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Angelo Epaminonda, detto il Tebano (Catania, 28 aprile 1945aprile 2016[1]), è stato un criminale e collaboratore di giustizia italiano, attivo nel corso degli anni settanta e ottanta, soprattutto nella città di Milano.

Indice

BiografiaModifica

IniziModifica

Nato a Catania il 28 aprile del 1945, ancora bambino si trasferisce con la famiglia a Cesano Maderno, in Brianza, dove il padre, di professione scalpellino, tenta di sfuggire ai numerosi debiti di gioco accumulati. Minorenne, mette incinta una ragazza di origine veneta e, pertanto, si trova costretto a sposarla. Cambia spesso lavoro perché non riesce ad accettare le gerarchie e con lo stipendio da dipendente non può mantenere i suoi crescenti vizi: le donne, le carte e la cocaina. In seguito, il suo secondo figlio muore di polmonite a pochi mesi di vita. Il rapporto con la moglie si deteriora sempre di più, per i suoi tradimenti, le sue lunghe assenze da casa e la scarsa voglia di lavorare e condurre una vita familiare.

L'ascesa al crimineModifica

Inizia a frequentare alcuni locali e night del centro di Milano, frequentati allo stesso tempo dalla Milano Bene e dalla Mala. Inizia a compiere piccole truffe e alcune rapine in banca finché entra nel giro del potente boss della Milano dell'epoca, Francis Turatello, allora re indiscusso delle bische clandestine, che gli affida la gestione di alcune di esse.

Tra gli anni settanta e ottanta a Milano si contavano in media 150 omicidi all'anno. Proprio in quel sanguinoso contesto Epaminonda prese il posto di Turatello, e divenne il nuovo referente lombardo della mafia catanese.[2]

Nell'inverno 1979 è autore della celebre strage di Via Moncucco, al ristorante "La strega", in cui persero la vita 8 persone.

Gestisce diverse bische tra Imola e Riccione. Le prende tutte, sottomette i gestori e ne uccide due, il primo perché non voleva sottostare alle regole imposte e l'altro per dare una dimostrazione ad un altro gruppo di mafiosi. Si chiamavano Calogero Lombardo e Arcangelo Romano, uccisi nel 1983 e nel 1984. Uno a San Giuliano Mare, l'altro a Igea Marina[3].

Arrestato la prima volta nel 1980 per sequestro di persona, ma assolto per insufficienza di prove, fu rispedito in carcere il 30 settembre 1984 accusato di essere il mandante dell'omicidio di Turatello.

Il pentimentoModifica

Dopo l'arresto, Epaminonda è stato il primo pentito di mafia a Milano. Ha confessato al magistrato milanese Francesco Di Maggio di aver ordinato o di essere stato complice di 17 omicidi, ricostruendone un totale di 44. Ha ammesso di aver gestito imponenti traffici di cocaina, in aggiunta al controllo del gioco d'azzardo e di alcuni casinò, ma ha sostenuto di non aver mai fatto vendere un solo grammo di eroina. Ai poliziotti che lo arrestarono Epaminonda fece i complimenti perché erano riusciti a scoprire la sua parola d'ordine e a pronunciarla in dialetto catanese. Le sue rivelazioni hanno consentito ai magistrati milanesi di arrestare 120 persone.

Il processo a Epaminonda, che fu il primo maxiprocesso a Milano, fu addirittura teatro di una sparatoria: il catanese Jimmy Miano sparò contro il presunto mandante dell'omicidio Turatello nell'aula bunker di San Vittore a Milano. Pur certificando il suo importante contributo alle inchieste antimafia, i giudici della corte d'assise inflissero al boss 29 anni di carcere, confermati sia in appello che in Cassazione. Una condanna che Epaminonda scontò quasi totalmente fuori dal carcere grazie alle normativa sui pentiti.

Nel 2007 Epaminonda è tornato in libertà cambiando per ragioni di sicurezza i propri dati anagrafici. Si è allora trasferito in una località segreta assieme alla sua famiglia.

È morto nell'aprile 2016 all'età di 71 anni, ma la notizia è trapelata solo nel dicembre successivo.[4]

CuriositàModifica

Nel libro Epaminonda racconta del rapporto con alcuni personaggi dello spettacolo ai quali vendeva cocaina, come Walter Chiari e Franco Califano. Racconta inoltre di quando fu visitato e operato dall'oncologo Umberto Veronesi e quando Turatello offrì rifugio al latitante Graziano Mesina.

NoteModifica

BibliografiaModifica

  • Angelo Epaminonda. Io, il Tebano. A cura di Antonio Carlucci e Gian Paolo Rossetti. Interno Giallo Editore, febbraio 1991.
  • Cristiano Armati. Italia criminale. Quella sporca dozzina. Personaggi, fatti e avvenimenti di un'Italia violenta. Roma, Newton Compton Editori s.r.l., 2006. ISBN 88-541-0726-3.
  • Carlo Lucarelli, Milano calibro 9, in Storie di bande criminali, di mafie e di persone oneste, 1ª ed., Einaudi, 2008, pp. 66-118, ISBN 978-88-06-19502-1.

Voci correlateModifica

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