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Coordinate: 47°46′24″N 118°45′24″E / 47.773333°N 118.756667°E47.773333; 118.756667

Battaglia di Nomonhan - Khalkhin Gol
parte delle Guerre di confine sovietico-giapponesi
Battle of Khalkhin Gol-Local armistice.jpg
Le commissioni sovietica e giapponese riunite sul luogo della battaglia per stipulare l'armistizio
Data11 maggio - 16 settembre 1939
LuogoPianoro di Nomonhan - Cina
EsitoVittoria tattica dell'Unione Sovietica
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
57.000 uomini
500 carri armati
250 aerei[1]
38.000 uomini (inizialmente)
135 carri armati
250 aerei[1]
Perdite
Unione Sovietica:
7.974 morti
15.251 feriti ed invalidi[2]
Mongolia:
274 morti[3][4]
Archivio governativo nipponico:
8.440 morti
8.766 feriti ed invalidi

Fonti ufficiali sovietiche:
60.000 tra uccisi, feriti ed invalidi
3.000 prigionieri[5]
Voci di battaglie presenti su Wikipedia

La battaglia di Nomonhan (nota ai giapponesi come Nomonhan jiken,ノモンハン事件, lett. "incidente di Nomonhan") fu uno scontro sanguinoso, seppur poco noto, avvenuto tra l'Impero giapponese e l'URSS tra il maggio ed il settembre 1939. Fu combattuto presso Nomonhan (nome giapponese - in cinese: Nomenkan, 諾蒙坎(諾門坎: "nuòméngkǎn" - "nuòménkǎn"), un piccolo centro sito su un pianoro semidesertico a 900 km a nord–est di Pechino, e poco a sud della città di Manzhouli, vicino al confine tra la provincia cinese della Mongolia Interna, al tempo occupata dall'esercito imperiale, e la Repubblica Popolare Mongola, stato formalmente indipendente, ma all'epoca retto da un governo rivoluzionario filosovietico e di fatto satellite dell'Unione Sovietica, che vi aveva dislocato diverse unità dell'Armata Rossa.

La battaglia si risolse in una completa disfatta dell'esercito nipponico, del tutto privo di mezzi corazzati all'altezza di quelli avversari. Il Giappone subì un'analoga debacle nella contemporanea battaglia di Khalkhin Gol sempre ad opera dei sovietici, che misero in campo il maggior quantitativo di mezzi corazzati fino allora utilizzati. Al contempo venne evidenziata la drammatica deficienza di artiglierie semoventi e carri armati efficienti in seno all'esercito nipponico, la carenza di tattiche adeguate al loro impiego e la limitatezza del livello produttivo dell'industria giapponese.

Indice

AntefattiModifica

Tra il Giappone e la Russia zarista (futura Unione Sovietica), le relazioni furono sempre molto tese per le mire che entrambe le nazioni avevano in Corea e Cina nordorientale, tanto che l'impero nipponico attaccò nel 1904 senza dichiarazione di guerra lo stato moscovita, infliggendogli inaspettate sconfitte sia a terra (battaglia di Mukden, Assedio di Port Arthur) sia in mare (battaglia di Tsushima). Durante la Rivoluzione d'ottobre e anche negli anni della guerra civile tra bolscevichi e menscevichi appoggiati dall'Intesa, il Giappone approfittò della convulsa situazione arrivando a occupare militarmente la regione compresa tra il Lago Bajkal e l'Oceano Pacifico.

 
I rappresentanti russi (a sinistra) e quelli nipponici (a destra) a Portsmouth nel 1905, per firmare l'omonima pace che porrà fine alla guerra russo-giapponese

Il Giappone appoggiò comunque i secessionisti della Repubblica dell'Estremo Oriente (Dal'ne Vostokčnaia Respublika) reazionari e fedeli allo Csar fino a che non cadde nelle mani dell'Armata Rossa il 25 ottobre 1922 e divenne parte integrante della Federazione Russa il 15 novembre. Tentò inoltre di annettere ai possedimenti coreani la zona del Territorio dell'Amur e sostenne il Governo provvisorio del Priamur'e, l'ultima zona franca delle forze bianche nel Distretto di Ajano-Majskyj sul litorale del Pacifico, dove il generale Anatolij Pepeljaev resistette con le sue truppe fino alla capitolazione del 17 giugno 1923: simili interventi impedirono l'instaurazione di rapporti diplomatici tra i due paesi. Alla Conferenza navale di Washington del 1922 il Giappone, ormai una delle principali potenze assieme a Gran Bretagna, Italia, Francia e Stati Uniti, acconsentì a ridurre il tonnellaggio complessivo della propria marina militare, a ritirarsi dalla Cina e dalla Siberia, ottenendo così clausole commerciali favorevoli da parte degli Stati Uniti.

