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Romulea (in latino Romulea e in greco Ρωμυλία) era una città sannita e successivamente romana. Tradizionalmente si ritiene che sorgesse nel luogo dove si trova attualmente Bisaccia,[1][2] ma in tempi recenti lo studioso Salmon ha ipotizzato, sulla base di scavi archeologici, che sorgesse dove si trova oggi Carife,[3][4] ipotesi sostenuta anche da Werner Johannowsky;[5] altri studiosi, invece, ritengono che Romulea fosse un pagus sannita, cioè una vasta regione che si estendesse sull'intera Baronia,[6] comprendendo quindi i paesi attuali di Bisaccia, Flumeri, Carife, Trevico, Vallata, Castel Baronia, San Nicola Baronia, San Sossio Baronia, Vallesaccarda.[7] Descritta da Tito Livio (X, 17) come una delle più opulente città sannite, dopo la conquista romana durante la terza guerra sannitica (296 a.C.) sembra abbia attraversato un rapido declino, giacché solo Stefano di Bisanzio la cita in seguito.[2] Secondo Salmon, tuttavia, è possibile che in età augustea sia diventato un municipio romano, sebbene venga omesso dalla lista di municipi di Plinio il Vecchio.[4]

Romulea sannitaModifica

L'ubicazione dell'antica Romulea sannita è tuttora incerta. Viene tradizionalmente identificata con l'odierna Bisaccia,[2] anche se non tutti gli studiosi odierni sono d'accordo con tale identificazione: per esempio, secondo Salmon[8] e Johannowsky,[5] sarebbe da identificare con Carife, mentre al contrario un altro studioso, Paoletta, difende a più riprese nei suoi lavori la tradizionale identificazione con Bisaccia.[3][9] In passato Theodore Mommsen[10] ha ipotizzato che Romulea si trovasse sul Monte Romulo, in un punto intermedio tra Castel Baronia e Carife, tesi supportata successivamente anche da Dressel, Guarino, De Ruggero e Johannowsky.[11] Secondo Salmon, il nome Romulea potrebbe derivare da un monte chiamato "Romolo":[4]

«Testimonianze archeologiche suggeriscono che gli abitanti di Romulea avessero un avanzato grado di sviluppo... Sembra comunque strano che i Sanniti irpini abbiano scelto un nome così tipicamente romano come Romulea per uno dei loro maggiori insediamenti. Ma perché dovremmo supporre che solo i romani avessero il diritto di usare il nome di Romulo? E’azzardato ipotizzare che tradizioni antiche possano essere circolate fra le diverse tribù dell’Italia nell’Età del Ferro? Noi sappiamo,infatti che i Romani e gli Irpini ebbero in comune almeno una tradizione: entrambi collegano al lupo le loro origini; potrebbe essere, inoltre, che Romulo fosse un eroe non solo per i Romani ma anche per altri popoli, a tale proposito vale la pena di sottolineare il fatto che il nome Romulo (o qualcosa di molto simile) sopravvive ancora oggi nell’area irpina; proprio a sud e un po' a ovest di Avellino c’è una montagna chiamata... Romula. Posso anche convenire che il nome sia stato dato alla montagna in tempi moderni ma esso potrebbe preservare il ricordo di un nome antico.»

(T.E.Salmon, Ex Irpinia nsemper aliquid novi, in Vicum n.1, Marzo-Settembre 1990.)

Comunque, mentre per Tito Livio Romulea era una semplice fortezza fortificata (oppidum), alcuni studiosi ritengono che il territorio di Romulea costituisse non una semplice fortezza, ma un pagus,[11][12] ovvero un vasto territorio (coronimo) formato da diversi vici (villaggi) minori e sparsi.[6] Il territorio di Romulea non comprendeva quindi, secondo almeno questi studiosi, solo l'oppidum distrutto durante la terza guerra sannitica dai Romani e che si ritiene si trovi dove sorge attualmente il castello ducale di Bisaccia,[1] ma sembra si estendesse sull'intera Baronia, comprendendo quindi anche le odierne Carife e Castelbaronia, luoghi dove risiedevano i primores (nobili) sanniti,[13] oltre alle odierne Bisaccia e San Sossio Baronia, dov'erano collocati presidi per la difesa del territorio.[6][7] I paesi attuali che comprendevano il coronimo di Romulea dovrebbero essere, secondo tale teoria, Bisaccia, Flumeri, Carife, Trevico, Vallata], Castel Baronia, San Nicola Baronia, San Sossio Baronia, Vallesaccarda.[7] Nei punti strategici erano collocate delle piazzeforti, dove le popolazioni in caso di invasione nemica potevano rifugiarsi e difendersi dai nemici.[6]

