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Cristo che porta la Croce
AutoreGiovan Battista Moroni
Data1565
Tecnicaolio su tela
Dimensioni182×115 cm
UbicazioneChiesa della Madonna del Pianto, Albino (Italia)

Il Cristo che porta la Croce o Cristo protacroce[senza fonte] è un dipinto a olio su tela realizzato da Giovan Battista Moroni per la chiesa della Madonna del Pianto di Albino.

Indice

StoriaModifica

La presenza attiva, anche se obbligata causa i gravi eventi occorsi a Bergamo causati da alcune famiglie nobili che il Moroni frequentava, nel decennio 1561-1571 dell'artista albinese, ha permesso di avere sul territorio della cittadina bergamasca molte delle sue opere. Il dipinto Cristo che porta la Croce fu indicato dal Tassi nella chiesa di San Rocco, sempre ad Albino, ma non è elencato negli atti della visita pastorale di san Carlo Borromeo del 1575. Mentre sicuramente fu collocato nel 1816 nella chiesa parrocchiale di San Giuliano per venir poi allontanato e portato a Roma nel 1918, durante il prio conflitto mondiale. Fece ritorno a Bergamo e fu esposto, come lavoro del Moretto, alla mostra diocesana di arte sacra del 1920, destino che toccò a moltissimi lavori del Moroni[1].

La tela fu collocata nella chiesa della Madonna del Pianto, dove fu definitivamente attribuita al pittore albinese.[2][3] Non ebbe molta fortuna il dipinto dalla critica che lo considerò un quadro di valore mediocre, fu poi rivalutato dopo il restauro che ha acconsentito a farne uno studio accurato.

DescrizioneModifica

Il dipinto raffigura Cristo, a figura intera, che porta la croce in un paesaggio molto arido. Indossa un vistoso abito rosa-arancio senza cangianti, che è trattenuto in vita da una cintola nera. L'abito appare molto ampio e lungo, non adatto, si trascina al suolo, con un elevato effetto simbolico, primitivo, se non si ponesse nella modernità di un paesaggio volutamente arido per creare la solitudine dell'uomo oggetto del martirio.

L'opera è avvicinabile, nel suo messaggio, al Crocifisso con i santi Bernardino e Antonio da Padova dal voluto effetto emozionale. L'artista voleva esprimere nell'isolamento figurativo, la sofferenza che manifesta l'uomo, dove non vi è tragedia ma solo compassione. La rappresentazione a figura intera di Cristo riprende i prototipi lombardi dell'Ecce Homo di Andrea Solario e del Moretto.
Che rende di particolare interesse l'opera è la realizzazione pittorica dell'incarnato che trasuda e dell'ampia veste che anticipano materia e modi dell'arte, pur presentando tradizione nella realizzazione dei soggetti dell'opera. Il riferimento fatto da Giovanni Franci al Cristo e l'angelo del Moretto che fu il suo maestro, è pertinente, entrambi presentano il richiamo al filone alle opere religiose del Quattrocento fiammingo lombardo.[4].

NoteModifica

  1. ^ Gregori, p. 223.
  2. ^ Orietta Pinessi, Capolavori di casa mia, Val Seriana & Scalve Magazin, estate 2018, p. 43.
  3. ^ Chiara Paratico, La bottega dei Marinoni, pittori di Desenzano al Serio, sec. XV-XVI, Bolis, 2008, ISBN 978-88-7827-168-5.
  4. ^ Gregori, p. 222.

BibliografiaModifica

  • Mina Gregori, Giovanni Battista Moroni, I pittori Bergamaschi del XIII al XIX secolo, Il cinquecento, Bergamo, 1979.
  • Mina Gregori, Giovan Battista Moroni, Bergamo, Poligrafiche Bolis, 1979.
  • Simone Facchinetti, Giovan Battista Moroni: lo sguardo sulla realtà, 1560-1579, Cinisello Balsamo, Silvana Editoriale, 2004.
  • Emanuela Daffra e Minerva Maggi, Giovan Battista Mornoni La Trinità che incorona la Vergine, Inchiostro arti grafiche, 2008.
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