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Filippo Filippelli

giornalista e avvocato italiano

BiografiaModifica

Laureato in giurisprudenza, avvocato, nel 1920 si trasferì a Milano, aderì al fascismo ed entrò a lavorare al Popolo d'Italia. Dopo la marcia su Roma divenne segretario di Arnaldo Mussolini, fratello del Duce. Nel 1923 fu chiamato da Aldo Finzi, sottosegretario all'Interno del governo Mussolini, a dirigere il Corriere Italiano[1]. Coinvolto nel delitto Matteotti (10 giugno 1924), avendo egli fornito ai sequestratori la Lancia Lambda su cui il deputato socialista venne rapito ed ucciso[2], iniziò a scrivere un promemoria per proclamare la sua innocenza, descrivendo nei particolari tutto ciò che sapeva del delitto. Scrisse inoltre dell'esistenza di un organismo di polizia politica interno al Partito nazionale fascista, la cosiddetta Ceka fascista, dal quale sarebbe stato organizzato l'assassinio. Nel frattempo cercò di fuoriuscire dall'Italia imbarcandosi dal porto di Genova; fu arrestato il 17 giugno al largo di Genova mentre tentava la fuga su un motoscafo; due giorni dopo il giornale cessò le pubblicazioni.

Una volta in carcere confermò ai giudici le accuse contenute nel memoriale contro Amerigo Dumini, i quadrumviri Cesare Rossi ed Emilio De Bono e lo stesso Mussolini; quest'ultimo come mandante del delitto[3].

Nel febbraio 1925 apparve sulla rivista antifascista fiorentina Non mollare il suo memoriale contro Mussolini[4]. Chiamato in tribunale come testimone, il 24 marzo 1925, ritrattò le accuse contro De Bono nel processo celebrato al Senato, riunito in Alta Corte di giustizia contro quest'ultimo.

Il successivo 1º dicembre 1925 venne scarcerato, dopo essere stato amnistiato dall'accusa di sequestro di persona ed assolto in istruttoria da quella di omicidio premeditato; ormai, però, era diventato inviso al fascismo: fu espulso dal PNF e sottoposto a vigilanza da parte della polizia[5]. Radiato dall'ordine degli avvocati su proposta di Roberto Farinacci, tra il 1927 e il 1928 collaborò con le forze dell'ordine per tendere una trappola al suo vecchio amico Cesare Rossi, che grazie alla sua complicità venne arrestato. A seguito di questa collaborazione gli venne restituita la tessera del partito e gli fu elargito un milione di lire in cambiali[5].

Nel marzo del 1932 fu nuovamente arrestato con l'accusa di furto ai danni di una società di pneumatici, la Dunlop: condannato ad otto anni di reclusione, fu liberato per indulto nel 1934. Una volta tornato a Milano, il 18 maggio 1936 entrò come amministratore unico nella società Azeta, impegnata nello sfruttamento industriale e commerciale di un processo di azotazione dei semi per le colture agricole[6]. Nel novembre del 1938 l'impresa fallì e Filippelli, temendo di essere arrestato per la terza volta, fuggì prima in Egitto e poi in Belgio[5].

Mentre si trovava a Bruxelles, si "candidò" come informatore della polizia italiana negli ambienti antifascisti in cambio della garanzia di poter rientrare in Italia senza essere perseguito dalla giustizia italiana, che nel frattempo lo aveva condannato per bancarotta fraudolenta[7]. Le forze dell'ordine, ritenendo inconsistenti le sue capacità di penetrazione tra gli antifascisti, declinarono l'offerta[5]. Nell'aprile del 1947 fu prosciolto per amnistia, seppur contumace, dalle accuse di complicità e favoreggiamento nel reato di sequestro di persona nel secondo processo Matteotti. In seguito si ritirò a vita privata e, dal 1951 in poi, non si ebbero più notizie di sue uscite pubbliche.

Citazioni cinematograficheModifica

NoteModifica

  1. ^ Mauro Forno books.google.it
  2. ^ Enzo Magrì books.google.it
  3. ^ Peter Tompkins, Dalle carte segrete del Duce, Marco Tropea, Milano, 2001, p. 174
  4. ^ Lettere e documenti inediti books.google.it
  5. ^ a b c d Giovanna Bosman, Filippelli, Filippo in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 47 (1997).
  6. ^ Arch. centr. dello Stato, Segr. part. del duce, Carteggio riservato, b. 45, fasc. 242/R, 27 genn. 1939.
  7. ^ Arch. centr. dello Stato, Min. dell'Int., Dir. gen. di P. S., 31 genn. 1939.

BibliografiaModifica

  • Domenico Saudino, Sotto il segno del littorio. La genesi del fascismo, Libreria sociale, 1933

Collegamenti esterniModifica