Nel territorio di Bisaccia sono stati rinvenuti dall'archeologa Roberta Guidi i resti dell'abitato sannitico, però completamente incendiati: gli archeologi hanno subito pensato all'incendio di Romulea ad opera dei Romani come possibile causa dei resti bruciati.[7][14] L'oppidum distrutto dai Romani nel 296 a.C. si ritiene che fosse un'altura fortificata, eretta dai Sanniti in posizione strategica con la funzione di presidiare il suo vasto territorio (in particolare il passaggio collegante il promontorio del Gargano con il golfo di Salerno)[1] oltre alla via Appia. Alcuni studiosi ritengono che si trovasse sulle alture dove sorge attualmente il castello ducale.[1] Epigrafi osche rinvenute nel territorio di Bisaccia attestano la venerazione nella zona di una divinità nota come Ruma, da cui potrebbe derivare il nome Romulea.[3]

Anche se l'ubicazione esatta è ancora incerta, certo è che Romulea si trovasse in quella regione del Sannio abitata dalla tribù sannita degli Irpini: il nome di questa tribù deriva dal termine osco hirpus, cioè lupo, perché, secondo la leggenda un lupo li avrebbe condotti durante una "primavera sacra" (ver sacrum) in Irpinia.[4] Romulea è descritta da Livio (X, 17) come territorio pieno di ricchezze, e infatti secondo la tesi di Salmon, che tuttavia la identifica con Carife, sarebbe stata il centro dei traffici e dei collegamenti tra l'Irpinia e il resto dell'Italia;[3] comunque, dopo la conquista romana del 296 a.C. (vedasi sotto), sembra abbia attraversato un rapido declino, giacché solo Stefano di Bisanzio la cita in seguito.[2]

Conquista romanaModifica

Durante la terza guerra sannitica, Romulea venne espugnata e saccheggiata nel 296 a.C. dal console Publio Decio Mure o, secondo un'altra fonte annalistica, dal console Quinto Fabio Massimo.[2][15]

Lo storico Tito Livio nella sua opera Ab urbe condita narra la presa di Romulea:

(LA)

«Nam P.Decius, ubi conperit per exploratores profectum Samnium exercitum, advocato consilio "quid per agros" inquit "vagamur vicatim circumferentes bellum? Quin urbes et moenia adgredimur? Nullus iam exercitus Samnio praesidet; [...]
Ad Romuleam urbem hinc eamus, ubi vos labor haud maior, praeda maior manet". Divendita praeda ultro adhortantes ad Romulea pergunt. Ubi quoque sine opere, sine tormentis, simul admota sunt signa, nulla vi deterriti a muris, qua quique proximus fuit, scalis raptim admotis in moenia evasere. Captum oppidum ac direptum est: ad duo milia et trecenti occisi et sex milia himitum capta
»

(IT)

«Infatti, Publio Decio, appena venne a sapere dagli esploratori che l'esercito dei Sanniti era partito[16], convocata l'adunanza:-Perché ci aggiriamo per le campagne -disse- portando la guerra villaggio per villaggio? Perché non assaliamo i centri urbani e le postazioni militari? Ormai non vi è nessun esercito a difesa del Sannio. [...]
Avviamoci verso la cinta fortificata di Romulea, dove vi attende una fatica non maggiore e un bottino più grosso"- Venduto il bottino e, sollecitando per di più il comandante, l'esercito si dirige alla volta di Romulea. Anche qui, senza lavori d'assedio e senza macchine da guerra, non appena furono fatti avanzare i reparti, poiché nessuna forza c'era per allontanarli, ognuno nel punto dove si trovava, appoggiate le scale, fecero irruzione contro la postazione militare. La fortezza fu presa e distrutta. Circa 2.300 uomini furono uccisi e 6.000 furono fatti prigionieri
»

(Tito Livio, Ab urbe condita, X, 17)

Tuttavia Livio si mostra incerto nell'attribuire la vittoria a Publio Decio riportando, nello stesso capitolo, che «alcuni annalisti attribuiscono la maggior parte del credito per queste conquiste a Massimo; essi sostengono che Decio prese Murgantia, mentre Ferentinum e Romulea vennero conquistate da Fabio. Alcuni ancora rivendicano questo onore per i nuovi consoli, mentre alcuni lo restringono a L. Volumnio, a cui, sostengono, il Sannio fu assegnato come sua sfera di azione.»[17]

