composta da idilli pastorali e una in rime boscherecce. L'opera segna il distacco del M. dalla tematica amorosa, eroica e sacra, a favore di quella mitologica e pastorale.

  • 1623, L'Adone In Parigi, presso Oliviero di Varano, alla strada di san Giacomo alla Vittoria. In-folio, [12 cc.] 575 [-6] pp., su 2 colonne.
     Lo stesso argomento in dettaglio: L'Adone.

L'opera descrive con molte digressioni la tenue favola delle vicende amorose di Adone e Venere; è considerato il più lungo dei poemi importanti in lingua italiana, pur risultando non molto più lungo dell’Orlando furioso dell'Ariosto e rimanendo per lunghezza inferiore ad alcune curiosità come il Cicerone del Passeroni o La corneide del Gamerra. Il testo è composto da 5.183 ottave, per un totale di 40.984 versi (contro i 38.736 del Furioso). Dedicato a Luigi XIII di Francia e alla madre del re, Maria de' Medici, è composto da 20 canti in ottave ed è preceduto da un proemio, scritto sotto forma di lettera; inoltre il testo è anticipato dalla prefazione del critico francese Jean Chapelain, che per primo propose l'interpretazione del 'poema heroico' come "poème de paix", contrapposto all'epica tradizionale, che invece canta della guerra.

  • 1625, "La Sferza". Invettiva ai quattro Ministri della Iniquità. Parigi, Tussan du Bray.
  • 1626, "Il padre Naso". Con le sue due Prigionie di Napoli, e di Torino. Con un sonetto sopra il Tebro, et tre canzoni, cioè, Fede, Speranza, e Carità. Parigi, Abramo Pacard.
  • 1626, "La Murtoleide", fischiate con la Marineide risate del Murtola. Aggiuntovi le Strigliate a Tomaso Stigliani, e l'Innamoramento di Pupolo, e la Pupola, et altre curiosità piacevoli. Francoforte, Giovanni Beyer.
  • 1626, Il settimo canto della "Gierusalemme distrutta", poema eroico... aggiuntovi alcune altre composizioni del medesimo. Con La ciabattina pudica e La bella gialla, canzoni d'incerto. In Venetia, appresso Girolamo Piuti.
  • 1627 Lettere... gravi, argute, facete e piacevoli, con diverse poesie non più stampate. In Venetia, appresso il Baba.

Piacevoli per il lettore moderno, sono documento eloquente della sua esperienza artistica e umana. In esse smentisce l'accusa di sensualità fatta alla sua poesia spiegando che essa non era altro che la risposta alle aspettative della classe dirigente, come si può leggere in una delle lettere al duca Carlo Emanuele I. Di grande virtuosismo le lettere a Ludovico San Martino d'Agliè sulla prigionia torinese e quelle a Lorenzo Scoto sull'arrivo in Francia.

  • 1627, Extravaganti, col titolo Rime nove... cioè canzoni, sonetti, madrigali & idillii. Aggiuntivi alcuni sonetti di diversi, con gli Affetti lugubri di Fortuniano Sanvitali in morte dell'istesso... Lettera di Rodomonte a Doralice... con la risposta del signor Dionisio Viola. 2 voll. In Venetia, appresso il Ciotti.
  • 1628, Argomenti... con una lettera all'autore nell'Erocallia di Giovan Battista Manso, Venezia.
  • 1632, Strage degl'innocenti. Napoli: Ottavio Beltrano.

Poema sacro in 4 libri, in ottave (I. Il sospetto d'Erode; II. Il conseglio de' Satrapi; III. Essecutione della strage; IV. Il Limbo). Ebbe un successo secolare; si contano 14 stampe veneziane tra il 1633 e il 1685 (e forse oltre), e poi stampe a Macerata (1638), Ronciglione (1706), Napoli (1711), Amburgo (1715, con la vers. tedesca), Bassano (1750), Vienna (1768). Oltre ad ispirare John Milton per il suo Paradise Lost (in particolare per la figura di Satana), ebbe diverse traduzioni: Richard Crashaw trasportò in inglese, ampliandolo, Il sospetto d'Erode, mentre integralmente tradussero l'opera Nicola Giuseppe Prescimone (in latino, Innocentium cladis Nic. Jos Prescimonii traductio, Panormi 1691; ma le versioni latine furono diverse), Barthold Heinrich Brockes (in tedesco, Verdeutscher Bethlemitischer Kinder-Mord, con una Vita del Marino, 1715), Canut Bildt (in svedese, Göteborg 1740) e l'abate Souquet de Latour (con testo it. a fronte, Parigi 1848).

  • [1633], Invettiva contro il vitio nefando, in: Strage degl'innocenti, In Venetia, Presso Giacomo Scaglia, s.d. (ma dedica datata "5. agosto 1633").
  • [1633], Scherzi del cavalier Marino al "Poetino", con la Risposta, in: v. sopra.
  • [1633], Discorso accademico per l'Accademia degli Oziosi di Napoli, in: v. sopra.

Un certo numero di opere pornografiche che vanno sotto nome del Marino è tuttora rinvenibile in alcune biblioteche; eccettuando scelte antologiche con titoli arbitrarii e manipolazioni, l'attribuzione è incerta e le indicazioni tipografiche sono spesso false. Nel XVIII secolo e a metà e fine XIX secolo sotto il titolo di Tempietto d'amore furono pubblicati alcuni idillii (di fattura squisita; probabilmente ad esse si riferiva il Settembrini definendole le sue "migliori per arte") con protagonisti personaggj storici (Antonio e Cleopatra), dèi, &c. Senza data e senza indicazioni tipografiche è una stampa sicuramente secentesca dal titolo La Cazzaria del C[avalier] M[arino], Persuasiva efficace per coloro che schifano la delicatezza del tondo, 4 cc. in-8°, con ritratto.

Esiste addirittura una stampa di Novelle piacevoli del K. Marino, edita in "Citera, nella tipografia d'amore", dell'anno 1700, alcune volte ristampata; ed è interessante perché, a parte le ristampe della Strage, per tutto il XVIII secolo le opere del Marino sono state completamente trascurate dall'editoria (ma permangono dubbii di paternità che non sono mai stati sciolti e di cui la critica attuale non pare occuparsi). Altre opere o blasfeme o pornografiche sono accluse nei fascicoli dell'Inquisizione (sonetti sulla natura solo umana del Cristo, un lungo componimento sulla "Francesca Piselli... p. errante", sicuramente cinquecentesco e fors'anche aretiniano), ma sono praticamente tutte false, come appurato dalla Carminati, anche perché troppo rozze per essere di mano del Marino.

Altro è il caso dell'Anversa liberata, epica in 3 canti, in sé notevolissima ma d'impronta manieristica e con nessun rapporto stilistico con l'opera nota del Marino, e a lui attribuita nella copia manoscritta pervenuta; nel 1956 è stata data alle stampe da Fernando Salsano. Non ci sono, ovviamente, tracce dell'opera a livello documentario; ma non è nemmeno sufficiente ritenere decisivo il suo silenzio circa un vero e proprio poema eroico nei lunghi anni in cui se ne aspettava una prova da parte sua, dato che il "silenzio epico" del Marino poteva essere dovuto anche a precise scelte di carriera, non necessariamente da tutti capìte a fondo.

Altro ancòra il caso delle ottave Il pianto d'Italia, falsamente attribuite al Marino durante il XIX secolo e testimonianza d'un impegno "patriottico" di cui il Marino altrove non dà nessuna prova, di fatto opera di Fulvio Testi (ma confusioni tra l'uno e l'altro, con qualche sospetto di reciproco furto, ci furono già all'epoca). Infine, un vero work in progress è l'epistolario: la stampa del 1627 riportava 80 lettere del Marino, più 3 missive di ammiratori (Achillini, Preti, G. Scaglia, Busenello), più la "lettera aperta" del Busenello Al Cavalier Marino; dopo le stampe secentesche fu ripresa da Borzelli e Nicolini, che grazie a studii d'archivio poterono aggiungere altre lettere (in specie del periodo napolitano, e dunque degli ultimi del XVI secolo) alla loro stampa dell'Epistolario Laterza del 1911. Quindi, grazie ad altri ritrovamenti, si salta al 1966 dell'edizione di riferimento, a cura di Marziano Guglielminetti per Einaudi, che raccoglieva allora tutte le lettere reperite. Altri ritrovamenti, dovuti a diversi studiosi (tra cui Giorgio Fulco), sono seguìti nel corso del tempo, senza però, ad oggi, incoraggiare un'ulteriore e più completa edizione.

Fortuna criticaModifica

La sua concezione di poesia, che, esasperando gli artifici del manierismo era incentrata su un uso intensivo delle metafore, delle antitesi e di tutti i giochi di rispondenze foniche, a partire da quelli paronimici, sulle descrizioni sfoggiate e sulla molle musicalità del verso, ebbe ai suoi tempi una fortuna immensa, paragonabile solo a quella del Petrarca prima di lui. Il suo metodo compositivo presupponeva una larga messe di letture "col rampino", ed era fondato in prima istanza sull'imitazione. La ricerca della novità, e l'adeguamento al gusto corrente, consisteva nel modo di porsi di fronte alla tradizione, selezionando una dorsale congeniale, non più con lo spirito enciclopedico del manierismo ma con atteggiamento collezionistico: il passato era così visto come una sorta di cantiere ingombro di detriti, che l'artefice poteva a piacimento reimpiegare per costruire qualcosa di nuovo.

