Torre Velasca

grattacielo di Milano
Torre Velasca
Torre Velasca 01.jpg
Un'immagine della Torre Velasca nel 2009
Localizzazione
StatoItalia Italia
LocalitàMilano
Indirizzopiazza Velasca 5, 20122 Milano
Coordinate45°27′36″N 9°11′26″E / 45.46°N 9.190556°E45.46; 9.190556Coordinate: 45°27′36″N 9°11′26″E / 45.46°N 9.190556°E45.46; 9.190556
Informazioni generali
CondizioniIn uso
Costruzione1955-1957
Inaugurazione1961
Stilebrutalista
Usocommerciale
residenziale
AltezzaTetto: 106 m
Piani26
Ascensori8
Realizzazione
ArchitettoStudio BBPR
(G. L. Banfi, L. Belgiojoso
E. Peressutti, E. N. Rogers)
IngegnereArturo Danusso
AppaltatoreRi.C.E.
Ricostruzione Comparti Edilizi S.p.A.
CostruttoreSocietà Generale Immobiliare
ProprietarioUnipolSai
CommittenteComune di Milano

La Torre Velasca è un grattacielo di Milano. Realizzata per la Ri.C.E. tra il 1955 e il 1957 su progetto dello Studio BBPR, l’edificio rappresenta uno dei pochi esempi italiani di architettura post-razionalista brutalista. Il suo nome si deve alla piazza omonima in cui si trova, toponimo a sua volta derivante dal nome del politico spagnolo Juan Fernández de Velasco che nel XVII secolo governò il Ducato di Milano.

Per il suo interesse storico e artistico nel 2011 l'edificio fa parte dei beni architettonici sottoposti a vincolo dalla Soprintendenza ai Beni Culturali.[1]

StoriaModifica

Genesi del progettoModifica

«La Torre si propone di riassumere culturalmente e senza ricalcare il linguaggio di nessuno dei suoi edifici, l'atmosfera della città di Milano, l'ineffabile eppure percepibile caratteristica [...]»

(Ernesto Nathan Rogers, 1958[2])

L'edificio fu progettato dallo Studio BBPR su incarico della società committente Ri.C.E. (Ricostruzione Comparti Edilizi S.p.A.), che nel 1949 ottenne dal Comune di Milano la licenza per costruire «un edificio pluripiano a uso misto commerciale e residenziale da insiediarsi in un'area di suolo pubblico di ricoversione», a seguito della devastazione inflitta dai pesanti bombardamenti angloamericani della seconda guerra mondiale.

Gli studi di progettazione iniziarono nel 1950 con la collaborazione dell'ingegnere torinese Arturo Danusso e furono da subito indirizzati verso la creazione di un nuovo simbolo della rinascita post-bellica di Milano, ipotizzando inizialmente un grattacielo da realizzarsi completamente in acciaio e vetro. Per accertarsi maggiormente della fattibilità di tale progetto lo Studio BBPR interpellò anche un'azienda di New York specializzata nella consulenza economica per progetti di grattacieli, la quale evidenziò che la condizione dell'industria siderurgica italiana del tempo non sarebbe stata in grado di sostenere una simile richiesta di materia prima;[3] l'iniziale ipotesi di una torre in acciaio venne dunque accantonata anche a causa degli alti costi del materiale, pertanto lo Studio BBPR optò per la soluzione in calcestruzzo armato con rivestimento in pietra che ridusse i costi di un quarto ma che si sarebbe altresì inserita meglio nel contesto architettonico cittadino.

Fra il 1952 e il 1955 venne portato a termine il progetto definitivo dell'edificio, che venne approvato dal committente e realizzato dalla Società Generale Immobiliare tramite Sogene, tra il 1956 e il 1957.[4] I lavori di costruzione durarono 292 giorni, concludendosi con otto giorni di anticipo rispetto a quanto previsto dal contratto.[5]

A seguito di alcuni passaggi di proprietà negli anni duemila l'edificio passò alla Fondiaria Sai, facente parte del Gruppo Ligresti[6] e successivamente, dopo la fusione con Unipol, entrò a far parte del patrimonio immobiliare della nuova società UnipolSai, che si occupò di una totale ristrutturazione.[7]

Nell'ottobre del 2019 è stata conclusa una nuova trattativa con cui Unipol ha ceduto la Torre Velasca al gruppo americano Hines, a fronte di un esborso economico complessivo di 220 milioni di euro.[8][9]

Accoglienza, considerazioni e dibattitoModifica

 
La Torre Velasca in fase di ultimazione nel 1958, in una fotografia di Paolo Monti

