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Una vista dello stabilimento dismesso (2016)

Lo stabilimento Ilva di Bagnoli è stato un impianto siderurgico sorto nel quartiere di Bagnoli a Napoli nel 1904[1] e poi dismesso.

Indice

StoriaModifica

 
Cartolina postale dello stabilimento Ilva di Bagnoli. Vasche e pontile, Napoli 1905.
 
Inaugurazione dello stabilimento, 1910

Lo stabilimento siderurgico di Bagnoli, sorto per sfruttare i benefici della legge speciale per Napoli del 1904, entra in produzione nel 1910, occupando circa 1.200 operai. I programmi dell'Ilva sono però fortemente condizionati dal “salvataggio” del settore operato nell'estate del 1911 sotto la guida del direttore della Banca d'Italia, Bonaldo Stringher, e anche l'impianto napoletano subisce un ridimensionamento rispetto al progetto iniziale.[1] Non si hanno particolari notizie delle relazioni industriali in quei primi anni, ma a giudicare dalla rilevante posizione assunta nella società Ilva da Teodoro Cutolo (1862-1932), l'organizzazione di fabbrica può desumersi come piuttosto severa.[1]

Alla vigilia del conflitto gli operai sono più che raddoppiati (2 500 circa) e aumentano ulteriormente durante la guerra, sotto il regime della “mobilitazione industriale”. L'Ilva è tra le prime aziende a ottenere il requisito della “ausiliarietà”, tramite il quale organizza l'attività produttiva in base alle esigenze belliche della nazione.[1]

Dopo l'esordio speculativo dei primi esercizi, caratterizzato dalla distribuzione di dividendi con metodi finanziari poco rigorosi, è ancora sul piano borsistico che maturano eventi decisivi per l'Ilva, quando, nel 1917, Max Bondi (1883-1927) comincia quella scalata il cui sbocco sarà, nell'estate 1918, la nascita della grande Ilva. La nuova società nasce con un programma ambizioso, basato sulla polisettorialità e mirante al controllo diretto di tutte le attività collegabili alla produzione siderurgica. Un'impostazione sicuramente moderna e capace di turbare gli equilibri economici, ma minata alla base da una scarsità di mezzi propri e, conseguentemente, da un eccessivo indebitamento e soprattutto da una modalità di generazione dei profitti dipendente dalle commesse statali.[1]

Nel maggio del 1921 Bondi è sfiduciato dalla Banca commerciale, che lo sostituisce con Arturo Bocciardo (1876-1959). Già dall'anno precedente lo stabilimento di Bagnoli ha chiuso i battenti e sarà riaperto, per volontà politica del Governo fascista, soltanto nel 1924.[1]

La grande crisi economica mondiale coglie le banche miste fortemente immobilizzate. L'Ilva rientra nella sfera della Banca commerciale e dunque finisce nella Sofindit, la finanziaria chiamata a raccogliere le partecipazioni industriali della banca. L'uomo Sofindit al quale il Ministro Jung prima, e poi il Presidente dell'IRI, Alberto Beneduce, affidano il mandato di riorganizzare l'intera siderurgia italiana è Oscar Sinigaglia (1877-1953). Sinigaglia è un convinto assertore del ciclo integrale, in alternativa a quello del rottame voluto dai gruppi privati (Falck). Con entusiasmo e coraggio presenta un piano che prevede la ristrutturazione e il rilancio degli impianti di Piombino e Bagnoli. La sua esperienza a capo dell'Ilva (viene designato Presidente nel 1932) dura sino al 1935. Nel mese di ottobre del 1935 entra nel Consiglio d'amministrazione dell'Ilva Francesco Giordani (1896-1961), il quale, sia pure con molte cautele, sostiene la siderurgia integrale. Nei mesi e negli anni successivi, la lenta convergenza sulle stesse posizioni di Bocciardo e la tenace battaglia di un altro tecnico di provenienza Sofindit, Agostino Rocca (1895-1978), fanno sì che l'industria di Stato prenda le distanze da quella privata attraverso il riconoscimento di interessi contrapposti.[1]