Il barocco rappresentato dal Marino reagisce per altri aspetti al manierismo, peraltro, evitando le emergenze espressionistiche, l'enfasi, la cupezza che saranno invece spesso ravvisabili nella seconda fase del marinismo, che può essere fatta iniziare da una figura-spartiacque come Giuseppe Battista e che si concluderà, dopo una fioritura particolarmente ricca intorno al 1669, con l'opera dei fratelli Casaburi (specialmente Pietro), e di Giacomo Lubrano. Il Marino sicuramente si pose come caposcuola, o quantomeno offerse consapevolmente la sua produzione, sin dalla prefazione della Lira, come esempio ai giovani; ma non fu in nessun caso un teorico (può essere tralasciato un ipotetico Crivello critico, o Le esorbitanze, secondo il titolo detto allo Stigliani, contro gli eccessi dei poeti moderni, una delle tante promesse non mantenute), e anche le scarne affermazioni di poetica sono da prendere con le molle.

Sono due i luoghi più famosi in cui il Marino s'è lasciato sfuggire qualche accenno di poetica; il primo, che è quello con cui s'identifica tout court la sua maniera, è dato nel sonetto "Vuo' dare una mentita per la gola", il XXXIII. della Murtoleide, in cui, com'è universalmente noto, si dice:

«Vuo' dar una mentita per la gola / a qualunque uom ardisca d'affermare / che il Murtola non sa ben poetare, / e ch'ha bisogno di tornar a scuola. // E mi viene una stizza marïola / quando sento ch'alcun lo vuol biasmare; / perché nessuno fa meravigliare / come fa egli in ogni sua parola. // È del poeta il fin la meraviglia / (parlo de l'eccellente, non del goffo): / chi non sa far stupir, vada a la striglia. // Io mai non leggo il cavolo e 'l carcioffo, / che non inarchi per stupor le ciglia, / com'esser possa un uom tanto gaglioffo.»

Di là dal contesto (il riferimento al "cavolo e 'l carcioffo" è alla goffaggine con cui il Murtola, nella sua Creazione, intese celebrare la provvidenza anche attraverso le sue manifestazioni più umili e quotidiane), simili concetti all'epoca erano già frusti, e peraltro sono le stesse parole con cui lo stesso Chiabrera definiva la propria poetica (nella Vita di Gabriello Chiabrera da lui stesso descritta non mancano né la maraviglia né, quasi in posizione-rima, l’inarcar di ciglia). L'altro, più articolato e meritevole di esser preso maggiormente alla lettera, anche se il contesto rimane sempre polemico, è costituito da una lettera dell'estate 1624 a Girolamo Preti:

«Ma perché non voglio esser lapidato dai fiutastronzi e dai caccastecchi, mi basterà dire che troppo bene averò detto che le poesie d'Ovidio sono fantastiche, poiché veramente non vi fu mai poeta, né vi sarà mai, che avesse o che sia per avere maggior fantasia di lui. E utinam le mie fossero tali! Intanto i miei libri che sono fatti contro le regole si vendono dieci scudi il pezzo a chi ne può avere, e quelli che son regolati se ne stanno a scopar la polvere delle librarie. Io pretendo di saper le regole più che non sanno tutti i pedanti insieme; ma la vera regola, cor mio bello, è saper rompere le regole a tempo e luogo, accomodandosi al costume corrente ed al gusto del secolo. Iddio ci dia pur vita, ché faremo presto veder al mondo se sappiamo ancor noi osservar queste benedette regole e cacciar il naso dentro al Castelvetro. So che voi non sète della razza degli stiticuzzi, anzi non per altro ho stimato sempre mirabile il vostro ingegno, se non perché non vi è mai piacciuta la trivialità, ma senza uscir della buona strada negli universali avete seguita la traccia delle cose scelte e peregrine [...]»

Nessuno dei procedimenti da lui impiegati era, ovviamente, nuovo, ma mai era stato utilizzato con altrettanta assolutezza. Fu largamente imitato, oltreché in Italia, anche in Francia (dove fu il beniamino dei preziosisti, come Honoré d'Urfé, Georges de Scudéry, Vincent Voiture, Jean-Louis Guez de Balzac, e dei cosiddetti libertini, come Jean Chapelain, Tristan l'Hermite, Philippe Desportes, ecc.), in Spagna (dove influì su Luis de Góngora e soprattutto Lope de Vega), in altri paesi cattolici come il Portogallo e la Polonia, ma anche in Germania, dove i suoi più diretti seguaci furono Christian Hofmann von Hofmannswaldau, Daniel Casper von Lohenstein e Barthold Heinrich Brockes, che diede la versione tedesca della Strage degl'innocenti, e nei paesi slavi. In Inghilterra La strage degli innocenti ispirò John Milton, e fu imitata da John Crashaw.

Per quanto riguarda la ricezione del Marino in Italia, significative sono le censure di Pietro Sforza Pallavicino, teorico della letteratura secondo i dettami di Urbano VIII, in Del bene (1644) e Trattato dello stile e del dialogo (II ed. definitiva 1662); e per converso il riconoscimento del Marino come sostanziale "caposcuola" da parte di Emanuele Tesauro nelle varie redazioni del suo Cannocchiale aristotelico. Il Pallavicino condanna in blocco, senza premurarsi di fare distinguo (e dunque negando la possibilità stessa di una poesia non atteggiata, "classica"), i procedimenti paronimici mariniani, considerandoli comunque viziosi, in Del bene; mentre esalta lo Stigliani "tra que' pochi che della poetica e della lingua italiana possono parlare come scienziati" (Trattato dello stile), nelle Vindicationes societatis Iesu (1649) del Marino dirà che in numero lascivire potius videtur quam incedere", che in genere "canoris nugis auditum fallere, non succo sententiarum atque argutiarum animos pascere, e che il Marino in particolare carebat philosophico ingenio, quod in poeta vehementer exigit Aristoteles - e nel Trattato, riferendosi ad un luogo della Galeria, definisce il ricorso a certi bisticci come segno "di poca maestria d'imitazione", aggiungendo che sono "poco fertili di maraviglia e anche poco ingegnosi".

È interessante notare come sia nel 1639 il massimo teorico delle Acutezze, Matteo Peregrini, sia sotto Urbano VIII il Pallavicino, sia il Tesauro nelle varie redazioni del Cannocchiale (1654-1670) non abbiano dato, o anche solo tentato, una definizione univoca dell'antitesi; laddove il Pallavicino, in particolare, ne fornisce una, nel Trattato, più prossima alla paronomasia, segno che la reale sostanza della "rivoluzione" mariniana, posto che rivoluzione ci fosse, gli sfuggiva quasi totalmente. Rimasto il punto di riferimento della poetica barocca per tutto il tempo in cui fu in voga, con il XVIII e il XIX secolo, pur essendo sempre ricordato per ragioni storiche, fu indicato come la fonte o il simbolo del "malgusto" barocco.

Le critiche dello Sforza Pallavicino per certi aspetti anticipano quelle del secolo dei lumi; Ludovico Antonio Muratori gli darà sostanzialmente ragione (per quanto respinga quella qualità "filosofica" che la poesia dovrebbe avere, e per cui il Pallavicino si rifaceva viziosamente ad un passo d'Aristotele - che s'era limitato a dire che il poeta è più filosofo dello storico, non che è filosofo in sé). Più oltre si spinge Giovanni Vincenzo Gravina, che non si limita a notare la mancanza di misura e di gusto della maniera barocca, ma ne dà una spiegazione storica: la poesia barocca è la poesia dell'età della scienza, e il suo errore è stato quello di dotarsi di una sua techne e di suoi strumenti proprii, e questo, pur aprendole possibilità nuove per alcuni versi, per altro l'ha fortemente limitata.

Gian Battista Vico, che conobbe e stimò l'"ultimo dei marinisti", Giacomo Lubrano, nella sua produzione in versi si tenne fedele ai principii di un castigato classicismo, ma diede grande importanza ai procedimenti analogici su un piano strettamente speculativo, contro l'aridità delle "griglie" nozionistiche sensiste, come strumento di indagine e palestra intellettuale (la stessa funzione che il Settembrini, invece, negherà loro). In effetti il Marino carente di "philosophico ingenio" è stato anche il primo ad applicare intensivamente procedimenti dialettici alla poesia, con eventuali ricadute sulla speculazione del suo tempo, e anche dei tempi a venire.

La critica non ha dedicato al Marino studii organici fino alla fine Ottocento. La critica romantica (salvo Luigi Settembrini) ha dato della sua opera un'interpretazione superficiale, da vulgata, identificando l'unica preoccupazione del poeta con la "maraviglia", conseguita tramite la ricercatezza dei particolari e le sfoggiate descrizioni. Francesco de Sanctis criticò pesantemente Marino, deprecandone l'esclusiva attenzione alla forma a discapito del sentimento[120], per quanto si riveli in grado di dare uno sguardo meno superficiale allo "studiolo" del Marino quando descrive la sua tecnica "col rampino", e identifica l'origine della sua ispirazione nel catalogismo erudito e voluttuoso.

