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Palazzo Vescovile (Grosseto)

edificio di Grosseto
Palazzo Vescovile
Palazzo Vescovile Grosseto.jpg
La facciata principale del palazzo
Localizzazione
StatoItalia Italia
RegioneToscana
LocalitàGrosseto
IndirizzoCorso Carducci
Coordinate42°45′38.04″N 11°06′48.2″E / 42.760567°N 11.113389°E42.760567; 11.113389Coordinate: 42°45′38.04″N 11°06′48.2″E / 42.760567°N 11.113389°E42.760567; 11.113389
Informazioni generali
CondizioniIn uso
Stileneoclassico

Il Palazzo Vescovile, già palazzo Ariosti, è un edificio del centro storico di Grosseto, situato lungo corso Carducci. È sede degli uffici e della curia della diocesi di Grosseto.

StoriaModifica

L'edificio risale al XVIII secolo e fu proprietà dei conti Ariosti.[1] Negli anni 1778-1780 il conte Alfonso Ariosti vendette il palazzo a Mario Nerucci, di una nobile famiglia amiatina.[1] Il vescovo Fabrizio Selvi, che intendeva dotare la diocesi di Grosseto di un nuovo e dignitoso palazzo vescovile, acquistò l'edificio da Nerucci il 20 novembre 1809 cedendo a sua volta il palazzetto Gigli, vecchio episcopio situato di fianco alla cattedrale di San Lorenzo.[1][2] Pochi anni dopo, il vescovo Selvi ospitò presso il nuovo palazzo vescovile il granduca Leopoldo II di Lorena e la granduchessa Anna Maria di Sassonia, come ricordato da un'epigrafe.[1]

Durante il periodo di sede vacante (1858-1867) all'indomani dell'annessione del Granducato di Toscana al Regno di Sardegna, l'edificio servì da prima sede della Biblioteca Chelliana, inaugurata dal canonico Giovanni Chelli nel 1860.[3]

Il palazzo venne ristrutturato e decorato durante l'episcopato del vescovo Giovanni Battista Bagalà Blasini (1876-1884), il quale fece dipingere nella sala principale tutti gli stemmi dei vescovi di Roselle e di Grosseto.[1][4] Tra il 1927 e il 1928, monsignor Gustavo Matteoni ampliò l'edificio, rialzandone una parte, e restaurò la facciata sul corso principale.[1]

Il palazzo vescovile venne danneggiato durante la seconda guerra mondiale da un bombardamento, avvenuto il 29 novembre del 1943, e fu ristrutturato tra il 1948 e il 1951 su iniziativa di Paolo Galeazzi, con conseguente perdita di numerose decorazioni interne, tra cui il sopracitato ciclo di affreschi con gli stemmi gentilizi dei vescovi.[1] Ulteriori lavori di restauro e ristrutturazione degli spazi interni avvennero tra il 1961 e il 1967.[1] Un intervento di restauro conservativo dell'edificio è stato effettuato durante l'episcopato di Angelo Scola (1991-1995).[1]

DescrizioneModifica

Il Palazzo Vescovile si presenta in stile neoclassico, con il prospetto principale che si affaccia lungo il corso, delimitando un piccolo cortile interno assieme alle facciate laterali degli edifici contigui e alla facciata propriamente detta del palazzo stesso. La facciata che si affaccia su Corso Carducci presenta il portale d'ingresso centrale chiuso in alto da un arco a tutto sesto, sopra il quale si sviluppano due cordonature orizzontali a diversi livelli che racchiudono lo stemma del vescovo in carica.[1] Sopra di esso, si sviluppa un coronamento decorativo intermedio che dà appoggio allo stemma monumentale del vescovo Paolo Galeazzi, collocato al centro della parte superiore della facciata, la cui parte apicale termina con una cornice che sporge leggermente dal corpo di fabbrica.[1] Nell'insieme, la facciata risulta tripartita da due coppie di lesene che si sviluppano verticalmente lungo l'intera altezza della facciata.

All'interno, nell'appartamento del vescovo sono conservate quattro stanze, definite "stanze leopoldine", con soffitti affrescati riconducibili al XVIII secolo; in uno degli affreschi è dipinto lo stemma degli Ariosti.[1] Nella cappella, invece, il soffitto presenta al centro un oculo a trompe-l'œil con la glorificazione della famiglia Ariosti, mentre, nelle altre sale, si segnalano una Allegoria della prudenza, sempre della fine del XVIII secolo, e una Madonna col Bambino e cherubini sette-ottocentesca, ridipinta agli inizi del XX secolo dallo stesso vescovo di Grosseto, Ulisse Carlo Bascherini, pittore amatoriale e autore di altre opere pittoriche conservate negli uffici della curia.[1]

NoteModifica

  1. ^ a b c d e f g h i j k l m Mariagrazia Celuzza, Mauro Papa, Grosseto visibile. Guida alla città e alla sua arte pubblica, Arcidosso, Edizioni Effigi, 2013, pp. 108-110.
  2. ^ Giotto Minucci, La città di Grosseto e i suoi vescovi (498-1988), vol. 2, Firenze, Lucio Pugliese, 1988, p. 416.
  3. ^ Anna Bonelli e Letizia Corso, La biblioteca comunale Chelliana: note per una descrizione storica (PDF), in Culture del testo, nº 1, gennaio-aprile 1994, pp. 132-136. URL consultato il 28 giugno 2019 (archiviato dall'url originale il 23 settembre 2015).
  4. ^ Minucci, cit., p. 422.

BibliografiaModifica

  • Anna Bonelli e Letizia Corso, La biblioteca comunale Chelliana: note per una descrizione storica (PDF), in Culture del testo, nº 1, gennaio-aprile 1994. URL consultato il 28 giugno 2019 (archiviato dall'url originale il 23 settembre 2015).
  • Mariagrazia Celuzza, Mauro Papa, Grosseto visibile. Guida alla città e alla sua arte pubblica, Arcidosso, Edizioni Effigi, 2013.
  • Marcella Parisi (a cura di), Grosseto dentro e fuori porta. L'emozione e il pensiero, Siena, C&P Adver Effigi, 2001.
  • Giotto Minucci, La città di Grosseto e i suoi vescovi (498-1988), vol. 2, Firenze, Lucio Pugliese, 1988.
  • Adelmo Tacconi, Notizie sul Palazzo Vescovile, in Rivista diocesana (Diocesi di Grosseto), anno III, n. 1, gennaio 1968, pp. 47-54.

Voci correlateModifica

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