Gilgameš

re sumero
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(AKK)

«ḫa-a-a-iṭ kib-ra-a-ti muš-te-'-ú ba-lá-ṭi»

(IT)

«Colui che scrutò i confini del mondo alla disperata ricerca della vita eterna.»

(Epopea classica babilonese di Gilgameš, I, 41; traduzione di Giovanni Pettinato)

Gilgameš (talvolta italianizzato in Ghilgamesc,[4][5] Ghilgamesh[6][7][8] o Gilgamesh;[9] IPA: /ɡilɡaˈmɛʃ/ o /ˈgilɡamɛʃ/; in accadico: 𒄑𒂆𒈦, Gilgameš; in sumero: 𒉈𒂵𒈩, Bilgames) è una divinità o un eroe divinizzato del Vicino Oriente antico, che si presenta su tre piani documentali:

  1. come divino sovrano di Uruk nella lista reale sumerica, composta in lingua sumerica;
  2. come divinità delle religioni mesopotamiche in diversi inni e iscrizioni, composti sia in lingua sumerica sia in lingua accadica;
  3. come personaggio principale di alcune epopee religiose mesopotamiche composte sia in lingua sumerica sia in lingua accadica, e anche in altre lingue del Vicino Oriente antico.
dGIŠ:BIL:PAP.ga.mes (dGIŠ.NE.PAP.GA.MES). Particolare del retro (colonna 3) della tavola inerente alla Lista degli dèi rinvenuta a Fāra (Šurrupak, circa 2500 a.C.) e oggi conservata al Vorderasiatisches Museum di Berlino. È il primo testimone in assoluto che riporti il nome di Gilgameš. Da notare, in alto a sinistra, il segno 𒀭 (dingir) che ne attesta la divinità.
Eroe armato che doma il leone; rilievo da Khorsabad, risalente al periodo di Sargon II (VIII secolo a.C.), alto m 4,45 è in pietra alabastrina; conservato presso il Museo del Louvre di Parigi. In passato tale figura è stata identificata in modo erroneo con Gilgameš; in realtà si tratta di una figura risalente al periodo protodinastico e utilizzata nei rilievi di Khorsabad per decorare i prospetti esterni delle corti[1].
Ideogramma sumerico, antico accadico e antico babilonese, per il dio An, il dio della volta celeste. Tale ideogramma, oltre ad indicare il dio, designa anche il "cielo", o una "spiga", o un "grappolo di datteri". Medesimo ideogramma esprime il sostantivo dingir, termine che in sumerico indica una divinità e per questo veniva utilizzato come classificatore grafico, anteponendolo al nome, per chiarire subito che con esso si intendeva il nome di un dio. Gli studiosi traslitterano, in quest'ultimo caso, questo ideogramma con d. Tale ideogramma somiglia a una "stella" e spesso viene individuato come tale. Il termine stella (in sumerico mul) è tuttavia espresso in sumerico con la ripetizione di tre di questi ideogrammi 𒀯[2]. In cuneiforme medio e neo babilonese, medio e neo assiro e ittita, il classificatore grafico della divinità, il dingir, è indicato da B010ellst.png. Questi classificatori sono anteposti al nome di Gilgameš per caratterizzarne la natura divina.
Il re assiro Assurbanipal (VII secolo a.C.) in una scena di caccia (bassorilievo del palazzo nord di Ninive, conservato al British Museum di Londra).
Ninurta (a destra) attacca Anzu (a sinistra) per recuperare la "Tavola dei destini". Da un'incisione in pietra rinvenuta nel tempio di Ninurta a Nimrud (Iraq).
Il rilievo Burney conservato al British Museum di Londra. Altorilievo in terracotta del XIX secolo a.C. che rappresenta probabilmente[3] la dea guardiana degli inferi Ereškigal, sorella di Inanna/Ištar.

Le sue vicende, in particolar modo, sono narrate nel primo poema epico della storia dell'umanità giunto a noi, in seguito denominato Epopea di Gilgameš (l'epopea classica babilonese). Si tratta di un'epopea babilonese il cui nucleo principale risale ad antichi racconti mitologici sumeri che vennero rielaborati e trascritti successivamente in ambiente semitico. La prima struttura dell'Epopea, pervenutaci in frammenti, appartiene quindi alla letteratura sumerica, mentre la versione più completa sinora nota venne incisa in lingua accadica su dodici tavole di argilla che furono rinvenute tra i resti della biblioteca reale nel palazzo del re Assurbanipal a Ninive, capitale dell'impero assiro; questa redazione tarda del mito, attribuita allo scriba ed esorcista cassita Sîn-lēqi-unninni, risale quindi presumibilmente al XII secolo a.C. e comunque anteriormente all'VIII secolo a.C.[10]

Per quanto attiene alla storicità o meno della figura di Gilgameš, diversi studiosi hanno concluso che Gilgameš fosse un personaggio storico, ovvero un re, divinizzato in epoca successiva[11]. Giovanni Pettinato giunge a un'opposta conclusione ritenendo Gilgameš un personaggio non storico, quindi una divinità della mitologia sumerica inserita nelle liste reali sumeriche e da qui entrato nelle tradizioni religiose semitiche[12].

Nomi di GilgamešModifica

Il più antico testimone giunto a noi che riporta il nome di Gilgameš è la lista degli dei, rinvenuta a Fāra (Šurrupak), redatta in lingua sumerica e risalente al 2500 a.C., ove egli è attestato come dGIŠ:BIL:PAP.ga.mes. Quindi, per convenzione, esso viene reso dalla lingua sumerica come Bilgames[13] (giš-bil2-ga-mes, in cuneiforme: 𒄑𒉈𒂵𒈩[14]).

Il nome Gilgameš proviene invece dall'accadico (in medio e neo accadico: dgi-il-ga-⌈meš⌉; cuneiforme:  ; anche giš-bil, gis-gín-maš, gis-bíl-ga, giš-bíl, giš-bíl-gín-mes).

In altre lingue Gilgameš viene reso: in elamitico, giš-ga-meš; in ittita, gis-gím-maš; nel ḫurrita, gal-ga-mi-šu-ul.[15]

Gilgameš: re "divinizzato" o dio "umanizzato"Modifica

Nella più antica attestazione del nome di Gilgameš/Bilgames, l'elenco della Lista degli dèi rinvenuta a Fāra risalente al periodo protodinastico, quindi al 2600/2450 a.C., questi viene caratterizzato come essere "divino".

In diverse iscrizioni, come nelle epopee, Gilgameš è indicato come figlio della dea Ninsun.

Nell'inno di lamentazione per la morte del re Ur-Nammu (fondatore della terza dinastia di Ur) viene indicato come divinità infera.

Nella letteratura religiosa in lingua accadica, e quindi assira e babilonese, Gilgameš è sempre considerato una divinità degli Inferi.

Anche nelle più antiche epopee sumeriche il nome di Gilgameš è sempre accompagnato dal determinativo d (cuneiforme sumerico, antico accadico e antico babilonese:  ; cuneiforme medio e neo babilonese, medio e neo assiro e ittita:  ) che indica il dio: dgiš-bil2-ga-mes[16], dgi-il-ga-meš.

Nelle epopee Gilgameš è indicato come figlio della dea Ninsun e del dio Lugalbanda; se è considerato per due terzi un dio e per un terzo un uomo lo si deve al fatto che per gli antichi abitanti della Mesopotamia Lugalbanda era un re divenuto dio.

Gilgameš, divinità e re di UrukModifica

Gilgameš re di Uruk nella lista reale sumericaModifica

La lista reale sumerica (sumerico: [nam]-lugal an-ta ed3-de3-a-ba; lett. "Quando la regalità discese dal cielo") è un testo in cuneiforme sumerico composto tra il 2100 e il 1800 a.C.[17][18][19] con la finalità di gettare le basi tradizionali e politiche dell'unificazione del territorio di Sumer (Mesopotamia meridionale)[20]. Questo testo si avvia con il principio di "regalità" che discende dal cielo per essere assegnata per la prima volta alla città sumera di Eridu in cui resta per complessivi 64.800 anni, successivamente tale principio si trasferisce alla città di Bad-Tibira per altri 108.000 anni, per poi discendere sulla città di Larak per ulteriori 28.800 anni, poi a Sippar per 21.000 anni e infine a Šuruppak per 18.600 anni: 5 città, 8 re elencati nella lista, per complessivi 241.200 anni di regno, quando il dio Enlil scatena il diluvio universale distruggendo l'umanità. Il dio Enki, lo sappiamo da altre epopee mesopotamiche[21], salva tuttavia un uomo, il Noè sumerico: Ziusudra (sumerico: Zi-u4-sud-ra, lett. "Vita dei giorni prolungati"), figlio dell'ultimo re di Šuruppak Ubara-Tutu. La lista reale sumerica riprende così la sua elencazione:

«Il diluvio cancellò ogni cosa;
dopo che il diluvio ebbe cancellato ogni cosa,
quando la regalità scese dal cielo,
la regalità fu a Kiš.»