La vera svolta nella politica estera giapponese negli anni interbellici si era avuta con il cosiddetto "Memorandum Tanaka", redatto dal generale che era stato primo ministro dal 1927 al 1929. Ma la crisi economica iniziata nel 1929 spazzò via i governi liberali nipponici e diede forza agli estremisti militaristi ultranazionalisti. In seguito agli incidenti del 15 maggio 1932, culminati con l'omicidio del Primo Ministro Inukai Tsuyoshi, costoro raggiunsero la maggioranza dei seggi in Parlamento: poterono quindi vietare il diritto di sciopero e mettere fuori legge il Partito Comunista Giapponese assieme ai sindacati. Nel febbraio 1936 venne addirittura sospesa la costituzione ed instaurata una dittatura o reggenza militare; tutta la vita civile dei giapponesi, fin dall'infanzia, venne letteralmente militarizzata.

I contrasti tra Giappone ed Unione Sovietica in CinaModifica

Le premesse per l'inevitabilità di un confronto armato tra i due contendenti erano evidenti vista l'evoluzione politica del Giappone, che aveva messo in atto una vasta politica imperialista ai danni della Cina postbellica, frammentata e scossa dalla seconda metà degli anni '20 dalla guerra civile tra i nazionalisti di Chiang Kai-Shek e i comunisti guidati, tra gli altri, da Mao Tse-Tung. L'esercito nipponico aveva intrapreso entusiasticamente tale modo di operare, provocando ad arte una serie di "incidenti" di confine, così da avere il pretesto per violare la sovranità degli Stati vicini: il più famoso avvenne a Mukden nel settembre 1931 e comportò l'occupazione della Manciuria; l'avvenimento destò preoccupazione in Unione sovietica, che iniziò ad armare e sostenere economicamente i comunisti cinesi, attivi nella guerriglia contro l'invasore nipponico grazie anche all'ubicazione di alcune loro aree (Mongolia Interna, la stessa Manciuria, diverse regioni della Cina centrale) ma poco sostenuti dalle altre forze del continente.[6]

Intanto una serie di attentati contro le personalità giapponesi giudicate troppo liberali eliminò dall'apparato politico e burocratico la corrente nipponica propensa a un atteggiamento meno aggressivo, facendo pesare tutta l'influenza dei militari sul governo di Tokyo per costringerlo a impegnarsi a fondo in Cina.[7] Il brusco voltafaccia autoritario del Giappone lo poneva in rotta di collisione anche con gli Stati Uniti (detentori di importanti interessi economici in Cina), la Francia, la Gran Bretagna (confinando indirettamente con le loro colonie in Estremo Oriente) e l'Unione sovietica, con la quale esisteva una lunga frontiera in corrispondenza della Manciuria.[8]

Cronologia dell'espansione nipponicaModifica

Cronologicamente i fatti più salienti delle campagne belliche nipponiche in territorio cinese, causa prima tra l'altro dell'entrata del Giappone nella Seconda guerra mondiale, furono i seguenti.

  • Il già citato incidente di Mukden, avvenuto il 18 settembre 1931 a seguito del quale fu invasa la Manciuria. L'anno dopo fu trasformata nel Manciukuò, uno stato fantoccio eretto ad Impero nel 1934 e nominalmente governato da Pu Yi (l'ultimo sovrano cinese), deposto all'avvento della repubblica il 12 febbraio 1912.
  • Durante gennaio e febbraio del 1932 fu organizzato un primo intervento militare a Shanghai, avanzando il pretesto di boicottaggio dei prodotti giapponesi. Portata avanti subito dopo l'occupazione della Manciuria, l'operazione aveva lo scopo di saggiare l'intensità della reazione cinese.
  • Nel 1933 il Giappone occupò la provincia del Jehol a sud della Manciuria, e nel 1937 sorte analoga ebbe la provincia di Chahar: in entrambi i territori si tentò di instaurare stati fantoccio sul modello mancese. L'avanzata nipponica allungò però la frontiera con l'URSS a 3.000 miglia, rendendola difficile da presidiare per tutte e due le parti; a ciò si aggiungeva una forte tensione politica, perché alcuni tratti non erano riconosciuti ufficialmente. Infine, fattore positivo per i giapponesi, l'esercito era arrivato a minacciare in maniera diretta l'entroterra della colonia britannica di Hong Kong.
  • Un altro scontro clamoroso fu quello avvenuto presso la periferia di Pechino tra il 7 e l'8 luglio 1937, facendo scoppiare la seconda guerra sino-giapponese. L'intervento massiccio in Cina fu sostenuto dal primo ministro Senjūrō Hayashi (1936-1937), ufficializzando così uno stato di guerra che durava de facto da cinque anni, ma la nuova aggressione provocò una grave tensione tra Tokyo e Washington. Nel giugno del 1937 Hayashi venne sostituito dal principe Fumimaro Konoe di tendenze moderate, ma il suo governo fu piuttosto ondivago, alternando periodi di distensione a momenti di irrigidimento. Fu proprio durante il suo mandato che si verificò l'episodio più crudo e saliente della guerra, quando tra il 13 dicembre 1937 ed il 28 febbraio 1938 i soldati nipponici trucidarono barbaramente almeno 300.000 civili inermi: i bambini venivano passati a fil di spada, i prigionieri decapitati, sepolti vivi o annegati, le donne violentate e poi sventrate sebbene gravide. A tutt'oggi i rapporti tra i due paesi sono ancora avvelenati da questa atrocità.[9]
     
