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Diagramma di paragone tra la determinazione dei prezzi nelle economie capitalista e dirigista

Il capitalismo di Stato è un sistema economico in cui i mezzi di produzione sono stati nazionalizzati e appartengono allo Stato. L'espressione è stata coniata da parte della critica bordighista all'Unione Sovietica staliniana e post-staliniana in contrapposizione alle teorie trotskyste sugli Stati operai deformati per cercare di descriverne il sistema economico-sociale.

Successivamente l'espressione capitalismo di Stato è stata usata più estesamente per designare ogni intervento pubblico nell'economia anche all'interno di Paesi politicamente liberalcapitalisti. La locuzione è estendibile non solo alle proprietà dello Stato in senso lato, ma a tutte quelle pubbliche (comunali ad esempio). Ogni nazione ha una parte di capitalismo di Stato. In generale gli Stati Uniti storicamente hanno avuto livelli bassi di tale sistema mentre secondo Bordiga all'opposto vi era l'Unione Sovietica e gli altri Paesi a democrazia popolare. A livelli intermedi si trovano gli Stati europei in cui, come in Jugoslavia, era preponderante il capitalismo di Stato.

StoriaModifica

Storicamente ogni Paese ha visto operare una qualche forma di capitalismo di Stato all'epoca della accumulazione originaria del proprio capitale. Lo Stato infatti operava quale leva dell'accumulazione mediante il fiscalismo e accollandosi le grandi opere infrastrutturali così come i grandi trasporti (vedia la nazionalizzazione delle ferrovie nell'Italia post-unitaria) laddove il capitale privato non sarebbe stato in grado di operare. Successivamente all'affermarsi dell'imperialismo e soprattutto come risposta alla crisi del 1929 le grandi potenze capitalistiche occidentali hanno riorganizzato la propria economia statale sotto forma di capitalismo monopolistico di Stato.

Politicamente l'etichetta capitalismo di Stato, applicata soprattutto all'Unione Sovietica, ma anche ai Paesi consimili (democrazie popolari quali Cina e Cuba, tra le altre) era ed è un modo per criticare la mancata gestione dell'economia da parte delle masse lavoratrici e mettere in dubbio alla fine che si tratti realmente di un'economia socialista. L'espressione è stata usata da Karl Kautsky,[1] Lenin[2] (con riferimento alla NEP), Amadeo Bordiga (che preferiva in realtà parlare di industrialismo di stato in quanto ad esempio l'agricoltura, ma non solo, era in maggioranza in regime semi-privatistico, vedi i kolchoz), Onorato Damen, Arrigo Cervetto, Anton Pannekoek, Emma Goldman e Karl Korsch. In un sistema del genere il capitalismo e i suoi meccanismi di sfruttamento del proletariato non sono soppressi perché il fatto che la proprietà privata dei mezzi di produzione sia abolita e quindi la borghesia non ne abbia più il controllo determina solo la sostituzione della moltitudine dei capitalisti con un unico grande capitalista costituito dallo Stato, il quale diventa quindi il nuovo soggetto che attua lo sfruttamento del proletariato tramite l'appropriazione del plusvalore.

Nelle aziende statali la direzione del lavoro era affidata a burocrati di nomina politica, sovente incompetenti e suscettibili di corruzione e disinteressati al buon funzionamento dell'azienda e alle condizioni dei lavoratori. Questa situazione comportava problemi rilevanti negli stati la cui economia era interamente basata su aziende statali. Il primo è la necessità di mantenere un ambiente illiberale in ambito lavorativo e più esteso in generale in tutta l'organizzazione statale per tacitare le probabili critiche dei lavoratori ai loro dirigenti e quindi a tutto il sistema. Il secondo riguarda la bilancia commerciale nelle esportazioni coi Paesi capitalisti, deficitaria a causa della vendita sottocosto di prodotti a Paesi capitalisti in cambio di percentuali illegalmente elargite ai dirigenti aziendali dei Paesi statalisti. Questo si sostiene sia il motivo per cui la finanza internazionale ha tollerato (se non sostenuto) la nascita e l'esistenza di Stati dirigisti fino a quando essi caddero da sé.

La distorsione nel sistema commerciale provocata dall'assenza delle più elementari regole di mercato portava dei risvolti che risultavano evidenti nella formazione di lunghe code davanti ai negozi. Per quanto riguarda i beni non di prima necessità invece ci si regolava col sistema delle liste d'attesa. Ad esempio per l'acquisto di un'automobile nell'Uione Sovietica degli anni ottanta arrivava il proprio turno per l'acquisto in media dopo tre o quattro anni. Questa situazione provocava inevitabilmente un esteso mercato nero delle merci, soprattutto di quelle straniere, gestito dalla Organizatsya, la mafia russa. Questo sistema consentiva ai ricchi di accedere a prodotti altrimenti irreperibili, tanto meno senza fare la fila. Era quindi tollerato in ambienti politici in quanto politici comunisti erano gli unici ricchi.

NoteModifica

  1. ^ in Terrorismo e comunismo del 1919
  2. ^ in Dell'imposta in natura del 1921

BibliografiaModifica

  • Sabino Cassese, Partecipazioni pubbliche ed enti di gestione, Collana di studi e documenti sul settore pubblico dell’economia, Ciriec, Milano, Edizioni di Comunità, 1962, pp. 1-223.
  • Luigi Giugni, Le imprese a partecipazione statale, Napoli, Jovene, 1972.
  • Pasquale Saraceno, Il sistema delle imprese a partecipazione statale nell'esperienza italiana, Milano, Giuffrè, 1975.
  • Bruno Amoroso - Ole Jess Olsen, Lo stato imprenditore, Bari, Laterza, 1978.
  • Nico Perrone, Il dissesto programmato. Le partecipazioni statali nel sistema di consenso democristiano, Bari, Dedalo Libri, 1991 ISBN 88-220-6115-2.
  • Nico Perrone, Economia pubblica rimossa, Milano, Giuffrè, 2002 ISBN 88-14-10088-8.

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