Ma per quanto riguarda la critica romantica, più notevole è la severa, ma estesa e intelligente lettura che nelle Lezioni di letteratura italiana (1872-1875) diede Luigi Settembrini. Immune da campanilismi (il Settembrini tace, per esempio, di Giovan Battista Basile), ripercorre il poema grande facendolo discendere direttamente dalla Liberata (in particolare dal giardino d'Armida) "come la voluttà nasce dall'amore"; antologizza diversi luoghi, e, negando recisamente un'assenza di struttura, riconosce numerosi luoghi mirabili e la sostanziale novità del Marino. Secondo la sua prospettiva storiografica - che è quella di chi deve dar conto di una storia della civiltà letteraria italiana - il Marino è in genere il sintomo di una fase di forte decadenza, caratterizzata dall'occupazione straniera e dallo strapotere della chiesa, e l’Adone, definito opera "voluttuosa", sarebbe una sorta di reazione alla crudeltà dei tempi (tesi non troppo distante da quella sostenuta a suo tempo anche da Pieri in Per Marino, 1977, peraltro fondandosi sulla Préface di J. Chapelain all'Adone 1623), e contemporaneamente loro ambigua espressione. Con questo, trascendendo la figura in sé dell'autore (comunque nobilitato da certi accostamenti: "Vedrete delirare Bruno e Marino", annuncia aprendo la trattazione del secolo "fangoso": ma questa di "delirio" non è in tutto una definizione negativa), secondo il Settembrini il marinismo è, tout court, il gesuitesimo applicato alla letteratura.

Peraltro il Settembrini rifiuta seccamente la valutazione dell'Arcadia come un movimento di restaurazione del buon gusto; e paragona il Barocco ad un pazzo furioso, il cui organismo cerca ancòra di difendersi dall'avanzata del male, mentre l'Arcadia sarebbe uno stato tranquillo, sì, ma come l'ebetudine che precede di poco la morte. Di quanto ci fu intorno al Marino rifiuta di parlare, facendo i nomi di Achillini e Preti e liquidandoli con tutti gli altri come "gesuitanti dello stile". Il primo studio approfondito sulla poetica mariniana e i suoi procedimenti è Sopra la poesia del cavalier Marino tesi di laurea di Guglielmo Felice Damiani (oltretutto finissimo conoscitore di Nonno di Panopoli) data alle stampe nel 1899, la quale seguiva La vita e le opere di Giambattista Marino di Mario Menghini (1888).

Ma il fondamentale esordio di una critica approfondita dell'opera mariniana è un testo a tutt'oggi di riferimento, Storia della vita e delle opere del cavalier Marino, di Angelo Borzelli, dato alle stampe in una prima versione nel 1898, e poi ristampato, con la cassazione di alcuni errori, nel 1927. Il lavoro, d'impostazione storica più che filologica, dava per la prima volta conto di tutta una serie di notizie sulla vita e sull'opera del Marino, curando anche il contesto e la biblioteca su cui si era formato, riportando anche una quantità d'inediti e primizie d'archivio. Nonostante alcuni errori, rimane a tutt'oggi un punto di riferimento sicuro. La seguente Storia dell'età barocca in Italia di Benedetto Croce, del 1929, è più significativa della ricezione della temperie da parte dell'intellettualità durante il fascismo che come studio in sé (anche perché del Marino si tratta pochissimo, e con sensibile nausea; ma interessanti le puntualizzazioni del Croce sulle artate deformità del dettato mariniano, evidenze del suo cinico nichilismo, sulle quali normalmente non ci si sofferma).

Ma L'Adone, così come gran parte della letteratura barocca, è stato ormai approfonditamente studiato e ampiamente rivalutato a partire da Giovanni Getto negli anni '60 e in seguito, nel 1975, dal Marzio Pieri e nel 1976 da Giovanni Pozzi (rist. Adelphi 1988), già editore delle Dicerie sacre (1960) e pioniere di un nuovo corso di studii sul Marino. A partire dai due studiosi, legati rispettivamente alle università di Parma e di Friburgo, si sono creati due filoni d'indagine, di ispirazione esegetica molto diversa e talora anche in contrasto tra loro. Pieri ha impostato la propria analisi dell’Adone, seguendo i criterii di edizione dei classici Laterza (privi di introduzioni "contenutistiche" o analisi estetiche e forniti dei soli apparati), dapprima in senso prettamente filologico, per poi accentuare, in un grande numero di testi a seguire, la centralità della figura del Marino come autore "moderno", capofila di una "letteratura minore" o addirittura "minima", non interessata ad affrontare tematiche presuntamente centrali ma sensibile alla vita dei sensi, alle più recondite suggestioni, agli effetti più sottili e sfuggenti, al mondo delle relazioni; un "grado zero" dell'attività poetica. Raggiungendo esiti anche di grande astrazione non ha esitato a trovare tra singoli versi del Marino e svariati contemporanei le 'rime interne' più impreviste e inaspettate ("è del lettore il fin la meraviglia") come accumulando "motivi per lèggere" il Marino. Col paradosso implicito in una lettura iperfedele che si rivolse alla filologia (non ne derivò) come assunzione dei modelli della Early e Baroque Music esplosa negli anni 70 e alla 'ironia' esegetica necessaria con un poeta ben giudicato sommamente antifrastico dallo stesso Pozzi.

Da parte sua il Pozzi, secondo un'impostazione esegetica più classica, ha praticamente completato lo spoglio delle fonti dell’Adone, in specie nella seconda, fondamentale impressione, e questo rimane il suo apporto primario. Per quanto riguarda gli aspetti formali del poema, di cui s'è occupato intensamente, gli esiti sono stati più opinabili, ma in sostanza mai richiamati in dubbio con adeguata autorevolezza. Negando la presenza di una struttura vera e propria all’Adone, gli ha riconosciuto una forma molto raffinata che definisce "bifocale ed ellittica" - che macrostrutturalmente dovrebbe rappresentare l'assetto dialettico del "contraposito" - e che rifletterebbe (secondo Pozzi) l'"irresoluzione dell'uomo secentesco di fronte ai due modelli cosmici contraddittori, tolemaico e copernicano". Ricordiamo che l Adone ospita una stupenda apostrofe a Galileo Galilei, ma nonostante il viaggio interplanetario di Adone guidato da Mercurio, la struttura dell'universo mariniano non è esplicitata al punto da consentire di affiliare il Marino (verosimilmente assai poco interessato) o all'una o all'altra scuola di pensiero. Abortito, a causa dell'uscita per le stampe del primo Adone curato dal Pozzi, il progetto di Amedeo Quondam di ripercorrere l'intero testo come "poema di emblemi" (un'impostazione esegetica favorita da un'affermazione dello stesso Marino, ma ritenuta poi impraticabile per eccessiva ingenuità), un grande numero di studiosi si è concentrato poi su questo o quell'aspetto dell'opera, senza fornire (né forse aspirarvi) altre impostazioni critiche complessive.

Più recentemente nel 2002 è da ricordare la pubblicazione in Francia del saggio di Marie-France Tristan La Scène de l'écriture, che cerca (inaugurando una linea critica nuova e originale, anche se non condivisa da tutti gli studiosi) di mettere in evidenza il carattere filosofico della poesia del Marino, comunque fondendo la cosmogonia ironicamente cattolica delle Dicerie con quella pagana dell’Adone. Complementa gli sforzi della Tristan, nel 2010, Periferia continua e senza punto di Giuseppe Alonzo, che pone con più precisione la Weltanschauung mariniana con il continuismo filosofico secentesco, che ha avuto in Leibniz la sua espressione più articolata. Non necessariamente deve sortirne un filosofo-poeta, ma le motivazioni di una retorica considerata a lungo gratuitamente fiorita e priva di freno risultano sicuramente più chiare.

