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Cato Maior de senectute

opera di Marco Tullio Cicerone
(Reindirizzamento da De senectute)
Sulla vecchiaia
Titolo originaleCato Maior de senectute
Altri titoliDe senectute
Patrizio Torlonia.jpg
Ritratto di Catone il Censore
AutoreMarco Tullio Cicerone
1ª ed. originale44 a.C.
Generedialogo
Sottogenerefilosofico
Lingua originalelatino

«Ciascuna parte della vita ha un suo proprio carattere, sì che la debolezza dei fanciulli, la baldanza dei giovani, la serietà dell'età virile e la maturità della vecchiezza portano un loro frutto naturale che va colto a suo tempo.»

Cato Maior de senectute (Catone il Vecchio, sulla vecchiaia) è un'opera filosofica scritta da Cicerone nel 44 a.C., ovvero poco prima della morte, e dedicata all'amico Attico. Composta di 23 capitoli, ha la forma di un dialogo che s'immagina sia accaduto nell'anno 151, quando il personaggio che dà il titolo all'opera (famoso anche come Catone il Censore) aveva già 83 anni. Egli conversa con l'amico Gaio Lelio Minore (190 a.C. - 129 a.C.) e con Publio Cornelio Scipione Emiliano (184-185 a.C. - 129 a.C.), nipote adottivo del più famoso Africano, entrambi molto più giovani di Catone.

Il dialogo è introdotto - dopo la dedica ad Attico - dalle parole di Scipione che esprimono la meraviglia sua e di Lelio per la serenità con la quale Catone vive la vecchiaia. Catone inizia così la sua pacata argomentazione: prende in esame le critiche comunemente rivolte alla vecchiaia e le confuta, con esempi tratti dalla storia greca e romana. Le accuse esaminate sono: la debolezza e decadenza fisica; l'attenuarsi delle capacità intellettive; l'impossibilità di godere dei piaceri dei sensi; la bizzarria del carattere e l'avarizia.

La conversazione approda con naturalezza al tema della morte e della paura che essa suscita. Catone osserva che la morte o è il nulla (e in tal caso nulla vi è da temere, secondo la concezione epicurea), o significa una vita migliore per chi ha vissuto con rettitudine. Infine, riflette, è contraria all'esperienza la consuetudine di accostare il pensiero della morte solo alla vecchiaia: tanti giovani vedono la loro età fiorente stroncata da una morte prematura.

Infine, Catone passa al tema dell'immortalità dell'anima. Richiama per sommi capi le dottrine pitagoriche e platoniche sull'anima; quindi espone altri argomenti a favore di tale dottrina. Conclude che è proprio degli spiriti nobili e saggi attendere la morte con animo sereno, costituendo così un esempio per la maggioranza degli uomini; augura infine agli amici di poter raggiungere l'età avanzata e quindi di provare per esperienza ciò che hanno appena appreso dalle sue parole.

Indice

Capitolo IModifica

Cicerone, nonostante sappia già di rivolgersi ad una persona che saprà affrontarla con saggezza, spiega ad Attico, unico degno destinatario dell'opera, l'impostazione dell'opera con la quale, ricorrendo alla filosofia, si propone di alleviargli il peso della vecchiaia e, così facendo, di trarne egli stesso giovamento.

Capitolo IIModifica

Il capitolo si apre con l'elogio di Scipione e Lelio rivolto a Catone che sopportò la vecchiaia con saggezza, poiché, come egli crede, solo gli stolti non conducono una buona vecchiaia mentre i saggi accettano l'atto finale della vita consolandosi per il bene che hanno operato. Del resto, osserva Catone, opporsi alla natura è come combattere gli dei come fecero i Titani.

Capitolo IIIModifica

Catone ritiene che le lamentele sulla vecchiaia devono riportarsi non tanto all'età quanto ai modi di vivere per cui le persone equilibrate non avvertono il peso dell'età. Lelio, osserva che Catone possa affermare questa sua convinzione poiché essendo saggio ma anche ricco conduce una vecchiaia agiata. Catone riconosce che anche il saggio avvertirebbe il peso della vecchiaia nella povertà, ma anche lo stolto nella ricchezza non è esente dai mali dell'età avanzata che possono essere alleviati con l'esercizio della virtù, che matura frutti anche nella vecchiaia.

