Arpocrate

G5Q3A17
Arpocrate (ḥr p3 ẖrd)
in geroglifici

Arpocrate (in greco antico: Ἃρποκράτης, -ους, Arpokrátes, in latino: Harpŏcrătēs, -is) è una divinità egizia appartenente alla religione dell'antico Egitto, corrispondente all'antichissimo dio Hor pa khred, ossia Horo il fanciullo e che identificava il figlio di Iside ed Osiride. Era anche la forma sincretica del dio Horo, del quale incarnava l'aspetto di figlio di due divinità.

Bronzetto di Arpocrate, Bagram, Afghanistan, II secolo d.C.

Storia e cultoModifica

Citato nei Testi delle piramidi, sviluppò il culto vero e proprio solo in Bassa Epoca e come erede terreno del padre divenne l'incarnazione della monarchia fin dal periodo predinastico.

A partire dal Terzo periodo intermedio il suo culto divenne sempre più popolare e l'iconografia più diffusa lo rappresentava come un bambino stante o in braccio alla madre Iside, mentre si portava un dito alla bocca ad indicare che era il dio del silenzio[1]. Jean-Pierre Corteggiani, nel suo libro L'Égypte ancienne et ses dieux dice che il dito sulla bocca non è che un atteggiamento tipico dell'infanzia che gli autori classici hanno frainteso, pensando in un invito al silenzio. In realtà il simbolo fatto con la mano altro non è che la rappresentazione del geroglifico bambino. Arpocrate fu scambiato dai greci come dio del silenzio ma in realtà è la rappresentazione di Horus bambino.

Il mito egizio più diffuso descrive Horus quale figlio di Osiride, il re divino ucciso e smembrato dal fratello malvagio Seth, e concepito dopo che la madre Iside aveva recuperato le parti del corpo del marito, avvolgendole con le bende e inventando in tal modo la mummificazione. Iside nascose il bambino fra i papiri della palude del Delta del Nilo, un’area di confine fra la sfera umana e quella divina. Al riparo dal maligno Seth, Horus crebbe e riconquistò il trono del padre.[2] Ma il piccolo, cui venne dato il nome Arpocrate, rimase nel suo “ruolo di base, per sempre un bambino, un riferimento e prototipo di tutti i bambini futuri”.[3]

Altro elemento tipico di Arpocrate era la sua testa completamente rasata, ad eccezione di una treccia che gli ricadeva sul suo lato destro. La sua statua si trovava all'ingresso di quasi tutti i templi, per indicare che in quel luogo si onoravano gli Dei col silenzio, ovvero, secondo Plutarco, gli uomini che avevano una imperfetta cognizione della Divinità non dovevano parlarne che con rispetto[1]. Gli antichi portavano spesso scolpita nei loro sigilli una figura d'Arpocrate, ad indicare che il segreto delle lettere andava conservato fedelmente.

L'immagine di Iside che allattava il figlio ispirò, secondo alcuni, successivamente i Copti nell'iconografia della Vergine con il bambino.

Anche se di origini egiziane, soprattutto dell'area del Basso Egitto, il suo culto venne presto adottato anche nell'area greca e romana, dove rappresentò il dio del silenzio, con il dito alla bocca e cinto di un mantello cosparso di occhi e di orecchi.

 
Sigillo con la figura di Arpocrate (periodo tolemaico)

Età modernaModifica

In età moderna, soprattutto nel corso del Seicento, molti eruditi, come ad esempio Ralph Cudworth, ripresero la figura di Arpocrate come esempio e metafora della discrezione in ambito politico e dell'approccio esoterico alla conoscenza[4].

MitoModifica

Narra la mitologia, che il fanciullo fu punto da uno scorpione, guarì grazie alla magia della madre, divenendo così il simbolo delle guarigioni. L'amuleto che lo raffigurava in piedi, su un coccodrillo, mentre tiene in mano dei serpenti, era considerato di buon auspicio in caso di malattia.

Il mito lo volle anche vendicatore del padre nei confronti di Seth.

Nella cultura di massaModifica

Arpocrate compare come uno degli dei ostaggio del trumvirato composto da Nerone, Commodo e Caligola nella collana dei libri Le sfide di Apollo (La tomba del tiranno) di Rick Riordan.

NoteModifica

  1. ^ a b F. S. Villarosa, Dizionario mitologico-storico-poetico, vol. I, Napoli, Tipografia Nicola Vanspandoch e C., 1841, p. 45.
  2. ^ Langmuir, p. 22.
  3. ^ Meeks, Favard-Meeks, p. 78.
  4. ^ Alessio Miglietta, Lo sguardo e il silenzio. Le ragioni del Newton più occulto, in Anthropos & Iatria, XVIII, n. 1, Genova, Nova Scripta, gennaio 2014, pp. 42-43.

BibliografiaModifica

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