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Tempio di Giove Appennino

Il tempio di Giove Appennino è un tempio umbro-romano che sorgeva alle falde del monte Catria, tra Umbria e Marche, nel territorio delle antiche città di Iguvium (Gubbio) e Luceoli, ora al confine tra i comuni di Scheggia e Pascelupo, in provincia di Perugia, e Cantiano in provincia di Pesaro e Urbino. Il tempio sorgeva nei pressi dell'antica via Flaminia, a 135 miglia da Roma, dove la via valicava gli Appennini.

Fonti anticheModifica

Dalle notizie delle fonti antiche sappiamo che era noto nel III secolo come santuario oracolare: nella Historia Augusta Flavio Vopisco[1] riferisce come l'imperatore Aureliano volesse esporre nel suo tempio del Sole a Roma una statua d'oro di Giove e come, "Appenninis sortibus additis" ("secondo il responso dell'oracolo degli Appennini"), avrebbe voluto chiamarlo con il nome di Giove "Console" o "Consulente". Un altro autore dell'Historia Augusta, Trebellio Pollione racconta come l'imperatore Claudio il Gotico avesse consultato tre volte l'oracolo "in Appennino", per sé stesso, per i propri discendenti e per il fratello Quintilio[2].

La Tabula Peutingeriana, sempre del III secolo, riporta, nel punto in cui la via Flaminia oltrepassa gli Appennini, la scritta ad Ensem, riferita ad una stazione di posta e, vicina a questa, il disegno di un tempio, con la scritta "Iovis Penninus id est Agubio", riferita alla vicina città di Gubbio (Iguvium).

Il tempio si conservava ancora agli inizi del V secolo: il poeta Claudio Claudiano, descrivendo il viaggio di Onorio da Ravenna a Roma nel 404[3], riporta come dopo la gola del Furlo l'imperatore "exuperans delubra Iovis saxoque minantes / Appenninigenis cultas pastoribus aras", "supera il santuario di Giove e le are sovrastate dalla roccia, venerate dai pastori dell'Appennino".

RitrovamentiModifica

In località "Piaggia dei Bagni", tra l'attuale Scheggia e Pontericciòli di Cantiano, venne rinvenuta agli inizi del Settecento un'iscrizione, datata al I secolo, oggi conservata presso il Museo lapidario maffeiano di Verona, con dedica a Giove Appennino[4]. Nello stesso luogo vennero trovate anche altre iscrizioni dedicatorie, bronzetti votivi, monete d'oro, d'argento e, più numerose, in bronzo, rocchi di colonna, frammenti di statue, marmi colorati e un'aquila in metallo di molto pregio.[senza fonte]

Il santuario è stato ritenuto[senza fonte] il luogo di provenienza delle Tavole eugubine.

Scavi più recenti hanno riportato alla luce vasche di epoca romana, che raccoglievano le acque delle locali sorgenti, collegate ipoteticamente al santuario.[senza fonte]

NoteModifica

  1. ^ Flavio Vopisco, Historia Augusta, Vita Firmi, Saturnini, Proculi et Bonosi, III.
  2. ^ Trebellio Pollione, Historia Augusta, Vita divi Claudi, X.
  3. ^ Claudio Claudiano, Panegyricus de sexto consulatu Honorii Augusti,vv.500-505. Vedi anche: Antonella Trevisiol, Fonti letterarie ed epigrafiche per la storia romana della provincia di Pesaro e Urbino, Roma 1999, p.135.
  4. ^ Antonio Brandimarte, Piceno Annonario, ossia Gallia Senonia illustrata, Roma 1825, pp.152-153: la divinità venne ricollegata al dio ligure Peninus di cui ci riferisce Tito Livio (Ab Urbe condita, XXI, 38.) in relazione ad un culto sul monte, a sua volta collegato al termine pen, con il significato di "sommità". A questa divinità un'iscrizione dedicatoria attribuisce l'appellativo di "Ottimo Massimo", proprio di Giove, al quale dovette essere assimilato. Al santuario citato dalle fonti vengono attribuite nel testo ottocentesco le rovine allora visibili presso "il castello della Scheggia".