Nel 1961, a pochi anni dalla sua inaugurazione, alla Torre Velasca venne attribuito il "Premio per un'opera realizzata" assegnato annualmente dall'IN/ARCH (Istituto Nazionale di Architettura)[10] e divenne presto ambita sede di prestigiosi uffici, nonché dimora di personaggi illustri del mondo dello spettacolo come Gino Bramieri, che visse a lungo in un attico con vista Duomo.[11]

Malgrado l'indubbia valenza progettuale, l'edificio suscitò inizialmente pareri discordi per il suo singolare profilo e divenne altresì oggetto di ironia dei milanesi che diedero presto alla torre il soprannome di "grattacielo con le bretelle”,[12] per via delle travature oblique che sorreggono la parte aggettante dell'edificio. Lo stesso scrittore Luciano Bianciardi fu tra i primi detrattori, definendola nel suo romanzo La vita agra del 1962 come un «torracchione di vetro e cemento»,[13] mentre fuori dai confini nazionali il critico britannico Reyner Banham, vicino al movimento brutalista d'oltremanica, la giudicò come «la ritirata italiana dall'architettura moderna».[14]

Tuttavia il dibattito circa l'impatto dell'opera nel panorama meneghino, non andò a scemare nei decenni a venire e ancora all'inizio del terzo millennio, illustri architetti come Mario Bellini e Gianmaria Beretta ne apprezzarono l'indubbio interesse stilistico e progettuale definendolo «un grattacielo milanese che rifiuta la standardizzazione dell'architettura internazionale»; dello stesso parere fu il collega Stefano Boeri per il quale «la Torre Velasca è l'invenzione di una nuova architettura, primo grattacielo progettato con quella singolare forma "a fungo", nessuno prima aveva mai ideato un edificio del genere», rimarcandone quindi la sua unicità nel panorama internazionale.[13]

 
La torre nel panorama milanese degli anni 2010, vista dalle guglie del vicino Duomo

Da parte della critica d'arte, Philippe Daverio considera la Torre Velasca un «assoluto capolavoro», sottolineando come «ogni popolo rappresenta la propria idea di architettura [...]. Sarebbe cattivo chiedere a un inglese di avere una conoscenza così articolata della nostra storia»; di diverso parere è invece Vittorio Sgarbi, il quale sostiene che «chi non è abituato a guardarla con i nostri occhi indulgenti può sicuramente classificarla come mostro», ammettendo inoltre che «tende a non piacermi. È il paradigma della civiltà dell'orrore».[13]

Al di fuori del versante artistico, il giornalista Beppe Severgnini, pur parlando di un «capoccione di cemento con tiranti improbabili», ne approva l'originalità e la follia, contestualizzandola a simbolo di un'«Italia ottimista e casinista» del miracolo economico:

«Chi dice che è orrenda, non capisce niente di Milano. Probabilmente crede che il capoluogo lombardo voglia gareggiare con altre città d'Italia in bellezze rinascimentali. Invece è orgoglioso dei suoi angoli strambi, dei suoi portoni, dei suoi cortili irregolari, dei suoi palazzi dove qualche incosciente vorrebbe sostituire il portiere con un citofono.[15]»

DescrizioneModifica

EsternoModifica

La Torre Velasca costituisce il risultato più rappresentativo del celebre gruppo di architetti dello Studio BBPR, in cui Ernesto Nathan Rogers, già direttore della rivista Casabella, rappresentava un punto di riferimento per l'architettura italiana che cercava il superamento del razionalismo e una sua reinterpretazione.[16]

 
Una vista dell'edificio da sotto
 
La torre in costruzione nel 1956
 
La struttura dell'ingresso alla torre
 
L'edificio visto da sotto, da cui si può notare lo spigolo smussato anch'esso provvisto di finestre e parte della struttura metallica rossa che costituisce il telaio del patio esterno allestito al piano stradale nel 2015

La caratteristica morfologia della torre è la conseguenza di un approfondito studio di molteplici fattori che trovano le loro origini dapprima nella creazione di un nuovo simbolo per la Milano del dopoguerra, dopodiché nella ricerca di uno slancio verticale contrapposto alla costrizione in cui si trova la base dello stesso edificio, ubicato nella piccola piazza omonima. Al tempo stesso la Torre Velasca vuole rappresentare la risposta funzionale frutto della reinterpretazione del Razionalismo, ma anche una evidente citazione dell’architettura medievale lombarda, tra cui la stessa Torre del Filarete del Castello Sforzesco.[13]

L'edificio si sviluppa su una planimetria a base rettangolare e s'innalza per 28 piani, due di cui interrati.[17] L’ingresso principale è sul lato sud ed è preceduto da una struttura a un piano che ospita i locali commerciali e spazi deputati alla portineria e al servizio di guardianìa, sospesa su quattro pìloti centrali a "T" e scandita da un'ampia superficie vetrata costituita da una serie ripetuta di finestre affiancate da sottili paraste.[18]