NoteModifica

  1. ^ Susan J. Bandes, Pursuits and pleasures: baroque paintings from the Detroit Institute of Arts, East Lansing, Mich.: Michigan State University, Kresge Art Museum, 2003, p.32. Vedi anche Blaise Ducos, "Court Culture in France among the First Bourbons: Portrait of Giambattista Marino by Frans Pourbus the Younger", Bulletin of the DIA, vol. 83, 1/4 (2009), pp.12-21. Sui ritratti del Marino cfr. Giuseppe Alonzo, Per una bibliografia illustrata dei ritratti di Giambattista Marino, in "ACME - Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Milano", LXIII-I (gennaio-aprile 2010), pp. 295-315
  2. ^ Francesco de Sanctis, Storia della letteratura italiana, Torino, UTET, 1879, vol. II, p. 217.
  3. ^ Così Marzio Pieri nella sezione introduttiva di Il Barocco, Marino e la poesia del Seicento, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, 1995 (p. 19). Come già Benedetto Croce, anche Pieri ricorda inoltre il passo della novella El licenciado Vidriera ("Il dottor Vetrata"), in cui, nel 1613, Miguel de Cervantes scriveva a proposito di Napoli: “Ciudad, á su parecer y al de todos cuantos la han visto, la mejor de Europa y áun de todo el mundo" (Cervantes, Novelas Ejemplares, tomo I, Madrid 1878, p. 239). Un curioso confronto fra la Napoli e la Roma dell'epoca è accennato nel "Ragguaglio XII" della seconda centuria dei Ragguagli di Parnaso di Traiano Boccalini (pubblicati fra il 1612 e il 1613), dove a Luigi Tansillo − con Torquato Tasso uno dei principali anticipatori della stagione poetica mariniana − vien fatto sentenziare che "maggiori erano i borghi di Napoli che Roma tutta" (Boccalini, Ragguagli di Parnaso, in Traiano Boccalini, a cura di G. Baldassarri, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, p. 404).
  4. ^ Le principali fonti biografiche sul Marino sono di poco successive alla morte del poeta. Già nell'anno della scomparsa fu pubblicata la Vita del cavalier Marino, descritta dal signor Giovan Battista Baiacca (Venezia, Sarzina, 1625). Sette anni dopo uscì la Vita del cavalier Marino descritta dal signor Francesco Chiaro, canonico napolitano, suo nipote, accompagnata alla prima edizione del poema mariniano La strage degl'innocenti (Napoli, Beltrano, 1632; secondo quanto scrive il Chiaro in una nota apposta in calce alla sua Vita, la biografia del Baiacca non sarebbe che una mera trascrizione dal manoscritto di quest'ultima, dato a suo tempo in lettura al Baiacca, che proditoriamente lo avrebbe dato alle stampe ascrivendosene la paternità). All'anno successivo risalgono tre altre biografie: Breve racconto della vita del signor cavalier Marino, descritta dal signor Giacomo Filippo Camola, accademico umorista, detto l'Infecondo, inserita nella seconda edizione della Strage degl'innocenti (Roma, Mascardi, 1633), Vita del cavalier Marino di Giovan Francesco Loredano, nobile veneto (Venezia, Sarzina, 1633), e Vita del cavalier Giovan Battista Marino, descritta dal cavaliere Francesco Ferrari (Venezia, Scaglia, 1633), anch'essa in appendice a un'edizione della Strage degl'innocenti. La ricostruzione biografica degli studiosi moderni si riconduce in massima parte a questi primi cinque lavori, oltre che alle testimonianze dirette del Marino stesso (su tutte quelle del suo epistolario). Fra le ulteriori fonti secentesche vanno ricordate, la Relazione della pompa funerale fatta dall'Accademia degli Umoristi di Roma (Roma 1626), gli ampi cenni alla figura del poeta contenuti in Dello occhiale di Tommaso Stigliani (Venezia 1627) e il profilo celebrativo tracciato in Elogi d'uomini letterati di Lorenzo Crasso (Venezia 1666, tomo I, pp. 212-222).
  5. ^ Chiaro, Vita..., p. 4. Sulla data sono unanimi Chiaro, Baiacca e Ferrari. Nella biografia del Loredano il giorno della nascita è spostato, forse per una svista, al 18 ottobre (Loredano, Vita..., p. 2).
  6. ^ Angelo Borzelli, Il cavalier Giovan Battista Marino, Napoli 1898 (19062), p. 1, n. 4. La ricca monografia del Borzelli resta una delle migliori sintesi dei dati offerti dalle antiche biografie e dal materiale documentario coevo.
  7. ^ A. Borzelli, Il cavalier..., pp. 1 e 207. L'ipotesi deriva dal fatto che il nonno del poeta, anch'egli di nome Giovan Battista, possedeva dei terreni in località Cinquefrondi (a ridosso di Reggio Calabria).
  8. ^ Camola, Vita..., p. 6. Così anche il Ferrari, secondo cui la famiglia Marino viveva "con molta onorevolezza e con qualche commodità de' beni di fortuna" ( Ferrari, Vita... p. 66).
  9. ^ Baiacca, Vita..., p. 28.
  10. ^ Borzelli, Il cavalier..., p. 1. Nell'editio princeps delle sue Rime, parte seconda, madriali e canzoni, pubblicata a Venezia per i tipi del Ciotti nel 1602 (ma l'imprimatur data al gennaio 1601), il poeta dedica alla madre le ampie strofe di una dolente ode funeraria (la canzone XIV, "Torno piangendo a riverir quel sasso"), in cui accenna anche alla recente scomparsa del padre (al v. 26: "piansi, non è gran tempo, il padre estinto").
  11. ^ A Francesco il Marino lascerà in legato testamentario i mobili e le suppellettili della casa, fra i quali Cesare Chiaro, aprendo un lungo contenzioso legale con Giovanni Battista Manso, si adopererà per far includere anche le carte e le opere inedite del poeta scomparso (cfr. Borzelli, Il cavalier..., pp. 208-209).
  12. ^ Così le antiche biografie di Chiaro, Camola, Ferrari e Loredano (quella del Baiacca parla genericamente di un "maestro"). Lo pseudo Traiano Boccalini indica invece il precettore in un "Domenico Peppi" (cfr. Traiano Boccalini, Lettere politiche e istoriche, in La bilancia politica di tutte le opere di Traiano Boccalini, parte terza, Castellana [i.e. Châtelaine presso Ginevra], Widerhold, 1678, p. 132. L'attribuzione al Boccalini degli scritti, assai poco boccalininani, contenuti nel volume è opera del curatore, Gregorio Leti).
  13. ^ Sulla reale competenza del Marino nella lingua di Virgilio ironizzerà Gaspare Murtola: "Bisognava rispondermi in latino / nel vïaggio di Mantoa, e non restare / stupido e muto come fra' Stuppino" (G. Murtola, La Marineide, "Risata prima", vv. 9-11; cfr. anche le "Risate" XIII, vv. 116 e segg., XVII, vv. 15-16, XXIX, vv. 7-8, e XXX", vv. 12-17).
  14. ^ Cfr. Clizia Carminati, Vita e Morte del Cavalier Marino. Edizione e commento della "Vita" di Giovan Battista Baiacca, 1625, e della "Relazione della pompa funerale fatta all'Accademia degli Umoristi di Roma, 1626", Bologna 2011, p. 95.
  15. ^ Oltre che a personali manchevolezze ciò andrà imputato anche alla temperie, in via di profondo mutatamento. Si pensi all'effettiva formazione culturale di altre importanti figure della scena letteraria europea tra XVI e XVII secolo, come Lope de Vega o William Shakespeare.
  16. ^ Stando al Chiaro, dal 7 gennaio 1583 (Chiaro, Vita..., p. 5).
  17. ^ Lettere del cavalier Giovan Battista Marino. Gravi, Argute e Familiari. Facete e Piacevoli. Dedicatorie, Venezia, Baba, 1673, p. 36 (La lettera fu scritta a Torino nel 1612; cfr. G. B. Marino, Lettere, a cura di M. Guglielminetti, Torino 1966, p. 125). Ancora nel Canto IX (stanza LXIX) dell'Adone il poeta ricorderà amaro: "Più d'una volta il genitor severo, / in cui d'oro bollian desiri ardenti, / stringendo il morso del paterno impero, / 'studio inutil', mi disse, 'a che pur tenti?'. / Ed a forza piegò l'alto pensiero / a vender fole ai garruli clienti".
  18. ^ Borzelli, Il cavalier..., p. 4, n. 1, osserva che sebbene fino al 1591 nel Regno di Napoli l'età prescritta per addottorarsi era di diciassette anni, la constatazione di frequenti abusi indusse il viceré a elevare il termine a ventun anni (ordinanza, peraltro, non sempre rispettata).
  19. ^ Cfr. Baiacca, Vita..., p. 28-29. (Senza alcun fondamento è invece l'idea, insinuata da qualche esegeta, che all'origine del bando paterno vi fosse una relazione incestuosa di Giovan Battista con la sorella Camilla).
  20. ^ "Questa non era Accademia, ma privata conversazione d'alquanti amici, alla quale andavo anch'io, e mi ricordo che il Marino era lo spasso di quella, per non dir la favola", scrive malignamente, lo Stigliani (nota n. 8 alla Vita del Baiacca, per cui cfr. Clizia Carminati, Vita e morte..., p. 79). Il circolo, da non confondersi con l'omonima accademia pisana, fu in realtà un'istituzione formalizzata. Fondata nel 1586, verrà chiusa su ordine di Filippo II nel 1593 per sospette attività antispagnole. Sulle vicende dell'Accademia degli Svegliati di Napoli, sul suo gusto letterario d'avanguardia e sui contatti del Cortese e altri membri del circolo con personalità eterodosse quali Giambattista Della Porta, Giordano Bruno e Tommaso Campanella si può utilmente consultare la breve sintesi di Carmela Lombardi, Enciclopedia e letteratura. Retorica, poetica e critica della letterarura in una enciclopedia del primo Seicento, Arezzo 1993, pp. 23-26.
