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BiografiaModifica

 
L'interno della cattedrale di Salerno.

Nacque probabilmente a Novazzano, centro del Canton Ticino sotto l'egida della diocesi di Como; come molti artisti conterranei dell'epoca, si trasferì ben presto a Roma, venendo infatti indicato quasi sempre come romanus.[1] Si formò nella bottega di Carlo Fontana,[2] anch'esso ticinense e forse parente del Buratti da parte della madre, Angelica Fontana.[1] Con il maestro si pose in continuità culturale nell'ambito di un processo di semplificazione delle forme architettoniche cinquecentesche.[3]

Il suo primo lavoro di cui si ha documentazione è una commissione di Livio Odescalchi del 1686.[4] Nel 1688 progettò l'oratorio della Confraternita dell'Annunziata nell'Arcispedale di Santo Spirito in Sassia, a Roma, su incarico del cardinale Dönhof.[4] Tra il 1694 e il 1695 progettò con Pietro Gabrielli il teatro Capranica nell'omonimo palazzo.[5]

Nel 1697 venne nominato accademico di merito all'Accademia di San Luca e nello stesso periodo divenne membro della Congregazioni dei Virtuosi al Pantheon.[6][7] Più che nell'ambiente accademico, tuttavia, il Buratti fu molto attivo in ambito tecnico-pratico, specializzandosi in opere idrauliche e progetti di consolidamento e restauro.[4]

A partire dal 1698, insieme ad Arcangelo Guglielmelli e Ferdinando Sanfelice, lavorò nel restauro della cattedrale di Salerno, modificandone l'impianto interno.[8]

Nel 1702 l'arcivescovo Vincenzo Maria Orsini, poi papa Benedetto XIII, lo chiamò a Benevento per contribuire all'opera di ricostruzione della città, distrutta dal terremoto del Sannio del 1688 e nuovamente colpita dal sisma del 1702. Buratti lavorò con Giovan Battista Nauclerio e Filippo Raguzzini e fu artefice, in particolar modo, della progettazione del nuovo acquedotto, della realizzazione della fontana in piazza dell'Episcopio e della ristrutturazione urbanistica di piazza Santa Sofia, concepita in forma ovale e di gusto puramente barocco.[5]

Negli stessi anni — insieme ad una vasta platea di artisti romani di scuola fontaniana, come Filippo Barigioni, Sebastiano Cipriani, Giovan Battista Contini e Ferdinando Fuga[9] — lavorò all'Aquila, distrutta anch'essa da un violento sisma nel 1703.[10] Qui progettò la chiesa delle Anime Sante nella centrale piazza del Duomo e considerata tra i simboli del settecento aquilano. I lavori cominciarono nel 1713 ma vennero completati solamente un secolo dopo con la realizzazione della cupola ad opera di Giuseppe Valadier ma nelle forme concepite dal Buratti.[10]

Successivamente operò nel radicale restauro della cattedrale di San Pancrazio ad Albano Laziale.[8] Dal 1730 lavorò a Roma alla realizzazione della chiesa di Gesù Bambino all'Esquilino, la sua opera più nota, non riuscendo tuttavia a terminare l'opera che, alla sua morte, venne completata dal Fuga, anche in questo caso rispettando il progetto originario dell'architetto ticinense.

Morì a Roma il 30 ottobre 1734, all'età di 83 anni.[11] Altre fonti riportano il 1736 come data del decesso.[5] Venne sepolto, con l'abito dei francescani di cui faceva parte, nella cappella del Crocifisso della basilica di Santa Maria in Aracoeli.[12]

NoteModifica

BibliografiaModifica

  • Maria Gabriella Pezone, Carlo Buratti. Architettura tardo barocca tra Roma e Napoli, Napoli, Alinea, 2008

Voci correlateModifica

Collegamenti esterniModifica

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