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Alexandre Edme, barone di Méchin

politico francese

EsordiModifica

Nato a Parigi il 18 marzo 1772, figlio di un funzionario al ministero della guerra, fu un fervente partigiano della Rivoluzione francese, entrando nel Club dei Giacobini nel 1790, prima di avvicinarsi alla Gironda, ciò che gli procurò una condanna alla proscrizione, il 31 maggio 1793.

La rivoluzione e l'ImperoModifica

Carriera nella Francia rivoluzionariaModifica

Rientrò in Francia dopo la caduta del Robespierre il 9 termidoro (27 luglio 1794) e trovò subito un impiego, seguendo il Fréron nella sua missione nel Midi nell'anno III (ottobre 1795). Al suo ritorno a Parigi, venne nominato capo del gabinetto del ministro dell'interno, Pierre Bénézech.

Nel luglio 1798, venne inviato a Malta per rimpiazzare il Saint-Jean d'Angély come commissario esecutivo del Direttorio. Ma, appena raggiunta la nuova destinazione accompagnato dalla moglie (pare assai graziosa), Méchin fu arrestato a Viterbo nel corso di una sommossa popolare contro il governo giacobino, che dal febbraio occupava Roma. Di tali avvenimenti resta un Compendio del mio viaggio e della mia missione in Italia negli anni 1798 e 1799 e relazione degli avvenimenti che hanno avuto luogo a Viterbo dopo il 27 novembre 1798 sino al 28 dicembre seguente[1]. Nel 2009 è stata rinvenuta a Viterbo una copia manoscritta in italiano di tale resoconto, ora edita da Edizioni Archeoares con il titolo di "Memorie. Il romanzo della resistenza viterbese nel biennio giacobino (1798-1799), a cura di Fernando Funari (Edizioni Archeoares).

Prefetto sotto NapoleoneModifica

Rientrato in Francia, venne nominato prefetto delle Landes (anno IX), della Roer[2] (anno X), dell'Aisne (anno XIII), del Calvados (1810). Il 31 dicembre 1809 venne fatto barone dell'Impero.

La lunga caduta di NapoleoneModifica

Venne, nel 1812 la ritirata di Napoleone dalla Russia, la battaglia di Lipsia, il 16-19 ottobre 1813, seguita, il 31 marzo 1814, dalla caduta di Parigi, che costrinse, il 6 aprile l'Imperatore alla abdicazione ed alla successiva stipula del Trattato di Fontainebleau, l'11 aprile.
Méchin perse il posto di prefetto: una notizia, pare, ben accolta dalla popolazione del dipartimento giacché, dopo una sommossa per il grano, il prefetto era, generalmente, detestato[3].
Al principio dei cento giorni, il 6 aprile 1815, divenne prefetto del dipartimento di Ille-et-Vilaine, salvo perdere il posto dopo Waterloo. Un passaggio praticamente obbligato, dal momento che la corte di Luigi XVIII e la Carta 'costituzionale' del 1814 avevano applicato un oblio giudiziario generale per i fatti avvenuti sino al 1814 e, in questo quadro, l'aver ricoperto un incarico pubblico sotto il ritornato Imperatore venne considerato una recidiva.

La restaurazioneModifica

Banchiere e deputato di maggioranzaModifica

 
Ritratto del primo ministro Élie Decazes

Méchin, in ogni caso, non subì alcuna persecuzione. Anzi, nel 1816 fondò una banca privata e, nel 1819, la sua reputazione era già tanto ristabilita da farsi eleggere, insieme ad altri, deputato del grande collegio dell'Aisne, per il 'partito' liberale.

  • Occorre precisare che, in quei frangenti, il partito liberale non era all'opposizione, anzi godeva del sostegno del sovrano: ciò almeno dal 25 settembre 1816, quando Luigi XVIII aveva sciolto una camera a maggioranza ultra-realista (la Chambre introuvable) agevolando, nell'ottobre successivo, la elezione di una maggioranza liberale.
  • In secondo luogo, nel febbraio 1817, Luigi aveva fatto sì che il governo del duca di Richelieu facesse votare a quella maggioranza liberale una nuova legge elettorale, che prevedeva che gli elettori si concentrassero nei capoluoghi dei dipartimenti a formare un collegio elettorale e, lì, eleggevano direttamente i deputati. Una legge decisamente governativa, in quanto consentiva un diretto controllo dei collegi, da parte dei prefetti e delle autorità locali.
  • Infine, il suffragio era assai ristretto, con circa 100'000 in tutta la Francia, tanto che Méchin ottenne il primo seggio con 573 voti su 1089 votanti, mentre altri 406 iscritti non si erano presentati al seggio. La seconda volta, nel 1824, ebbe 208 voti su 404 votanti, con 39 astenuti[4][5]. La terza, il 17 novembre 1827, ebbe 195 voti su 295 votanti, con 48 astenuti.

