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Tomba romana del Carmine

Tomba romana del Carmine
Angolo tomba carmine1.JPG
Angolo esterno visibile dell'edificio funerario romano del Carmine
CiviltàRomana
Localizzazione
StatoItalia Italia
ProvinciaCatania Catania
Amministrazione
EntePolo regionale di Catania dei siti culturali

La tomba romana del Carmine è costituita dai notevoli resti di un edificio funerario di epoca romana datato alla seconda metà del II secolo e indicato dagli studiosi come significativo esempio fra i monumenti funerari d'età romana. È tuttora visibile a Catania[1] all'interno dell'ex settecentesco convento del Carmine[2] che oggi è la sede del Centro documentale Esercito di Catania, intestata ad Antonio Santangelo Fulci[3].

Si tratta del più grande monumento funerario della Catania romana, conosciuto erroneamente come "la tomba di Stesicoro".

Indice

Inquadramento topograficoModifica

La tomba fu edificata nella zona immediatamente a nord-est dell'antica città, o meglio a nord-est dei resti dell'Anfiteatro romano di Catania (metà del II secolo d.C.)[4] il quale, a sua volta, fu costruito all'estremo limite nord della città. La sua collocazione appare del tutto canonica; cioè la costruzione si trovava appena fuori dalla città posta lungo la principale via che collegava Catania con Acis (probabilmente nella zona dell'odierna Acireale) e che proseguiva verso Messina. A conferma di ciò, nell'area di Piazza Stesicoro viene localizzata da sempre un'antica porta della città chiamata principalmente Porta di Aci. Inoltre a nord e ad est dell'anfiteatro, l'indagine archeologica, nel XIX e XX secolo, ha messo in luce numerose aree di sepoltura individuando e datando sia necropoli già in uso in epoca greca, sia necropoli di epoche più tarde. Come ben sappiamo nell'antichità esse nascevano per l'appunto a ridosso dell'abitato, fuori dalle mura cittadine e lungo le principali vie di comunicazione.

