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BiografiaModifica

Origini e dedizione a Casa SavoiaModifica

Nato a Torino il 10 febbraio 1763 da Roberto e Giustina Genolla Taparelli (morta nel dare alla luce il figlio[1]), Cesare, come tutti i nobili savoiardi, seguì un rigido addestramento militare che lo vide, nel corso della giovinezza, servire in vari reggimenti in diverse città del Regno[2][3]. Sposatosi nel 1788 con Cristina Morozzo di Bianzè, Cesare partecipò alla prima coalizione antifrancese del 1792 (durante la quale fu preso prigioniero[4]) servendo fedelmente prima Vittorio Amedeo III e poi, dopo il trattato di Cherasco del 1796, il successore Carlo Emanuele IV, offrendosi in ostaggio al posto del sovrano pur di lasciarlo a guida del Paese[2][5]. Quando poi Carlo Emanuele fuggì in Sardegna e gli Stati sabaudi furono occupati dalle truppe rivoluzionarie francesi, il d'Azeglio rimase legato alla causa dinastica fino al ritorno di Napoleone dalla Campagna d'Egitto e la vittoria di Marengo[6].

Da Napoleone alla RestaurazioneModifica

Cesare e la sua famiglia trovarono rifugio momentaneo a Firenze ove, nel 1800, conobbe il compatriota Vittorio Alfieri, con cui strinse amicizia[2]. L'esilio fiorentino durò fino al 1807, quando un decreto napoleonico costrinse tutti i fuoriusciti piemontesi a rientrare in patria: Cesare vi si adeguò, ma non partecipò mai alle iniziative dei dominatori, ma le combatté con la fondazione d'ispirazione nazionale dell'Accademia dei Concordi[2][7]. Nel 1814, dopo il crollo dell'Impero Napoleonico e il ritorno a Torino di Vittorio Emanuele I, fu nominato da quest'ultimo ambasciatore presso papa Pio VII per regolare i rapporti tra Regno di Sardegna e Chiesa ma, davanti alle pretese regalistiche della corte sabauda il d'Azeglio, fedele cattolico, presentò le sue dimissioni da plenipotenziario[2].

Gli ultimi anniModifica

Rimasto vicino ai Savoia durante i moti del 1820-21 (anche se fu indignato dell'abdicazione di Vittorio Emanuele[2][8]), fu creato nel 1828 "grande di Corona" in segno di riconoscimento di fedeltà alla dinastia. Morì a Genova il 26 novembre 1830[9].

Il cattolicesimo militanteModifica

Dall'Amicizia cristiana all'Amicizia cattolicaModifica

Fin dal 1788, Cesare d'Azeglio iniziò un profondo rinnovamento spirituale, passando da una fede formale ad un decisivo impegno nel servizio della fede cattolica. In quell'anno, infatti, entrò a far parte dell'associazione l'Amicizia cristiana, fondata a Torino nel 1775 dal gesuita Diessbach, la quale si proponeva di combattere le idee illuministiche e il giansenismo attraverso l'attiva partecipazione degli aderenti alla morale cattolica e l'impegno intellettuale nella società[10][11].

Dopo la disgregazione del Regno di Sardegna e l'esilio fiorentino, D'Azeglio fondò la rivista L'Ape, rivista cattolica vicina alle posizioni ultramontaniste di René de Chateaubriand e Giovanni Marchetti e sostenitrice delle prerogative papali davanti alle riforme ecclesiastiche rivoluzionarie tendenti alla creazione di un clero nazionale[2].

Il periodo più importante periodo della vita del cattolico d'Azeglio fu però il decennio tra il 1817 e il 1828 allorché, sulla scia della Restaurazione, L'Amicizia cristiana fu rifondata sotto il nome de L'Amicizia cattolica, di cui il d'Azeglio medesimo divenne il presidente[2][12]. L'associazione, sostenuta dal venerabile Pio Brunone Lanteri degli Oblati di Maria[12] e più tardi dallo stesso re Carlo Felice, si proponeva gli stessi scopi dell'antica associazione pre-rivoluzionaria. Nel 1822, divenne redattore della rivista

L'Amico d'Italia, ufficialmente distinto dall'Amicizia Cattolica ma in realtà «un [suo] completamento»[2], al quale partecipò anche Antonio Rosmini[13].

Verso il 1825, però, gli organi capeggiati dal D'Azeglio furono sempre più osteggiati da ambienti di corte, alcuni ambienti telogici dell'Università di Torino e anche dal ministro degli esteri russo Nesselrode, i quali vedevano nell'Amico d'Italia una longa manus dei clericali per conquistare appieno il potere[2]. Davanti alle pressioni congiunte di questi ambienti, nel 1828 l'Amico d'Italia perse il sostegno regio e nel 1829 terminò, anche per la cattiva salute del D'Azeglio, le sue pubblicazioni[2].