Romulea romanaModifica

Trasformazione in municipio?Modifica

Dopo la sua presa nel 296 a.C., solo Stefano di Bisanzio cita in seguito la città di Romulea (chiamandola Ῥωμυλία), il che potrebbe essere un segno di rapido declino.[2] Bisogna però anche considerare che gli Irpini, stirpe a cui gli abitanti di Romulea appartenevano, desiderosi di riavere l'indipendenza da Roma, si ribellarono più volte alla Repubblica romana, alleandosi con i tarantini di Pirro e i Cartaginesi di Annibale;[18] la punizione romana per la rivolta fu dura e gli Irpini non solo vennero puniti, al tempo dei Gracchi, con la confisca di parte del loro territorio (che divenne Ager publicus populi romani),[18] ma dovettero subire anche, nel 210 a.C., una "tacita condanna", come attestato da Tito Livio:

«I Padri proibirono di far menzione di quelle dodici colonie che col rifiuto avevano offeso la repubblica; i loro ambasciatori non furono né congedati né trattenuti né più chiamati dai consoli. Quella tacita condanna apparve conforme alla dignità del popolo romano.»

(Tito Livio, XXVII, 10.)

In seguito alla guerra sociale (91 a.C.-88 a.C.) condotta dai popoli italici contro Roma, la cittadinanza romana venne estesa a tutti gli italici, compresi gli Irpini: ciò portò allo smantellamento del loro stato tribale e alla trasformazione delle principali colonie in municipia romani.[4] Salmon ritiene che a Romulea venne fondato un municipio romano che, tuttavia, in un clima di silenzi ed obliterazioni o per semplice omissione di Plinio, non viene citato nella lista di coloniae et municipia di età augustea redatta da Plinio.[3][4][19] A conferma della sua teoria di un municipio romano in Baronia omesso per errore da Plinio e da identificarsi probabilmente con Romulea, vi sarebbero epigrafi che attestano nella zona un municipio ignoto di età romana di una certa importanza e che, per Salmon, non è da identificarsi con i quattro della zona citati da Plinio in quanto troppo distanti dalla zona di rinvenimento; secondo Salmon è probabile che questo municipio fosse proprio Romulea, da identificarsi probabilmente con Carife.[4] È stata inoltre rinvenuta un'epigrafe di epoca augustea che attesta la fondazione di una colonia romana avente il nome di colonia romulensis ad opera di Gaio Vibio Postumo, un generale vittorioso vissuto ai tempi di Augusto:[20]

(LA)

«C(aio) VIBIO C(ai) F(ilio) POSTVMO CO(n)S(uli) VII VIR(o) EPVL(onum) COLONIA ROMULENSIS»

(IT)

«A Gaio Vibio Postumo, figlio di Gaio, console settemviro epulone. La Colonia Romulense.»

(Epigrafe)

L'identificazione di questa colonia Romulensis con Romulea, secondo gli autori della Rivista di filologia e di istruzione classica, appare però dubbia.[21]

Nel I secolo, sotto Augusto, il territorio degli Irpini, a cui apparteneva Romulea, fu separato dal Sannio e aggregato alla Regio II Apulia et Calabria; nel tardo impero gran parte delle città irpine, se non tutte, furono aggregate alla provincia di Campania.[22]

Nel VI secolo Stefano Bizantino la descrive così:[23]

(GRC)

«Ῥωμυλία, τῶν ἐν Ἰταλίᾳ Σαυνιτῶν πόλις. τὸ ἐθνικὸν Ῥωμυλιάτης.»

(IT)

«Romulea, città dei Sanniti in Italia. Il popolo romuliate.»

(Stefano Bizantino)

Stazione dei cavalli: la mansio sub romulaModifica

Gli itinerari di epoca romana, come l'Itinerario antonino e la tavola di Peutinger, attestano la presenza, sulla via Appia, di una stazione per far riposare i cavalli (mansio), chiamata Sub Romula, che viene identificata dagli studiosi con Romulea.[2][24] Essa distava 21 miglia da Aeclanum,[25] e 22 miglia da Pons Aufidi.[2] Dato che è conosciuta l'ubicazione di queste due stazioni, si può concludere che Romulea si trovi dove sorge l'odierna Bisaccia, dove sono stati rinvenuti diversi resti antichi.[2] L'ubicazione della stazione per far riposare i cavalli di Sub Romula è incerta: in passato è stato ipotizzato che si trovasse sul Formicoso, nei pressi di Bisaccia,[26] mentre studi più recenti hanno ipotizzato che si trovasse presso Carife oppure sull'odierna collina della Toppa, come sembrerebbe suggerire il nome antico del monte, Monte Romolo.[11][15]

Le stazioni erano provviste di stalle per far riposare o per cambiare i cavalli e altri animali da sella, ma vi erano anche depositi di grano e di altre derrate alimentari, destinate ai soldati. Tutte le stazioni erano rifornite di acqua di sorgente e in esse erano sistemati servizi pubblici e privati come i fornitori di stato, i frumentari (che avevano l'incarico di fornire agli eserciti in marcia le provviste), spie, militari, carpentieri, meccanici, falegnami, veterinari (mulomedici), trattorie, parcheggi.