(Giovanni Pettinato, I Sumeri, Milano, Rizzoli, 2007, p.86)

Nel prosieguo della lista viene citato "il divino Gilgameš" quinto re (dopo Meskiangašer, Enmenkar, il divino Lugalbanda e il divino Dumuzi) della I dinastia di Uruk.
Così il testo:

«Il divino Gilgameš
-suo padre è uno sconosciuto-
signore di Kullab,
regnò 126 anni;
Urlugal,
figlio di Gilgameš
regno 30 anni»

(Giovanni Pettinato, La Saga di Gilgameš, Milano, Mondadori, p. LXXIX)

Da notare che fin da questo documento sumerico il nome di Gilgameš è accompagnato dal determinativo (d) che indica il dio: dgiš-bil2-ga-mes[16].

Interessante è un testo in sumerico, ma risalente al II secolo a.C. (quindi al tempo della dinastia seleucide), rinvenuto a Uruk. Questo testo[22] elenca i re antidiluviani con i rispettivi saggi, gli apkallu (accadico; sumerico: abgal), introducendo anche quelli post-diluviani:

«Dopo il diluvio, durante il regno di Enmekar, era apkallu Nungalpiriggal,
il quale fece scendere dal cielo nell'Eanna la dea Ištar.
Egli fece costruire la lira di bronzo,
le cui [...] erano di lasplazzuli, lavorate con ferro battuto secondo l'arte di Ninagal
Egli introdusse nel [...], l'abitazione di [...] e depose la lira davanti ad An
Durante il regno di Gilgameš era ummanu Sinleqiunnini»

(Giovanni Pettinato, Mitologia sumerica, versione mobi pos.8103/11434)

La figura degli apkallu qui presente, riguarda dei "saggi" non umani e ittioformi che provengono dalle acque dell'abisso (sumerico: abzu), luogo dove regna il dio della "saggezza" Enki (accadico: Ea), per insegnare agli uomini la civiltà. Significativo è che il primo "saggio" pienamente umano, quindi non apkallu ma ummanu, Sinleqiunnini (Sîn-lēqi-unninni), si manifesti con il re-divino Gilgameš.

Precedentemente un altro testo, sempre in sumerico ma rinvenuto a Ninive e risalente al periodo neoassiro, aveva già trattato il tema degli apkallu[23].

Il re e dio ctonio Gilgameš in altre fonti mesopotamicheModifica

Gilgameš, fin dalle fonti più antiche, è sempre presentato come un dio e come un dio viene invocato nelle preghiere.[24][25]

  • Il nome di Gilgameš è stato rinvenuto anche in un'iscrizione in lingua sumerica[26] nel tempio di Tummal risalente alla III Dinastia di Ur. Qui Gilgameš è indicato come il costruttore del santuario (sumerico: gu-bu-ra) di Enlil a Nippur (sumerico: Nibru):

«Il divino Gilgamesh, colui che andò alla ricerca della pianta della vita,
ha costruito il santuario di Enlil»

(cit. in Giovanni Pettinato, I Sumeri, p.139)
  • Un tardo principe (sumerico: abba) di Uruk, Anangišdubba (Anam), figlio di Belšemea ai tempi del re Singāmil, afferma in un'iscrizione in lingua sumerica, di aver ricostruito le mura della città già opera del dio Giš-bíl-ga-meš[27].
  • Un'altra iscrizione, sempre sumerica, opera di Utuḫegal, re di Uruk dal 2041 al 2034 a.C., così riferisce di un discorso agli sconfitti Gutei (Gutium[28])

«Enlil me lo (cioè Gutium) ha consegnato,la mia signora Inanna è il mio sostengo, Dumuzi, l'ama-ušumgal del cielo ha pronunciato il mio destino, il dio Giš-bíl-ga-meš, figlio di Ninsun, quale protettore maškim mi è stato dato»

(cit. in Giuseppe Furlani, Miti babilonesi e assiri, p.124)
  • In un inno, sempre in lingua sumerica, Gilgameš è indicato come "fratello maggiore" del re Ur-nammu (2028-2011 ca a.C.) di Ur (sumero: Urim, Uri) sempre indicato come "dio"[27].

Le epopee di GilgamešModifica

L'epopea di Gilgameš appartiene all'intera cultura mesopotamica, ovvero della Mezzaluna Fertile, non solo quindi alle sue originarie culture sumerica e assiro-babilonese (questa in lingua accadica). Testimonianza di questo fatto è il rinvenimento in più lingue, oltre il sumerico e l'accadico, di questa epopea: dall'ittita, al ḫurrita, all'elamita. Rinvenimenti che hanno inoltre riguardato non solo l'antico territorio della Mesopotamia ma si sono spinti anche in Anatolia e nell'area della Siria-Palestina.

Le epopee sumericheModifica

Sono cinque le epopee in lingua sumerica che narrano le imprese del re di Uruk, Gilgameš. Generalmente questi poemi sono attribuiti alle corti della III dinastia di Ur (XX secolo a.C.) i cui sovrani rivendicano l'antica regalità della città di Uruk e il legame con Gilgameš[29].

Gilgameš e AggaModifica

Questo testo (sumerico: lu2kiĝ2gi4a ag-ga dumu en-me-barag-ge4-si-ke4; Gli inviati di Agga, il figlio di Enmebaragesi) ricostruito in 115 righe proviene dalla Biblioteca di Nippur. Probabilmente è l'epopea più storica trattando della guerra tra la città di Uruk e la città di Kiš, governata quest'ultima da Agga, il figlio di Enmebaragesi così come vuole la Lista Reale Sumerica.

Il poema incomincia con l'arrivo a Uruk di un'ambasceria da parte della città di Kiš con l'obiettivo di imporre alla città governata da Gilgameš il compito di irrigare l'area meridionale della Mesopotamia. Gilgameš convoca quindi l'assemblea degli anziani e, successivamente, quella dei giovani guerrieri, per decidere se sottomettersi al diktat di Agga oppure provocare la guerra. Gli anziani si risolvono per la pace, mentre i giovani guerrieri reclamano la guerra e l'indipendenza della città di Uruk.

Gilgameš segue quindi il consiglio dei giovani e rigetta la proposta degli ambasciatori. L'esito dell'ambasceria costringe Agga a riunire il suo esercito assediando Uruk. La popolazione di quest'ultima città è spaventata a tal punto da costringere Gilgameš a inviare un ambasciatore, nella figura del suo servo Birḫurte, per trattare con Agga. Ma il servo di Gilgameš appena catturato viene picchiato; a questo punto dalle mura di Uruk si sporge Zabardab, il generale a capo delle difese di Uruk che Agga ritiene possa essere Gilgameš in persona. Ma Birḫurte gli spiega che qualora fosse stato il re di Uruk il suo esercito alla sola vista ne sarebbe rimasto sconvolto. Subito dopo compare sulle mura di Uruk, Gilgameš nel suo splendore divino, allora Enkidu, l'altro servitore del re di Uruk, esce dalla città assediata proclamando la presenza del suo re. Lo splendore e il nome divino di Gilgameš atterrisce le armate nemiche che cadono sconfitte alla sua sola vista, e Gilgameš, magnanimo rimanda alla sua città Kiš il re Agga.

Nelle righe 85-89 viene così riportata l'apparizione splendente del dio Gilgameš.

(SUX)

«ab-ba di4-di4-la2 kul-aba4ki-a-ke4 me-lem4 bi2-ib-šu2-šu2
ĝuruš unugki-ga-ke4 ĝištukul me3 a2-ne-ne bi2-in-si
ĝišig abul-la-ka sila-ba bi2-in-gub
en-ki-du10 abul-la dili ba-ra-e3
dgilgameš2 bad3-da gu2-na im-ma-an-la2»

(IT)

«gli Anziani e i giovani di Kullab furono avviluppati dal suo terribile splendore
i giovani uomini di Uruk, i guerrieri impugnarono le mazze della battaglia;
si disposero per strada all'entrata della porta della città.
Enkidu da solo fuori dalla porta
e Gilgameš si sporse dalle mura.»

(Gilgameš e Agga (sumerico: lu2kiĝ2gi4a ag-ga dumu en-me-barag-ge4-si-ke4; Gli inviati di Agga, il figlio di Enmebaragesi 85-89. Traduzione di Giovanni Pettinato, in La Saga di Gilgameš, p. 320.)

Da notare infatti che Gilgameš viene presentato col segno determinativo della divinita: d (cuneiforme:  , accadico  ). Il suo "terribile splendore" (sumerico: melam, meli(m); accadico: melammû, melummum, cuneiforme:  ) è proprio di un dio.