  21. ^ In essi, oltre che in una Poetica per noi purtroppo perduta, il Cortese segna una frattura con il petrarchismo di maniera, teorizzando la poesia come strumento conoscitivo della realtà e argomentando la fondazione scientifica dell'espressione poetica, due posizioni che saranno poi rimodulate dalla punta più avanzata dell'elaborazione teorica barocca.
  22. ^ A un Marino ventenne il Borzelli attribuisce anche due sonetti rimasti in forma manoscritta e dedicati all'uccisione di Maria d'Avalos per mano di Carlo Gesualdo da Venosa (1590). Borzelli ne riporta i versi in Il cavalier... pp. 8-9.
  23. ^ Che tuttavia il poeta fosse accolto stabilmente in queste dimore è cosa tutt'altro che certa: cfr. Borzelli, Il cavalier..., pp. 13-15.
  24. ^ Nato nel 1568 e morto nel 1607, non va confuso con il suo omonimo bisavolo del XV secolo.
  25. ^ Borzelli, Il cavalier..., p. 28. Borzelli nota come gli antichi biografi anticipino artatamente l'anno dell'entrata in servizio al 1592, per poterci proporre un Marino intento a "conversar domesticamente col Tasso, che in questa splendida casa s'era allora fermato". Il ruolo del Marino presso il principe fu quello di segretario, o come puntualizza il solito Stigliani, di sottosegretario, il segretario del di Capua essendo all'epoca Giovan Domenico Bevilacqua (così la nota 13 dello Stigliani alla Vita del Baiacca: cfr. Clizia Carminati, Vita e morte..., p. 80. Il Bevilacqua fu autore del volume Il ratto di Proserpina, di Claudiano da Giovan Domenico Bevilacqua, in ottava rima tradotto... Con gli argomenti et allegorie di Antonino Cingale. E con la prima e seconda parte delle rime di esso Bevilacqua, Palermo, Giovan Francesco Carrara, 1586, che offre al lettore del Marino più di una suggestione).
  26. ^ Giovan Battista Marino sarà, fra l'altro, lo scopritore di Nicolas Poussin e il suo promotore presso la nobiltà romana.
  27. ^ Nella già citata lettera di Camillo Pellegrino ad Alessandro Pera (riportata in Borzelli, Il cavaliere..., pp. 209-210) si legge infatti "Ho inteso far le meraviglie del poema d'Adone che il signor Marino ha per le mani". Cautele in merito sono espresse da Marzio Pieri in Il Barocco, Marino... (p. 20).
  28. ^ Sia essa circolata all'epoca solo nella febbrile catena di trascrizioni di cui parla il Ferrari ("volò per tutto di penna in penna") o, come vuole lo Stigliani, anche a stampa in un esile libretto. Si vedano Ferrari, Vita..., p. 69 e la nota XXIII dello Stigliani alla biografia del Baiacca. Cfr. inoltre le considerazioni di G. Raboni, Geografie mariniane, in "Rivista di letteratura italiana", IX (1991), p. 297 e Clizia Carminati, Vita e morte..., p. 77.
  29. ^ Il testo completo del dialogo è riportato in Borzelli, Il cavalier..., pp. 325-359.
  30. ^ L'accusa, all'epoca particolarmente grave, verrà calunniosamente agitata dal Murtola nelle sue rime satiriche contro il Marino, e allusioni in tal senso non mancherano anche da parte dello Stigliani (cfr. Emilio Russo, Marino, Roma 2008, p. 22). Antonio Bulifon sosterrà che il Marino si era trasferito in Francia per sfuggire a un processo per sodomia (cfr. Clizia Carminati, Giovan Battista Marino tra inquisizione e censura, Padova 2008, p. 147). Gédéon Tallemant des Réaux, nel capitolo delle sue Historiettes intitolato "Contes d'italiens sodomites", menziona il Marino, ma come frequentatore e amatore di donne (cfr. G. Tallemant des Réaux, Historiettes, vol. 2, Paris 1961, p. 741).
  31. ^ Questa seconda spiegazione si basa su ricerche pubblicate Camillo Minieri Riccio nel 1844 e basate su documenti oggi irreperibili. La ragazza, figlia di un ricco mercante siciliano, si sarebbe chiamata Antonella Testa, e il poeta l'avrebbe ingravidata di proposito per giungere alle nozze, osteggiate dal padre di lei per la magra condizione economica del poeta. Cfr. Borzelli, Il cavalier..., pp. 38-39.
  32. ^ Per l'intera vicenda si veda Borzelli, Il cavalier..., pp. 48-49.
  33. ^ Così Ferrari, Vita..., p. 69. Stando allo Stigliani, si rifugiò invece Ospedale della Consolazione (cfr. la n. 22 dello Stigliani alla Vita del Baiacca, riportata in Clizia Carminati, Vita e morte..., Bologna 2011, p. 84).
  34. ^ Baiacca, Vita..., p. 34 e soprattutto Chiaro, Vita..., p. 18. Fra le Rime mariniane figura un sonetto Giugnendo a Roma nell'anno santo, ma non è dato stabilire se sia stato scritto, come vorrebbe il Borzelli, in occasione di quel primo soggiorno romano. Cfr. le considerazioni di Clizia Carminati, Vita e morte..., p. 83. Gaspare Salviani (1567-1630) fu cofondatore dell'Accademia degli Umoristi. Sui primi contatti fra il Marino e il Salviani malignerà Tommaso Stigliani, sottolineando che esso era avvenuto in piazza Navona, all'epoca considerata, insieme alla piazza del Pantheon, luogo d'incontro di sodomiti (cfr. Clizia Carminati, Vita e morte..., pp. 83-84).
  35. ^ Ferrari, Vita..., p. 70. Il palazzo del Crescenzi, presso il quale al poeta fu assicurata una stanza, sorgeva nei pressi di san Macuto (Borzelli, Il cavalier..., pp. 51-51).
  36. ^ Baiacca, Vita..., p. 35.
  37. ^ Il circolo, indicato a volte come Accademia Romana, ebbe vita assai breve: nel 1604, infatti, Onofrio finiva sul patibolo, perché ingiustamente ritenuto ispiratore del matricidio perpetrato dal fratello Paolo nel 1599. Nell'annotazione n. 21 alla Vita del Baiacca lo Stigliani arriverà ad accusare larvatamente − e infondatamente − il Marino di avere tradito il povero Onofrio: "Verso Onofrio egli usò tal fedeltà, che perciò avvenne quel che avvenne" (cfr. Clizia Carminati, Vita e morte..., p. 84).
  38. ^ Un elenco di alcuni dei membri più celebri è riportato da Ludovico Antonio Muratori nella Vita di Alessandro Tassoni (cfr. Raccolta delle opere minori di Ludovico Antonio Muratori, vol. XVIII, Napoli, Alfano, 1762, p. 12). Va tuttavia tenuto presente che nel periodo in cui il Marino fa il suo ingresso tra gli Umoristi, molti dei nomi illustri che compaiono in tale elenco non erano ancora affiliati (alcuni, poi, erano infanti o dovevano ancora nascere). Non se ne avvede il Borzelli, che cita come soci dell'accademia all'epoca dell'ingresso del Marino il cardinal Sforza Pallavicino (nato nel 1607) e Agostino Mascardi (nato nel 1590); cfr. Borzelli, Il cavalier..., p. 70.
  39. ^ "Aveva il Caravaggo fatto il ritratto del Cavalier Marino, con premio di gloria tra gli uomini di lettere, venendo nell'accademie cantato il nome del poeta e del pittore" (Giovanni Pietro Bellori, Le vite de' pittori, scultori ed architetti moderni, Roma, Mascardi, 1672, p. 205). Più di qualche dubbio sussiste sull'attribuzione al Caravaggio di un presunto ritratto mariniano oggi in una collezione privata londinese (cfr. Giuseppe Alonzo, Per una bibliografia illustrata dei ritratti di Giambattista Marino, in "ACME - Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Milano", LXIII-I (gennaio-aprile 2010), pp. 296-297 e 305).
  40. ^ Si veda quanto riferisce Girolamo Tiraboschi nella sua Storia della letteratura italiana, tomo VIII, parte I, Venezia 1796, pp. 44-45. Il Tiraboschi ricorda, fra l'altro, come il successo dell'Accademia degli Ordinati fu tanto fulgido quanto effimero.
  41. ^ Borzelli, Il cavalier..., p. 69.
  42. ^ Il contatto romano con il Murtola è attestato da uno scambio di sonetti che figura tra le Rime mariniane.
  43. ^ Il Tasso aveva tripartito il suo immane corpus lirico in rime amorose, eroiche e sacre. Il Marino non fa che arricchire, o approfondire, la suddisivione tassiana.
  44. ^ Stando al racconto del Loredano, Guido Casoni si trovava in una libreria in conversazione con altri letterati, quando il giovane Marino gli si presentò recitando il sonetto "Apre l'uomo infelice allor che nasce" e "senza attender né lode né applausi" si allontanò. Il componimento piacque alquanto al Casoni, e tra i due poeti nacque un'amicizia destinata a durare per tutta l'esistenza del Marino. (Loredano, Vita..., pp. 8-9).
  45. ^ Borzelli, Il cavaliere..., p. 57. La biografia del Ferrari attribuisce l'introduzione del Marino nella casa del cardinale al nobile fiorentino Filippo Guicciardini (Ferrari, Vita..., p. 75). Sul termine cronologico del 1603 cfr. Clizia Carminati, Vita e morte..., p. 85.
