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Nota disambigua.svg Disambiguazione – "Muzio Scevola" rimanda qui. Se stai cercando altri significati, vedi Muzio Scevola (disambigua).
Muzio Scevola e Porsenna. Dipinto di Pieter Paul Rubens

Gaio Muzio Scevola, in origine Gaio Muzio Cordo[1] (in latino Gaius Mucius Scaevola; ... – ...), è il protagonista di una nota leggenda romana dalla quale deriva il predicato «Mettere la mano sul fuoco riguardo a qualche cosa», dicibile per indicare d'essere sicuri su un determinato fatto o espressione[2]: il suo gesto estremo.

StoriaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Assedio di Roma (Porsenna).
 
Episodio di Muzio Scevola raccontato da Bernardo Cavallino.

Si narra che nel 508 a.C., durante l'assedio di Roma da parte degli Etruschi comandati da Porsenna, proprio mentre nella città cominciavano a scarseggiare i viveri, un giovane aristocratico romano, Gaio Muzio Cordo, propose al Senato di uccidere il comandante etrusco.

Non appena ottenne l'autorizzazione, si infiltrò nelle linee nemiche, grazie anche al fatto che egli era di origine e lingua etrusca,[1] e armato di un pugnale, raggiunse l'accampamento di Porsenna, che stava distribuendo la paga ai soldati. Muzio attese che il suo bersaglio rimanesse solo e quindi lo pugnalò, ma sbagliò persona: aveva infatti assassinato lo scriba del lucumone etrusco.

Subito venne catturato dalle guardie del comandante, e portato al cospetto di Porsenna, il giovane romano non esitò a dire: «Volevo uccidere te. La mia mano ha errato e ora la punisco per questo imperdonabile errore». Così mise la sua mano destra in un braciere dove ardeva il Fuoco dei sacrifici e non la tolse fino a che non fu completamente consumata. Da quel giorno il coraggioso nobile romano avrebbe assunto il cognomen di "Scevola" (il mancino).[3]

 
Bassorilievo della mano di Muzio Scevola nel fuoco, a Roma, in via Sallustiana.

Porsenna rimase tanto impressionato da questo gesto che decise di liberare il giovane. Muzio, allora, sfoggiò la sua astuzia e disse: «Per ringraziarti della tua clemenza, voglio rivelarti che trecento giovani nobili romani hanno solennemente giurato di ucciderti. Il fato ha stabilito che io fossi il primo e ora sono qui davanti a te perché ho fallito. Ma prima o poi qualcuno degli altri duecentonovantanove riuscirà nell'intento».

Questa falsa rivelazione spaventò a tal punto il principe e tutta l'aristocrazia etrusca da far loro considerare molto più importante salvaguardare il futuro del re di Chiusi piuttosto che preoccuparsi del destino dei Tarquini. Sempre secondo la leggenda, così Porsenna prese la decisione di intavolare trattative di pace con i Romani, colpito positivamente dal loro valore.[4]

In via Sallustiana a Roma, sul muro di cinta del palazzo dell'I.N.A. ora in uso all'ambasciata statunitense in Italia, a sinistra del cancello principale, sopra la porta di ferro di una cabina elettrica, è incastonato un frammento di bassorilievo che rappresenta una mano nel fuoco. Secondo la tradizione romana orale, quello è il punto preciso dove era accampato Porsenna e dove avvenne l'episodio, appena fuori le mura serviane, di cui si possono vedere i resti tra via Sallustiana e via Carducci.

NoteModifica

  1. ^ a b Dionigi di Alicarnasso, Antichità Romane (V, 25, 4)
  2. ^ Verum, sine mendacio - Un'analisi filosofica ed ermetica della Certezza - Riflessioni sulla Simbologia di Sebastiano Brocchi
  3. ^ Livio, II, 13.
  4. ^ Livio, II, 12-13; Plutarco, Paralleli minori, 2 (Moralia 305e-306a).

BibliografiaModifica

Voci correlateModifica

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