Gilgameš e ḪubabaModifica

Di questa epopea (segnatamente della versione "lunga" di Nibru/Nippur, in sumerico: en-e kur lu2 til3-la-še3ĝeštug2-ga-ni na-an-gub; Il signore decise di muoversi verso la montagna che dà la vita all'uomo) disponiamo di due versioni: una lunga 202 righe risalente alla città di Nippur, l'altra più breve, di circa 157 righe, rinvenuta a Me Turan. Le copie rinvenute sono numerose (più di ottanta) a dimostrazione di quanto questo racconto fosse diffuso tra i sumeri, fatto dimostrato anche dal rinvenimento in più città, oltre Nippur e Me Turan, anche Isin, Kiš, Sippar e Ur ne hanno infatti restituito dei frammenti (rinvenuti persino nella città, oggi iraniana, di Susa). A differenza dell'epopea precedentemente descritta, Gilgameš e Agga, questa epopea è stata raccolta, segnatamente dalla Tavola II alla Tavola V, nella successiva "versione classica babilonese", opera dello scriba ed esorcista cassita Sîn-lēqi-unninni. Tale racconto è presente anche nei frammenti delle epopee paleobabilonesi e in quella ittita.

L'opera si apre con l'intenzione manifestata dal re Gilgameš (anche in questi testi indicato con il determinativo d proprio della divinità) di recarsi presso la "montagna (kur, cuneiforme: 𒆳) che dà la vita (til3, cuneiforme:  ) all'uomo" (lu2, cuneiforme:  ), questo per rendere immortale il proprio nome.

Enkidu, servitore fedele di Gilgameš, lo consiglia di conferire con il dio Sole, Utu. Gilgameš offre quindi un capretto bianco e uno striato a Utu, chiedendo al dio di accompagnarlo nel suo cammino, il dio Sole gli domanda le motivazioni del suo viaggio, allora il re di Uruk significativamente gli risponde:

(SUX)

«dutu inim ga-ra-ab-dug4 inim-ĝu10-uš ĝeštug2-zu silim ga-ra-ab-dug4 ĝizzal ḫe2-em-ši-ak
iriki-ĝa2 lu2 ba-uš2 šag4 ba-sag3
lu2 u2-gu ba-an-de2 {šag4-ĝu10} ba-an-gig
bad3-da gu2-ĝa2 im-ma-an-la2
ad6 a-a ib2-dirig-ge igi im-ma-an-sig10
u3 ĝe26-e ur5-gin7 nam-ba-ak-e ur5-še3 ḫe2-me-a
lu2 suku(SUKUD)-ra2 an-še3 nu-mu-un-da-la2
lu2 daĝal-la kur-ra la-ba-an-šu2-šu2
murgu ĝuruš-e til3-la saĝ til3-le-bi-še3 la-ba-ra-an-e3-a
kur-ra ga-an-kur9 mu-ĝu10 ga-am3-ĝar
ki mu gub-bu-ba-am3 mu-ĝu10 ga-bi2-ib-gub
ki mu nu-gub-bu-ba-am3 mu diĝir-re-e-ne ga-bi2-ib-gub»

(IT)

«"O Utu, io ti voglio parlare, presta ascolto alle mie parole; Io mi voglio rivolgere a te, prestami attenzione.
Nella mia città si muore, il cuore è oppresso;
i miei cittadini muoiono, il cuore è prostrato.
Io sono salito sulle mura della mia città
e ho visto i cadaveri trasportati dalle acque del fiume;
e io, pure io sarò così? Certo pure io!
L'uomo, per quanto alto egli sia, non può raggiungere il cielo,
l'uomo, per quanto grasso egli sia, non può coprire il Paese;
nessun uomo l'ha (finora) avuta vinta sull'eccelso "mattone della vita"
Io voglio entrare nella Montagna, voglio porre colà il mio nome;
nel luogo dove ci sono già gli steli, voglio porre il mio nome;
nel luogo dove non ci sono gli steli, voglio porre il nome degli dèi.»

(Gilgameš e Ḫubaba (versione "lunga" di Nibru/Nippur in sumerico: en-e kur lu2 til3-la-še3ĝeštug2-ga-ni na-an-gub; Il signore decise di muoversi verso la montagna che dà la vita all'uomo) 21-33. Traduzione di Giovanni Pettinato, in La Saga di Gilgameš, p. 323.)

È evidente in questo passaggio di questa epopea sumerica che ciò che spinge Gilgameš ad affrontare questo viaggio pericoloso sia il tema della "morte", del "morire" (sumerico: 2, úš; cuneiforme:  ) evento superabile solo attraverso il rendere imperituro il proprio nome.

Il dio Sole Utu accoglie la richiesta di Gilgameš e gli invia sette esseri divini che, unitamente a cinquanta giovani guerrieri di Uruk e al fedele Enkidu, lo accompagneranno nel pericoloso sentiero della "Montagna che dà la vita".

Il terribile guardiano della Montagna, Ḫubaba (anche, e indifferentemente, Ḫumbaba o Ḫuwawa) li vede arrivare e invia loro un raggio potente che li fa addormentare. Ma il fedele Enkidu si sveglia, e visto il re addormentato, cerca di destarlo senza però riuscirvi, finché, dopo averlo massaggiato con dell'olio, questi si alza.

Gilgameš è sempre deciso a raggiungere Ḫubaba e, nonostante il servo Enkidu lo sconsigliasse, incede insieme con Enkidu, dopo averlo convinto a seguirlo, verso il guardiano. L'incontro tra il re di Uruk e il guardiano della "Montagna che dà la vita" non è breve: Ḫubaba vuole uccidere Gilgameš ma, convinto da quest'ultimo, gli cede i propri terribili poteri in cambio delle due sorelle del re, come moglie, la prima (Enmebaragesi), e concubina, la seconda (Peštur), oltre che per dei sandali, grandi e piccoli. Gilgameš riesce a ottenere in questo modo i sette terrori (sumerico: ni2, cuneiforme:) di Ḫubaba. Spogliato dai suoi poteri, Ḫubaba diviene alla mercé del re di Uruk che prima lo percuote e poi lo lega. Il guardiano, fatto prigioniero, invoca il dio Utu e chiede clemenza a Gilgameš che sta per concedergliela quando Enkidu, duramente apostrofato da Ḫubaba, gli taglia la testa. A questo punto i due eroi si recano alla presenza del re degli dèi Enlil. Messo a conoscenza della vicenda, Enlil li redarguisce duramente per il destino inflitto al guardiano della Montagna, decidendo di distribuire i terrori di Ḫubaba per tutta la terra.

Gilgameš e il Toro celesteModifica

Di questa epopea (segnatamente della versione di Me-Turan, in sumerico: šul me3!-kam šul me3!-kam in-du-ni ga-an-dug4; Dell'eroe in battaglia, dell'eroe in battaglia, io voglio intonare il canto) conserviamo due versioni, una lunga 140 righe, rinvenuta a Me-Turan, è un'altra più lunga da Nippur. Tale epopea è stata ripresa nella successiva "versione classica babilonese", opera dello scriba ed esorcista cassita Sîn-lēqi-unninni, segnatamente alla Tavola VI, anche se, e questo va subito evidenziato, con una decisa differenza nelle motivazioni che spingono la dea Innana a recarsi da suo padre, il dio della volta celeste, An, per chiedergli di inviare sulla terra il "Toro celeste" (sumerico: gu4-an-na).

Dopo un avvio poetico sulla figura di Gilgameš, l'epopea introduce la dea Inanna che dal parapetto del suo tempio, l'E-anna, indirizza queste parole al re di Uruk:

(SUX)

«am-/ĝu10\ [lu]-ĝu10 IM /MA\ [NI TA … šu nu-ri-bar-re] dgilgameš2 /IM\ [MA NI TA … šu nu-ri-bar-re]
e2-an-na-ĝu10 di [kud-de3 šu nu-ri-bar-re]»

(IT)

«"Mio toro, mio uomo, non ti consentirò di agire a piacimento
Gilgameš non ti consentirò di agire a piacimento
io non ti permetterò di esercitare giustizia nel mio Eanna»

(Gilgameš e il Toro celeste (versione di Me-Turan, in sumerico: šul me3!-kam šul me3!-kam in-du-ni ga-an-dug4; Dell'eroe in battaglia, dell'eroe in battaglia, io voglio intonare il canto 22-24. Traduzione di Giovanni Pettinato, in La Saga di Gilgameš, p. 348.)

