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De reditu suo

poema di Rutilio Namaziano
(Reindirizzamento da De reditu)
(LA)

«[Roma] sospes nemo potest immemor esse tui [...] | Fecisti patriam diversis gentibus unam; | profuit iniustis te dominante capi; | dumque offers victis proprii consortia iuris, | Urbem fecisti, quod prius orbis erat.»

(IT)

«O Roma, nessuno, finché vive, potrà dimenticarti... Hai riunito popoli diversi in una sola patria, la tua conquista ha giovato a chi viveva senza leggi. Offrendo ai vinti il retaggio della tua civiltà, di tutto il mondo diviso hai fatto un'unica città.»

(Rutilio Namaziano, De reditu suo, I, 52, 63-66)
De reditu suo
Titolo originaleDe reditu suo
Altri titoliItinerarium, Iter Gallicum
Sack of Rome by the Visigoths on 24 August 410 by JN Sylvestre 1890.jpg
Sacco di Roma ad opera dei Visigoti in un quadro di JN Sylvestre del 1890
AutoreClaudio Rutilio Namaziano
1ª ed. originaleinizio del V secolo, dopo il 415 (1520 editio princeps)
Editio princepsBologna, Girolamo Benedetti, 1520
Generepoema
Sottogenereodeporico
Lingua originalelatino

Il De reditu suo è un poema scritto da Claudio Rutilio Namaziano sulla decadenza dell'impero romano d'occidente nel V secolo.

De reditu suo significa letteralmente "Sul proprio ritorno": Namaziano stava infatti facendo ritorno da Roma alla sua terra d'origine, la Gallia. Durante il viaggio descrive un impero in decadenza, influenzato dalle numerose popolazioni barbare ormai infilitratesi in esso, narrandone le passate e ormai perdute bellezze.

Indice

Storia editorialeModifica

La maggioranza dei manoscritti di Rutilio esistenti deriva dall'antico manoscritto trovato nel monastero di Bobbio da Giorgio Galbiato nel 1494,[1] il quale, dopo l'uso per l'editio princeps di Giovanni Battista Pio del 1520 stampata a Bologna e per due copie manoscritte (Vienna 277, fatta da Ioannes Andreas, e Roma, Bibl. Cors., Caetani 158, fatta da Jacopo Sannazaro) non fu mai più tenuto in considerazione, fino a che Eugenio di Savoia ne entrò in possesso nel 1706.

Nel 1973 Mirella Ferrari trovò un frammento del poema[2] nel manoscritto F.IV.25 della Biblioteca Nazionale di Torino, probabilmente parte di quello di Bobbio, che preserva 39 versi finali del secondo libro, il quale ha costretto i filologi a una rivalutazione non solo del testo ma della sua trasmissione.[3]

Le principali edizioni sono state quelle di Barth (1623), P. Burman (1731, nella sua edizione dei Poetae Latini minores), Wernsdorf (1778, parte di una collezione simile), Zumpt (1840) e Lucian Müller (1870); quindi l'edizione di J. Vessereau (1904) e l'edizione annotata di Charles Haines Keene, con la traduzione in versi inglesi di G.F. Savage-Armstrong (1907). Keene scrive il nome del poeta come "Rutilius Claudius Namatianus", invece del solito "Claudius Rutilius Namatianus", identificando il padre del poeta col "Claudius consularis Tusciae" menzionato nel Codex Theodosianus (II.4.5). La più completa edizione di Namaziano è di E. Doblhofer in 2 volumi (1972-77). Harold Isbell include una traduzione nella sua antologia The Last Poets of Imperial Rome (Harmondsworth, 1971 ISBN 0-14-044246-4). Nel 2007, a dimostrare un sempre maggiore interesse per l'opera, è uscita una nuova edizione a cura di E. Wolff per Les Belles Lettres, che sostituisce quella classica di J. Vessereau.

ContenutoModifica

Il poema, composto in distici elegiaci, è diviso in due libri e ci è giunto incompleto. La narrazione si interrompe al verso 69 del libro II, con l'arrivo a Luni, in Toscana; i nuovi frammenti scoperti nel 1973 contengono parti prima ignote, con accenni alla Liguria.

Il poema inizia con la partenza di Rutilio da Roma, di cui descrive la decadenza non solo morale, specialmente per quanto riguarda la politica imperiale e senatoria, ma anche del popolo. L'imperatore sembra vivere una esistenza a parte dalla vita pubblica, mentre i senatori sono dediti a gozzoviglie e arricchimento. Il popolo romano è profondamente provato dagli influssi migratori del nord Europa, specialmente i Goti, che hanno fatto sempre più pressione su Roma dalla invasione di Alarico. Tale sfregio a Roma, come descrive Rutilio, fa apparire il clima molto vicino a una catastrofe imminente, mentre le strade e gli edifici pubblici non sono più sicuri. Alla descrizione della decadenza, si oppongono ricordi appassionati e lontani della grandezza dell'Urbe. Il viaggio si sposta nella periferia romana, verso la Tuscia, dove Rutilio è costretto a partire via mare a causa dell'inagibilità delle strade e dei ponti, specialmente riguardo al degrado della via Aurelia. Il viaggio dunque prosegue su imbarcazione, con approdo vicino alle coste dell'Etruria, fino in Liguria. Da lì il viaggio si conclude con l'arrivo in Gallia, superate le Alpi.

Durante il viaggio Rutilio approfitta per tracciare alcune osservazioni sull'epoca contemporanea, e sui cambiamenti dei costumi. Innanzitutto la diffusione rapida del cristianesimo, che benché i fedeli fossero beneficiari della legge di libertà di culto da Costantino, per Rutilio essi appaiono come gente rozza e ignorante che vive nelle catacombe "al di fuori della luce", seguendo le strane dottrine dei vescovi. Altre testimonianze contemporanee riguardano la commossa descrizione delle città delle province, saccheggiate dai barbari, semidistrutte e semiabbandonate.

