Antichità romane (Dionigi di Alicarnasso)

opera di Dionigi di Alicarnasso
Antichità romane
Titolo originaleῬωμαικὴ ἀρχαιολογία
Lawrence Alma-Tadema 11.jpeg
Tarquinio il Superbo, da un dipinto di Lawrence Alma-Tadema
AutoreDionigi di Alicarnasso
1ª ed. originaleI secolo
Editio princepsTreviso, Bernardino Celeri, 1480
Generetrattato
Sottogenerestoriografia
Lingua originalegreco antico

Antichità romane (in greco antico: Ῥωμαικὴ ἀρχαιολογία), anche nota come Storia antica di Roma, è l'opera principale di Dionigi di Alicarnasso, storico ed insegnante di retorica, vissuto a Roma durante il principato di Augusto.

StrutturaModifica

L'opera[1] andava dalle origini fino alla prima guerra punica, il punto in cui iniziava la storia di Polibio, di cui l'autore afferma di riprendere la ricerca di imparzialità[2]. Fu pubblicata nell'8 a.C., un anno prima della morte del suo autore; scritta in greco, si componeva di venti libri, dei quali si conservano i primi dieci, parte dell'undicesimo, e frammenti degli altri.

Il I libro si apre con una Prefazione in cui Dionisio spiega di cosa intende scrivere - la storia di Roma - perché e da quali fonti; dopodiché, si diffonde a parlare degli aborigeni e le prime ondate di immigrazione greca in Italia, per discutere di Enea e, in seguito, della fondazione della città da parte di Romolo, al cui regno è dedicato l'intero libro II.

I libri III-V riguardano gli altri re di Roma fino alla cacciata dei Tarquini; dal VI al XIV libro, da Bruto alla conquista del Lazio, viene trattata la repubblica arcaica, per concentrarsi, dal XIV al XX, sulle guerre sannitiche e la guerra contro Pirro, con cui si chiudeva l'opera.

AnalisiModifica

L'opera, come affermato nella prefazione, è dedicata ad un pubblico greco, per dimostrare come Roma, città di origine greca, abbia raggiunto giustamente la supremazia. L'intento è ulteriormente rafforzato alla fine del libro VII; nel confronto dettagliato delle cerimonie dei Ludi Romani con antiche osservanze religiose greche.

Notevole, perché evidenzia lo scopo retorico ed apologetico dell'opera, più che tecnico in senso stretto, è l'abbondante uso dei discorsi per dare varietà alla narrazione; ciò risulta chiaro fin dal fatto che non ci sono quasi discorsi nei libri I e II, che hanno una varietà narrativa abbastanza complessa per non richiedere ulteriori sforzi retorici, mentre dal libro III in seguito i discorsi occupano quasi un terzo del testo totale. Dionisio stesso occasionalmente sente il bisogno di una qualche giustificazione per l'inserimento di tanti discorsi e argomenta che lo fa quando la crisi in esame era stata risolta da una discussione, sicché era importante per il lettore conoscere le argomentazioni che erano state avanzate su entrambi i lati[3].

Ulteriore peculiarità dell'opera è che, nel riportare gli anni del consolato romano, quando possibile, Dionigi fa riferimento alle Olimpiadi dell'Antica Grecia, per dare certezza del riferimento temporale. Si veda ad esempio, il consolato di Gaio Orazio Pulvillo e Tito Menenio Agrippa Lanato, quello in cui si svolse la Battaglia del Cremera tra i Fabii e Veio, corrispondente all'anno in cui si svolse la 76º edizione dell'Olimpiade antica[4].

Ancora, per quanto riguarda le fonti, viene generalmente riconosciuto che Dionisio aveva seguito la tarda annalistica romana come suo modello politico e per i dati, citando esplicitamente la fonte solo nel caso di informazioni divergentiː in tal modo, Licinio Macro e Gneo Gellio vengono quindi citati in due occasioni[5], come anche Fabio Pittore[6], mentre Calpurnio Pisone Frugi in un caso[7] viene citato come l'unico in grado di fornire la versione corretta.

NoteModifica

  1. ^ Di cui pare che l'autore stesso avesse approntato una epitome, della quale restano 9 frammenti raccolti in FGrHist 251.
  2. ^ I 14, 4.
  3. ^ Ad esempio VII, 66 e XI, 1.
  4. ^ IX, 18.
  5. ^ VI 11, 2; VII 1, 4.
  6. ^ VI 6 e 30, 2 ss.
  7. ^ IV 7, 5.

Collegamenti esterniModifica

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