Giovanni Pettinato[30] ritiene che questa intimazione della dea inerisca al fatto che il re Gilgameš intende porre sotto la sua giurisdizione il tempio e il personale dedicato alla dea Inanna mentre la dea non intende accettare questo sconfinamento. E dopo le insistenze di Gilgameš, la dea si reca al cospetto di An, padre degli dèi e dio Cielo, per chiedere che invii sulla terra il temibile "Toro celeste" affinché uccida Gilgameš. Dapprima An si rifiuta di assecondare le richieste di Inanna ma dopo che ella incomincia a emettere un grido che potrebbe far riavvicinare il Cielo alla Terra si decide a concederle il "Toro celeste" il quale, giunto sulla Terra, procura devastazioni nel regno di Gilgameš. Il re di Uruk quindi lo affronta e lo uccide. Nella versione di Me-Turan (rigo 130 e segg.) la vicenda epica si conclude con Gilgameš che lancia all'indirizzo di Inanna, che fugge, una coscia del Toro divino appena ucciso.

Gilgameš, Enkidu e gli InferiModifica

Questa epopea sumerica (segnatamente la versione di Nibru/Nippur, in sumerico: ud re-a ud su3-ra2 re-a; lett. In quei giorni, in quei giorni lontani) è stata ricostruita grazie alla disponibilità di trentasette documenti. Parte di questa è stata tradotta in accadico nella XII Tavola della "versione classica babilonese", opera dello scriba ed esorcista cassita Sîn-lēqi-unninni. L'avvio del poema è di tipo "cosmogonico" quando il Cielo (an) si separa dalla Terra (ki), l'umanità viene creata, An diviene il dio Cielo, Enlil diviene il re degli dèi e governatore della Terra, la dea Ereškigal soprintende agli inferi. Enki, il dio dell'abisso delle acque dolci intraprende un viaggio su una nave verso la Montagna che dà la vita, il Kur.

(SUX)

«ud re-a ud su3-ra2 re-a ĝi6 re-a ĝi6 ba9-ra2 re-a
mu re-a mu su3-ra2 re-a
ud ul niĝ2-du7-e pa e3-a-ba
ud ul niĝ2-du7-e mi2 zid dug4-ga-a-ba
eš3 kalam-ma-ka ninda šu2-a-ba
imšu-rin-na kalam-ma-ka niĝ2-tab ak-a-ba
an ki-ta ba-da-ba9-ra2-a-ba
ki an-ta ba-da-sur-ra-a-ba
mu nam-lu2-u18-lu ba-an-ĝar-ra-a-ba
ud an-ne2 an ba-an-de6-a-ba
den-lil2-le ki ba-an-de6-a-ba
dereš-ki-gal-la-ra kur-ra saĝ rig7-bi-še3 im-ma-ab-rig7-a-ba
ba-u5-a-ba ba-u5-a-ba
a-a kur-še3 ba-u5-a-ba
den-ki kur-še3 ba-u5-a-ba
lugal-ra tur-tur ba-an-da-ri
den-ki-ra gal-gal ba-an-da-ri
tur-tur-bi na4 šu-kam
gal-gal-bi na4 gi gu4-ud-da-kam»

(IT)

«In quei giorni, in quei giorni lontani, in quelle notti, in quelle notti lontane,
in quegli anni, in quegli anni lontani,
nei tempi antichi, quando ogni cosa venne alla luce;
nei tempi antichi, quando ogni cosa "utile" fu procurata;
quando nel tempio del Paese, pane fu gustato;
quando il forno del Paese venne acceso;
quando il cielo fu separato dalla terra;
quando la terra fu separata dal cielo;
quando l’umanità fu creata.
quando An prese per sé il cielo
quando Enlil prese per sé la Terra
e a Ereškigal, in dono, furono dati gli Inferi;
quando egli salpò, quando egli salpò con la nave;
quando il padre salpò per il Kur,
quando Enki salpò per il Kur
allora contro il re le piccole pietre si abbattono
contro Enki le grandi pietre si abbattono,
- le piccole pietre sono le pietre della mano,
le grandi pietre sono le pietre che fanno danzare le canne-»

(Gilgameš, Enkidu e gli Inferi (versione di Nibru/Nippur in sumerico: ud re-a ud su3-ra2 re-a; lett. In quei giorni, in quei giorni lontani) 1-20. Traduzione di Giovanni Pettinato, in La Saga di Gilgameš, p. 362-363.)

La nave di Enki fa tuttavia naufragio durante una tempesta che sradica l'albero ḫalub (ha-lu-ub2; cuneiforme:  ), che viveva isolato sulle rive del fiume Eufrate, trascinandolo via. La dea Inanna raccoglie l'albero con l'intenzione di farlo crescere nel giardino del suo tempio, l'E-anna a Uruk, per poi trarne, dal suo legno, un trono e un letto.

Ma l'albero ḫalub (huluppu), piantato nel giardino dell'E-anna, viene infestato da tre esseri demoniaci: tra le radici un serpente (muš, cuneiforme: 𒈲), che non teme incantesimi (tu6); tra i rami l'uccello, l'Anzu (sumerico: an-zu-ud2mušen; cuneiforme:  ), che vi alleva i suoi piccoli; nel tronco si cela la vergine-spettro (sumerico: lil2-la2-ke4, accadico: lilitû; Lilith; lil2: spettro, fantasma, cuneiforme: 𒆤).

(SUX)

«ur2-bi-a muš tu6 nu-zu-e gud3 im-ma-ni-ib-us2 pa-bi-a mušen anzudmušen-de3 amar im-ma-ni-ib-ĝar
šab-bi-a ki-sikil lil2-la2-ke4 e2 im-ma-ni-ib-du3»

(IT)

«Nelle sue radici un serpente che non teme magia, vi aveva fatto il nido,
nei suoi rami l'uccello Anzu vi aveva deposto i suoi piccoli;
nel suo tronco la vergine-fantasma vi aveva costruito la sua casa»

(Gilgameš, Enkidu e gli Inferi (versione di Nibru/Nippur in sumerico: ud re-a ud su3-ra2 re-a; lett. In quei giorni, in quei giorni lontani) 42-44. Traduzione di Giovanni Pettinato, in La Saga di Gilgameš, p. 364.)

Inanna chiede quindi aiuto al fratello, il dio Sole (Utu) che però non gli presta ascolto. Allora la dea si rivolge a Gilgameš, il quale armatosi affronta i tre esseri demoniaci cacciandoli. Consegnato l'albero ḫalub alla dea, trattiene per sé le sue radici che trasforma in pukku (tamburo), e i suoi rami traendone il mekku (le bacchette del tamburo)[31]. Impadronitosi di questo strumento musicale, costringe i giovani di Uruk a danzare al suo ritmo, sfinendoli. Giunta la sera, posa lo strumento, ma il pukku e il mekku precipitano negli Inferi.

Il fedele servitore Enkidu si offre di scendere nell'oltretomba per recuperare gli strumenti del suo re. Gilgameš accetta l'offerta del servitore, ma lo avverte di non indossare un vestito pulito (altrimenti i morti riconosceranno che egli è un vivo); di non spalmarsi unguenti profumati (altrimenti i morti lo circonderanno); di non gettare il "bastone che torna indietro (il boomerang, altrimenti coloro che sono stati uccisi da quel genere di arma lo raggiungeranno); e non deve indossare dei sandali, né impugnare uno scettro, non deve baciare o picchiare i suoi parenti. Enkidu scende negli Inferi ma viola tutte le consegne di Gilgameš, venendo così trattenuto nell'oltretomba. Gilgameš disperato si reca del re degli dèi Enlil che però non gli presta ascolto, quindi il re di Uruk fa visita al dio dell'Abisso delle acque dolci e della Saggezza, Enki, il quale intima al dio Sole (Utu) di aprire uno spiraglio nell'oltretomba di modo che Gilgameš possa incontrarsi con il fedele Enkidu. La conversazione tra i due verte sul destino degli uomini dopo la morte, che, in questo testo sumerico, non è governato da un principio di retribuzione "etico". Il destino degli uomini dopo la loro morte è invece piuttosto deciso dal "come" muoiano o da "quanti" figli hanno procreato prima di morire: in quest'ultimo caso più figli si ha generato e più il destino post-mortem appare felice.

Una particolare condizione riguarda i bambini, morti prima dei loro giorni (sumerico: niĝin3-ĝar; cuneiforme:  ):

(SUX)

«niĝin3-ĝar tur-tur-ĝu10 ni2-ba nu-zu igi bi2-du8-am3 igi bi2-du8-am3 a-/na\-gin7 an-ak ĝišbanšur kug-sig17 kug-babbar lal3 i3-nun-ta e-ne im-di-e-ne»

(IT)

«"Hai visto i miei bambini che non hanno visto la luce del sole, li hai visti?." "Sì li ho visti." "Come stanno?"
"Essi giocano a una tavola d'oro e d'argento piena di dolci e miele."»

(Gilgameš, Enkidu e gli Inferi (versione di Nibru/Nippur in sumerico: ud re-a ud su3-ra2 re-a; lett. In quei giorni, in quei giorni lontani) 300-301. Traduzione di Giovanni Pettinato, in La Saga di Gilgameš, p. 380.)

