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Gildone o Gildo (latino: Gildo; ... – 31 luglio 398) fu un generale dell'Impero romano, operante nella provincia africana di Mauretania.

Si ribellò all'imperatore d'Occidente Onorio, ma fu sconfitto e costretto al suicidio. Il poeta Claudio Claudiano scrisse il poema In Gildonem per raccontare questa guerra.

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BiografiaModifica

Figlio dell'ufficiale moro Nubel, era fratello dell'usurpatore Firmo, che si era ribellato a Valentiniano I nel 372. In occasione di quella rivolta Gildone rimase fedele all'imperatore, catturando Vincenzo, successore del comes Romano, e fu ricompensato con i patrimoni confiscati al congiunto.

Negli anni 385-386[1], Gildone fu nominato da Teodosio I Comes et magister utriusque militiae per Africam[2], governando la provincia d'Africa con una certa indipendenza. Dopo la morte di Teodosio e la salita al trono dei suoi figli, Onorio e Arcadio, Gildone vide crescere la sua importanza, perché la provincia d'Africa aveva il ruolo di granaio di Roma, che prima della divisione in due parti dell'Impero era rivestito dall'Egitto.

Per le brighe dell'eunuco e praepositus sacri cubiculi d'Oriente Eutropio, che era in contrasto col potente generale d'Occidente Stilicone, Gildone intrattenne rapporti sempre più stretti con l'imperatore d'Oriente Arcadio, fino a che la provincia passò de facto dall'Impero d'Occidente a quello d'Oriente. La paura di perdere questa fonte di approvvigionamento provocò tumulti a Roma e allora il Senato romano dichiarò Gildone nemico dello Stato e iniziò la guerra contro di lui.

In quello stesso momento Gildone entrò in contrasto col fratello Masceldelo (Mascezel), che si rifugiò presso l'imperatore d'Occidente Onorio; Gildone reagì uccidendone i due figli. A Masceldelo fu affidato da Stilicone il comando della guerra contro Gildone e di un corpo scelto di cavalleria gallica che aveva servito sotto l'usurpatore Flavio Eugenio. Approdato con le sue truppe in Africa, Masceldelo affrontò le soverchianti forze del fratello a Teveste, nei pressi di Zama, ma vinse grazie alla miglior disciplina dei propri uomini.

Dopo la sconfitta, Gildone fuggì su una piccola barca alla volta della parte orientale dell'impero, ma un vento contrario lo respinse indietro, fino al porto di Tabraca e, vedendosi perduto, si suicidò impiccandosi o fu messo a morte. Masceldelo tornò in Italia, dove fu accolto con tutti gli onori, ma fu poi ucciso in una imboscata per volere di Stilicone.

Gildone aveva una figlia di nome Salvina, che aveva sposato Nebridio, nipote di Elia Flaccilla.[3]

NoteModifica

  1. ^ Claudiano, In Gildonem, vv. 153-155: Iam solis habenae / bis senas torquent hiemes, cervicibus ex quo / haeret triste iugum.
  2. ^ Codex Theodosianus, IX, 7, 9
  3. ^ Girolamo, Lettere, 79; PLRE I, p. 620 (citati in Elizabeth A. Livingstone, Augustine and His Opponents, Jerome, Other Latin Fathers After Nicaea, Orientalia, Studia Patristica Volume XXXIII, 1997, p. 367.

BibliografiaModifica

Fonti primarie
Fonti secondarie
  • John Platts, s.v. Gildo, A New Universal Biography, Sherwood, Jones, and Co., 1826

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