Castello di Inici

Castello di Inici
Il castello di Inici.JPG
Il lato meridionale del castello di Inici
Ubicazione
StatoRegno di Sicilia
Stato attualeItalia Italia
RegioneSicilia
CittàCastellammare del Golfo
Informazioni generali
TipoBaglio turrito
Inizio costruzioneprima del 1535[1]
MaterialeMuratura di pietrame informe e calcarenite con malta
Condizione attualeStato di abbandono
Proprietario attualePrivati
Visitabile
Informazioni militari
EventiNel 1968 un terremoto ha provocato notevoli danni all'intero edificio; nel 1998 è crollata la torre
Crollo della Torre del Castello d'Inici
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Il castello d'Inici è un castello che sorge nel lato sud del Monte Inici in Val di Mazara, nel territorio del comune di Castellammare del Golfo. Nel XVI secolo fu proprietà dei Sanclemente, baroni di Inici.

StoriaModifica

Le origini miticheModifica

Circa l'origine del castello sono due le ipotesi più accreditate: secondo lo storico Tummarello[2] fu al centro della mitica città di Inico, un antichissimo insediamento di origine verosimilmente preromana, dalla quale trae il suo nome essendone stato il castello; lo storico Pietro Longo e molti altri sostengono invece che alle falde del Monte Inici, dove oggi sorge il castello, sia esistita l'antichissima città di Atala, fondata dal troiano Aceste in onore della moglie e adducono come prova il fatto che, ai loro tempi, lungo il confine tra il feudo di Inici e quello di Balata, nella parte sud-ovest "sotto il cosiddetto Beveratoio dei Parchi, si trovano rottami di tegoli, mattoni, avanzi di antiche fabbriche e anche alcuni zoccoli di colonne"[3].

Dall'XIII al XV secoloModifica

Dopo la sua costruzione, avrebbe visto il susseguirsi di più proprietari. Col tempo, attorno alla torre del castello si sarebbe poi sviluppato il primo cortile; questa torre, nella quale fu ospitato Carlo V d'Asburgo nel 1535, si ipotizza sia stata edificata nell'anno mille, come si apprende da una delle lapidi del castello:

«... la torre sorse al mille indice di posa e sicurezza al viandante...»

La torre è crollata nel 1998.

In epoca sveva troviamo un primo feudatario che, a detta del Barberi, sembra essere stato il dominus Nicoletto Asmundo, abitante in Calatafimi e falconiere dell'imperatore Federico II, il quale vendette il territorio con terre lavorative, selva e foresta denominato Inici (non si parla però né di un castello né di una torre) a Gilberto Abate, di Trapani, per la somma di 1750 tarì l'8 marzo 1234. A partire da questa data il territorio di Inici rimase alla famiglia Abate fino al 1349: il 13 gennaio di quell'anno moriva infatti Filippa De Milite, moglie di Nicola Abate, la quale aveva ereditato Inici il 5 febbraio 1348[4].

Dal XV al XVI secoloModifica

 
Lato occidentale del castello di Inici
 
Torre del XVI secolo situata tra i due cortili e adiacente alla chiesa

Nel 1408 furono proprietari del territorio di Inici i Mannina; dopo il matrimonio tra Bartolomea Mannina e Giovanni Sanclemente, Inici passò ai Sanclemente, che ne diventarono baroni. Apprendiamo infatti da Giuseppe Castronovo[5] che:

«Della baronia di Inici nel 1507 fu investito da Ferdinando il Cattolico un Simone Sanclemente, per lettere di investitura date nel Castel Nuovo di Napoli a 22 febbraio IV indizione dello stesso anno.»