  46. ^ In una lettera del 1614 al conte Ridolfo Campeggi il poeta accennerà allo "studio particolare che infin da' primi anni io ho fatto sopra le cose scritturali" (cfr. G. Fulco, La "meravigliosa" passione. Studi sul barocco tra letteratura ed arte, Roma 2001, p. 183). Il medesimo concetto ripeterà in una coeva lettera all'amico Guidubaldo Beneamati (Marino, Lettere..., p. 167).
  47. ^ Insieme con altri due "poemi maggiori", più volte annunciati e mai realizzati: una Gerusalemme distrutta, sulla conquista della terra santa da parte di Tito e in diretto rapporto d'emulazione con il capolavoro del Tasso, e delle ovidianeTrasformazioni, di cui il Baiacca riporta lo schema generale, apparentemente d'impianto organicistico-naturalistico: "Curioso e giovevole sarebbe stato il poema voluminoso delle Trasformazioni, il cui argomento [...] era tale: s'introducevano quattro bellissime principesse figliuole d'una potentissima regina, delle quali fossero innamorati quattro nobilissimi e valorosissimi cavalieri; s'intendea per la madre la Terra, per le figliuole l'Africa, l'Asia, l'Europa e l'America, per li cavalieri Ercole, Alessandro, Cesare e Colombo. Scorrevano questi con le loro vittorie, ed illustravano con la fama delle loro imprese tutto l'universo, e vedeano in ciascuna parte le varie trasformazioni che si fanno di tutte le cose per opera de l'arte e de la natura, così negli uomini come negli animali e nelle piante e ne' minerali e ne' cieli e negli elementi. E qui si spiegavano tutti gli arcani della occulta filosofia sotto l'amenità di forse ottomila favole tratte in qualche numero dagli autori greci, latini e toscani, ma per la maggior parte cavate dal suo proprio cervello ricchissimo d'invenzioni. E si chiudeva il poema con le nozze d'Ercole in Africa, d'Alessandro in Asia, di Cesare in Europa, e di Colombo in America" (Baiacca, Vita..., pp. 59-61). Parte della materia confluì forse nelle svariate metamorfosi dell'Adone.
  48. ^ Di questi pometti arriverà infine alle stampe solo I sospiri d'Ergasto (nell'edizione milanese delle Egloghe, del 1627). Gli altri, in particolare il Polifemo cieco, si areneranno a Venezia tra le maglie degli inquisitori, poco inclini a transigere sulle scene di contenuto erotico tanto care al poeta. (Cfr. Borzelli, Il cavalier..., p. 66).
  49. ^ La lettera è quella, inviata a Carlo Rondinelli, in cui il Marino narra il suo viaggio a dorso del mulo Fiutaculo, così chiamato "perché non voleva mai dare un passo se non teneva il muso fitto sotto la coda dell'altre bestie" (Marino, Lettere..., p. 49). Nella stessa missiva il poeta riferisce la sua prima impressione di Ravenna: "Appena giunto, mi è entrato un sfinimento nel core, che mi fa vivere disperatissimo. Questa è una città, anzi un deserto, che non l'abiterebbon i zingari: aria pestifera, penuria di vitto, vini pessimi, acque calde ed infami, gente poca e salvatica".
  50. ^ Borzelli, Il cavalier..., p. 76.
  51. ^ Borzelli, Il cavalier..., p. 78. Il Guaccimani curò un'importante antologia poetica Raccolta di sonetti d'autori diversi ed eccellenti della nostra età (Ravenna 1623), nella quale figura anche il Marino.
  52. ^ La Vita del Baiacca riporta una lettera a Giulio Strozzi (del 5 gennaio 1621: cfr. Marino, Lettere..., p. 157), nella quale il Marino dichiara di avere "cavato" il quadro della nascita d'Amore nel canto VI dell'Adone da Nonno di Panopoli. A dispetto del maligno commento di Tommaso Stigliani ("lo cavasti dal malan che Dio ti dia, ché non hai mai letto né Nonno né Nanno": cfr. nota 81 alla biografia del Baiacca, e Clizia Carminati, Vita e morte..., p. 104), la scena, contenuta in realtà nel canto VII dell'Adone, sembra effetivamente rifarsi alle Dionisiache di Nonno, che il Marino doveva avere letto nella traduzione latina pubblicata da Eilhard Lubin, e riproposta da Jacobus Lectius, negli anni ravennati del Marino (rispettivamente nel 1605 ad Hannover e nel 1606 a Ginevra). Sui rapporti fra L'Adone e le Dionisiache cfr. Nonno di Panopoli, Le Dionisiache: IV (Canti 37-48), trad. di M. Maletta, Milano 2005, per cui si veda in particolare l'introduzione di Francesco Tissoni; cfr. inoltre: F. Gonnelli, Nonno di Panapoli. Le Dionisiache, Milano 2003; E. Russo, Marino, Roma 2008; E. M. van Opstall, The Golden Flower of Youth: Baroque Metaphors in Nonnus and Marino, "Classical Reception Journal", 6 (2014), pp. 446-470; e Cristiano Minuto, Giovan Battista Marino lettore di Nonno di Panopoli, in "Aevum", 89 (2015), pp. 745-757.
  53. ^ Ragione immediata del viaggio sono i festeggiamenti per e nozze delle due filgie del duca, Isabella e Margherita, maritate rispettivamente con Alfonso d'Este e Francesco Gonzaga.
  54. ^ Gran parte dell'ingiurioso scambio arriverà alle stampe solo nel 1626, dopo la morte dei due poeti, con il titolo La Murtoleide, fischiate del cavalier Marino. Con la Marineide, risate del Murtola.
  55. ^ Così il Marino stesso in una lettera al conte Fortuniano Sanvitali (cfr. Marino, Lettere..., p. 73).
  56. ^ Clizia Carminati, Giovan Battista Marino tra inquisizione..., pp. 61 e 68
  57. ^ Cfr. Ferrari, Vita..., pp. 79-80.
  58. ^ Su richiesta del Marino, l'amico e antico protettore Giovanni Battista Manso scrive al duca per attestare che alcuni dei componimenti incriminati non possono avere come oggetto il duca e la corte torinese perché scritti negli anni di Napoli. Dal canto suo il cardinale Aldobrandini, anch'egli pregato dal Marino, comunica al duca che gli altri versi satirici sono stati scritti una decina di anni prima, a Roma. (Cfr. Clizia Carminati, Giovan Battista Marino tra inquisizione..., p. 109).
  59. ^ Documenti processuali contengono il riferimento preciso a un sonetto romano del Marino dedicato al giovane e tutt'altro che irreprensibile cardinal Giovan Battista Deti, creatura degli Aldobrandini: mentre includeva tra le ''Rime'' del 1602 un garbato sonetto congratulatorio per l'elevazione del giovane vizioso alla porpora, il poeta avrebbe fatto circolare un secondo sonetto (attualmente disperso), una sorta di palinodia in cui erano messe alla gogna le reali qualità del prelato. Un atto abbastanza sconsiderato, dal momento che il mordace componimento non solo metteva in ridicolo un principe della Chiesa, ma rischiava di minare il felice rapporto del poeta con l'Aldobrandini. (Cfr. Clizia Carminati, ''Giovan Battista Marino tra inquisizione...'', pp. 7-12).
  60. ^ L'editto del duca contro i libelli diffamatori data al gennaio del 1602. Cfr. M. Capello, Diffamazione e ingiuria, Milano 1910, p. 3 (ed Editti antichi e nuovi dei sovrani prencipi della R. Casa di Savoia, Torino 1681).
  61. ^ La risentita lettera del Marino al duca, che così ha interrotto il lavoro del poeta, può essere intesa come un'attestazione di libertà d'animo da parte del poeta (Alberto Asor Rosa, vorrebbe leggervi la reazione di uno schiavo ribelle), ma anche come un indizio della sostanziale tolleranza propria del duca.[senza fonte] Come ben sintetizza Claudio Varese, a Torino il Marino si poneva "in un rapporto disinvolto e in qualche modo personale con quell'ambiente e verso la corte e il principe. La sua devozione e la sua servitù volevano essere quella di un suddito, di un cilente che pure gode di una sua franchigia" (C. Varese, "Giovan Battista Marino", in Storia della Letteratura Italiana. Il Seicento, Milano 1967, p. 765).
  62. ^ È stato peraltro osservato come la carcerazione del Marino potesse costituire per Carlo Emanuele un modo efficace di mettere il poeta al riparo dalle richieste di un rischioso trasferimento a Roma. Nei riguardi dell'Inquisizione, d'altronde, il duca perseguiva da sempre una politica di scarsa collaborazione. Cfr. Clizia Carminati, Giovan Battista Marino tra inquisizione..., p. 128; si veda inoltre l'introduzione di Erminia Ardissino a Giovan Battista Marino, Dicerie sacre, Roma 2014, pp. 9-51, in particolare p. 35.
  63. ^ Lo stesso presso cui aveva trovato appoggio il letterato − dallo Stigliani accostato al Marino − Gian Francesco Biondi, che nel 1608 era entrato in contatto con ambienti protestanti e aveva importato a Venezia svariati libri antipapisti (sul Biondi cfr. Dizionario Biografico degli italiani; per il suo accostamento al Marino cfr. A. N. Mancini, Romanzi e romanzieri del Seicento, Napoli 1981, pp. 66-67).
  64. ^ Sulle Dicerie scriverà all'amico Guidubaldo Beneamati: "Parrà cosa stravagante ed inaspettata, massime a chi non sa gli studi particolari ch'io fin da' primi anni ho fatto sopra la Sacra Scrittura. Ma è opera da me particolarmente stimata ed in cui ho durata fatica lunghissima" (Marino, Lettere..., p. 167).
  65. ^ Clizia Carminati, Giovan Battista Marino tra inquisizione..., pp. 132 e 145.