La Lettera sul RomanticismoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Opere di Alessandro Manzoni § Lettera Sul romanticismo al Marchese Cesare D'Azeglio (1823) e Pensiero e poetica di Alessandro Manzoni § L'illuminismo manzoniano. Dagli esordi giacobini alla Lettera sul Romanticismo.

Cesare d'Azeglio è ricordato, però, soprattutto per essere stato il destinatario della lettera che il futuro consuocero, lo scrittore milanese Alessandro Manzoni, gli inviò nel 1823[14]. In tale lettera, l'allora massimo esponente del romanticismo italiano cercò di chiarire la natura della poetica romantica, mal vista dal tradizionalista D'Azeglio, ancorato ancora al neoclassicismo settecentesco[15]. Oltre a ribadirne il valore morale, il futuro autore de I Promessi Sposi difese la scelta di scegliere il romanticismo in quanto rispondeva alla necessità del vero, rifiutava la mitologia per essere coerente con la religione cristiana da lui professata e il valore "sociale" ed "educativo" che tale movimento aveva, riassunto nel celebre asserto:

«[...] Il principio, di necessità tanto più indeterminato quanto più esteso, mi sembra poter esser questo: Che la poesia, e la letteratura in genere debba proporsi l'utile per iscopo, il vero per soggetto, e l'interessante per mezzo.»

DiscendenzaModifica

Cesare d'Azeglio, come ricordato prima, sposò nel 1788 Cristina Morozzo di Bianzè (1760-1838), da cui ebbe otto figli[2][16]:

  • il primo morto appena nato
  • altri quattro premorti al padre in tenera età (Metilde nel 1813, Enrico nel 1824, Giuseppe Luigi poco dopo la sua nascita nel 1796, e Melania nel 1807)
  • Roberto
  • Prospero-Luigi, futuro gesuita
  • Massimo d'Azeglio

NoteModifica

  1. ^ D'Azeglio, p. 20.
  2. ^ a b c d e f g h i j k l Verucci.
  3. ^ D'Azeglio, pp. 25-28.
  4. ^ D'Azeglio, p. 45.
  5. ^ D'Azeglio, p. 74.
  6. ^ D'Azeglio, pp. 74-75.
  7. ^ Dimivi.
  8. ^ D'Azeglio, 2, pp. 4-5.
  9. ^ Così Verucci; il D'Azeglio, in D'Azeglio, 2, p. 325, afferma invece che il padre morì il 29 novembre del 1831.
  10. ^ Verucci:

    «Questa associazione era nata con l'intentodi opporsi ai principi dell'illuminismo, del razionalismo e del giansenismo, considerati eversivi della società religiosa e di quella politica, collocandosi sullo stesso terreno degli avversari: unendo cioè i cattolici in una organizzazione segreta come quelle che si volevano combattere, e che si proponeva, oltre a una purificazione religiosa dei suoi membri, la diffusione, soprattutto mediante i libri, dei principi cristiani; costituita principalmente di ecclesiastici, essa aveva i caratteri di una congregazione religiosa.»

  11. ^ Dimivi:

    «L’associazione aveva come finalità di opporsi al giansenismo, considerato eversivo dei principii religiosi. Gli iscritti si proponevano soprattutto la diffusione, mediante libri, del pensiero cristiano.»

  12. ^ a b Cesare d'Azeglio.
  13. ^ Verucci:

    «Su invito rivoltogli nel 1821 dall'A[zeglio], Rosmini collaborò e procurò collaboratori all'Amico d'Italia, e fondò nel 1819 un'Amicizia Cattolica a Rovereto, con l'aiuto del gruppo torinese.»

  14. ^ Ferroni, p. 238.
  15. ^ Verucci, nel ricordare il rifiuto di Manzoni a partecipare all'Amico d'Italia, ricorda l'opinione del d'Azeglio sul romanticismo:

    «Analogo invito rifiutò invece il Manzoni, cui non poteva piacere, oltre che, probabilmente, l'indirizzo politico-religioso dell'Amicizia Cattolica e del suo giornale, la difesa che in questi ambienti si faceva del classicismo contro la nuova poetica romantica: fu proprio in risposta a una pur cauta lettera dell'A[zeglio] su questa questione che il Manzoni scrisse nel 1823 la sua Lettera sul Romanticismo, poi stampata nel 1846.»

  16. ^ Si veda anche il profilo di Cassiglioli su geni.it

BibliografiaModifica

Voci correlateModifica

Collegamenti esterniModifica

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