Storia degli studiModifica

Non si ha notizia di fonti classiche che citino specificatamente questo grande edificio funerario romano del Carmine; né si ha notizia di fonti successive che indichino con sicurezza le vicissitudini o le evidenti riutilizzazioni di questa tomba. Unico fatto certo è che, con l'insediamento dei frati carmelitani, l'edificio funerario (forse già trasformato in luogo di culto) fu compreso o annesso alle strutture del cenobio. I resti della struttura dovevano essere ancora ben visibili nel 1832 se l'architetto Sebastiano Ittar ne tracciò il perimetro tratteggiato nella sua rappresentazione cartografica ortogonale di Catania post terremoto (1693). Andando a ritroso nel tempo, altre fonti post-classiche, pur se incerte, confuse e di difficile interpretazione, sembrerebbero testimoniare l'esistenza di strutture murarie antiche all'interno del convento carmelitano. In particolare, in alcuni scritti del XVII e del XVIII secolo, si fa menzione di antichi resti di strutture murarie (parietines, ruinae veteres) all'interno del Convento del Carmine, che vengono messe in relazione con la figura di san Leone il taumaturgo[5], vescovo di Catania nell'VIII secolo. Queste fonti purtroppo non forniscono riscontri probanti sul piano della documentazione storico-archeologica; si tratta però di notizie che, anche se ci pervengono da eruditi o “scrittori di storia patria” che citano a loro volta leggende o tradizioni popolari, costituiscono utili testimonianze soprattutto nelle parti in cui vengono trascritte le personali descrizioni degli autori. Tra tali scritti annoveriamo il resoconto della visita fatta dal Vescovo di Catania nel 1475 al beneficio di Costantia de Richiari esistente nel convento (intus convento)[6]. La notizia più antica e circostanziata (da sottoporre a verifica archeologica) ci viene data dallo storico Giovan Battista De Grossis[7]. Nel 1654 egli scrive nel suo Catana sacra che il tempio che il vescovo Leone II edificò in onore di santa Lucia è lo stesso che si trova presso il Convento dei carmelitani, che è intitolato a Maria Santissima Annunziata e che il portico è contiguo e posto intorno al vestibolo della stessa chiesa; infine scrive che, entrando in chiesa, a destra si incontrano, anche non volendo, i ruderi sporgenti del predetto tempio. Il filosofo e storico francescano Francesco Privitera scrive nel 1690[8] “...ivi fu eretta la chiesa all'invitta martire S. Lucia e si rimirano le ruderi di un piccolo tempio sotterraneo a volta innanzi al sacro tempio predetto della B. Vergine.” e inoltre “ … per l'antichi segni e cappella del santo vescovo che sono nel convento […] si suppone avere ivi stanzato e fatta la sua segreta dimora quando era in Catania, essendo per ordinario, il suo stanzare sulle appendici del Mongibello…”. L'abate Vito Maria Amico, teologo benedettino e regio storiografo, cita, prima del 1740[9], un vetusto tempio dedicato a San Leone dentro il Convento carmelitano e successivamente tra il 1757 e il 1760 scrive nel suo Lexicon Topographicum Siculum[10] a proposito dei “ […] frati di S. Maria di Monte Carmelo donati del tempio fuori porta Stesicorea, poi nominata di Aci […] Comprendesi nei loro chiostri l'antichissima chiesuola di S. Leone, ancora esistente, dove venne da gran tempo conservato in un sepolcro il corpo di S. Agata.” Tranne qualche piccolo accenno dovuto all'ingegnere Carmelo Sciuto Patti non troviamo più, fino alle citazioni dell'archeologo Guido Libertini, nessuna notazione che descriva de visu i resti dell'edificio funerario del Carmine. Ma perché il grande edificio funerario del Carmine è stato scambiato per il sepolcro del poeta Stesicoro? Nel 1925 Guido Libertini, pubblicando la fondamentale edizione critica aggiornata dell'opera Catania antica dello storico Adolf Holm, portò i resti di tale monumento (limitatamente a quanto egli stesso osservò dal chiostro dell'ex convento trasformato in caserma) all'attenzione degli studiosi, mettendoli in relazione con le notizie delle fonti letterarie classiche[11] connesse al sepolcro del poeta greco Stesicoro. Egli inizialmente, in un articolo del 1922[12], accetta la tradizione che localizza la tomba di Stesicoro nella chiesetta di Santa Maria di Bethlem; poi nel 1925, in una sua nota aggiunta nella traduzione di Catania antica dell'Holm, ricordando la presenza a Catania del sepolcro eretto dai catanesi in onore del poeta greco Stesicoro, la mette in relazione con i resti della costruzione funeraria, che l'archeologo stesso osserva all'interno di quella che allora era già la sede della caserma Lucchesi Palli. In tale occasione Libertini, da un canto scrive che “topograficamente risponderebbe abbastanza al sito che gli antichi indicano di quei monumenti (v. per es. il Fazello)”, ma dall'altro fa notare che “forma ed aspetto non concordano con le descrizioni”[13]. Da allora quei resti incastonati all'interno della caserma furono unanimemente indicati e citati come tomba di Stesicoro. Successivamente sono stati pochi gli studiosi che hanno preso in esame il monumento funerario, non facilmente accessibile al pubblico, decisamente a causa della sua particolare ubicazione all'interno di una struttura militare. Peccato però che l'attribuzione fatta da Libertini nel '25 non è suffragata dalla fonte che egli stesso cita; infatti Tommaso Fazello[14] (teologo e storico domenicano che fu a Catania nel 1541), nel suo De Rebus Siculis, afferma a proposito di Catania: “Claruit olim, & illustrium virorum sepulchris, utpote Stesichori Poetae Himerensis, cui huc profugo, defunctoque primo extra urbem lapide, orientem versus, ad portam, quae ad Acin oppidum ducit, quaeque ab ejus tum nomine fuit insignita, sepulchrum octo gradibus, octo cingulis, totidemque columnis elevatum à terra Catanenses voverunt: ut L. Pollux, Suidas, et Pausanias scriptum reliquerunt. Cujus Sepulchri non longè à porta Acidis in aede Betheleem, in hortis Nicolai Leontini (qui apud veteres sepulchrorum erat locus) adhuc extat memoria.”; ed inoltre[15] “Agens autem annos quinque supra octoginta Olympiade 38. Catanae, quo profugerat, extremum diem obiit, ut Lucianus in Macrobiis refert. Cui Catanenses monumentum (cujus in Catana memini) magnificentissimum extruxerunt, & portam civitatis, qua illud petebatur, Stesichoream appellarunt.”. Nella considerazione che nella metà del Cinquecento il convento carmelitano era già stato edificato nello stesso luogo dove poi fu ricostruito l'attuale, dopo il terremoto del 1693, appare singolare il fatto che, se il Fazello avesse dovuto fare riferimento ai resti esistenti dentro questo cenobio, indicandoli come sepolcro di Stesicoro, abbia invece collocato il presunto monumento funerario dell'artista greco in aede Betheleem, in hortis Nicolai Leontini e non abbia citato appunto il Convento carmelitano stesso che sarebbe stato di certo un riferimento preminente. A Libertini comunque resta il merito di aver dato ampia notizia dell'esistenza dei resti del monumento all'interno della citata caserma e di aver dunque contribuito a fermare, anche se solo in parte, le manomissioni praticate sull'antico edificio che in realtà si trova a cavallo tra la propriètà demaniale militare e la proprietà dell'Ordine Carmelitano subendo, anche inconsapevolmente, manomissioni e destinazioni d'uso non consoni con la sua importanza. Infine, nel 1990, Roger J.A. Wilson nel suo Sicily under the Roman Empire, ne ha dato una breve ma precisa descrizione[16]. Ma i lavori per riportare in luce tutta la parete sud del monumento descritto da Wilson sono stati eseguiti nel 1992.