  66. ^ Ludovico argomenta la liceità dello scambio a partire da un passo di Nonno di Panopoli. Dal canto suo Marino si limiterà a intervenire con una lettera, non priva di velata minaccia, allo stesso Carli. Sulla polemica cfr. Borzelli, Il cavalier..., pp. 113-114; C. del Corno, Un avversario del Marino: Ferrante Carli, in "Studi secenteschi", XVI (1975), p. 120; "Ferdinando Carli" in Dizionario biografico degli italiani; e M. Pieri, Il Barocco, Marino..., p. 23. Dell'incidente si ricorderà anche Niccolò Toppi nella sua Biblioteca napoletana, Napoli 1678, p.114.
  67. ^ La pace tra la Spagna e il ducato di Savoia arriverà, con la mediazione della Francia, il 21 giugno 1615, non molto dopo l'espatrio del poeta oltralpe.
  68. ^ G. B. Marino, Lettere..., p. 189.
  69. ^ Il racconto della "breve odissea" che da Torino lo ha condotto a Parigi sarà il tema di una celebre lettera, pregiata tarsia di citazioni (da Camillo Scroffa, Francesco Berni e altri burleschi), che il Marino spedirà da Parigi all'amico Arrigo Falconio. Cfr. Marino, Lettere..., pp. 544-550.
  70. ^ Come ricorda il Borzelli, "Rappresentava la prima parte e la maggiore nella corte francese" (Borzelli, Il cavalier..., p. 117; cfr. anche i rimandi bibliografici in n. 5).
  71. ^ Marino, Lettere..., pp. 195 e ss.
  72. ^ E. Russo, Studi su Tasso e Marino, Padova 2005, pp. 191-192, ed E. Russo, Marino, Roma 2008, pp. 34-35. In una Fiandra pacificata fin dal 1609, il Marino avrebbe potuto frequentare la corte filospagnola dell'arciduca Alberto d'Austria, e ritrovarvi Ambrogio Spinola e Guido Bentivoglio, due personalità a lui ben note (Russo, Studi..., p. 196).
  73. ^ Marino, Lettere..., pp. 553-557.
  74. ^ Cfr. Russo, Studi..., p. 193.
  75. ^ Marino, Lettere..., Torino 1966, p. 199.
  76. ^ Ferrari, Vita..., p. 81. Il Ferrari, che conobbe il Marino in Francia, dà anche ragione della discrepanza fra i mille scudi cui accenna Luca degli Asini e i cinquecento di cui parla il Marino: a far sborsare al tesoriere il doppio di quanto stabilito sarebbe stato il poeta stesso, che a propria giustificazione avrebbe addotto, tra il serio il faceto, di non avere potuto intendere, ignorando la lingua francese, l'esatto ammontare da richiedere (ibidem, pp. 81-82).
  77. ^ Di Giacomo Castelvetro, nipote del celebre Ludovico, aveva a suo tempo scritto Paolo Sarpi: "Castelvetro è uomo da bene compitamente, ma non ha dramma di prudenza, e non vi è in Venezia uomo più osservato da li romani di lui" (lettera a Francesco Castrino del 3 agosto 1610, citata in Russo, Studi..., p. 194). Nel settembre 1611 Giacomo era stato imprigionato dall'Inquisizione; liberato grazie al sollecito interessamento dell'allora ambasciatore inglese presso la Serenissima, Dudley Carleton, aveva infine trovato rifugio in Inghilterra (su Giacomo Castelvetro cfr. la relativa voce in Dizionario biografico degli italiani).
  78. ^ La lettera è citata, fra gli altri, da G. Fulco, La "meravigliosa" passione..., p. 198 (cfr. anche Clizia Carminati, Giovan Battista Marino tra inquisizione..., p. 156).
  79. ^ Nel 1603, celebrando l'ascesa al trono di Giacomo con un panegirico in lode della defunta regina Elisabetta, il Marino si era imprudentemente esposto, auspicando il ritorno dell'Inghilterra al cattolicesimo. Nell'ultima ottava del componimento aveva rivolto all'Inghilterra queste parole: "Così quel pigro adamantino gelo, / che spesso ai fiumi tuoi lega le braccia, / né men che l'asse del tuo freddo cielo / de' tuoi duri abitanti il core agghiaccia, / squarciato il fosco e nubiloso velo / ch'appanna il vero, il vero Sol disfaccia, / sì ch'a la Chiesa antica, a la Fe' prisca, / donde il mar ti divise, il Ciel t'unisca." (Alla regina d'Inghilterra, vv. 137-144; il carme è oggi riprodotto in Giovan Battista Marino, La Lira, vol. III, Torino 2007, pp. 92-96). Un sonetto marinano Al potentissimo re della Gran Bretagna, scritto nel 1612 per Giacomo I e riprodotto a stampa tra le opere di William Alexander, non era valso a granché.
  80. ^ Cfr. E. Russo, 'L'Adone' a Parigi, in "Filologia e critica", XXXV (2010), pp. 267-268. Lo stato del poema in questa fase ci è parzialmente testimoniato da due manoscritti apografi, conservati a Parigi e Madrid (ibidem, p. 267).
  81. ^ Borzelli, Il cavalier..., pp. 133-134.
  82. ^ "Sua maestà avrebbe voluto che si stampasse, ed il signor di Luines [Carlo d'Albert] lo desiderava grandemente. Ma s'è poi giudicato per molti rispetti, ed in particolare per aver riguardo alla salvezza del cavalier Marini (procedendo gli ugonotti ben spesso con violenza contro quelli da' quali stimano esser offesi) di on lasciarla stampare". Così il cardinal Bentivoglio in una corrispondenza del 17 agosto 1617 a Scipione Borghese (cfr. Lettere diplomatiche di Guido Bentivoglio, a cura di L. Scarabelli, vol. I, Torino 1852, p. 170; la lettera è ripresa da Russo, Marino..., p. 169).
  83. ^ Sul Marino collezionista cfr. E. Berti Toesca, Il cavalier Marino collezionista e critico d'arte, in "Nuova Antologia", LXXXVII (1952), pp. 51-66, e G. Fulco, La "meravigliosa" passione..., pp. 83-117. Sulle frequentazioni letterarie del Marino di Parigi cfr. F. Picco, Salotti francesi e poesia italiana nel seicento, Torino-Genova-Milano, 1905, specie pp. 41-84 e pp. 126-191.
  84. ^ Per nulla soddisfatto della stampa, l'anno seguente l'autore fa approntare, una nuova edizione veneziana, da lui personalmente riveduta (Marino e i marinisti..., pp. 9-10).
  85. ^ Primato recisamente contestato dallo Stigliani (cfr. Clizia Carminati, Vita e morte..., p. 109).
  86. ^ M. Pieri, "La storia dell'Adone e le prime edizioni" in Giovan Battista Marino, Adone, vol. II, Roma-Bari 1977, p. 766
  87. ^ Sull'accurato lavoro di innesto, rimontaggio e arricchimento compiuto dal Marino cfr. Russo, 'L'Adone' a Parigi... (per l'intervento sugli omaggi al Concini in modo da ridestinarli al duca di Luynes e a Luigi XIII, cfr. in particolare le pp. 273-278).
  88. ^ Sulla genesi dell'Adone e sulle varie fasi di sviluppo si vedano M. Pieri, "La storia dell'Adone e le prime edizioni" in Giovan Battista Marino, Adone, vol. II, Roma-Bari 1977, pp. 755-768, e G. Pozzi, "Guida alla lettura", in Giovan Battista Marino, L'Adone, vol. II, Milano 1976, pp. 103-121.
  89. ^ Marino e i marinisti, a cura di G. Ferrero, Milano-Napoli 1954, p. 6.
  90. ^ Così Marzio Pieri in Il Barocco, il Marino..., p. 24.
  91. ^ Se ne compiaceva Agostino Mascardi, autore di una Difesa dell'"Adone" in due volumi (Venezia 1620-1630; cfr. E. Bellini, Agostino Mascardi, tra "Ars poetica" e "ars historica", Milano 2002, pp. 44-45).
  92. ^ Su La Fontaine e Marino cfr., per es., F. Luoni, Un nouveau monde pour 'Psyché'. Marino et La Fontaine, "XVIIe siècle", 43 (1991), pp. 143-160 e M. Vincent, La Fontaine's Frame(d)works, in Refiguring La Fontaine, Charlottesville (VA) 1996, pp. 22-46. Da segnalare anche l'attenzione dedicata al Marino dal più "barocco" tra i classicisti francesi, Pierre Corneille, comprovata dal catalogo della sua biblioteca personale. Corneille potrebbe aver meditato non superficialmente gli esiti del Marino declamatorio di certe prosopopee della Galeria o della Lira, come anche di taluni monologhi dell'</nowiki>Adone (per es. quello di Argene, nel canto XIV).[senza fonte]
  93. ^ In procinto di partire scrive il poeta in merito alla biblioteca: "Credo che in Napoli non ne sarà un'altra tale" (lettera a Lorenzo Scoto, inviata da Parigi nel 1623, in Marino, Lettere..., p. 341).
  94. ^ Scriveva già nel 1620 da Parigi all'amico Andrea Barbazza: "Con tutte queste commodità che mi trattengono in Francia, io sento una passione d'Italia incredibile, e notte e giorno sospiro la patria, la quale mi chiama con le medesime condizioni che ho qui, purché io mi risolva di dimorarvi [...]. Così mi par tempo da ritirar la nave in porto e ripiegar le vele". (Marino, Lettere..., p. 268).
  95. ^ "Sono già stracco delle corti e non ne voglio più; e poiché Iddio mi ha dato il modo d'uscire di necessità, mi delibero di vivere a me stesso gli anni che mi avanzano con qualche riposo e tranquillità". (Marino, Lettere..., p. 343; missiva inviata da Parigi nella primavera 1623 a Fortuniano Sanvitali).
  96. ^ Ancora a Fortuniano Sanvitali nel 1623 (Marino, Lettere..., p. 344).
  97. ^ "Ho procurato di sopire quelle imputazioni datemi già così in Parma tanti anni sono, e ne fu autore, forse, il Materiale [lo Stigliani]. Onde feci pregare, questi mesi addietro, l'illustrissimo cardinale a voler protegermi e liberarmi da sì fatta calunnia con la sua autorità". (Marino, Lettere..., p. 343). Il prelato in questione era il cardinal nipote Ludovico Ludovisi, celebrato nell'ultimo canto dell'Adone: se il Marino poteva dichiarare all'amico Lorenzo Scoto di essere atteso a Roma "come papalino", era in virtù di tanto protettore. (Cfr. Marino, Lettere..., p. 341).