La morte di GilgamešModifica

Di questa epopea (segnatamente della versione di Me-Turan, in sumerico: am gal-e ba-nu2 ḫur nu-mu-un-/da\-an-/zi-zi\; Il grande toro giace; mai più potrà alzarsi) conserviamo due versioni, una di Nippur con due fonti che consentono di ricostruire 100 righe del testo sulle 450 originali, e una di Me-Turan, scoperta più recentemente.

L'Epopea apre con un lamento su Gilgameš morto, per poi tornare nuovamente al re di Uruk che sogna di essere ricevuto al consesso degli dèi dove gli viene comunicato che, seppure Gilgameš ha compiuto imprese eccezionali, resta la decisione ancestrale degli dèi di consegnare gli uomini alla morte, fatto salvo Ziusudra (sumerico: Zi-u4-sud-ra, lett. "Vita dei giorni prolungati"), l'uomo sopravvissuto al Diluvio universale grazie all'intervento di Enki, a cui gli dèi hanno concesso l'immortalità. Ciononostante l'assemblea divina comunica che, una volta trapassato negli Inferi, Gilgameš acquisirà il titolo e il compito di re e giudice dei morti. Risvegliatosi e raccontato il sogno, suo figlio Urulgal ne spiega alcuni aspetti per cui il sovrano di Uruk decide di farsi costruire una tomba monumentale in mezzo al letto del fiume Eufrate, facendone deviare momentaneamente il percorso, per esservi lì seppellito insieme con la sua corte. Tale narrazione documenta la "sepoltura collettiva" praticata dai sumeri, già individuata grazie alle scoperte archeologiche. Questa epopea non è ripresa nella versione babilonese opera dello scriba ed esorcista cassita Sîn-lēqi-unninni.

(SUX)

«am gal-e ba-nu2 ḫur nu-mu-un-/da\-an-/zi-zi\
en dgilgameš2 ba-nu2 ḫur nu-mu-un-da-an-zi-zi»

(IT)

«Il grande toro giace; mai più potrà alzarsi;
il signore Gilgameš giace; mai più potrà alzarsi.»

(La morte di Gilgameš (versione di Me-Turan in sumerico: am gal-e ba-nu2 ḫur nu-mu-un-/da\-an-/zi-zi\; Il grande toro giace; mai più potrà alzarsi), 1-2 p. 384)
(SUX)

«nam-tar-ra ig-šu-ur2 ba-/ḫa\-za zi-zi nu-ub-sig9-ga 1
ku6 NUN-gin7 pu2 ḪAR ak-a MA /tur5?\-ra ba-la2-la2»

(IT)

«La catena di Namtar lo tiene stretto; non riesce più a liberarsi;
come un pesce spaventato nello stagno che era ... è malato; egli è abbarbicato al ...»

(La morte di Gilgameš (versione di Me-Turan in sumerico: am gal-e ba-nu2 ḫur nu-mu-un-/da\-an-/zi-zi\; Il grande toro giace; mai più potrà alzarsi), 15-16 p. 385)

L'Epopea paleobabiloneseModifica

Sono undici le tavole, rinvenute in differenti città della Mesopotamia (Sippar, Nerebtum,Šaduppum, Nippur), risalenti complessivamente al XVIII secolo a.C., che raccolgono quei frammenti in lingua accadica che gli studiosi ritengono costituenti un'unica opera che corrisponde al primo nucleo dell'Epopea di Gilgameš[32] (in accadico: ⌈šu⌉-tu-ur e-li š[ar-ri]; lett. "Egli è superiore agli altri [re]").

Tavola della PennsylvaniaModifica

Grazie al colofone inserito al termine della Tavola della Pennsylvania (OB II), oggi conservata al Museo di archeologia e antropologia dell'Università della Pennsylvania, la quale corrisponde alla II Tavola dell'opera, sappiamo che la prima versione della Saga del re di Uruk incominciava con il rigo 27 della I Tavola della versione "classica" ovvero con la frase: ⌈šu⌉-tu-ur e-li š[ar-ri] (lett. Egli è superiore agli altri [re]) quindi, come per tutta la letteratura mesopotamica per cui il primo rigo corrispondeva al "titolo" dell'opera, l'Epopea paleobabilonese aveva questo come titolo identificativo. Questa Tavola riporta le vicende narrate nella I e nella II Tavola dell'Epopea classica.

Tavola di YaleModifica

Composta di 288 righe, la Tavola di Yale (OB III), oggi conservata presso la Yale Babylonian Collection a New Haven, è la continuazione della Tavola della Pennsylvania e corrisponde come contenuti alle II e III tavole dell'Epopea classica. Qui Gilgameš cerca di far adottare dalla propria madre, la dea Ninsun, l'amico Enkidu. Ma la dea rifiuta ed Enkidu scoppia in lacrime, per consolarlo, Gilgameš lo invita all'avventura nella Foresta dei Cedri, là dove vive il terribile guardiano Ḫubaba. Ma Enkidu lo sconsiglia inutilmente: Gilgameš è determinato a realizzare una fama imperitura.

Tavole di NippurModifica

Sono due tavole risalenti alla città di Nippur, oggi conservate una (OB UM) a Filadelfia (presso l'University Museum) l'altra (OB Nippur) a Baghdad presso il Museo nazionale iracheno. Contengono frammenti, nella prima corrispondono ai contenuti della II Tavola dell'Epopea classica, nella seconda alla IV Tavola, segnatamente al quarto sogno di Gilgameš.

Tavole di Tell ḪarmalModifica

Sono due tavole (OB Harmal 1 e OB Harmal 2) conservate presso l'Iraq Museum di Baghdad, che risalgono alla città di Šaddupûm e corrispondono alla IV Tavola dell'Epopea classica. Elemento interessante è che nella seconda di queste tavole viene riportato che la Foresta dei Cedri è la residenza degli dèi[33]. Quindi se nell'Epopea classica è evidente che il re di Uruk non conosca il luogo dove si sta recando, in quella paleobabilonese egli conosce il luogo dove intende recarsi.

Tavola di IšcaliModifica

Conosciuta anche come "Tavola di Bauer" (dal nome del suo primo curatore, l'assiriologo tedesco Theo Bauer, 1896–1957) o anche "Tavola di Chicago" (in quanto conservata presso l'Istituto orientale dell'Università di Chicago), ma più diffusamente come "Tavola di Išcali" (OB Ishcali) dal luogo del suo rinvenimento (probabilmente corrisponde all'antica città di Nērebutum), in questa Tavola ambedue gli eroi, Gilgameš ed Enkidu, uccidono il guardiano Ḫubaba; anche qui, la Foresta dei Cedri risulta essere la residenza degli dèi, dove i due eroi entrano dopo l'uccisione del guardiano. Significativo anche che il taglio dei cedri qui occorra come necessità in quanto questi alberi partecipavano della vita del mostro.

Tavola di BaghdadModifica

La Tavola di Baghdad (OB IM), che prende il suo nome dal fatto di essere conservata presso l'Iraq Museum di Baghdad, è un frammento correlato alla Tavola V (v.297) dell'Epopea classica. Essa presente i due eroi dell'epopea, Gilgameš ed Enkidu, intenti, mentre avanzavano verso la "dimora segreta degli dèi" ( ⌈di-X (X) X ir-ta⌉-ḫi-iṣ qí-iš?-tam <ša> ⌈gišerēnim(eren)?⌉ mu-ša-bi-i-li e-nu-na-ki -pu-zu-⌈ra⌉-mi-ip-te; versi 17-18), a una discussione di tipo "religioso" in quanto sono in procinto di tagliare un cedro con il legno del quale intendono costruire una porta nel tempio di Enlil a Nippur.

Tavole della Collezione SchøyenModifica

Queste due tavole dell'Epepoea paleobabilonese (OB Schøyen) sono conservate presso la Collezione Schøyen a Oslo in Norvegia. La loro antica provenienza è sconosciuta[34]. La prima pubblicazione di queste due tavole la si deve all'assiriologo britannico Andrew R. George in The Babylonian Gilgamesh Epic - Introduction, critical edition and cuneiform texts, 1° vol., Oxford, Oxford University Press, 2003, pp. 219–240. Questi frammenti corrispondono alle Tavole II e IV della versione "classica".

Tavola di Meissner-MillardModifica

Questa Tavola (OB VA-BM), così indicata dai nomi dell'assiriologo tedesco Bruno Meissner (1868–1947) e dell'assiriologo britannico Alan Ralph Millard (1937), conosciuta anche come "Tavola di Sippar" dal luogo della sua provenienza o anche "Tavola di Berlino e di Londra" (oggi una parte è conservata presso il British Museum di Londra mentre l'altra è conservata presso il Museo di Berlino), contiene alcuni avvenimenti correlati alla tavola X dell'Epopea classica.