DescrizioneModifica

È in parte visibile nell'angolo nord ovest dell'ex chiostro conventuale con i muri rivestiti esternamente da un paramento in opera quadrata di pietra lavica, i cui blocchi sono disposti in modo pseudo-isodomo. Le pareti sono state realizzate con la tecnica del muro a sacco e quindi con il nucleo in opus cæmenticium. La porzione visibile del monumento si presenta attorniata e sormontata dalla struttura settecentesca del convento e da altre superfetazioni moderne che ormai da tempo impediscono la visione d'insieme della struttura e la percezione della sua volumetria originaria. Si tratta di un edificio funerario a camera. Il suo interno infatti era costituito da un unico ambiente di circa 53 m² (circa 600 piedi quadrati). All'esterno, la superficie occupata è di quasi 100 m². Il prospetto mancante, e quindi anche l'ingresso, erano rivolti a nord; mentre la parete rivolta a sud, pur essendo il retro della tomba, era in origine perfettamente rifinita. L'edificio funerario, all'epoca in cui fu costruito, si presentava eretto su una piccola altura, per chi l'osservava percorrendo la vicina via pubblica. Appariva anche rivestito interamente da un nero paramento di pietra lavica del tutto simile a quello delle grandi opere pubbliche della città di Catania. Anche la modanatura, che ancora oggi lo decora a coronamento del timpano e delle pareti laterali, ha lo stesso tipo di profilo di quella dell'anfiteatro. È probabile che il monumento funerario fosse isolato o quantomeno visibile da tutti i lati. La volta della camera era a botte (con profilo a tutto sesto); s'imposta su due potenti muri spessi m 1,48 ciascuno e, apparentemente, sembra che in origine sia stata realizzata con un'unica gettata di calcestruzzo pieno e omogeneo. Le fondazioni della parete sud sono “immediate”, cioè non esiste “scavo di fondazione”, in quanto la struttura si poggia direttamente sul banco di lava e la base è costituita da un unico filare di blocchi di pietra lavica squadrata. Sempre nella parete sud si aprivano, secondo una nostra ipotesi, quattro finestrelle che, data l'esposizione dalla parte di Austro, permettevano ai raggi del sole d'illuminare il vano interno durante quasi tutto il giorno. La tomba è particolarmente degna di nota sia per le dimensioni (è la più grande fra quelle di cui si hanno notizie finora a Catania), sia per l'accuratezza nella realizzazione del paramento in opera quadrata (rifiniture così accurate della parte posteriore, nel panorama degli edifici funerari di questo tipo, risultano presenti in quelli di una certa importanza). Le sue misure in pianta sono le seguenti: larghezza: 10,44 m; lunghezza: 9 m circa; Spessore delle murature: parete sud: 1,10 m; pareti est e ovest: 1,49 m. L'altezza massima dalla risega di fondazione al vertice del tetto: m 6,54.