Tutti i prospetti dell’edificio sono analoghi e scanditi dalle nervature della struttura portante volutamente evidenziata che si raccordano alle travature oblique che emergono a partire dal quindicesimo piano. Le finestre sono tutte rettangolari e di egual misura, la cui disposizione si basa su una griglia di ingombri apparentemente casuali, suggerita dallo stesso telaio strutturale che è tamponato da pannelli prefabbricati in cemento e graniglia di porfido rosa disposti in maniera irregolare. Questa voluta asimmetria nella disposizione delle finestre e delle analoghe aperture che celano i balconi incassati all'interno dei prospetti crea al contempo uniformità e dinamismo, con un'alternanza di pieni e vuoti che il Portoghesi definì «spettinature», ovvero la risultanza di «una riedizione più complessa della dialettica tra gabbia strutturale e involucro murario del razionalismo italiano».[18]

I primi diciassette piani fuori terra hanno una destinazione d’uso differente: attività commerciali al piano stradale, uffici e studi professionali ai piani superiori. Il 18º piano ospita unicamente locali tecnici di servizio, aree comuni e gli accessi alla balconata che percorre l'intero perimetro dell'edificio.

Proprio tra il 15º e il 18º piano si può notare l'aspetto strutturale più caratteristico dell'edificio, ovvero la struttura portante progettata dall'ingegner Arturo Danusso per sostenere il modulo aggettante superiore che ospita i restanti otto piani a uso abitativo. Essa è costituita da venti travature oblique a sezione trilobata che emergono dai prospetti esterni e che in corrispondenza del 18º piano si innestano ai pilastri perpendicolari superiori e ai grandi puntoni di raccordo, uniti alle mensole d’ancoraggio a "V" che sporgono vistosamente dal diciassettesimo piano e che sono la parte terminale di una fitta rete incrociata di tiranti che percorrono l'intero solaio su cui poggia il modulo aggettante superiore.[18] I piani superiori, fino al venticinquesimo, sono invece destinati unicamente ad appartamenti privati.

Il modulo terminale dell'edificio è infatti costituito da una planimetria più larga rispetto ai piani sottostanti in funzione del fatto che, secondo l'autore del progetto, le abitazioni private dal 19º al 25º piano necessitano di una profondità maggiore del corpo di fabbrica rispetto agli uffici sottostanti e, al tempo stesso, devono determinare una sorta di distacco formale che suddivide nettamente le due aree dell'edificio.

Il 25º piano ospita sei unità abitative duplex disposte su due livelli, con il piano attico mansardato[18] ed è caratterizzato da un grande terrazzo che percorre l'intero perimetro del modulo aggettante che contraddistingue la parte sommitale della struttura, seppur suddiviso secondo i confini delle singole unità abitative. Oltre alle nervature a vista della struttura portante che vanno rastremandosi fino a scomparire nei prospetti del modulo superiore, le maggiori citazioni neogotiche di richiamo medievale sono le guglie che compongono la balaustra di pannelli in vetro di questa terrazza sommitale e la copertura, costituita da un tetto metallico a quattro falde che ospita il secondo piano mansardato degli attici, a sua volta sormontato da un nucleo in laterizio dove vi sono locali tecnici, antenne e comignoli.[18]

InternoModifica

Complessivamente l'edificio contava originariamente 800 unità immobiliari. Fin dalle prime bozze di progetto lo Studio BBPR delineò una torre in cui la parte superiore fosse più larga di quella inferiore in funzione del fatto che, secondo i progettisti, le abitazioni dal 19º al 25º piano necessitassero di una profondità maggiore del corpo di fabbrica rispetto agli uffici presenti dal 2º al 10º piano e agli studi professionali con abitazione annessa dall’11º al 17º piano.

Il 18º piano è dedicato unicamente a locali tecnici di servizio, magazzini di pertinenza delle abitazioni, aree comuni, toilettes e due accessi alla balconata che percorre l'intero perimetro esterno dell'edificio, da cui è possibile anche ispezionare periodicamente le travature oblique della struttura portante o intervenire per la manutenzione dell'illuminazione esterna dell'edificio.

Il modulo superiore più aggettante che ospita i piani compresi tra il 19º e il 25º è destinato unicamente alle 72 unità abitative da due a sette vani più servizi, tutti comprensivi di veranda e terrazzo. Il 25º piano ospita le unità più prestigiose, ovvero 6 appartamenti duplex disposti su due livelli, con piano mansardato e terrazza panoramica.

