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Francesco Piccolomini (filosofo)

filosofo italiano

BiografiaModifica

Nato nel 1523 dai senesi Niccolò, dottore in diritto civile e canonico, ed Emilia Saracini, si laureò a Siena in arti e medicina il 12 luglio 1546, sviluppando un crescente interesse per la filosofia.[1] Intraprese la carriera accademica insegnando per tre anni all'università di Siena, poi a Macerata, e all'ateneo di Perugia dal 1550 al 1560.[1] Trasferitosi a Padova, gli venne assegnata la prima cattedra straordinaria di filosofia naturale, poi ordinaria nel 1565.[1] All'università di Padova entrò in concorrenza con il collega Federico Pendasio, e i due si resero partecipi di un'aspra disputa filosofica – circa l'interpretazione del terzo libro del De anima di Aristotele – che terminò solamente nel 1571 con il trasferimento di Pendasio a Bologna.[1]

Fu professore stimato e richiesto dagli studenti, che affollavano le sue lezioni: ebbe con essi sempre ottimi rapporti, spesso aiutandoli nella stesura di scritti filosofici o scrivendo di proprio pugno testi da pubblicare a loro nome (è il caso dei Peripateticarum de anima disputationum libri septem di Pietro Duodo del 1575 e degli Academicarum contemplationum libri decem di Stefano Tiepolo del 1576).[2] Torquato Tasso, che fu suo studente, ricorda le appassionate lezioni nel dialogo Il Costante overo de la clemenza del 1589.[1][3] Lo stipendio di Piccolomini raggiunse nel 1589 i 1 400 fiorini annui, cifra di gran lunga superiore ai propri colleghi.[1]

Abbandonata la professione universitaria nel 1598, rientrò a Siena e si dedicò completamente alla stesura di testi filosofici, concentrando i propri sforzi nella formulazione di una teoria sincretica tra aristotelismo e platonismo, atta a tentare una conciliazione tra Aristotele e Platone in ambito etico-politico.[1]

Sposato dal 1572 con la nobildonna senese Fulvia Placidi, ebbe quattro figli: Niccolò, Alessandro, Caterina e Aurelia.[1] Ricevette un premio dall'Accademia dei Filomati, di cui era membro, nel 1605.[1] Morì nel 1607 all'età di 84 anni, e fu sepolto nella chiesa di San Francesco.[1]

OpereModifica

  • Universa philosophia de moribus, Venezia, tip. Francesco De Franceschi (1583)
  • Comes politicus, pro recta ordinis ratione propugnator, Venezia, tip. Francesco De Franceschi (1594)
  • Libri ad scientiam de natura attinentes, Venezia, tip. Francesco De Franceschi (1596)
  • Librorum Aristotelis de ortu et interitu lucidissima expositio, Venezia, tip. Francesco De Franceschi (1602)
  • In tres libros de anima lucidissima expositio, Venezia, tip. Francesco De Franceschi (1602)
  • Instituzione del principe (1602)[4]
  • Compendio della scienza civile (1603)[5]
  • Octavi libri naturalium auscultationum perspicua interpretatio, Venezia, tip. Francesco De Franceschi (1606)
  • In libros de coelo lucidissima expositio, Venezia, tip. Francesco De Franceschi (1607) – postuma

NoteModifica

  1. ^ a b c d e f g h i j Laura Carotti, «PICCOLOMINI, Francesco» in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 13, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1971.
  2. ^ Eugenio Garin, Storia della filosofia italiana, Torino, Einaudi, 1966, pp. 656–661.
  3. ^ Antonio Malmignati, Il Tasso a Padova, Padova, 1889, pp. 84–88
  4. ^ Redatto in forma manoscritta nel 1602 (Firenze, Biblioteca Riccardiana, cod. 2589, cc. n.n.), è stato stampato a Roma dai tipi di Sante Pieralisi nel 1858.
  5. ^ Redatto in forma manoscritta nel 1603 (Firenze, Biblioteca nazionale centrale, Conv. Soppr. (S. Maria degli Angeli), cod. E.5.867, cc. n.n.), è stato stampato a Roma dai tipi di Sante Pieralisi nel 1858.

BibliografiaModifica

Controllo di autoritàVIAF (EN88396 · ISNI (EN0000 0000 7100 3541 · SBN IT\ICCU\BVEV\025428 · LCCN (ENn86815822 · GND (DE124457924 · CERL cnp01880830 · WorldCat Identities (ENn86-815822