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La Signoria di S. Abramo fu una suddivisione del regno crociato di Gerusalemme con capoluogo Hebron. Il suo territorio si estendeva a sud di Gerusalemme ed era governata da un vassallo del monarca.

Indice

StoriaModifica

Fino all'XI secolo un califfato governava l'area, che era popolata in prevalenza da contadini di varie confessioni cristiane[1]. Nel 1099 i crociati di Goffredo di Buglione conquistarono Hebron e la rinominarono "Castello di S. Abramo".[2]

Goffredo ne fece una delle prime signorie del Regno, dandola in feudo a Gerardo di Avesnes. I crociati convertirono la moschea e la sinagoga in chiese ed espulsero gli ebrei che vi abitavano.

Come guarnigione cristiana del Regno di Gerusalemme, presto comandata da Tancredi, principe di Galilea, la sua difesa fu precaria essendo "poco più di un'isola in un oceano musulmano".[3] Nel 1106 gli egiziani lanciarono una campagna militare, penetrarono nel meridione della Palestina e, nel 1107 riuscirono quasi a riconquistare Hebron dai crociati di Baldovino I di Gerusalemme, che guidò personalmente il contrattacco per respingere le forze musulmane.

Nel 1167 fu eretta la sede episcopale di Hebron insieme a quelle di Kerak e Sebaste (la tomba di Giovanni Battista).[4]

La Signoria di S. Abramo ebbe alle proprie dipendenze la Signoria di Beth Gibelin, creata da Folco di Gerusalemme nel 1149, il cui signore era un valvassore di quello di S.Abramo. Poco dopo Hebron divenne un dominio reale e Beth Gibelin passò agli Ospitalieri. Hebron era già stata sotto il controllo regio varie volte prima del 1149.

Il curdo musulmano Saladino prese Hebron nel 1187 e ridiede alla città il suo vecchio nome di Al-Khalil; Riccardo Cuor di Leone riconquistò Hebron poco tempo dopo.

Riccardo di Cornovaglia fu inviato dall'Inghilterra per risolvere la pericolosa faida tra Templari ed Ospitalieri, la cui rivalità metteva a repentaglio il trattato che garantiva la stabilità della regione, stipulato con il Sultano egiziano As-Salih Ayyub. Egli riuscì ad imporre la pace nell'area ma, subito dopo la sua partenza, la faida esplose e nel 1241 i Templari violarono gli accordi effettuando una razzia su quella che era, al momento, la Hebron musulmana.[5]

Nel 1260 il Sultano Baibars prese il controllo dell'area e stabilì il dominio dei Mamelucchi.

La Grotta dei PatriarchiModifica

 
Complesso della Grotta dei Patriarchi a Hebron.
 Lo stesso argomento in dettaglio: Grotta di Macpela.

Ali ibn abi bakr al-Harawi nel 1173 scrisse che, durante il regno di Baldovino II di Gerusalemme nell'anno 1119, una parte della volta della Grotta dei Patriarchi era crollata e "alcuni ifranj erano penetrati all'interno" ed avevano scoperto "[i corpi] di Abramo, Isacco e Giacobbe ... i loro sudari erano caduti a pezzi, che giacevano appoggiati contro un muro...Allora il Re, dopo aver provveduto a nuovi sudari, fece nuovamente chiudere il luogo".

Il nobiluomo e storico damasceno Ibn al-Qalanisi, nella sua cronaca, pure allude alla scoperta, in questo periodo, di reliquie ritenute essere quelle di Abramo, Isacco e Giacobbe, una scoperta che suscitò un'accesa curiosità nelle tre comunità della Palestina: musulmana, ebrea e cristiana.[6][7]

Nel 1170 Beniamino di Tudela visitò la città, che egli chiamò con il nome che gli avevano dato i crociati St. Abram de Bron; egli ritenne che le strutture funerarie dei patriarchi fossero opera dei gentili ed osservò che i pellegrini desiderosi di vedere il "sepolcro dei padri" erano assoggettati a tasse esorbitanti.[8]

Signori di S. AbramoModifica

NoteModifica

  1. ^ Runciman,  vol. I p. 303.
  2. ^ De Sandoli,  pp. 251-2.
  3. ^ Runciman,  vol. II p. 4.
  4. ^ (EN) Jean Richard, The Crusades, C. 1071-c. 1291, traduzione di Jean Birrell, Cambridge University Press, 1999, p. 112, ISBN 978-0-521-62566-1.
  5. ^ Runciman,  vol. III p. 219.
  6. ^ C. Kohler, Un nouveau récit de l’invention des Patriarches Abraham, Isaac et Jacob à Hebron, in Revue de l’Orient Latin, vol. 4, 1896, pp. 477 e segg..
  7. ^ Runciman,  vol. II p. 319.
  8. ^ C. Warren, Machpelah, in James Hastings (a cura di), A Dictionary of the Bible, 1900.
    «Qui è il grande luogo di culto chiamato S. Abramo, ... dove i Gentili hanno eretto sei sepolcri che fingono essere quelli di Abramo e Sara, di Isacco e Rebecca e di Giacobbe e Lea; ai pellegrini è stato detto che sono i sepolcri dei padri e del denaro viene loro estorto.».
  9. ^ (EN) Charles Cawley, Chapter 7. LORDS of HEBRON, Foundation for Medieval Genealogy, maggio 2007. URL consultato il 4 aprile 2009.
  10. ^ Murray, p. 199.
  11. ^ Murray, pp. 211-212.

BibliografiaModifica

  • (FR) Paul Edouard Didier Riant, Invention de la Sépulture des patriarches Abraham, Isaac et Jacob à Hébron, le 25 juin 1119, in Archives de l'Orient latin, Imprimerie de l'Institut Royal des Sourds-muets, 1883, Vol. II pp. 411-421.
  • (EN) Steven RUNCIMAN, The First Crusade and the Foundations of the Kingdom of Jerusalem, in A history of the Crusades, vol. I, Cambridge, Cambridge University Press, 1965; (traduzione italiana di E. Bianchi, A. Comba, F. Comba, in due volumi: Storia delle Crociate, Torino, Einaudi, 2005; ISBN 978-88-06-17481-1) [1951], ISBN 978-0-521-06161-2.
  • (EN) Steven RUNCIMAN, The Kingdom of Jerusalem and the Frankish East, 1100-1187, in A history of the Crusades, vol. II, Cambridge, Cambridge University Press, 1952; (traduzione italiana di E. Bianchi, A. Comba, F. Comba, in due volumi: Storia delle Crociate, Torino, Einaudi, 2005; ISBN 978-88-06-17481-1), ISBN 978-0-521-06162-9.
  • (EN) Steven RUNCIMAN, The Kingdom of Acre and the Later Crusades, in A history of the Crusades, Volume III, Cambridge, Cambridge University Press, 1954; (traduzione italiana di E. Bianchi, A. Comba, F. Comba, in due volumi: Storia delle Crociate, Torino, Einaudi, 2005; ISBN 978-88-06-17481-1), ISBN 978-0-521-06163-6.
  • (EN) Jonathan Simon Christopher Riley-Smith, The Feudal Nobility and the Kingdom of Jerusalem, 1174-1277, The Macmillan Press, 1973, ISBN 978-0-333-06379-8.
  • (EN) Steven Tibble, Monarchy and Lordships in the Latin Kingdom of Jerusalem, 1099-1291, Oxford, Clarendon Press, 1989, ISBN 978-0-19-822731-1.

Voci correlateModifica

Collegamenti esterniModifica

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