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Hugo Ferdinand Boss (Metzingen, 8 luglio 1885Metzingen, 9 agosto 1948) è stato uno stilista ed uomo d'affari tedesco. Fu il fondatore del marchio Hugo Boss e membro attivo del partito nazista già nel 1931 e rimase fedele all'ideologia nazista tedesca per tutta la durata dell'esistenza del partito.

InfanziaModifica

Boss nacque a Metzingen, era il più giovane dei cinque figli di Luise (nata Münzenmayer) ed Heinrich Boss[1]. Fece un apprendistato come mercante, completò il servizio militare dal 1903 al 1905 e lavorò in una fabbrica di tessitura a Costanza. Assunse poi l'eredità del negozio di lingerie dei suoi genitori a Metzingen nel 1908. In quell'anno, sposò anche Anna Katharina Freysinger da cui ebbe una figlia. Nel 1914, fu mobilitato nell'esercito e prestò servizio durante la prima guerra mondiale con il rango di caporale.

Società Hugo BossModifica

Fondò il suo marchio di abbigliamento a Metzingen nel 1923 e poi una fabbrica nel 1924 (in principio con due partner). La società produceva maglie e giacche e poi abiti da lavoro, abbigliamento sportivo e impermeabili. Negli anni trenta, produsse le uniformi per le SA, le SS,[2] la gioventù hitleriana, per il servizio postale, i dipendenti delle ferrovie e in seguito per la Wehrmacht.[3]

Sostegno al nazismoModifica

Boss aderì al partito nazista nel 1931, due anni prima dell'avvento di Adolf Hitler al potere.[4] Entro il terzo trimestre del 1932, l'uniforme tutta nera delle SS (per sostituire le camicie marroni delle SA brown) furono progettate dal SS-Oberführer Prof. Karl Diebitsch e da Walter Heck (graphic designer), che non avevano alcuna affiliazione con la società.[5][6] Il marchio Hugo Boss produsse queste uniformi nere insieme alle camicie marroni delle SA e le uniformi nere e marroni della gioventù hitleriana.[7][8] Alcuni lavoratori sono stati riconosciuti come prigionieri di guerra francesi e polacchi costretti a lavorare.[9][10] Nel 1999, gli avvocati statunitensi che agivano per conto dei sopravvissuti dell'Olocausto iniziarono azioni legali contro la compagnia Hugo Boss per l'uso del lavoro da schiavi durante la guerra.[11] L'abuso di 140 lavoratori forzati polacchi e 40 francesi ha portato a delle scuse da parte della società.[12]

Dopo la seconda guerra mondiale, il processo di denazificazione vide Boss inizialmente etichettato come un "attivista, sostenitore e beneficiario" del nazionalsocialismo, le cui conseguenze furono una pesante multa, e la privazione del diritto di voto e della capacità di gestire un'impresa. Tuttavia, questa sentenza iniziale fu appellata, e Boss fu ri-etichettato come "seguace", una categoria con una punizione meno severa.[4] Tuttavia, gli effetti del divieto portarono il genero di Boss, Eugen Holy, a subentrare sia alla proprietà che alla gestione della società. Boss morì per un ascesso dentale nel 1948.[10]

NoteModifica

  1. ^ http://www.geneall.net/D/per_page.php?id=481001
  2. ^ Lumsden, Robin. A Collector's Guide To: The Allgemeine - SS, Ian Allan Publishing, Inc. 2001, p 53.
  3. ^ Hugo Boss comes clean on Nazi past, in The Local, 21 settembre 2011 (archiviato il 23 marzo 2017).
  4. ^ a b Hugo Boss Biography.
  5. ^ McNab, Chris. Hitler's Elite: The SS 1939–45, Osprey 2013, p 90.
  6. ^ Hugo Boss apology for Nazi past as book is published, su BBC News, BBC, 21 settembre 2011. URL consultato il 2 ottobre 2018.
  7. ^ Hugo Boss Acknowledges Link to Nazi Regime, in The New York Times, 15 agosto 1997. URL consultato il 25 settembre 2008.
  8. ^ White, Constance C. R. "Patterns: Dealing with Hugo Boss's Nazi tie." The New York Times 19 August 1997: A20.
  9. ^ Robin Givhan, Clothier Made Nazi Uniforms, in Los Angeles Times, 15 agosto 1997. URL consultato l'8 novembre 2008.
  10. ^ a b (DE) Zwangsarbeit in Metzingen (Forced Work in Metzingen), Ch.7: Die Firma Hugo Boss
  11. ^ Allan Hall, Hugo Boss facing Holocaust lawsuit, in Daily Record (Glasgow, Scotland), 15 maggio 1999. URL consultato il 3 ottobre 2011.
  12. ^ Seth Abramovitch, Hugo Boss Apologizes For Making Nazis Look Fabulous, su gawker.com. URL consultato il 4 aprile 2013 (archiviato dall'url originale il 28 marzo 2013).

Collegamenti esterniModifica