I liberali alla maggioranza alla opposizioneModifica

Il clima politico cominciò a cambiare proprio con quelle elezioni del 1819: le potenze della Quadruplice alleanza si inquietarono per il secondo e grande successo ottenuto dai liberali e non ostacolato (se non propiziato) dal re. Tanto da provocare la caduta del primo ministro liberale Dessolles, sostituito dal meno intransigente Decazes. La rottura definitiva fra Luigi XVIII ed i liberali venne il 13 febbraio 1820, con l'assassinio del duca di Berry, figlio del fratello del re, il futuro Carlo X.
Decazes si dimise il 17 febbraio e venne rimpiazzato dal rientrante duca di Richelieu, affiancato dal Chateaubriand (notevole anti-liberale), agli esteri e dal Villèle, leader del 'partito' ultra.

Luigi XVIII affidò al nuovo governo il compito di rovesciare la maggioranza liberale della Camera dei deputati e Richelieu eseguì celermente: già a marzo 1820 impose alla Camera l'approvazione di leggi che ristabilivano la censura, con tanto di autorizzazione preventiva, aumentavano i poteri di polizia e riducevano le libertà personali. Poi, il 2 giugno ottenne l'approvazione della legge del doppio voto, un abominio giuridico che affidava il 40% dei seggi al quarto più ricco dell'elettorato, il quale già aveva votato per il primo 60%. Essa produsse un trionfo degli ultra alle elezioni del novembre 1820 della Camera dei Deputati. Con conseguente cambio di maggioranza.

Deputato di opposizioneModifica

Tali elezioni, tuttavia, non interessarono direttamente il Méchin, in quanto l'art 37 della Carta prevedeva che i deputati saranno eletti per cinque anni, e in maniera che la Camera sia rinnovata ogni anno per un quinto. Né si ricordano le sue posizioni in quel periodo di particolare debolezza del 'partito' liberale, condizionato com'era dalla generale indignazione seguita all'assassinio del Berry. E dalla perdita del consenso del re.

Comunque, Méchin difese con successo il proprio seggio il 25 febbraio 1824 ed ancora il 17 novembre 1827. Mentre la politica nazionale erano dominata dal governo del primo ministro conte di Villèle, che si appoggiava ad una maggioranza ultra-realista.

In questo periodo Méchin si distinse come brillante oratore, illustrandosi come uno dei maggiori oppositori del Villèle, votando contro le 'leggi straordinarie' (lois d'exception), una nuova legge elettorale, la conversione delle rendite.

Sostenitore del partito orelanistaModifica

In questi anni si avvicinò assai barone Sebastiani, anche lui deputato dell'Aisne, e assiduo frequentatore del Palais-Royal (la residenza parigina del duca di Orléans, il futuro Luigi Filippo.

Senza dubbio Méchin fu tra i primi ad immaginare di sostituire quest'ultimo al nuovo re Carlo X, noto reazionario, con il corollario di una nuova carta costituzionale, più liberale di quella del 1814, allora vigente.

Programmi di colpo di StatoModifica

Già nel 1823, quando Luigi XVIII, ottenuto il consenso delle potenze della Quintuplice Alleanza al Congresso di Verona, organizzò la Spedizione di Spagna, per troncare il governo liberale che governava la Spagna e reinstallare il governo assolutistico di Ferdinando VII, Méchin fu tra coloro che scommisero su un contraccolpo interno, in Francia. Egli previde che la partenza dell'esercito per una causa tanto anti-liberale, avrebbe potuto causare la caduta di Luigi XVIII e suggerì l'idea di affidare, in tal caso, la Luogotenenza del regno di Francia al duca di Orléans, in virtù di una invocazione espressa da una parte delle Camere ed da un certo ordine di militari, di funzionari e di cittadini. In pratica, un colpo stato.

Di tale progetto è restata traccia in una lettera di Méchin al de Girardin. Né gli eventi hanno consentito di valutare se essa corrispondesse ad una reale pianificazione. L'episodio è, però, estremamente interessante, in quanto esso si riferiva ad uno scenario molto simile a quello effettivamente realizzatosi nel 1830, con la Rivoluzione di luglio. Lì per lì non si ebbero esiti, in quanto la Spedizione di Spagna si rivelò un trionfo per l'esercito francese e per i Borbone, che consentì al Villèle ed al Chateaubriand di completare il reingresso della Francia nel consesso delle grandi potenze.