NoteModifica

  1. ^ a b c d Archemail - Bisaccia archeologica, su archemail.it. URL consultato il 7 gennaio 2012 (archiviato dall'url originale il 14 luglio 2014).
  2. ^ a b c d e f g h i Smith, Dictionary of Greek and Roman Geography: Iabadius-Zymethus, p. 855.
  3. ^ a b c d e Marta Sordi, Autocoscienza e rappresentazione dei popoli nell'antichità., p. 71.
  4. ^ a b c d e f g "Gli Irpini Ex Italia semper aliquid novi (Dall'Italia sempre qualcosa di nuovo)" di E. Togo Salmon
  5. ^ a b I Sanniti
  6. ^ a b c d Sulle tracce di Romulea, nell'antica Hirpinia Archiviato il 14 luglio 2014 in Internet Archive.
  7. ^ a b c d Corriere irpino - Le conquiste sannite della terra irpina Archiviato il 14 luglio 2014 in Internet Archive.
  8. ^ Salmon, The irpini..., pp. 231 sgg.
  9. ^ E. Paoletta, La via dauno-irpina di Enea. Il culto della Pietra troiana, di Era Filocia, di Ecuba e di Roma nelle epigrafi osche di Bisaccia, Napoli, 1983; E. Paoletta, L'avventura della statua di Accadia in Daunia. Foggia 1978; E. Paoletta, Le grandi scoperte silenziose dell'archeologia : perché le segrete tombe imperiali ad Acca Idea e a Romulea?, Napoli, 1987; citati in Marta Sordi, op. cit., p. 71.
  10. ^ T. Mommsen, C.I.L. XI, sub-voce Trevicum.
  11. ^ a b c Panzetta, "Sulle tracce di Livio, la scoperta del Monte Romulo"[collegamento interrotto]
  12. ^ G. Tagliamonte, I Sanniti: caudini, irpini, pentri, carracini, frentani. Biblioteca di archeologia vol.25. Longanesi & C. Milano 2005, pp. 156-178. Citato in Panzetta.
  13. ^ Matilde Romito, Guerrieri sanniti e antichi tratturi nell'alta valle dell'Ufita, schede 444-481, che attesta il rinvenimento in questi due paesi di cinturoni sanniti tipici dell'abbigliamento dei primores.
  14. ^ «... I materiali archeologici ... ci danno anche la datazione precisa della cessazione della vita sulla collina: gli inizi del III sec. a.C. E i dati di scavo suggeriscono anche l'ipotesi che la fine dell'insediamento sia avvenuta in modo improvviso e violento: nell'area degli edifici di età sannitica vi è più di una traccia di incendio ... Il pensiero corre immediatamente ... a Livio (X,17), là dove racconta la presa di Romulea ...: "captum oppidum ac direptum est" ...» (G. Bailo Modesto, Bisaccia: una collina e mille anni di storia, in L'eco di Andretta, anno I, n. 3-4 (luglio-dicembre 1991)
  15. ^ a b Aquilonia e l'epilogo della resistenza sannita Archiviato il 14 luglio 2014 in Internet Archive.
  16. ^ L'esercito sannita, comandato da Gellio Ignazio, con una marcia leggendaria, aveva raggiunto l'Etruria per convincere gli etruschi e altri popoli italici a attaccare Roma.
  17. ^ T. Livio, X,17
  18. ^ a b Marta Sordi, Autocoscienza e rappresentazione dei popoli nell'antichità., p. 70.
  19. ^ Plinio il Vecchio, Naturalis historia, III,31.
  20. ^ AE 1966, 00074 Museo Civico, Larino, Molise, Italia
  21. ^ Rivista di filologia e di istruzione classica, Volumi 92-93, p. 254.
  22. ^ "Hirpini" in "Dictionary of Greek and Roman Geography" (1854) di William Smith
  23. ^ Stefano Bizantino, Volume 1, p. 365.
  24. ^ Salmon, Samnium and the Samnites, p. 263, Cambridge Press, 1967.
  25. ^ Nicola Corcia, Storia delle due Sicilie dall'antichità più remota al 1789, Volume 2, p. 527.
  26. ^ "Antica topografia istorica del regno di Napoli", Volume 3 di Domenico Romanelli, p. 625.

BibliografiaModifica

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