Pertanto Inici divenne - insieme a Bayda ed Arcodaci - baronia feudale nel territorio sotto la giurisdizione di Monte San Giuliano. I cittadini Erice avevano - in questi feudi - il diritto, spesso contrastato dai baroni, di legnagione e cacciagione. Ancora nel XVI secolo sembra che la doppia corte non vi fosse e che quindi la struttura si articolasse su un unico cortile e che tuttavia - come scrive lo storico ericino Antonio Cordici - a partire dal 1574 comprendesse una chiesa (si tratta forse chiesa della Madonna della Mendola) adiacente ad una torre verosimilmente risalente allo stesso periodo. In questo periodo il castello divenne luogo di sosta e ricovero dei viaggiatori in transito verso Trapani o verso Palermo.

Prima notizia certa riguardante la torre di Inici si riferisce ad un episodio del XVI secolo. Nel 1535, dopo aver condotto con successo la conquista di Tunisi, Carlo V d'Asburgo passò da Inici, dove fu ospitato per una notte da Giovanni Sanclemente, suo compagno d'armi a Tunisi[6], e alloggiato in una stanza della torre, nella quale - in memoria dell'evento - si tenne pendente dalla parete il suo ritratto. L'imperatore passeggiò tra gli uliveti di quel feudo e si fermò all'ombra di un vecchio ulivo. Presso quell'albero sgorgava un ruscello, che venne chiamato in suo onore l'"Acqua dell'Imperatore"[7].

In quella occasione, il poeta alcamese Sebastiano Bagolino scrisse alcuni versi celebrativi del momento:

«Cæsaris hospitio quondam dignata superbo
Æternum in libris vive, Olea, alma meis:
Te tetigit manus illa Ducis, quem bella gerentem
Horruit in summis Africa tonsa jugis.
Jam pridem Hic miseræ delevit mœnia Byrsæ,
Erexitque suo clara trophæa Jovi.
Victor io, Bellator, io: ruit agmen equorum;
Fugit & ad patrias Arriadenus aquas.
Hoc duce, (tanta fuit vis, & clementia danti)
Amissas raparat Rex Molvassas opes.
Post hæc facta, tua fessus requievit in umbra,
Legit & e ramis debita serta tuis.»

Nel 1597, Donna Allegranza Sanclemente donò, insieme ad altre proprietà, il castello e il territorio di Inici ai Gesuiti.

Dal XVII al XVIII secoloModifica

All'inizio del XVII secolo, dopo la morte della baronessa, avvenuta il 5 maggio del 1599, i Gesuiti presero possesso del castello e del feudo. Con il loro avvento, alla corte principale se ne affiancò una seconda sulla quale si affacciavano le stalle e nuovi magazzini; della struttura a doppia corte ne abbiamo notizia grazie alla carta di Samuel von Schmettau del 1720. Negli anni in cui Inici appartenne alla Compagnia di Gesù, tanto il castello quanto il feudo conobbero un periodo di prosperità; grazie alla scrupolosa amministrazione del Collegio di Trapani si registrò infatti un notevole sviluppo agricolo ed economico: i gesuiti resero questo vastissimo latifondo una delle aziende agricole più produttive della Sicilia[8].

Dal XVIII al XIX secoloModifica

Dopo la cacciata dei Gesuiti nel novembre del 1767, il castello fu acquistato, insieme al ex-baronia, il 20 febbraio 1780 per la somma di 35000 onze da Giuseppe Pappalardo, prestanome del marchese Agostino Cardillo, figlio di un funzionario di Carlo III che era stato di recente nobilitato. Fino al 1870 il castello rimase ai Cardillo per passare poi agli Alliata. A questo periodo risalgono opere di rinnovamento e ampliamento che hanno interessato la corte interna.

Dal XX secolo ad oggiModifica

 
Ingresso del castello di Inici: si trattava di un passaggio coperto da una volta a botte e delimitato da due archi in pietra calcarea; la volta e uno dei due archi sono crollati a seguito del terremoto del 1968

Ancora nel 1960 l'enorme complesso del castello risultava abitato; nel censimento del 1961 gli abitanti risultavano infatti essere una cinquantina e il castello, articolato com'è in due cortili, fungeva un po' da centro della contrada che, nel censimento dello stesso anno contava circa 400 abitanti. Nel castello erano l'ufficio postale, la caserma dei carabinieri e la scuola. Il terremoto del 1968 danneggiò molto gravemente l'intera struttura che negli anni successivi conobbe un periodo di crescente abbandono che portò, nel 1998, al crollo della torre medievale[9][10].