L'ultimo decennio dei BorboneModifica

Seguirono lunghi anni di vita parlamentare, nel corso dei quali Méchin trovò anche il tempo di pubblicare una traduzione delle Satire di Giovenale, stampate nel 1827.

La caduta dei BorboneModifica

L'indirizzo dei 221Modifica

Il vero momento di gloria della vita del Méchin venne il 18 marzo 1830, allorché la Camera dei deputati votò, con il suo concorso, il cosiddetto "Indirizzo dei 221", con il quale la maggioranza liberale eletta nel 1830 espresse la propria richiesta a Carlo X di sostituire il ministero del conservatore principe di Polignac con uno più affine alle nuove Camere.
Subito dopo l'adozione, Méchin si precipitò al Palais-Royal per comunicare il felice esito al duca di Orléans, evidentemente già addentro alla cosa.

Le ordinanze di Saint-CloudModifica

 
Jules, principe di Polignac

Carlo X e Polignac reagirono dissolvendo nuovamente l'assemblea, il 16 maggio 1830. Ma, nella sorpresa generale, i liberali vinsero le elezioni del 23 giugno e del 19 luglio. In soprannumero, i liberali si videro attribuire 274 seggi, ossia 53 più di quanti ne avessero prima della dissoluzione. L'inossidabile Méchin venne rieletto il 23 giugno, con 251 voti su 344 e 44 non partecipanti.

Di fronte alla sconfitta il re e Polignac decisero di forzare la mano alle Camere, applicando l'art. 14 della Carta che specificava come il re … fa i regolamenti e le ordinanza necessarie per … la sicurezza dello Stato. Si tratta di una riserva particolarmente estesa, in quanto non condizionata ad alcuna successiva sanzione parlamentare. I due stilarono, quindi, le ordinanze di Saint-Cloud che scatenarono la Rivoluzione di Luglio e la seconda caduta dei Borbone.

La Rivoluzione di LuglioModifica

Méchin vi ebbe un ruolo non secondario, appoggiando il 29 luglio la proposta del Guizot di creare una commissione municipale provvisoria incaricato di assicurare il governo della capitale 29 luglio 1830 e partecipando, il 30 luglio, alla delegazione che si recò al castello di Neuilly per 'scongiurare' il duca di Orléans di accettare la luogotenenza generale del Regno (come già sperato nell'ormai lontano 1823).

La Monarchia di LuglioModifica

Con la Monarchia di Luglio Méchin venne subito nominato prefetto dell'importantissimo dipartimento del Nord. Ciò che lo costrinse a dimettersi e ricandidarsi, venendo rieletto il 20 dicembre 1830, con 268 voti su 342 votanti.

Questa elezione fu però l'ultima, in quanto Méchin poteva ora aspirare ad incarichi di ben altra grandezza. Non si ripresentò alle elezioni del 1831 e venne nominato Consigliere di Stato.

Tenne l'incarico sino al 12 maggio 1840. Ma fece in tempo a sopravvivere alla caduta della Monarchia di Luglio, il regno che aveva contribuito a creare: morì, infatti, a Parigi, il 20 settembre 1849.

NoteModifica

  1. ^ Précis de mon voyage et ma mission en Italie dans les années 1798 et 1799 et relation des événements qui ont eu lieu à Viterbe depuis le 27 novembre 1798 jusqu'au 28 décembre suivant (1808, Testo integrale sulla base Gallica)
  2. ^ un dipartimento francese, consistente dei territori annessi a seguito delle campagne della prima e seconda coalizione, ad ovest del Reno ed includente la città di Colonia; oggi parte del Land della Renania Settentrionale-Vestfalia.
  3. ^ Laurent Esnault, Mémoires sur Caen
  4. ^ 193 andarono a M. de Nicolaï, di grande famiglia aristocratica, discendente di Aimar-Charles-Marie de Nicolaï, membro della Accademia di Francia e ghigliottinato il 7 luglio 1794, 21 giorni prima che la mattanza cessasse con la decapitazione di Robespierre
  5. ^ in un ridotto collegio di Soissons (allora 4º circondario dell'Aisne), e non più nel 'grande collegio' comprendente l'intero dipartimento

BibliografiaModifica

  • Guy Antonetti, Louis-Philippe, Parigi, Librairie Arthème Fayard, 2002 ISBN 2-213-59222-5
  • Adolphe Robert et Gaston Cougny, Dictionnaire des Parlementaires français, Parigi, Dourloton, 1889.
  • Fernando Funari (a cura di), Alexandre-Edme Mèchin. Memorie: il romanzo della resistenza viterbese nel biennio giacobino 1798-1799, Terni-Viterbo, Edizioni Archeoares, 2011 ISBN 978-88-96889-32-9

Voci correlateModifica

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