Da recente l'Accademia di Belle Arti di Catania ha portato a termine un progetto per il recupero e la valorizzazione della tomba romana del Carmine (in proprietà demaniale). I lavori si sono svolti tra il 28 ottobre 2013 e il 15 marzo 2014. Il progetto di recupero e restauro, che è stata anche una occasione per svolgere attività didattica a favore degli allievi dell'Accademia, consisteva nel liberare dalle superfetazioni moderne la parete est e quindi renderla interamente visibile[17]. È stato anche aperto un precedente ingresso tamponato a parte della cella funeraria. Durante lo scavo della pavimentazione esterna alla tomba sono emersi i resti di un'altra sepoltura romana più piccola e ad un livello più basso.

NoteModifica

  1. ^ Il monumento è stato indicato come tomba romana. Cfr. Coarelli 1992, p. 335.
  2. ^ Il convento era uno dei più grandi edifici religiosi di Catania; fu intitolato dai frati carmelitani alla Vergine Maria SS Annunziata e comunemente detto del Carmine. I religiosi avevano ricostruito tale edificio all'indomani del terremoto del Val di Noto del 1693. Occupato già in parte da reparti borbonici, passò fra le proprietà demaniali e fu definitivamente impiegato come caserma per le truppe del nascente Regno d'Italia dopo il 1866.
  3. ^ La caserma, che oggi è la sede del Centro documentale Esercito di Catania (ex distretto militare), è intitolata, dal 30 novembre 1951, al sottotenente, medaglia d'oro della seconda guerra mondiale, Antonio Santangelo Fulci. Tuttavia, anche in recenti pubblicazioni di carattere archeologico, la caserma viene ancora indicata con la vecchia denominazione “Lucchesi Palli”.
  4. ^ Wilson 1996, p. 167, “una data che risale agli Antonini è una possibilità”; Wilson 1990, p. 87; e concorda Belvedere, pp. 371-373; opinione contrastante è quella di Filippo Coarelli che lo data diversamente, cfr. Coarelli, p.334, “La realizzazione, comunque, è dell'inizio dell'età imperiale”.
  5. ^ Su s. Leone II il taumaturgo, cfr. Acconcia Longo 1991, p. 215 e ss.
  6. ^ Archivio Curia Vescovile di Catania, Visita 1475 e Notar Andrea Burgisi y Nov. 1481.
  7. ^ De Grossis, Catana Sacra, XIII, X, p.35: “Illud tandem monuerim; celebre illud, quod inclytae Christi Sponsae Luciae Sanctus noster Antistes posuit templum, illud idem ess, quod extra urbis moenia carmelitarim coenobio, quos S. Mariae Annunciatae titulari tutelariq. nomine numineque praenotatum, finitimum coadiacet, fornicato opere, in Ecclesiae illius vestibulo circumpositum, cuius extantes adhuc parietinae templum illud ingressuris à dexteris, vel invitis, occurrunt.”.
  8. ^ Privitera, Annuario Catanese, p.134.
  9. ^ Amico, Catana, III, IX, III, p.92. “Prae foribus Templi Carmelitarum antiquissimi extant fornices humo obruti, quos inter sacrae cuiusdam aedis supersunt vestigia, ut accepi, parietesque antiquo more depinctos e Civibus complures olim se vidisse testantur. Intra Coenobii claustra vetustissimum etiam, integrumque spectatur templum, quod Leonis titulo appellant ”; ed inoltre “Insigne hoc S. Luciae Templum a Leone extructum, illud fortasse, quod hodie intra Carmelitarum clausura exurgit, ac S. Leonis titulo donatur. Eo quippe loci S. Agathae sepulchrum olim situm, ad quod Luciam, ut matri sanitatem impetraret, peregrinationem suscepisse constat.”
  10. ^ Amico, Dizionario, p.285.
  11. ^ In particolare, cfr. Suida, s.v. Kατáνη; sulle vicende relative alla presenza a Catania del poeta lirico greco, vissuto tra la fine del VII e la prima metà del VI secolo a.C.; inoltre cfr. Holm, Storia, II, IV, pp.323-324, nota 3.
  12. ^ Libertini 1922, p.107: “...come tradizione popolare era quella che circostanziava maggiormente la notizia di Suida intorno al sepolcro stesicoreo e che, partendo dall'indicazione della porta omonima davanti alla quale si sarebbe trovato, lo localizzava, forse a buon diritto nelle vicinanze del Carmine, là dove nel 261 d.C. il vescovo Everio aveva fatto edificare la chiesetta o cubicula di S. Maria di Bethlem.”.
  13. ^ Holm, Catania, pp.62-63, nota (**): “Non va tralasciato il ricordo del cosiddetto sepolcro di Stesicoro, una costruzione funeraria sicuramente classica oggi incorporata nella caserma Lucchesi Palli che topograficamente risponderebbe abbastanza al sito che gli antichi indicano di quei monumenti (v. per es. il Fazello), mentre forma ed aspetto non concordano con le descrizioni”.
  14. ^ Fazello, Storia, I, III, I, p.135.
  15. ^ Fazello, Storia, I, IX, II, p.375 e ss.
  16. ^ Wilson, Sicily, p.376, nota 89.
  17. ^ Cfr. Corrado Rubino, Catania. La monumentale tomba romana del Carmine, in Agorà n.50/2014, p.62