Una sostanziale differenza con quest'ultima è la risposta che la divina taverniera Siduri dà al re di Uruk (nell'Epopea classica Šiduri non risponde alle angosce di Gilgameš) che si lamenta della scomparsa dell'amico Enkidu e della presenza della morte:

(AKK)

«dGIŠ e-eš ta-da-a-al
ba-la-ṭam ša ta-sa-ḫa-ḫu-ru la tu-ut-ta
i-nu-ma ilū(dingir)meš ib-nu a-wi-lu-tam
mu-tam iš-ku-nu a-na a-wi-lu-tim
ba-la-ṭám in-a qá-ti-šu-nu iṣ-ṣa-ab-tu
at-ta dGIŠ lu ma-li ka-ra-aš-ka
ur-ri ù mu-šī ḫi-ta-ad-dú at-ta
u4-mi-ša-am šu-ku-un ḫi-du-tam
ur-ri ù mu-šī su-ur ù me-li-il
lu ub-bu-bu ṣú-ba!(KU)-tu-ka
qá-qá-ad-ka lu me-si me-e lu ra-am-ka-ta
ṣú-ub-bi ṣe-eḫ-ra-am ṣā-bi-tu qá-ti-ka
mar-ḫī-tum li-iḫ-ta ⌈ad-da-am⌉ in-a su-ni-⌈ka⌉
an-na-ma šī[m-ti a-wi-lu-tim?][35]»

(IT)

«Gilgameš dove stai andando?
La vita che tu cerchi, tu non la troverai.
Quando gli dèi crearono l'umanità,
essi assegnarono la morte per l'umanità,
tennero la vita nelle loro mani.
Così Gilgameš, riempi il tuo stomaco,
giorno e notte datti alla gioia,
fai festa ogni giorno.
Giorno e notte canta e danza,
che i tuoi vestiti siano puliti,
che la tua testa sia lavata, lavati con acqua,
giosci del bambino che tiene (stretta) la tua mano,
possa tua moglie godere al tuo petto:
questo è il retaggio (dell'umanità).»

(OB VA+BM 1-14; traduzione di Giovanni Pettinato, La Saga di Gilgameš, p.213)

Dal che, a differenza del testo dell'epopea classica che motiverà la mortalità dell'umanità come conseguenza del Diluvio Universale, qui, invece, gli uomini sono da sempre in quanto creati tali, mortali.

Le epopee mediobabilonese e medioassiraModifica

Del periodo mediobabilonese, quindi del periodo in cui è vissuto lo scriba ed esorcista cassita Sîn-lēqi-unninni, conserviamo diversi frammenti: uno da Ur, uno da Nippur, due da Emar (Siria), uno da Megiddo (Palestina), uno da Assur, uno da Kalkhu.

I frammenti ittiti, accadici e ḫurritiModifica

I diversi frammenti in cuneiforme ittita del così indicato Canto di Gilgameš[36] provengono dall'antica città di Ḫattuša (oggi Boğazkale in Turchia), segnatamente dall'area del Tempio I della Città Bassa e dall'edificio K della Città Alta. Da evidenziare il fatto che il Canto di Gilgameš in lingua ittita è, a differenza di tutte le altre edizioni dell'epopea, in prosa anziché in versi.

Questa redazione ittita sembrerebbe raggiungere una certa unitarietà, senza tuttavia consentire di parlare di un unico "canto" ittita di Gilgameš: dalle origini di Gilgameš fino al suo incontro con Utanapištim, passando per le vicende che ineriscono alla Foresta dei Cedri e all'incontro con il guardiano, qui indicato in antico sumerico come Ḫuwawa. Alcuni frammenti dell'epopea ittita risentono comunque dell'influenza di una versione ḫurrita in quanto ne conservano i nomi propri[37].

(HIT)

«[w]a-⌈al⌉-l[a-aḫ-ḫi]-⌈ia-an⌉ ⌈d⌉G[IŠ.GIM.MAŠ-un][U]R.SAG-in / ša-am-ni-ia-an-ta-an UR.SAG-iš dx[...] ⌈d⌉GIŠ.GIM.MAŠ-un ALAM-an ša-am-ni-ir-ma [šal-la-uš DINGIRmeš-uš] dGIŠ.GIM.MAŠ-un ALAM-an dUTU ŠA-ME-E-iš-[ši LÚ-na-tar] ⌈pa⌉-a-iš dU-aš-ma-aš-ši UR.SAG-tar pa-a-iš š[a-am-ni-ir-ma] šal-la-uš DINGIRmeš-uš dGIŠ.GIM.MAŠ-un ALAM-ši pá[r-ga-aš-ti] 11 AM-MA-TUM GAB-ma-aš-ši pal-ḫa-a-aš-ti 9 w[a-ak-šur] (uruu)]-ra-ga URU-ri a-ar-aš na-aš-za-kán x[...] [(nu-za)] UD.KAM-ti-li ŠA uruu-ra-ga lú.mešG[URUŠ ...] [(tar-aḫ-ḫ)]i-iš-ki-u-wa-an da-a-iš (...)»

(IT)

«Levo un inno al divino Gilgameš, il valente!
Creatala, [fece perfetta] il forte dio la figura del divino Gilgameš. [I grandi dèi] crearono la figura del divino Gilgameš: il Sole del cielo [gli] dette [la forza virile], il dio della tempesta gli dette animo di eroe. I grandi dèi crearono il divino Gilgameš: la sua figura era alta undici braccia, il suo petto largo nove spanne, il suo membro lungo tre [palmi].
Tutte le terre egli percorre. Arrivò ad Uruk e [...]: ogni giorno andava vincendo i giovani di Uruk»

(CTH 341 3: 1.A I 1- 1.A I 13. Traduzione di Giuseppe Del Monte e Giovanni Pettinato, La Saga di Gilgameš, p.295; per la traslitterazione dal cuneiforme ittita cfr. Giuseppe Del Monte, Antologia della letteratura ittita, Servizio Editoriale Universitario di Pisa - Aprile 2003, p. 119)

Sempre a Ḫattuša sono stati rinvenuti frammenti di una redazione accadica e di una ḫurrita, quest'ultima pressoché indecifrabile[38].

L'Epopea classica babiloneseModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: L'epopea di Gilgameš.

Il titolo comunemente assegnato a questa opera, L'epopea di Gilgameš, è moderno e non riferibile in alcun modo ai suoi estensori. Questa versione, indicata dai moderni come "classica"[39], è attribuita allo scriba ed esorcista cassita Sîn-lēqi-unninni e fu rinvenuta in frammenti di argilla tra le rovine della biblioteca reale nel palazzo del re Assurbanipal a Ninive, capitale dell'impero assiro. Tale opera è stata certamente raccolta e canonizzata prima dell'VIII secolo a.C., forse intorno al XII secolo a.C., e successivamente fedelmente riprodotta come era costume degli scribi.

Gilgameš, figlio della dea Ninsun e del dio-re Lugalbanda, re di Uruk, è forte e potente. Per fermare la foga guerriera di Gilgameš, il padre degli dei ascolta i lamenti delle mogli e dei genitori dei guerrieri del re, stanchi delle continue battaglie, e crea Enkidu.

Enkidu, è un uomo selvaggio che vive nella foresta con gli animali, ma viene reso più simile agli uomini dall'incontro con la prostituta sacra Šamḫat. Dopo aver conosciuto Gilgameš e Uruk e averlo riconosciuto come potente re, lo accompagna nella Foresta dei Cedri per uccidere il mostruoso guardiano Ḫubaba.

Una volta questo compito terminato e abbattuto tutti i cedri, Gilgameš ed Enkidu rientrano a Uruk. Lì la dea Ištar, dea dell'amore fisico, si invaghisce del re proponendosi come sua sposa. Ma Gilgameš la respinge motivando il suo rifiuto con il triste destino occorso a chi aveva precedentemente sposato la dea. Ištar, rifiutata, si infuria e recatasi in Cielo dal dio An gli chiede di inviare sulla terra il Toro celeste affinché uccida Gilgameš. An risponde negativamente alle pressanti richieste di Ištar, ma si decide a liberare il Toro dopo che la dea minaccia di aprire i cancelli degli Inferi. Il Toro celeste sconvolge la Terra, ma viene affrontato da Gilgameš e da Enkidu che lo uccidono.

Gli dei si riuniscono e decidono la morte per Enkidu che, insieme a Gilgameš, ha ucciso due esseri divini: Ḫubaba e il Toro Celeste. Enkidu quindi si ammala e muore. Gilgameš è disperato per la morte dell'amico e spaventato dalla presenza della "morte"; vagando per la steppa coperto di pelli, va alla ricerca di Utanapištim, l'unico sopravvissuto al Diluvio universale a cui gli dèi hanno concesso la vita eterna.

