Quinto Aterio

politico e oratore romano

Quinto Aterio (in latino: Quintus Haterius; 63 a.C. circa[1]26) è stato un politico e oratore romano.

Busto attribuito a Quinto Aterio

BiografiaModifica

Sposato con una Vipsania (figlia di Marco Vipsanio Agrippa e Cecilia Attica),[2] ebbe tra i suoi discendenti un figlio, Decimo Aterio Agrippa, anch'egli console nel 22 ed un nipote, Quinto Aterio Antonino, console nel 53.

Aterio è considerato il più famoso oratore dell'epoca augustea, per quanto il suo stile non piacesse né ad Augusto, né a Tiberio.[3] Come "homo novus",[4] divenne console suffetto durante il principato di Augusto nel 5 a.C.[5] Non particolarmente simpatico a Tacito che lo definisce “un vecchio dalla turpissima adulazione” (senex foedissimae adulationis[6]) che gli servì per proteggersi dai sospetti dell'imperatore Tiberio. Lo storico riferisce che alla morte di Augusto, quando Tiberio finse di ricusare l'elezione ad imperatore, Aterio fu il primo ad alzarsi ed a pregarlo con insistenza di accettare l'alto incarico dicendo al futuro imperatore:

«Fino a che punto Cesare, sopporterai che lo Stato non abbia una guida?»

(Tacito, Annales, I, 13.4)

La reazione di Tiberio, forse preso dall'esasperazione ed al tempo stesso dal rimprovero che Aterio gli aveva rivolto, gli si scagliò contro, ma una volta accettato il principato,[7]

«Si racconta che Aterio, entrato nel palazzo imperiale per chiedere scusa al neo imperatore, essendosi gettato ai piedi di Tiberio, ci mancò poco che non venisse ucciso dalle guardie, poiché Tiberio era caduto in terra, forse accidentalmente o perché impedito dalle mani di lui. L'ira del principe non si placò fino a quando, rivolte le sue preghiere a Livia Drusilla, non fu protetto dalle sue intercessioni»

(Tacito, Annales, I, 13.6)

Nel 16, in una adunanza del Senato, Aterio, pronunciatosi contro il lusso eccessivo dei cittadini romani, ottenne un decreto che abolisse l'utilizzo di recipienti in oro massiccio per servire i cibi in tavola.[8] O che da tutti fu deriso nel 22, quando ormai ultraottantenne, sempre per adulare il princeps Tiberio, consigliò che una delibera del Senato fosse scolpita a lettere d'oro nella Curia.[9]

Morì nel 26 all'età di 90 anni.[10]

«Aterio famoso per eloquenza, alle cui opere superstiti, tuttavia non toccò la stessa fama. Questi colpiva più per l'impeto oratorio che non per la cura della sua arte [[..]] è così la fluidità musicale del suo stile si spense con lui.»

(Tacito, Annales, IV, 61)

SepolturaModifica

La sua tomba era situata in prossimità della Porta Nomentana: fu obliterata dalla costruzione della torre onoriana nel V secolo e riportata alla luce nel 1826-1827. Consisteva in un altare funerario con nucleo in cementizio rivestito in travertino e con decorazioni in marmo.

NoteModifica

  1. ^ R.Syme, L'aristocrazia augustea, Milano 1993, p.220.
  2. ^ Syme, p.220.
  3. ^ Syme, p.531.
  4. ^ Syme, p. 109.
  5. ^ Ronald Syme, p. 757.
  6. ^ Tacito, Annales, III, 57, 2.
  7. ^ Svetonio, Vite dei Cesari, Tiberio, 27 e 29.
  8. ^ Tacito, Annales, II, 33, 1.
  9. ^ Tacito, Annales, III, 57.
  10. ^ Diana Bowder, Dizionario dei personaggi dell'antica Roma, Roma 1990, p.45; Syme, p.488.

BibliografiaModifica

Fonti primarieModifica

Fonti secondarieModifica

  • Ronald Syme, L'aristocrazia augustea, trad.it., Milano 1993.
  • Diana Bowder, Dizionario dei personaggi dell'antica Roma, Roma 1990.

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