La chiesa della Madonna della MendolaModifica

Nella parte centrale del castello, adiacente alla torre che collega i due cortili, si trova una chiesa; essa potrebbe forse coincidere con la chiesa della Madonna della Mendola, che fu edificata nel 1574 (ma potrebbe anche essere una chiesa diversa); sicuramente la chiesa della Madonna della Mendola si trovava nel feudo di Inici, scrive infatti lo storico ericino Antonio Cordici:

«Nel fego Inici è la chiesa della Madonna della Mendola, fabbricatavi negli anni del Signore 1574 in onore di una Immagine fattavi dipingere da Marco Zichichi montese. Il quadro di questa Madonna fattosi chiaro per le gratie, che molti ne ottennero, fu coperto di Chiesa, e perché tuttavia cresceva la devozione, la università del Monte li fece a sue spese una campana, che in processione solenne gliela portò nel 1589, con versi scolpiti nella campana.»

Tali versi erano:

«Campanam templo ponit cui mendula nomen
cum cetu supplex urbs erycina dedit
protege diva parens erycinos, protege fines
quos habitas: humiles suscipe virgo preces.»

Della presenza di questa chiesa ne abbiamo poi testimonianza certa nell'illustrazione allegata all'opera di Bonaventura Provenzano, datata 1660[11].A partire dal XVII secolo la chiesa, insieme al castello ed alla baronia, passò al Collegio di Trapani, che fu attento nell'adattarla ai canoni del sofisticato barocco siciliano arricchendola di stucchi e affreschi: nel 1738 fu affidato al pittore trapanese Domenico La Bruna l'incarico di realizzare sulle pareti della chiesa una serie di affreschi raffiguranti la vita dei Santi. Oggi questi affreschi sono conservati nella Chiesa Madre di Castellammare del Golfo.

NoteModifica

  1. ^ Luciano Cessari e Elena Gigliarelli, Il centro storico di Castellammare del Golfo, Roma, Cangemi, 2006, p. 20.
  2. ^ V.Tummarello, "Sulle origini della città di Erice", pag. 11
  3. ^ P.Longo, "Ragionamenti Storici sulle colonie de' trojani in Sicilia", Palermo 1810, vol. XI, pag. 187"
  4. ^ Giovanni Luca Barberi, Repertorio della feudalità siciliana (1282 - 1390), Le famiglie feudali (PDF), su storiamediterranea.it, 17-19.
  5. ^ G.Castronovo, "Erice, oggi Monte San Giuliano", Palermo 1873, vol. I, pp. 159-161
  6. ^ Salvatore Dalia, Il viaggio e i luoghi di Carlo V in Sicilia, su iluoghidellasorgente.wordpress.com.
  7. ^ Giovanni Andrea Massa, La Sicilia in prospettiva, Palermo, Francesco Cichè, 1709, p. 318.
  8. ^ "La Sicilia" 30/12/1998
  9. ^ "La Repubblica" 30/12/1998
  10. ^ "La Repubblica" 31/12/1998
  11. ^ B.Provenzano, "Chronica di Erice", 1660, vol. II

BibliografiaModifica

  • Giovanni Luca Barberi, "I capiverbi III, I feudi di Val di Mazara" (a cura di G. Silvestri), Palermo 1888
  • Federica Ribera, "Luci tra le Rocce. Colloqui internazionali "Castelli e città fortificate". Storia, recupero, valorizzazione", Alinea Editrice, Salerno 2004
  • Salvatore Costanza, "La patria armata: un episodio della rivolta antileva in Sicilia", Corrao Editrice, Trapani 1989

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