Un brano celebreModifica

Famoso è il saluto a Roma nella traduzione metrica italiana di Giovanni Pascoli[4]:

(LA)

«Exaudi, regina tui pulcherrima mundi,
inter sidereos, Roma, recepta polos!

Exaudi, genitrix hominum genitrixque deorum:
Non procul a caelo per tua templa sumus.

Te canimus semperque, sinent dum fata, canemus:
Sospes nemo potest immemor esse tui.

Obruerint citius scelerata oblivia solem,
quam tuus ex nostro corde recedat honos.

Nam solis radiis aequalia munera tendis,
qua circumfusus fluctuat Oceanus.

Volvitur ipse tibi, qui continet omnia, Phoebus
eque tuis ortos in tua condit equos.

Te non flammigeris Libye tardavit arenis,
non armata suo reppulit Ursa gelu:

Quantum vitalis natura tetendit in axes,
tantum virtuti pervia terra tuae.

Fecisti patriam diversis gentibus unam;
profuit iniustis te dominante capi;

Dumque offers victis proprii consortia iuris,
Urbem fecisti, quod prius orbis erat.»

(IT)

«Del tuo mondo, bellissima
regina, o Roma, ascolta;
o Roma, nell’empireo
ciel tra le stelle accolta
madre, non pur degli uomini
ma de’ celesti. Noi
siam presso al cielo per i templi tuoi.

Or te, te quindi cantisi
sempre, finché si viva;
dimenticarti e vivere
chi mai potrebbe, o diva?
Prima del sol negli uomini
vanisca ogni memoria,
che il ricordo, nel cuor, della tua gloria.

Già, come il sol risplendere
per tutto, ognor, tu sai.
Dovunque il vasto Oceano
ondeggia, ivi tu vai.
Febo, che tutto domina,
si volge a te: da sponde
Romane muove, e nel tuo mar s’asconde.

Co’ suoi deserti Libia
non t’arrestò la corsa;
non ti respinse il gelido
vallo che cinge l’Orsa;
quanto paese agli uomini
vital, Natura diede,
tanta è la terra che pugnar ti vede.

Desti una patria ai popoli
dispersi in cento luoghi:
furon ventura ai barbari
le tue vittorie e i gioghi:
ché del tuo dritto ai sudditi
mentre il consorzio appresti,
di tutto il mondo una città facesti.»

(Rutilio Namaziano, De reditu suo, I, 47-66 (ed. Castorina 1967))

EdizioniModifica

  • Claudius Rutilius poeta priscus De laudibus Urbis, Etruriae et Italiae, Bononiae, in aedibus Hieronymi de Benedictis bonon., 1520 (editio princeps).
  • Itinerarium, ab Iosepho Castalione emendatum et adnotationibus illustratum, Romae, excudebat Vincentius Accoltus, 1582.
  • De reditu suo libri duo, Recensuit et illustravit Aug. Wilh. Zumptius, Berolini, sumptibus Ferd. Dümmleri, 1840.
  • De reditu suo libri II, Recensuit et praefatus est Lucianus Mueller, Lipsiae, in aedibus B.G. Teubneri, 1870.
  • Cl. Rutilius Namatianus, Édition critique accompagnée d'une traduction française et d'un index et suivi d'une étude historique et litteraire sur l'oeuvre et l'auteur par Jules Vessereau, Paris, Fontemoing, 1904.
  • De reditu suo libri duo. The Home-coming from Rome to Gaul in the year 416 a.d., edited, with introduction and notes, critical and explanatory, by Charles Haines Keene and translated into english verse by George F. Savage-Armstrong, London, G. Bell, 1907.
  • Sur son retour, Texte établi et traduit par Jules Vessereau et François Prechac, Paris, Les Belles Lettres, 1933.
  • De reditu suo sive Iter Gallicum, herausgegeben, eingeleitet und erklärt von Ernst Doblhofer, 2 voll., Heidelberg, C. Winter, 1972-77.
  • Sur son retour, Texte établi et traduit par Étienne Wolff, Paris, Les Belles Lettres, 2007.

Traduzioni italianeModifica

  • De reditu, Introduzione, testo critico, traduzione e commento di Emanuele Castorina, Firenze, Sansoni, 1967.
  • De reditu (Il ritorno), Introduzione, traduzione e commento di Aldo Mazzolai, Grosseto, Sodales et fideles, 1990.
  • Il ritorno, a cura di Alessandro Fo, Torino, Einaudi, 1992 ISBN 978-88-06-12585-1
  • Il ritorno, a cura di Sara Pozzato e Andrea Rodighiero, Torino, N. Aragno, 2011.
  • De reditu, Nota introduttiva, traduzione e lettera immaginaria a cura di Anna Ventura, Chieti, Noubs, 2013 ISBN 978-88-86-88545-4

FilmografiaModifica

NoteModifica

  1. ^ Cfr. Zumpt 1840, p. IV.
  2. ^ M. Ferrari, Frammenti ignoti di Rutilio Namaziano, in «Italia Medioevale e Umanistica», XVI (1973), pp. 15-30.
  3. ^ Cfr. Wolff 2007, passim. Recensione del libro di Michael Kulikowski.
  4. ^ A Roma, nella sventura (Inno d'un celta), in: G. Pascoli, Poesie varie, raccolte da Maria, Bologna, N. Zanichelli, 1912, pp. 11-12.

Voci correlateModifica

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