Raggiunto Utanapištim, dopo aver superato la montagna protetta dagli uomini-scorpione e dopo aver attraversato il Mare della Morte, Gilgameš viene a conoscenza del racconto sul Diluvio universale e diviene consapevole di non poter mai raggiungere l'immortalità. Nonostante questo, Utanapištim confida a Gilgameš l'esistenza della "pianta della giovinezza", mangiata la quale si può tornare ad essere giovani. Gilgameš la raggiunge nel profondo degli abissi e la prende allo scopo di portarla ai vecchi della sua città. Ma, mentre il re di Uruk sosta presso una pozza d'acqua per le purificazioni, un serpente mangia la pianta rinnovando in questo modo la sua pelle. Gilgameš è disperato, ma ormai pienamente consapevole dell'inevitabile destino degli uomini.

L'ultima tavola dell'epopea, la XII, narra di Gilgameš che perde i suoi preziosi strumenti di gioco (o di musica), che cadono negli Inferi. Enkidu si offre per andare a recuperarli, Gilgameš lo raccomanda di rispettare le regole del mondo dei morti affinché non venga trattenuto per sempre lì. Sceso negli Inferi, Enkidu viola le consegne di Gilgameš, quindi non può più tornare tra i vivi. Gilgameš è disperato e alla fine ottiene dagli dèi di poter incontrare l'amico e fedele servitore Enkidu: la tavola termina con il racconto di Enkidu a Gilgameš sul mondo dei morti.

Interpretazioni delle epopeeModifica

Numerose sono le interpretazioni degli studiosi sulla natura e sui contenuti di questa prima epopea della storia dell'umanità. Da quelle tardo ottocentesche di Hugo Winckler (1863-1913) e Heinrich Zimmern (1862-1931), che lo hanno interpretato in senso mitologico e astrologico, ovvero un poema sul dio Sole. In analogo modo, per Otto Weber (1902-1966), Gilgameš rappresenterebbe il Sole mentre Enkidu la Luna.

Arthur Ungnad (1879-1945) ha considerato il poema un'opera etica, precorritrice dell'Odissea di Omero[40]. Per Hermann Häfker (1873-1939) è un poema storico e umano, con il suo problema centrale della vita e della morte. Sigmund Mowinckel (1884-1965) lo ha invece riportato sul piano religioso interpretando la natura di divina di Gilgameš come quella di un dio che muore e poi risorge. Benno Landsberger (1890-1968) ha considerato questo poema come un poema nazionale babilonese con il suo "ideale" umano. Franz Marius Theodor Böhl (1872-1976) vi ha letto un conflitto tra i seguaci del culto di Šamaš e quelli di Ištar. Per Geoffrey Stephen Kirk (1921-2003)[41], Gilgameš rappresenterebbe la cultura, la civiltà, opposta alla natura, quest'ultima simboleggiata da Enkidu. Per Thorkild Jacobsen (1904-1993) è un poema della crescita: dalle avventure adolescenziali alla maturità.

L'archeologo e assiriologo italiano Giorgio Buccellati, approfondendo le intuizioni dell'assiriologo francese Jean Nougayrol[42], lo ha interpretato in chiave "sapienziale", quindi di "cambiamento spirituale":

«Il fatto è che la ricerca della vita non dev'essere più considerata, se la mia lettura è corretta, come il tema centrale del poema. Certo, Gilgameš è pur sempre presentato come l'eroe che va in cerca di fama e poi, dopo l'esperienza dell'amicizia e della morte di Enkidu, in cerca della vita: ma ne diventa, in effetti, un pretesto narrativo per mostrare ben altra tesi. L'enfasi è spostata dall'oggetto della ricerca, la vita, allo sforzo stesso della ricerca in quanto tale, ai presupposti su cui è basata, e alle conseguenze cui conduce: queste conseguenze non sono esterne, come lo sarebbe il conseguimento di un bene, foss'anche la vita fisica, ma invece sono interne, profondamente psicologiche e si accentrano sul mutamento spirituale del soggetto che la ricerca ha intrapreso. Perciò la conclusione è compiuta e perfetta con la tavoletta undicesima: Gilgameš non è un campione temporaneamente sconfitto e a cui resta solo da ritentare, ma invece un uomo per cui la sconfitta diventa il punto d'inizio per una nuova comprensione delle vere dimensioni umane della vita.
Una conclusione malinconica e inconcludente da un punto di vista eroico; da un punto di vista sapienziale invece, è una conclusione piena e che non ammette ulteriori sviluppi.»

(Giorgio Buccellati, Gilgamesh in chiave sapienziale, in Tre saggi sulla sapienza mesopotamica, "Oriens Antiquus" XI (1972): 34)

Il filologo e assiriologo francese Raymond-Riec Jestin così chiosa la narrazione della ricerca dell'immortalità da parte dell'eroe di Uruk:

«... l'idea "essere è rappresentata da Gilgamesh, nella veste più positiva del volere vivere e di "tendenza a preservare nell'essere", come dimostra lo smarrimento dell'eroe di fronte alla morte di En-ki-du; quest'ultima, appunto, provocando un contrasto violento e una brusca interruzione dell'azione, rappresenta il "non essere" di fronte al quale l'"essere" si rivolta e cerca il modo di non venire annullato a propria volta. Tuttavia, la semplice continuità e il consolidamento nell'esistenza non è una soluzione: il riavvicinamento dei contrari non può avvenire a vantaggio di uno solo dei due poli; di qui il fallimento del tentativo dell'eroe di conquistare l'immortalità. È il serpente, uno dei simboli dell'eterno ritorno, ad apparire con la sua muta periodica per esprimere la natura di ciò che compone l'opposizione di Essere e Non-essere, il Divenire, il mutamento continuo dell'eterno ritorno. Si comprende meglio, allora, l'atteggiamento incolore di Gilgamesh di ritorno a Uruk: di lui non si dice quasi più nulla, perché era ormai diventato superfluo dopo quest'episodio d'importanza fondamentale.»

(Raymond-Riec Jestin, in Henri-Charles Puech (a cura di), Le religioni in Egitto, Mesopotamia e Persia, Bari, Laterza, 1988, p. 107)

Gilgameš nella cultura di massaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Gilgameš nella cultura di massa.

La figura di Gilgameš ha ispirato molte opere della letteratura, dell'arte, della musica, come ha evidenziato lo studioso statunitense di letteratura comparata Theodore Ziolkowski nel suo libro Gilgamesh Among Us: Modern Encounters With the Ancient Epic.[43] È stato solo dopo la prima guerra mondiale che Gilgameš ha potuto raggiungere un vasto pubblico, ma è soprattutto dopo la seconda guerra mondiale che la sua antica epopea è stata fonte di ispirazione per una varietà di romanzi di genere, fumetti, musiche, videogiochi, anime ecc.[44]

NoteModifica

  1. ^ Enrico Ascalone, Mesopotamia, Milano, Electa, 2005, p.15
  2. ^ Cfr. Pietro Mander, Le religioni dell'antica Mesopotamia, p. 69.
  3. ^ Enrico Ascalone, Mesopotamia, Milano, Electa, 2005, p. 268.
  4. ^ Vincenzo M. Romano, Discorsi sul Cristo (PDF), a cura di Giovanna Vitagliano, pp. 201, 281.
  5. ^ Pasquale Foresi, Della nostra immagine e somiglianza, su cittanuova.it, 10 novembre 1996.
  6. ^ Claudio Saporetti, Il Ghilgameš (PDF), Simonelli Editore, ISBN 88-86792-26-3.
  7. ^ Ghilgamesh, l’albero della vita, su agenda.unict.it, 6 marzo 2009.
  8. ^ Paolo Corticelli, Progressive sottrazioni di tempo, Armando Editore, 2007, p. 30.
  9. ^ Giuseppe Furlani, Gilgamesh, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1933.
  10. ^ Cfr. per la datazione Giacomo Camuri, Gilgamesh, in Enciclopedia filosofica, vol.5. Milano, Bompiani, 2005, p. 4740.
  11. ^

    «Although the majority of scholars are convinced that the king of Uruk is a historical figure, Pettinato and others think that Gilgamesh did not exist in a historical sense, but is instead a god who has been made into a historical figure.»

    (Giovanni Pettinato, Encyclopedia of Religion, vol. 5, NY, Macmillan, 2005, p.3487)
    Per una disamina, cfr. Giovanni Pettinato, I Sumeri, pp.214 e sgg.
  12. ^ Cfr. anche La Saga di Gilgameš 2004, p. LXXX
  13. ^ Tuttavia:

    «According to a long-standing Assyriological convention, the legendary ruler of Uruk had two names: Bilgames in Sumerian and Gilgameš in Akkadian.»