  98. ^ Cfr. Clizia Carminati, Giovan Battista Marino tra inquisizione..., p. 197; e Clizia Carminati, Vita e morte..., pp. 11-12 e p. 92.
  99. ^ E. Russo, Marino..., p. 141.
  100. ^ Di fatto né il Preti né il Bruni interverranno mai sul testo. Ben più avanti nel secolo organici tentatìvi di purgare il poema invece saranno intrapresi da Anton Giulio Brignole Sale e dall'erudito Vincenzo Armanni (cfr. Clizia Carminati, Giovan Battista Marino tra inquisizione..., pp. 296 e ss. e 309 e ss.).
  101. ^ Cfr. Clizia Carminati, Vita e morte..., pp. 11-12.
  102. ^ Marino, Lettere..., p. 397.
  103. ^ Sull'intera vicenda delle condanne cfr. Clizia Carminati, Giovan Battista Marino tra inquisizione..., passim. La condanna del 1625, la prima a essere resa pubblica, suscitò una pluridecennale mobilitazione degli estimatori di Giovan Battista Marino, soprattutto dei letterati gravitanti intorno all'Accademia degli Umoristi, che si adoperarono a vario titolo presso le autorità ecclesiastiche per arrivare a soluzioni di compromesso. L'operazione si concretizzò, fra l'altro, nella produzione di biografie "agiografiche" e di un'"apologetica" marinista diretta contro i detrattori del poeta (in primis lo Stigliani dell'Occhiale). Quanto al decreto di condanna all'Indice, esso fu propiziato dal maestro del Sacro Palazzo, il tomista domenicano Niccolò Riccardi (soprannominato "padre Mostro"), ambiguo censore di Galileo Galilei e strenuo persecutore di Tommaso Campanella (cfr. la voce su Niccolo Riccardi in Dizionario biografico degli italiani).
  104. ^ Dopo l'Adone, nel 1628 verranno condannati specifici componimenti mariniani: Amori notturni, Baci, Ragguaglio de' costumi della Francia, Trastulli estivi, Il Padre Naso, Prigionia in Torino, Sonetto per l'inondazione del S. Pietro a Roma e Il Camerone. E nel 1678, sotto il pontificato di Innocenzo XI Odescalchi, un'ulteriore condanna aggiungerà altre poesie: Duello amoroso, Venere pronuba e alcune ottave della terza parte della Lira. (Cfr. Clizia Carminati, Giovan Battista Marino..., pp. 276-277, pp. 319-320, e p. 385).
  105. ^ Per l'epilogo napoletano si veda soprattutto Borzelli, Il cavalier..., pp. 176 e ss.
  106. ^ Scrive, per esempio, ad Antonio Bruni: "Muoio di desiderio di riveder Roma, perché tutte l'altre delizie mi paion nulla" (Marino, Lettere..., p. 384); e, in un'altra missiva al Bruni: "In effetto mi par mill'anni di esservi, tali son le miserie di questa città" (ibidem, p. 387).
  107. ^ Borzelli, Il cavalier..., p. 182.
  108. ^ Così al Bruni nell'ottobre di quell'anno (Marino, Lettere..., p. 418).
  109. ^ I dettagli sono narrati da Chiaro, Vita..., p. 50 e Ferrari, Vita..., pp. 90-91. Più cruda (non senza truce compiacimento) la versione di Tommaso Stigliani, secondo cui al Marino "s'era cancrenata l'ulcera che aveva nella verga, la qual cancrena, dandogli dolori accerbissimi, fu cagione che i medici risolsero di tagliarli esso membro colle borse, e così fecero; dopo il taglio egli stette poche ore a morire" (Clizia Carminati, Vita e morte..., p. 67).
  110. ^ Chiaro, Vita..., pp. 41-42. Come osserva Clizia Carminati, l'episodio risponde a un topos letterario, come del resto quello della vocazione giovanile alle lettere contrastata dal padre. Tale circostanza, tuttavia, non basta a escluderne la veridicità, che, come ricorda la studiosa, trova anzi conferma in altri documenti. (Clizia Carminati, Vita e morte..., p. 68). Anche su questa vicenda abbiamo la dissacrante versione dello Stigliani, secondo cui le carte mariniane in questione non erano che "gli originali di tutte le sue cose stampate, talché l'incendio fu poco dissimile dalla confessione di ser Ciappelletto" (Stigliani, nota VIII alla Vita del Baiacca).
  111. ^ Borzelli, indica il confessore in Andrea Castaldo e il dispensatore degli estremi conforti in Francesco Bolvito (Borzelli, Il cavalier..., pp. 185-186).
  112. ^ Sul tutto cfr. Clizia Carminati, Vita e morte..., pp. 37-38.
  113. ^ Borzelli, Il cavalier..., pp. 188-194 (dov'è riprodotta anche la testimonianza dell'accademico Umorista Flavio Freschi).
  114. ^ Cfr. G. Fulco, La "meravigliosa" passione..., pp. 73-75.
  115. ^ Sul materiale mariniano superstite si sofferma Fulco, La «meravigliosa» passione..., pp. 86 e ss.
  116. ^ In Baiacca, Vita..., pp. 93-103 (la lettera fu scritta in Roma l'11 settembre 1625).
  117. ^ Lo stesso anno appare a Venezia un analogo libretto celebrativo, intitolato Il cordoglio di Parnaso, pubblicato dalla fama. Idillio lugubre di Licinio Racani. In morte del cavalier Giovan Battista Marino (Venezia, s.n.t., 1626), e dedicato a Pietro Grimani, procuratore di San Marco.
  118. ^ L'epigrafe recitava: ''Equiti Ioanni Baptistae Marino, poetae sui saeculi maximo; cuius Musa e Parthenopeis cineribus enata, inter lilia efflorescens reges habuit Maecenates; cuius ingenium fecunditate felicissimum terrarum orbem habuit admiratorem. Academici Humoristae principi quondam suo posuerunt'' ("al cavalier Giovan Battista Marino, sommo poeta del suo secolo; la cui musa, nata dalle ceneri di Partenope, fiorendo tra i gigli ebbe per mecenati i re, e il cui ingegno, della più felice fecondità, fu ammirato dal mondo intero: a colui che fu un tempo loro principe gli accademici Umoristi posero"). Cfr. Baiacca, Vita..., p. 95. Il Fieschi fornisce una versione più elaborata: "Ioanni Baptistae Marino equiti, viro ingenii acumine, eloquentiae suavitate, scribendi elegantia praestantissimo, / qui in poetica facultate paene ad miraculum claruit. / imitatores habuit multos, orbem terrarum laudatorem, / honoribus et opibus a regibus certatim et principibus auctus. / Operum praestantia invidiam facile extinxit, interitum nominis celebritate. / Academici Humoristae collegae optimo, et sibi nunquam non deflendo" ("al cavalier Giovan Battista Marino, / uomo eccellentissimo per acume d'ingegno, soavità d'eloquio ed eleganza di scrittura, / il quale per doti poetiche rifluse prodigiosamente. / Ebbe numerosi imitatori e fu lodato dal mondo intero; / re e principi fecero a gara per colmarlo di onori e ricchezze. / Con l'eccellenza delle sue opere ebbe facile ragione dell'invidia, e con la gloria del suo nome facile ragione della morte. / Gli accademici Umoristi, in perenne compianto, all'eccelso compagno"). Cfr. Relazione della pompa funerale fatta dall'Accademia degli Umoristi di Roma per la morte del cavaliere Giovan Battista Marino, Venezia, Sarzina, 1626, p. 11.
  119. ^ Alla sinistra era posto un altro quadro, che ritraeva Battista Guarini, anch'egli un tempo principe dell'Accademia. Coprivano il rimanente della parete di fondo quattro quadri, mentre le due pareti adiacenti ospitavano altri due quadri. Le sei tele, in grisaille, erano incorniciate da semplici fronde di cipresso e rappresentavano figure allegoriche dipinte da artisti di prim'ordine: la Vigilanza e l'Invenzione da Giovanni Luigi Valesio, la Poesia da Giovanni Baglione, la Fama dal Cavalier d'Arpino, l'Onore dal Pomarancio e la Retorica da Giovanni Lanfranco. Posata sulla cattedra, anch'essa parata a lutto, c'era poi l'impresa dell'Accademia, Redit agmine dulci, con l'effigie del mare e della nube. C'erano infine un tela raffigurante san Gregorio Magno, protettore dell'istituzione e, di faccia all'impresa, un'ipostasi femminile dell'Accademia stessa, opera di Giovanni Giacomo Sementi (l'Accademia era raffigurata come una donna assisa su un trono di libri, la spalla destra scoperta e il resto del corpo avvolto in un manto celeste, una corona d'alloro nella mano sinistra e una tromba nella destra, posata in grembo; accanto a lei, a destra, la Lupa lattante Romolo e Remo, e a sinistra alcune scimmie morte, simbolo di accademie emule e presto scomparse).
  120. ^ "Giovan Battista Marino è una delle 'vittime' illustri della Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis". Enciclopedia Encarta 2009

BibliografiaModifica

  • Per L'Adone:
    • L'Adone, ed. critica e commento a cura di G. Pozzi, Milano, Mondadori, 1976 [e ristampe successive];
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    • L'Adone, ed. critica e commento a cura di M. Pieri, La Finestra editrice, Lavis 2007 ISBN 978-88-88097-69-5
    • L'Adone, ed. critica e commento a cura di E. Russo, Milano, Bur, 2013.
  • Altre opere:

StudiModifica

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