Apri il menu principale

Utente:Jessi 01 mlml/Sandbox

La prima guerra mondiale si svolse tra il 1914 e la fine del 1918 e fu il conflitto armato che riguardò le principali potenze mondiali; durante il secondo anno di guerra si aggiunsero altre potenze minori, come l'Italia. La guerra, nel nostro paese, interessò in particolare la zona a confine con l'Austria. Il combattimento coinvolse l'intera società e le popolazioni risiedenti nelle zone interessate alle operazioni militari furono fatte sfollare. [1] Ma cosa significa il termine “profugo”? Profugo è colui che è costretto a lasciare la propria patria con tutti i suoi averi, in seguito ad eventi bellici, persecuzioni politiche o razziali, oppure calamità naturali.

Luoghi, numeri e sistemi:Modifica

In questo caso i cittadini vennero fatti sfollare perché le loro terre furono utilizzate come campo di  guerra. L'area del Vicentino fu la prima ad essere sfollata. Toccò subito ai paesi dell'alta Val D'Astico: a Lastebasse, San Pietro,Val D'Astico, Pedescala e Forni 4000 abitanti finirono profughi.[1]

«Tra il Maggio e l'Agosto del 1916 i profughi dei comuni dell'alto Vicentino che furono coinvolti dalla Strafexpedition ammontano a 76338 unità corrispondenti a 19724 nuclei familiari, ovvero il 15% dell'intera provincia vicentina. Di questi profughi 24374 appartenevano al distretto di Schio; 22153 da quello di Asiago, dove tutti i comuni, tranne Enego, erano stati sgombrati; 21955 arrivarono dal distretto di Bassano e 6928 appartenevano infine a quello di Tiene, dov'erano stati sgomberati i comuni di Caltrano, Cogollo e Chiuppano.»

(Marco Baggi, Tesi di laurea di Marco Baggi Capitolo IV: i profughi della Strafexpedition)

A metà maggio vennero fatti sfollare Roana, Rotzo e Asiago, mentre a fine maggio Lusiana, Foza e Gallio. Gli abitanti che lasciarono le loro case vennero sistemati in pianura. I profughi non furono avvisati del loro imminente sgombero dalle autorità, pertanto quello dell'alto vicentino non fu uno “ sgombero programmato”. Ciò non permise agli sfollati  di portare con loro i beni di prima necessità, fondamentali per la loro sussistenza. Infatti i cittadini vennero costretti ad abbandonare la loro terra e molto spesso anche a non rivedere più i loro cari. Il tempo di preavviso era di poche ore, al massimo quattro o cinque, e molte persone non avevano parenti dai quali andare a rifugiarsi, quindi erano costretti a vagare senza una meta precisa e un posto dove dormire. Ai malati veniva concessa qualche ora in più per lasciare le loro abitazioni e coloro che si rifiutavano di eseguire gli ordini dati dagli ufficiali, venivano fucilati. Per  quanto riguarda il trasporto, ai profughi non vennero forniti i mezzi per gli spostamenti. Regnava una grande confusione e talvolta questo poteva portare al panico e alla  follia, dovuti a questa situazione di pochissimo preavviso. Inoltre, gli sfollati non erano ben visti dal resto della popolazione, in quanto venivano considerati come dei “traditori della patria”. Erano collocati al gradino più basso della società Dunque la loro condizione si dimostrò dura, non soltanto economicamente parlando. [2]

«Il loro esodo e la loro discesa non si possono immaginare e tanto meno descrivere. E' tutta una fiumana di vecchi, di donne e bimbi che vien giù fra i più grandi disagi,senza mezzi di trasporto [...] E' la sventura che passa con tutti i suoi orrori, con tutte le sue lacrime.»

(Marco Baggi, Tesi di laurea di Marco Baggi Capitolo IV: i profughi della Strafexpedition)

Le zone da sfollare furono suddivise in quattro differenti fasce,ognuna distinta con un colore differente:

  • ZONA VERDE E BLU: comprendeva i comuni attorno ai precedenti (Asiago,Bassano,Marostica, Schio, Thiene e Valdagno) che dovevano essere eventualmente sgomberati, in caso di necessità. In realtà lo furono solamente in parte.[2]


Qui di seguito sono riportate alcune testimonianze:

«Giunse il giovedì 18 alle ore 14:30 di quel giorno fu da me un maggiore del R.R. carabinieri, il quale con accento di serietà mi disse che prima di sera doveva essere sgombrata dal paese tutta la popolazione. Io gli mostrai la difficoltà di potere far questo per la lontananza di tanti miei parrocchiani, per il numero dei malati, e perché troppo improvviso mi capitava l’ordine. Gli chiesi come sarebbero state tutelate le sostanze degli infelici, e per quanto tempo dovevano assentarsi dalle loro abitazioni. Mi si rispose che in quanto ai lontani li avrebbe fatti avvertire per mezzo dei R.R. carabinieri a cavallo, che per i malati sarebbero state approntate per le ore 9 del venerdì susseguente alla porta della Canonica due carrette, che questo ordine doveva essere dato qualche mese prima, ma che lo si sospese per varie ragioni, che le sostanze sarebbero state difese essendoci l’ordine di fucilare chiunque con bieche intenzioni si fosse avvicinato alla porta delle case, e che l’assenza non sarebbe stata che di qualche giorno…»

