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Battaglia del fiume Giordano
parte della prima guerra giudaica
Jordan river 2.JPG
Il fiume Gordano e le sue rapide
Datafebbraio del 68[1]
LuogoGiordano
EsitoVittoria romana
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
Perdite
?15.000 morti[2] e
2.200 prigionieri
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La battaglia del fiume Giordano costituì il primo episodio bellico del secondo anno di guerra (68 d.C.) delle campagne militari, da parte di Vespasiano contro i Giudei, che si erano ribellati al potere romano nella provincia della Giudea.

Indice

Contesto storicoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Prima guerra giudaica.

Nel 66, Nerone, venuto a conoscenza della sconfitta subita in Giudea dal suo legatus Augusti pro praetore di Siria, Gaio Cestio Gallo, colto da grande angoscia e timore,[3] trovò che il solo Vespasiano (il futuro imperatore romano) sarebbe stato all'altezza del compito, e quindi capace di condurre una guerra tanto importante in modo vittorioso.[4]

E così Vespasiano fu incaricato della conduzione della guerra in Giudea,[5] che minacciava di espandersi a tutto l'Oriente. Vespasiano, come prima disposizione, inviò il figlio Tito ad Alessandria d'Egitto, per rilevare la legio XV Apollinaris, mentre egli stesso attraversava l'Ellesponto, raggiungendo la Siria via terra, dove concentrò le forze romane e numerosi contingenti ausiliari di re clienti.[6] Il primo anno di campagna militare vide il comandante romano ottenere una serie consistente di vittorie e sottomettere buona parte dei territori ribelli, ad eccezione di quello intorno a Gerusalemme (e di poche altre regioni), dove nel frattempo era scoppiata una guerra civile tra gli Zeloti ed una fazione favorevole ai sommi sacerdoti ebraici. Vespasiano, giunto ormai l'inverno, preferì attendere gli eventi, fiducioso che la guerra civile sarebbe stata favorevole ai Romani.[7] Questo è quanto Vespasiano disse ai suoi ufficiali:

«Se qualcuno crede che la gloria della vittoria sarà meno bella senza combattere, prenda in considerazione che la vittoria ottenuta senza correre pericoli è migliore rispetto a quella che ne consegue passando attraverso l'incertezza della battaglia. E non sono meno gloriosi coloro che raggiungono gli stessi risultati in combattimento, riuscendo a dominarsi con freddo freddo calcolo.»

(Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 6.2.372-373.)

E così, mentre le schiere nemiche si assottigliavano, Vespasiano avrebbe potuto utilizzare un esercito più forte, grazie all'opportunità di poter evitare di combattere e, quindi, di affaticarsi inutilmente. Conveniva, pertanto, lasciare che si sterminassero a vicenda.[7] Gli ufficiali alla fine riconobbero la validità delle argomentazioni di Vespasiano, anche perché la cosa risultò ancor più palese quando un gran numero di disertori cominciarono ad arrivare ogni giorno, eludendo la vigilanza degli Zeloti con gravi disagi e rischi.[8]

Casus belliModifica

Della guerra civile di Gerusalemme, Vespasiano era informato dai disertori, che spesso si rifugiavano presso i Romani, incitandoli perché si muovessero a soccorrere Gerusalemme. Fu così che Vespasiano si mise in marcia, più che per assediare la città, per liberarla dall'assedio degli Zeloti. Prima però era necessario assoggettare il resto del paese, senza lasciare che nessuna città potesse intralciarne l'assedio. Giunto davanti a Gadara, capitale della Perea, il quarto giorno del mese di Distro (l'attuale mese di febbraio), entrò in città, dopo che i notabili, desiderosi di pace, si erano arresi lasciando che le trattative con i Romani rimanessero segrete agli avversari. Questi ultimi, venuti a conoscenza quando ormai non vi sarebbe stata più alcuna speranza di poter assumere il controllo della città, decisero di fuggire, non senza essersi vendicati uccidendo i responsabili dell'accordo.[1] Catturarono, pertanto, Doleso, primo dei cittadini per dignità e nobiltà, nonché ispiratore delle trattative, e lo uccisero, facendo scempio del cadavere. Giunto, quindi, l'esercito romano, il popolo di Gadara accolse Vespasiano con gioiose acclamazioni, ottenendo dal comandante romano sufficienti garanzie ed un adeguato presidio di cavalieri e fanti a difesa della città. Giuseppe Flavio aggiunge che le mura cittadine, vennero abbattute dai cittadini stessi, prima ancora che i Romani lo chiedessero, per confermare così la loro volontà di pace.[1]

BattagliaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglie romane.

Contro i ribelli fuggiti da Gadara, Vespasiano inviò Giulio Placido con 500 cavalieri e 3.000 fanti, mentre egli stesso col resto delle truppe fece ritorno a Cesarea marittima. Anche in questa circostanza i fuggitivi vennero intercettati, poco dopo, nei pressi di un villaggio di nome Bethennabris e attaccati dalle truppe romane, le quali riuscirono a penetrare all'interno del villaggio, saccheggiandolo, incendiandolo e mettendo in fuga, non solo i ribelli ma anche gli abitanti del piccolo centro, i quali presero la strada per Gerico.[2] Placido, confidando nei suoi cavalieri e imbaldanzito dal precedente successo, cominciò l'inseguimento fino al fiume Giordano, nei pressi del quale compì una vera e propria strage di tutti quelli che raggiunse. Avendo compreso che i Giudei non avevano via di fuga, a causa dell'impetuosa corrente del fiume, alimentata dalle recenti piogge, ordinò una carica di cavalleria, fanteria ed artiglieria, ferendone molti e facendone precipitare molti nel fiume. Alla fine furono ben 15.000 i Giudei rimasti uccisi, mentre un numero non calcolabile venne costretto a gettarsi nel Giordano. I prigionieri invece ammontarono a 2.200. Nel bottino raccolto da Placido, vi erano anche numerosi asini, pecore, cammelli e buoi.[2]

«Questo fu il disastro più grave subito dai Giudei, le sue proporzioni apparirono ancora più gravi poiché non solo era ricoperto di morti tutto il territorio attraverso il quale erano fuggiti e il fiume Giordano pieno di morti, ma questi avevano riempito anche il lago Asfaltite dove moltissimi erano stati trascinati dalla corrente.»

(Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 7.6.437.)

ConseguenzeModifica

Il tribuno romano, sfruttando il successo, si rivolse contro le vicine cittadine e villaggi. Occupò, quindi, Abila, Giuliade, Besimoth e tante altre fino al lago Asfaltite, collocando, poi, in ciascuna di queste un presidio formato dai disertori più fidati. Imbarcò, infine, gli uomini e catturò quelli che si erano rifugiati sul lago. Così tutta la Perea fino a Macherunte venne posta sotto il dominio romano.[9]

NoteModifica

  1. ^ a b c Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 7.3.
  2. ^ a b c d e f Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 7.4-5.
  3. ^ Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, III, 1.1.
  4. ^ Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, III, 1.2.
  5. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LXIII, 22.1a.
  6. ^ Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, III, 1.3.
  7. ^ a b Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 6.2.
  8. ^ Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 6.3.
  9. ^ Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 7.6.

BibliografiaModifica

Fonti antiche
Fonti storiografiche moderne
  • Filippo Coarelli (a cura di), Divus Vespasianus: il bimillenario dei Flavi, catalogo della mostra (Roma, 27 marzo 2009-10 gennaio 2010), Milano, Electa, 2009. ISBN 88-3707-069-1
  • Albino Garzetti, L'Impero da Tiberio agli Antonini, Bologna, Cappelli, 1960.
  • (EN) Barbara Levick, Vespasian, London & New York, Routledge, 1999, 04-1516-618-7.