Nel giugno 1937 nasce la Finsider, holding di settore dell'Iri, alla cui testa è posto Bocciardo, che recupera gran parte delle idee di Sinigaglia, e governa un acceso scontro tra il progetto di Rocca relativo alla costruzione di un terzo centro siderurgico a Cornigliano e l'idea alternativa di Giordani che vorrebbe potenziare lo stabilimento napoletano. La produzione di ghisa a Bagnoli tra il 1934 e il 1940 passa da 110 000 a 317 000 tonnellate, mentre quella dell'acciaio da 138.000 a 177.000. Il numero di occupati, sfruttando anche il ruolo che il Fascismo assegna a Napoli, capitale dell'Impero, giunge nel 1937 a superare le 4.000 unità.[1]

La guerra produce danni ingenti agli impianti. I maggiori a Bagnoli sono quelli procurati, nel settembre del 1943, dai tedeschi in ritirata. Di fronte alla resistenza degli alleati a consentire la ripresa produttiva a Bagnoli, sono le stesse maestranze ad assumere spontaneamente le iniziative necessarie alla riapertura. Nel corso del 1944, da marzo a giugno, gli operai passano da 500 a 800.[1]

 
Napoli - Bagnoli, Cementir e Italsider. Anni sessanta-settanta.

Grazie all'appoggio del Governo De Gasperi, Sinigaglia torna nel dopoguerra a riproporre il suo piano siderurgico, ottenendo questa volta i mezzi per attuarlo. All'impianto di Bagnoli viene restituita una centralità produttiva rilevante e una conseguente forza politica e sindacale che contrasta con la marcata deindustrializzazione dell'area.[1] Negli anni cinquanta l'Ilva è il baluardo a Napoli della lotta contro il centrismo e contro il “laurismo”, con una sindacalizzazione che fa capo alla CGIL radicata e profonda (circa il 72% delle maestranze nel 1951).[1]

Negli anni sessanta e settanta, con la costituzione dell'Italsider, del quarto centro siderurgico di Taranto e il programmato quinto centro a Gioia Tauro, lo scontro sindacale e industriale si sposta verso la ricerca di più difficili equilibri. In seguito si continuerà a lungo a coltivare l'illusione di potersi ritagliare uno spazio importante nella produzione mondiale, nonostante le nuove sfide competitive e i vincoli della Commissione europea. Il risultato finale sarà non solo il fortissimo ridimensionamento della grande siderurgia, ma anche, per ciò che riguarda Bagnoli, la dismissione e il continuo differimento della bonifica dell'area.[1]

ArchivioModifica

La documentazione prodotta dall'Ilva di Bagnoli, conservata a Napoli da Bagnolifutura spa di trasformazione urbana[2] nel fondo omonimo (estremi cronologici: sec. XX inizio - sec. XX fine)[3], è costituita principalmente da scritture sociali, contabili, tecniche e dalla documentazione delle singole aree e divisioni (programmazione, produzione, impianti, personale, ecc.). L'archivio tecnico conserva circa 150.000 disegni su lucido e 50.000 su supporto cartaceo. Molto consistenti il corpus fotografico (circa 10.000 foto, circa 160 lastre fotografiche e migliaia di diapositive) e la serie delle riviste relative allo stabilimento ("Bagnoli notizie", "Italsider tempo", "Bagnoli ore 14"), oltre alla rassegna stampa. Vi sono poi alcuni filmati e alcuni nastri audio.

NoteModifica

  1. ^ a b c d e f g h i j k l Ilva - Stabilimento di Bagnoli, su SAN - Portale degli Archivi d'Impresa. URL consultato il 19 febbraio 2018.
  2. ^ Bagnolifutura spa di trasformazione urbana, su SIUSA. Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche. URL consultato il 23 luglio 2018.
  3. ^ fondo ILVA di Bagnoli, su SIUSA. Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche. URL consultato il 23 luglio 2018.

BibliografiaModifica

  • ILVA alti forni e acciaierie d'Italia, 1897-1947, Bergamo, Istituto italiano d'arti grafiche, 1948.
  • A. Carparelli, I perché di una “mezza siderurgia”. La società Ilva, l'industria della ghisa e il ciclo integrale negli anni Venti, in Acciaio per l'industrializzazione, a cura di F. Bonelli, Torino, Einaudi, 1982, pp. 5-158.

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