(Mons. Francesco Dal Santo, Arciprete di Arsiero, ACERBI, pagg. 160-161 e citate da GIUSEPPE TESTOLIN, La I guerra nel Vicentino- Gli sfollati del Vicentino, FASCICOLO QUADRI 2007)

«Nessun mezzo di trasporto e per di più l’unica strada che mena fuori dalla valle è tutta ingombra di autocarri, camions , automobili, cavalli, carriaggi che trasportano truppe per trattenere l’offensiva nemica, per sostituire i soldati che cadono a centinaia nei sanguinosi combattimenti. Addossata al ciglio della strada, un’altra corrente contraria si forma di donne, con i loro bambini e fardelli sotto il braccio; di fanciulli che aiutano il padre a trascinare innanzi le mucche; di ragazze con sacchi sulle spalle; di vecchi cadenti appoggiati al loro bastone o condotti a mano dai propri cari; qualche carretto condotto a mano, qualche carriola con un po' di biancheria e attrezzi da cucina. Di tratto in tratto, adagiato in disparte, qualche infermo o vecchio impotente a camminare aspetta il trasporto militare […]»

(don Francesco Lappo, Posina, ACERBI, pagg. 160-161 e citate da GIUSEPPE TESTOLIN, La I guerra nel Vicentino- Gli sfollati del Vicentino, FASCICOLO QUADRI 2007)

La sistemazione:Modifica

Dopo lo sgombero effettuato era necessario definire il collocamento di tutti i profughi. Gli sfollati vennero sistemati a seconda della loro professione. Più della metà della popolazione era composta da ragazzi, bambini e donne, poiché gli uomini erano chiamati a prestare servizio militare nell'esercito. La maggior parte vennero collocati nelle industrie metallurgiche, mentre altri preferirono trasferirsi in Lombardia e Piemonte dove erano situati i grandi poli industriali. In questo modo però, si sollevarono problemi riguardanti il trasporto delle famiglie perché le industrie dovevano garantire alloggio ai parenti dell'operaio. Il collocamento era urgente e occorreva sistemare gli sfollati in strutture sufficientemente confortevoli. Si decise di sparpagliare i profughi nelle varie città, sopratutto in Lombardia, nelle zone di Milanese, Varesotto, Comasco e Valtellina. Le autorità pensarono di raccoglierli in campi di concentramento, poiché gli sfollati non erano facilmente disposti a trasferirsi lontani dai propri cari e dalle proprie origini. L'idea non venne approvata perché erano necessarie troppe risorse per la costruzione e il mantenimento di quest'ultimi.[2]


Il ritorno:Modifica

Alla fine del combattimento tornarono i soldati reduci dal campo di battaglia, ma molti mancavano, alcuni erano diventati prigionieri, altri erano caduti nelle battaglie dell'Isonzo, del Piave, del Pasubio e dell'Ortigara e molti furono feriti o mutilati. Vennero sepolti in cimiteri sparsi. I sopravvissuti vennero ospitati soprattutto nelle provincie venete come Padova e Treviso. Nelle città di accoglienza era necessario solamente fornire agli sfollati un posto dove dormire e i beni di prima necessità. A causa dell'aumento della popolazione in queste città, molti cittadini giustificarono la scarsità di beni alimentari con la numerosa presenza di profughi. Inoltre gli sfollati venivano visti dal resto della popolazione come un elemento di disturbo per l'economia locale che già era stata aggravata dai conflitti armati. Per questo, i rappresentanti dei profughi vicentini si ritrovarono nel 1919 a Dueville, dove venne istituita l'Unione Profughi Sette Comuni- Valdastico e Brenta, che tutelava i diritti dei profughi. Questa richiese il risarcimento dei danni di guerra. Per un breve periodo venne fornito un contributo regolare che poi, nel 1920 venne sospeso, con successive rivolte e proteste. In un secondo momento abbandonarono il luogo di accoglienza poiché trovarono lavoro in altri posti oppure ebbero l'opportunità di tornare nelle terre di origine.[2]Dopo il ritorno dei sopravvissuti erano sentimenti comuni quelli di ricominciare a lavorare, a ricostruire case, strade e monumenti, insomma a far rinascere le città. Dopo molti anni di guerra, finalmente la gente iniziò nuovamente a condurre una vita alquanto normale. Inoltre piano piano ognuno riprese la quotidianità: gli uomini occupati nel lavoro, le donne dedite ai lavori domestici.Nonostante ciò, la ricostruzione delle città risultava complessa e molto lenta. [3]

NoteModifica

BibliografiaModifica

  • Giuseppe Testolin, La I Guerra Mondiale nel Vicentino, 2007, Vicenza (fascicolo edito per il Liceo Scientifico G.B. Quadri)
  • Lorenzo Munari, I Lasarlolli, La Serenissima
  • Marco Baggi, Strafexpedition, Capitolo IV: I profughi della Strafexpedition, Università degli Studi di Milano, Milano, 2013
  • Javier Ioriatti e Gabriele Marzari , E' la guerra tratto da Magnifica Comunità degli Altipiani Cimbri di Folgaria Lavarone Luserna, Il fronte d'acciaio, Istituto Pavoniano Altigianelli, Trento, 2014
  • ^ a b Errore nelle note: Marcatore <ref> non valido; non è stato indicato alcun testo per il marcatore Nota1
  • ^ a b c d Errore nelle note: Marcatore <ref> non valido; non è stato indicato alcun testo per il marcatore Nota2
  • ^ Errore nelle note: Marcatore <ref> non valido; non è stato indicato alcun testo per il marcatore Nota3