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Barbetti
StatoItalia Italia
Forma societariaSocietà per azioni
Fondazione1956 a Gubbio
Fondata da
  • Pietro Barbetti
  • Ardicino Barbetti
  • Fabio Barbetti
  • Dante Barbetti
  • Angelo Barbetti
Sede principaleGubbio
FilialiRavenna
Persone chiaveAntonella Barbetti presidente
Prodotti
  • cemento
  • calcestruzzo
  • Fatturato88 milioni di € (2017)
    Utile netto1,2 milioni di € (2017)
    Dipendenticirca 200 (2017)
    Sito web

    Barbetti è un'azienda di produzione e lavorazione del cemento, con sede a Gubbio e fondata nel 1956.

    StoriaModifica

    Fondata dai cinque fratelli Barbetti che, in onore del padre, chiamano l'azienda "Cementerie Aldo Barbetti", la costruzione dello stabilimento termina nei primi mesi del 1957 e l'8 agosto inizia l'attività (62 operai e sei impiegati) con l'accensione del primo forno verticale.[1] Nel 1994 viene acquisito il centro di macinazione di Bibbiena, nel 1965 sono attivi già tre forni, nel 1998 è rilevata a Ravenna una cementeria, diventata nel 2002 centro di macinazione clinker.[1] L'azienda si avvale anche della STB (Società trasporti Barbetti) con un parco di un centinaio di automezzi.[1]

    Nel 2003 l'azienda diversifica nell'editoria rilevando il controllo del gruppo editoriale del Corriere dell'Umbria di Perugia e di numerosi altri quotidiani, tramite l'editrice Edicor. L'incarico di seguire le strategie del gruppo editoriale come amministratore delegato e direttore generale viene affidato a Rocco Girlanda, perito industriale e dirigente del cementificio che continuerà a farlo anche dopo le elezioni politiche del 2008 in cui sarà eletto deputato del Popolo della Libertà.

    Nel 2007 l'azienda (il 63% del capitale è in mano a 23 persone dell'omonima famiglia, il 35% della società Sacci)[2] acquisisce in joint venture con Sanko Holding la Cimko Cimento, una società turca che dispone nel sud del Paese di una moderna cementeria e di alcune centrali di calcestruzzo.[3] L'operazione è curata e finanziata da Mediobanca.[3]

    In seguito alla crisi economica anche l'azienda, presieduta da Antonella Barbetti, figlia di uno dei fondatori, Angelo, ha qualche difficoltà. I ricavi diminuiscono fino a dimezzarsi, i conti vanno in rosso, pesa l'indebitamento, più di un centinaio di dipendenti finiscono in cassa integrazione e mobilità. Nel 2013 la società vende così il gruppo editoriale alla Tosinvest di Roma della famiglia Angelucci,[4] vende anche la partecipazione nel cementificio turco.[5] In questo modo riesce a rimborsare parzialmente poco più di 50 milioni del fido concesso da Mediobanca, originariamente di 210 milioni, trasformando il finanziamento da breve a lungo termine. Nel 2016 il fatturato scende a 7 milioni con una quota di mercato del 4,4%.[2]

    Nell'agosto 2017 la società viene multata dall'Antitrust che commina una sanzione di 184 milioni complessivi a 14 società (tra cui Italcementi, Cementir, Colacem, Buzzi Unicem) per aver violato dal 2011 al 2016 il meccanismo della concorrenza con la creazione di "un cartello" concertativo sui prezzi.[6] La multa per le Cementerie Barbetti è di 1,1 milioni di euro.[2] Nel 2017 la società ritorna comunque in utile (1,2 milioni di euro) dopo 7 anni di perdite.[7]

    NoteModifica

    1. ^ a b c Le Cementerie Barbetti celebrano 50 anni di attività, su trgmedia.it, 21 ottobre 2006. URL consultato il 31 agosto 2019.
    2. ^ a b c Intesa sui prezzi del cemento, maxi stangata dell'Antitrust, su umbria24.it, 8 agosto 2017. URL consultato il 31 agosto 2019.
    3. ^ a b La cementeria Barbetti si espande in Turchia, su mediobanca.com, 23 maggio 2007. URL consultato il 30 agosto 2019.
    4. ^ Il Corriere dell'Umbria cambia proprietà, gli Angelucci prendono il controllo, su umbria24.it, 5 aprile 2013. URL consultato il 30 agosto 2019.
    5. ^ Barbetti, un aiuto dalla cessione turca, su italiaoggi.it, 30 luglio 2015. URL consultato il 31 agosto 2019.
    6. ^ "Cartello del cemento", stangata dell'Antitrust, su lastampa.it, 16 agosto 2017. URL consultato il 31 agosto 2019.
    7. ^ Cemento, Barbetti in utile dopo 7 anni, su andreagiacobino.com, 18 ottobre 2018. URL consultato il 31 agosto 2019.

    Collegamenti esterniModifica

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