Cocciopesto

materiale edilizio
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Il cocciopesto è un materiale edilizio utilizzato come rivestimento impermeabile per pavimenti sia interni sia esterni e per il rivestimento di pareti (ad es. di cisterne e di terme). È composto da frammenti di laterizi (tegole o mattoni) minutamente frantumati e malta fine a base di calce aerea. Si posa in diversi strati, caratterizzati da diverse granulometrie, che vengono battuti e bagnati diverse volte. Le fonti non forniscono termini che riconducano con precisione al cocciopesto, il quale viene spesso confuso con il cosiddetto opus signinum; spesso ricorrono a perifrasi o termini confondibili con l'opera laterizia: opus testaceum[1]. Vitruvio ne descrive la fabbricazione e l'uso.

Un esempio di cocciopesto: l'acquedotto di Itálica presso Siviglia.

Origini storiche modifica

La tecnica era conosciuta dai Fenici, come testimoniano ad esempio i pavimenti dei siti archeologici di Tell el-Burak in Libano[2], più tardi a Selinunte e Solunto in Sicilia, ma fu perfezionata dai Romani che utilizzavano il cocciopesto come impermeabilizzante (rivestimento di fondo e pareti di vasche in muratura o di cisterne), così come lo descrive Vitruvio, oppure come materiale di pavimentazione, in cui la malta faceva da matrice a tessere di mosaico disposte in vario modo o a frammenti di marmi bianchi o colorati, e comunque in alternativa alla pozzolana come malta idraulica[3] anche, sempre secondo Vitruvio, per intonaci.

Caratteristiche modifica

  Lo stesso argomento in dettaglio: Comportamento pozzolanico.

La malta di cocciopesto, oltre a una notevole durabilità e resistenza possiede altre caratteristiche che ne hanno favorito l'uso, come la bassa permeabilità all'acqua. Il cocciopesto, in parziale o totale sostituzione della sabbia normale, veniva utilizzato per il confezionamento di malte a base di calce aerea (Idrossido di calcio, Ca(OH)2) le quali, in assenza di questo aggregato reattivo, non potevano indurire se non a contatto con l'aria, attraverso quel processo chimico noto come carbonatazione: l'aggiunta di questo aggregato veniva quindi effettuata in funzione idraulicizzante, cioè per ottenere una malta di calce con proprietà idrauliche, anche se il grado di idraulicità ottenibile è inferiore a quello che deriva dall'uso della pozzolana.

Il peso specifico del cocciopesto ad avvenuta asciugatura è mediamente intorno ai 1350 kg/mc, ma dipende dalla granulometria e dal tipo degli inerti utilizzati.

Coloritura modifica

Una delle caratteristiche dell'intonaco di cocciopesto, oltre alla capacità di far presa anche in ambienti non a contatto diretto con l'aria (idraulicità), era di essere colorato in pasta e pertanto poteva fare a meno dello strato colorato di tinteggiatura. Infatti gli intonaci a cocciopesto possiedono naturalmente un colore rosato, dovuto agli aggregati di terracotta e al bianco della calce; potevano tuttavia essere trattati anche con velature di colore, sempre nella gamma dei rossi.

Utilizzo modifica

Antichità modifica

Il cocciopesto è presente nell'edilizia storica e nell'architettura di varie città italiane come malta per murature ma soprattutto come intonaco sia per lo strato di sottofondo[4] (come riportano nei loro trattati, Cennini, Alberti e Palladio), sia per lo strato di finitura, particolarmente adatto ad ambienti umidi grazie all'alta capacità traspirante e igrometrica della terracotta e della calce. Infatti una delle città in cui il suo uso era più diffuso nei secoli scorsi è Venezia, oltre a Treviso, Livorno, Roma e molte altre. La tecnologia era analoga a quella del più costoso "marmorino", in cui il granulato di laterizi di sfrido era sostituito da polvere e scaglie di marmo.

Era utilizzato anche come componente per pavimentazione in ambienti, anche umidi, come fondo per mosaici e decorazioni nell'epoca rinascimentale, (anche se non mancano esempi più antichi come la Basilica di Grado), come sottofondo per il "terrazzo veneziano", o come corpo negli stucchi a rilievo.[5]

Utilizzo attuale modifica

Attualmente viene prodotto industrialmente un granulato ottenuto dalla frantumazione di laterizi a pasta molle (cotti a temperatura inferiore a 850°), selezionato in varie granulometrie. Il materiale, legato con calce aerea o calce idraulica naturale e con sabbia, incontra sempre maggiore diffusione per le sue caratteristiche tecniche che lo rendono particolarmente adatto non solo al recupero del patrimonio edilizio storico, ma anche all'edilizia biocompatibile.

Note modifica

  1. ^ Cairoli Fulvio Giuliani, L'edilizia nell'antichità, Roma, Carocci, 2006, pp. 222-223, ISBN 978-88-430-3709-4.
  2. ^ Adriano Orsingher et al., Phoenician lime for Phoenician wine: Iron Age plaster from a wine press at Tell el-Burak, Lebanon. In: Antiquity Band 94, Nr. 377; S. 1224-1244.
  3. ^ "se nell'arena, di fiume o di mare, vi si aggiungerà una terza parte di matton pesto, e passato pel vaglio, diverrà la calce di miglior riuscita e forza, " Vitruvio, De Architectura traduzione di Amati, 1829.
  4. ^ "Per qualsiasi tipo di rivestimento occorre l'applicazione di almeno tre strati di intonaco [...] i primi strati assai ruvidi devono essere costituiti per intero di sabbia di cava e di cocci di mattone, Leon Battista Alberti (1404-1472) Libro IV del De Re Aedificatoria
  5. ^ "Quando si vogliono fare degli stucchi su facciate esteriori o in luoghi esposti all'umidità, bisogna guardarsi bene dall'impiegarvi gesso perché non resisterebbe. In queste circostanze si può procurare tegole peste, converrà servirsene per l'abbozzo", Jean Baptiste Rondolet.

Bibliografia modifica

  • Gilberto Quarneti, A Regola d'Arte, 2005
  • Gilberto Quarneti, I quaderni di Giacomo Querini da Venezia: delle calcine, dei mattoni e degl'intonachi. 1889, Ceprovip, [s. d.]
  • Gilberto Quarneti, Restauro & Colore, 2009 Scuola d'Arte Muraria Calchèra San Giorgio, Grigno.
  • Gilberto Quarneti, Prontuario di Cantiere, 2017 Scuola d'Arte Muraria Calchèra San Giorgio, Grigno.
  • (ITEN) Roberto Marta, Architettura Romana, Tecniche costruttive e forme architettoniche del mondo romano. Roma, 1990 ISBN 88-7890-020-6
  • (FR) Véronique Vassal, "Les Pavements d'Opus signinum : technique, décor, fonction architecturale", BAR, Oxford (2006), ISBN 1-84171-908-0
  • C. F. Giuliani, "Opus signinum e cocciopesto", in Segni, I, quaderni del Dip. di Scienze dell'Antichità, Università di Salerno, Napoli, 1992, pp. 89-94.

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