BibliografiaModifica

  • Rubino 2007 = C. Rubino, Il sepolcro inaccessibile (La cosiddetta tomba di Stesicoro), Catania 2007.
  • Acconcia Longo 1991 = A. Acconcia Longo, La Vita di S. Leone di Catania, in Sicilia e Italia suburbicaria tra IV e VIII secolo - Atti del Convegno di Studi, (Catania 1989) a cura di S. Pricoco – F. Rizzo Nervo – T. Sardella, Soveria Mannelli (CZ) 1991, pp. 215–226.
  • Amico, Catana = V.M. Amico Statella, Catana illustrata, sive sacra et civilis urbis Catanae historia, a prima eiusdem origine in praesens usque deducta, ac per annales digesta, I-IV, Catanæ 1740-1746 (ex typograpfia Simonis Trento).
  • Amico, Dizionario = V.M. Amico Statella, Dizionario topografico della Sicilia, (trad. italiana Di marzo), I-II, Palermo 1855.
  • Coarelli 1992 = F. Coarelli, M. Torelli, Guide Archeologiche Laterza - Sicilia, Roma-Bari 1992.
  • De Grossis, Catana sacra = G.B. De Grossis, Catana sacra sive de episcopis catanensibus rebusque ab iis praeclare gestis a cristianae religiosis exordio ad nostram usque aetatem, Catanæ 1654.
  • Fazello, Storia = T. Fazello, Storia di Sicilia, (trad. Fiorentino, note Bertini), Palermo 1832.
  • Holm, Catania = A. Holm, Catania antica, (trad. e note di G. Libertini), Catania 1925.
  • Libertini 1922 = G. Libertini, L'indagine archeologica a Catania nel secolo XVI e l'opera di Lorenzo Bolano, in ASSO XVIII, 1922, pp. 105–138. (riedito in Libertini, Scritti, pp. 15–45)
  • Privitera, Annuario Catanese = F. Privitera, Annuario Catanese, aggiunto all'epitome della vita, martirio e miracoli dell'invitta, nobilissima e generosa sposa di Giesù Sant'agata. Vergine e Martire, Catania 1690.
  • Sciuto Patti 1881 (2) = C. Sciuto Patti, Tombe romane e resti di pitture murali, in NSA, 1881, p. 198.
  • Wilson, Sicily = R.J.A. Wilson, Sicily under the Roman Empire. The Archaeology of a Roman Province, 36 BC – AD 535, Warminster 1990.
  • Wilson, 1992 = R.J.A. Wilson, La topografia della Catania romana. Problemi e prospettive, in Catania Antica - Atti del Convegno della S.I.S.A.C. (Catania 1992) a cura di B. Gentili, Pisa-Roma 1996, pp. 149–174.