    (Gonzalo Rubio, Reading Sumerian Names, II: Gilgameš in Journal of Cuneiform Studies vol. 64, 2012, 3-16)
    Gonzalo Rubio tuttavia conclude che «there are good reasons to read Gilgameš, instead of “Bilgames,” in Sumerian as well as in Akkadian» (cfr. Op. cit., p.9)
  14. ^ Data la loro estrema varietà, l'utilizzo dei caratteri in cuneiforme in questa voce è sempre e solo a titolo meramente esemplificativo e illustrativo e corrisponde, prevalentemente, alla tipologia utilizzata in epoca Ur III e antico babilonese.
  15. ^ Per uno studio critico aggiornato sul nome di Gilgameš, e sulla sua storia, si rimanda all'opera di Andrew R. George, The Babylonian Gilgamesh Epic - Introduction, critical edition and cuneiform texts, 1 vol., Oxford, Oxford University Press, 2003, pp. 71 e sgg.
  16. ^ a b Cfr. Thorkild Jacobsen, The Sumerian King List, University of Chicago Oriental Institute, Assyriological Studies 11, University of Chicago Press, 1939, p.88
  17. ^ La sua redazione definitiva appartiene alla dinastia di Isin (1950 a.C.; cfr. Giovanni Pettinato, La Saga di Gilgameš, Milano, Mondadori, p. LXXVIII)
  18. ^ Un'insuperata edizione di questa opera è di Thorkild Jacobsen, The Sumerian King List, University of Chicago Oriental Institute, Assyriological Studies 11, University of Chicago Press, 1939.
  19. ^ Per la precisione arriva al re di Isin, Sin-magir (1827- 1817 a. C.).
  20. ^ Enrico Ascalone, Mesopotamia, Milano, Electa, 2005, p.10.
  21. ^ A tal proposito, e per quanto attiene la documentazione sumerica, disponiamo come testimonianza principale della tavoletta rinvenuta nel 1895 a Nippur e pubblicata nel 1914 (Cfr. Arno Poebel in Historical and Grammatical Text 1, 1914).
  22. ^ Cfr. Giovanni Pettinato, Mitologia sumerica, versione mobi pos.8103/11434.
  23. ^ La traduzione integrale di questo testo è in Giovanni Pettinato, Mitologia sumerica, versione mobi pos.8082/11434
  24. ^ Giuseppe Furlani, Miti babilonesi e assiri, p. 124.
    «Egli è una figura prettamente divina, il vicepresidente del tribunale, che nell'inferno giudica i defunti, e quindi sostituto di Šamaš.».
  25. ^ Giovanni Pettinato, La Saga di Gilgameš, p. LXXXVII.
    «A parte le informazioni che potremmo definire di carattere storico, o pseudostorico, Gilgameš nella letteratura sia sumerica, sia assiro-babilonese, gode delle caratteristiche proprie della divinità.».
  26. ^ Cfr. anche Furlani, p. 123-4
  27. ^ a b Cfr. Giuseppe Furlani, Miti babilonesi e assiri, p.123-4
  28. ^ Sumerico: gu-ti-um.
  29. ^ Giovanni Pettinato, La Saga di Gilgameš, p. 184.
  30. ^ Giovanni Pettinato, La Saga di Gilgameš
  31. ^ Per approfondire il tema della controversa e dibattuta traduzione dei termini pukku e mekku, cfr. l'intervento della musicologa belga Marcelle Duchesne Guillemin riportato nel vol.45 n.1 del Papers of the 29 Rencontre Assyriologique Internationale, Londra, 5-9 luglio 1982 (Spring, 1983), pp. 151-156 e pubblicato dal British Institute for the Study of Iraq.
  32. ^ Cfr. Giovanni Pettinato La saga... p.207, a cui vanno aggiunte le due tavole della Collezione Schøyen pubblicate per la prima volta da Andrew R. George, The Babylonian Gilgamesh Epic - Introduction, critical edition and cuneiform texts, I vol., Oxford, Oxford University Press, 2003, pp. 219-240.
  33. ^ Giovanni Pettinato (p.211) evidenzia la coincidenza con il mito greco dell'Olimpo.
  34. ^ Andrew R. George in The Babylonian Gilgamesh Epic - Introduction, critical edition and cuneiform texts, 1° vol., Oxford, Oxford University Press, 2003, p. 219.
  35. ^ Lettura del testo accadico.
  36. ^ Nei colofoni della versione in lingua ittita viene infatti indicato con il determinativo SÌR ovvero per išhamai quindi come "canto", generalmente in versi, ma non è questo il caso, e comunque con accompagnamento musicale.
  37. ^ Giuseppe Del Monte in Giovanni Pettinato, La Saga di Gilgameš, p.221.
  38. ^ Cfr. La mitologia ittita a cura di Franca Pecchioli Daddi e Anna Maria Polvani, Brescia, Paideia, 1990, p.24.
  39. ^ Giovanni Pettinato, I Sumeri, Milano, Bompiani, 2007, p. 162.
  40. ^ Daniele Cristofori, Il poema di Gilgamesh paradigma della vicenda umana (PDF), su lapietrafocaia.it, marzo 2009. URL consultato il 23 marzo 2016 (archiviato dall'url originale il 3 aprile 2016).
  41. ^ Myth: Its Meaning and Functions in Ancient and Other Cultures. Berkeley, 1970, 132–152.
  42. ^ Cfr. Jean Nougayrol, L'Epopee babylonienne, In Atti del convegno internazionale sul tema: La poesia epica e la sua formazione (Roma, 28 marzo-3 aprile 1969).
  43. ^ Theodore Ziolkowski, Gilgamesh Among Us: Modern Encounters With the Ancient Epic, Cornell University Press, 2011, ISBN 978-0-8014-5035-8.
  44. ^ (EN) Theodore Ziolkowski, Gilgamesh: An Epic Obsession, su berfrois.com, Berfrois, 1º novembre 2011. URL consultato il 22 settembre 2016.

Bibliografia utilizzataModifica

  • Per la traduzione in lingua italiana delle epopee, salvo diversamente indicato:
    • Giovanni Pettinato, (a cura di), La Saga di Gilgameš, Milano, Mondadori, 2008.
  • Per la traslitterazione dal cuneiforme delle epopee, salvo diversamente indicato:
    • (EN) Andrew R. George, The Babylonian Gilgamesh Epic - Introduction, critical edition and cuneiform texts, 2 voll., Oxford, Oxford University Press, 2003.
  • Opere esegetiche e altre opere:
    • Enrico Ascalone, Mesopotamia, Milano, Electa, 2005,
    • Jean Bottéro & Samuel Noah Kramer, Uomini e dei della Mesopotamia, Torino, Einaudi, 1992.
    • Giorgio R. Castellino, Testi sumerici e accadici, Torino, Utet, 1977.
    • Giacomo Camuri, Gilgamesh, in Enciclopedia filosofica, vol.5. Milano, Bompiani, 2005.
    • Giuseppe Furlani, Miti babilonesi e assiri, Firenze, Sansoni, 1958.
    • (EN) Andrew R. George, The Epic of Gilgamesh - a new translation, Londra, Penguin Classics, 1999.
    • (EN) Marcelle Duchesne Guillemin, Pukku and Mekkû riportato nel vol.45 n.1 del Papers of the 29 Rencontre Assyriologique Internationale, Londra, 5-9 luglio 1982 (Spring, 1983), pp. 151–156 e pubblicato dal British Institute for the Study of Iraq.
    • Harald Haarmann, Modelli di civiltà a confronto nel mondo antico: la diversità funzionale negli antichi sistemi di scrittura, in Origini della scrittura (a cura di Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti), Milano, Bruno Mondadori, 2002.
    • (EN) Thorkild Jacobsen, The Sumerian King List, University of Chicago Oriental Institute, Assyriological Studies 11, University of Chicago Press, 1939.
    • Pietro Mander, Le religioni dell'antica Mesopotamia. Roma, Carocci, 2009.
    • Giovanni Pettinato, I Sumeri, Milano, Bompiani, 2007.
    • Giovanni Pettinato, Mitologia sumerica, Torino, Utet, 2001.
    • Giovanni Pettinato, Mitologia assiro babilonese, Torino, Utet, 2005.
    • (EN) Gonzalo Rubio, Reading Sumerian Names, II: Gilgameš, in Journal of Cuneiform Studies vol. 64, 2012, 3-16.
    • Claudio Saporetti, Saggi su il Ghilgameš, Milano, Simonelli Editore, 2003.

Traduzioni inglesi onlineModifica

Voci correlateModifica

Altri progettiModifica

Collegamenti esterniModifica

  • Il poema di Gilgamesh (PDF), su marin.unisal.it, traduzione di Ponzato (archiviato dall'url originale il 7 aprile 2014).
predecessore:
Dumuzi
I Dinastia di Uruk
2720 a.C. - 2700 a.C.
successore:
Ur-Nungal
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