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Papà Lebonnard (film 1939)

film del 1939 diretto da Jean de Limur
Papà Lebonnard
Papà Lebonnard fotoscena.jpg
Pierre Brasseur, Jeanne Provost, Madeleine Sologne e Ruggero Ruggeri in una foto di scena del film
Lingua originaleitaliano, francese
Paese di produzioneItalia, Francia
Anno1939
Durata92 min
Dati tecniciB/N
Generecommedia
RegiaJean de Limur
SoggettoJean Aicard
SceneggiaturaMaria Basaglia, Ákos Tolnay, Jacques de Féraudy, Guido Cantini (non accreditato)
Casa di produzioneScalera Film
Distribuzione in italianoScalera Film
FotografiaUbaldo Arata
MontaggioEraldo Da Roma
MusicheJacques Ibert
ScenografiaAntonio Valente
CostumiAntonio Valente
Interpreti e personaggi
Doppiatori originali

Papà Lebonnard è un film del 1939 diretto da Jean de Limur.

Indice

TramaModifica

 
Durante la lavorazione

Antonio Lebonnard è un onesto orologiaio italiano, arricchitosi grazie ad una sua invenzione e che vive serenamente con la moglie e due figli, un maschio e una femmina. La figlia si è innamorata di un giovane medico di modeste condizioni e trova nel padre un appoggio alle future nozze. Chi si oppone è invece il fratello, che mira ad elevarsi socialmente sposando una fanciulla di famiglia nobile. Per screditarlo agli occhi della sorella, scopre e rivela che il giovane è di nascita illegittima. Il vecchio padre allora interviene, svelando al figlio insofferente che anche lui è di oscuri natali, nato da un adulterio della madre, e che ha sempre finto di ignorare la verità perché ha amato il ragazzo come fosse veramente suo figlio. La scottante rivelazione accomoda il tutto per il meglio.

ProduzioneModifica

Diretto dal regista transalpino Jean de Limur con «l'assistenza linguistica[1]» di Marcello Albani, il film è una coproduzione italo-francese girato negli stabilimenti Scalera di Roma e in esterni sulla costiera amalfitana.

La sceneggiatura è tratta dalla commedia teatrale Le Père Lebonnard (1889) del drammaturgo Jean Aicard. Una precedente versione italiana fu realizzata nel periodo del muto da Mario Bonnard.

Il protagonista Ruggero Ruggeri è parte di un cast formato in maggioranza da artisti francesi: Madeleine Sologne (1912-1995), Jeanne Provost (1887-1980), Jean Murat (1888-1968), Pierre Brasseur (1905-1972), Hélène Perdrière (1910-1992), Charles Dechamps (1882-1959), Sylvain Itkine (1908-1944), Robert Seller (1889-1967).

L'attività della Scalera Film, con questo tipo di coproduzioni, fu molto attiva e particolarmente intensa. Furono girate in Italia, con registi stranieri e un cast di nazionalità mista, pellicole come Ultima giovinezza, Rosa di sangue, Ecco la felicità, Tosca[2].

CriticaModifica

 
Flano cinematografico di una rivista dell'epoca

Adolfo Franci in L'Illustrazione Italiana del 9 aprile 1939: «[...] è lecito domandarsi dove s'andrà mai a finire con questa dolce mania di tradurre sullo schermo il vecchio teatro. [...] Papà Lebonnard sarebbe stato la beneficiata di Ruggeri se le spietate forbici non si fossero accanite sul personaggio del vecchio orologiaio. Di Ruggeri dunque qui resta ben poco. E quel poco non è certo esemplare benché l'arte di lui, squisitamente teatrale, trovi anche qui due o tre momenti di grande bellezza. [...] Il regista è Jean de Limur, modesto ma non privo di stile. [...] Ne è venuto fuori un lavoro comunque discreto, con bellissime fotografie di paesaggi e degli "interni" gustosamente ripensati».

Attilio Frescura in Film del 15 aprile 1939: «Jean de Limur, chiamato dalla Scalera a realizzare un film a carattere tradizionale, [...] non ha fallito il segno. [...] La commedia è [..] riuscita. Riuscita mi sembra sotto l'aspetto industriale e commerciale: questo film varcherà indubbiamente le frontiere [...]. Riuscita mi sembra anche sotto l'aspetto emotivo: ci si diverte, ci si commuove: vecchio spunto sociale, che cinquant'anni fa occupava e preoccupava anche sentimentalmente [...]. Riuscita infine [...] ai riguardi dell'interpretazione, che dà modo agli interpreti di passare, di volta in volta, in primo piano».

Gino Visentini in Cinema del 25 aprile 1939: «Come si possa rimettere in circolazione una commedia tanto vecchia e sgradevole perfino nel titolo, è per noi ancora incomprensibile. Il tempo e la cultura che un'opera come Papà Lebonnard ci riporta alla mente, opprimendola, fanno dimenticare che gli interpreti d'altra parte recitano con garbo e che il film stesso è effettuato con un mestiere non privo di notevoli qualità».

NoteModifica

  1. ^ F. Savio, p. 251.
  2. ^ P. Lughi, p. 395.

BibliografiaModifica

  • Roberto Chiti, Enrico Lancia (a cura di), Dizionario del Cinema Italiano - I film, vol. I, Gremese, Roma, 2005.
  • Francesco Savio, Ma l'amore no. Realismo, formalismo, propaganda e telefoni bianchi nel cinema italiano di regime (1930-1943), Sonzogno, Milano, 1975.
  • Paolo Lughi, La Scalera Film: lo studio system all'italiana, in Ernesto G. Laura (a cura di), Storia del Cinema Italiano, vol.6 - 1940/1944, Marsilio, Edizioni di Bianco & Nero, Venezia 2010, pp. 392–399.

Collegamenti esterniModifica

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