Originariamente tutte le 800 unità immobiliari erano già dotate di impianti tecnologici d'avanguardia come il riscaldamento a pavimento e l'aria condizionata in ogni ambiente, mentre i 72 appartamenti erano anche provvisti di arredi permanenti come armadi, serramenti specifici, cucina con elettrodomestici in modo che gli inquilini fossero liberi di provvedere soltanto all'arredo con mobili propriamente detti. Molti di questi dettagli architettonici d'arredo sono stati conservati anche nelle ristrutturazioni più recenti.[18]

I due piani ipogei ospitano svariati locali tecnici e l'ampia rimessa per 450 autovetture con un impianto di autolavaggio, la cui rampa d'accesso si trova sul lato opposto all'ingresso dell'edificio. [18]

La Torre Velasca nella cultura di massaModifica

In campo cinematografico e televisivo, la Torre Velasca è tra i luoghi dei film Il vedovo di Dino Risi, Milano calibro 9 di Fernando Di Leo e Durante l'estate di Ermanno Olmi, nonché della serie 1992. In campo letterario, è apparentemente citata ne La vita agra di Luciano Bianciardi e Neppure un rigo in cronaca di Gino e Michele.

TrasportiModifica

Dal dicembre del 1990 l’edificio è servito dalla stazione Missori della linea  

NoteModifica

  1. ^ Armando Stella, La soprintendenza mette il «vincolo» sulla Torre Velasca, su milano.corriere.it, 18 novembre 2011.
  2. ^ Rogers, p. 312.
  3. ^ Torre Velasca – Aneddoti e curiosità, su turismo.milano.it.
  4. ^ Tafuri, p. 68.
  5. ^ Mario de Miranda, La torre Velasca – Lettura delle Opere Strutturali (PDF), Università Iuav di Venezia, 2008.
  6. ^ Armando Stella, La Torre Velasca in vendita. «Subito il vincolo di tutela», su milano.corriere.it, 22 luglio 2010.
  7. ^ Paola Dezza, Orion vicina all'acquisto della Torre Velasca, su ilsole24ore.com, 24 gennaio 2017.
  8. ^ La Torre Velasca agli americani di Hines, su milano.corriere.it, 10 ottobre 2019.
  9. ^ Venduta afli americani la Torre Velasca, uno dei simboli di Milano, su lastampa.it, 16 gennaio 2020. URL consultato il 17 gennaio 2020.
  10. ^ L'architettura. Cronache e storia, anno VII, nº 76, febbraio 1962, p. 714.
  11. ^ Luigi Bolognini, Mio padre Gino. Bramieri, una vita da ridere: "Aveva una barzelletta per tutti", in la Repubblica, 16 marzo 2006.
  12. ^ Oppure "grattacielo delle giarrettiere”.
  13. ^ a b c d Annachiara Sacchi, Ma è così brutta la Torre Velasca? Critici e archistar milanesi si dividono, su milano.corriere.it, 3 aprile 2012.
  14. ^ Ricordo di Rogers, in Op. Cit., nº 137, Electa Napoli, gennaio 2010.
  15. ^ Beppe Severgnini, Se la Torre Velasca fosse a Manhattan, in Corriere della Sera, 5 aprile 2012, p. 41 (archiviato dall'url originale il 25 novembre 2015).
  16. ^ Dal Co, pp. 63-64.
  17. ^ Nuttgens, p. 287.
  18. ^ a b c d e f g https://www.ordinearchitetti.mi.it/it/mappe/itinerari/edificio/724-torre-velasca/28-lo-studio-bbpr-e-milano

BibliografiaModifica

  • Ernesto Nathan Rogers, Esperienza dell'architettura, Torino, 1958.
  • Manfredo Tafuri, Storia dell'architettura italiana. 1944-1985, Torino, 1986.
  • Francesco Dal Co (a cura di), Milano, in Storia dell'architettura italiana. Il secondo Novecento, Milano, 1997.
  • Patrick Nuttgens, Storia dell'architettura, Bruno Mondadori.

Altre pubblicazioniModifica

  • Torre Velasca, 26 piani, 800 locali, Società Generale Immobiliare, 1958.
  • La Torre Velasca a Milano, in Casabella - Continuità, nº 232, Milano, Editoriale Domus, ottobre 1959, pp. 9-15.
  • Piva Antonio (a cura di), B.B.P.R. a Milano, Electa, 1982.
  • Fiori Leonardo; Pizzon Massimo (a cura di), B.B.P.R. La Torre Velasca, Abitare Segesta, 1982.
  • Ernesto Nathan Rogers, Il senso della storia, Unicopli, 1999.
  • F. Brunetti, La Torre Velasca a Milano, Alinea, 1999.

Voci correlateModifica

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Collegamenti esterniModifica

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