Capitolo IVModifica

Catone elogia il suo maestro Quinto Fabio Massimo rievocando le sue conquiste militari, l'abilità politica e oratoria dimostrata nell'opposizione al tribuno Gaio Flaminio che aveva proposto la divisione dell'agro Piceno e Gallico. Celebra l'umanità e la compostezza del "Temporeggiatore", la sua sopportazione del dolore per la morte del figlio. Infine ricorda la vasta cultura del console la quale Catone afferma di non aver mai trovato in alcun altro.

Capitolo VModifica

Catone spiega che non solo chi ha avuto vittorie militari ha una buona vecchiaia, ma anche coloro che vivono tranquillamente. Cita, quindi, esempi come quelli di Platone, Isocrate e Gorgia, ma soprattutto quello di Ennio che sopportò la vecchiaia e la miseria. ; Catone afferma che solo gli uomini stolti attribuiscono alla vecchiaia i propri vizi e le proprie mancanze attribuendo a quella l'allontanamento dalle attività, la debolezza fisica, la rinuncia ai piaceri e la prossimità della morte.

Capitolo VIModifica

Non è vero che durante la vecchiaia non sia possibile praticare attività, poiché in realtà molte funzioni possono essere svolte con il semplice ausilio della mente. Infatti cita se medesimo, Appio Claudio e Scipione Emiliano che molto collaborarono politicamente con il Senato.

Capitolo VIIModifica

Per quanto riguarda la perdita di memoria, tipica dell'età avanzata, Catone sostiene che questa appare maggiore in chi non si dedica a una qualche operosa attività. Da vecchio Temistocle conosceva tutti i nomi degli abitanti della sua città e anche Sofocle scrisse e recitò un'intera tragedia ad una veneranda età.

Capitolo VIIIModifica

Catone contesta l'enunciato di Cecilio Stazio, secondo cui gli anziani sarebbero un peso. Gli anziani invece possono insegnare ai giovani ciò che sanno e a loro volta essi stessi possono apprendere qualcosa di nuovo.

Capitolo IXModifica

Contrariamente a quanto afferma Milone riguardo alla perdita del vigore fisico per la vecchiaia, Catone osserva che non è un male così grande poiché questo può esser vero solo gli oratori che hanno bisogno di vigore polmonare e vocale. Conclude parlando di Ciro, che non si accorse di perdere le forze e di Lucio Metello che non le perse mai.

Capitolo XModifica

«Non con le forze, non con la prestezza e l'agilità del corpo si fanno le grandi cose, ma col senno, con l'autorità, col pensiero

Per Catone il vigore corporeo è passeggero e non assicura una superiorità. L'ingegno è l'unico strumento a cui bisogna affidarsi davvero. Infine gli uomini devono accettare l'inesorabile scorrere del tempo.

Capitolo XIModifica

Dalla vecchiaia non bisogna pretendere energia e vitalità le quali a volte anche in gioventù scarseggiano per i malanni e gli strapazzi della vita. Dunque, come vi possono essere giovani indeboliti fisicamente così può accadere che si trovi un po' di quell'ardore adolescenziale negli anziani come accadde per Appio che amministrava la sua casa con autorità e disciplina. Giova al recupero dell'energia fisica non solo l'esercizio fisico ma anche quello mentale che egli stesso opera studiando i classici greci e allenando la memoria secondo i precetti pitagorici.

Capitolo XIIModifica

La vecchiezza distoglie dai piaceri sensuali.

Capitolo XIIIModifica

Non disdicono ai vecchi gli onesti godimenti della mensa.

Capitolo XIVModifica

Gozzoviglie di Catone.

Capitolo XVModifica

L'agricoltura nobile passatempo de' vecchi.

Capitolo XVIModifica

Generali romani coltivatori della terra.

Capitolo XVIIModifica

Re agricoltori dell'antico evo.

Capitolo XVIIIModifica

Catone nelle sue lodi ai vecchi intende di quelli preclari per le loro azioni.

Capitolo XIXModifica

Noncuranza della morte. - Teorie dei materialisti. Ragionamenti sull'immortalità dell'anima.

Capitolo XXModifica

Dispregio della morte per forza di ragionamento.

Capitolo XXIModifica

Opinione di alcuni sommi pagani sull'immortalità dell'anima.

Capitolo XXIIModifica

Argomenti degli antichi intorno all'immortalità dell'anima.

Capitolo XXIIIModifica

Profondo convincimento di Catone nell'aspettare una vita migliore.

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