    I possedimenti dell'impero nipponico in Cina e nel Pacifico nei tardi anni trenta: è ben visibile l'enorme frontiera in comune con l'URSS

Le tensioni in ambito politicoModifica

In contemporanea all'avventura bellicista giapponese sul suolo cinese, i vertici sovietici erano preoccupati dal mutare dello scenario politico nipponico e internazionale.

  • Nel 1932 il partito comunista in Giappone era stato messo al bando, allarmando Mosca circa un'involuzione in senso autoritario e filofascista della politica interna nipponica.
  • L'anno successivo i rapporti con gli Stati Uniti erano rimasti ad uno stato di sviluppo embrionale perché l'Unione Sovietica non vedeva di buon occhio le relazioni tra questi e l'impero nipponico, proprio quando il Giappone (prima nazione a farlo) era uscito dalla Società delle Nazioni in seguito alla pubblicazione del Rapporto Lytton che denunciava l'illegalità dell'azione nipponica in Manciuria, sia pure in ritardo. La diffidenza verso gli statunitensi si accentuò tra il 1935 e il 1936 a causa della denuncia giapponese delle decisioni prese alla conferenza di Washington sia in ambito navale (limiti al tonnellaggio della marina imperiale) sia nei confronti della Cina (principio della "porta aperta"). Ciò significava che il Giappone si accingeva a varare una grande flotta da guerra, destando non poche preoccupazioni negli ambienti politico-militari di Washington e Londra, e che era pronto a regolare la partita con la Cina una volta per tutte, andando a ledere gli interessi di quelle potenze che volevano salvaguardare la libertà di commercio e il mantenimento dell'equilibrio geopolitico in Asia, Unione Sovietica in primis.
  • Nel febbraio 1936 si verificarono un colpo di Stato e un nuovo putsch militare, al quale sfuggì miracolosamente il primo ministro Keisuke Okada (1934-1936), mentre il precedente primo ministro Shishaku Saitō Makoto (1932-1934) fu ucciso.
  • Il governo del primo ministro Fumimaro Konoe rimasto in carica dal giugno 1937 al 1939 non fu capace di frenare l'alto comando delle forze armate, sempre più dominato da elementi estremisti, pur non condividendo pienamente gli ambiziosi e arrischiati piani della casta militare. La deriva autoritaria, la sterzata apertamente militarista del Giappone, la sua intromissione negli affari interni della Mongolia (il secondo paese comunista di allora e da un ventennio giacente nell'orbita sovietica) acuirono le ostilità con Stalin.
  • Nel novembre del 1936, il governo di Tokyo aveva aderito al patto Anticomintern con la Germania e l'Italia, schierandosi apertamente in senso antisovietico; nel settembre 1940 il Giappone giungerà a stipulare con le potenze dell'Asse Roma-Berlino il cosiddetto Patto Tripartito. L'adesione dell'impero nipponico a un'alleanza militare con esplicita funzione anticomunista ed antisovietica, non poteva non preludere, presto o tardi, a un'entrata nel conflitto a fianco di Hitler e Mussolini.
  • Nello stesso periodo era stata inoltrata la richiesta di basi militari in Indocina che fu forzosamente accettata dal governo collaborazionista francese di Vichy, formatosi dopo la sconfitta patita dalla Francia ad opera del Terzo Reich.
  • In questa prospettiva il ministro degli esteri Yōsuke Matsuoka s'illuse di potere assicurare la neutralità dell'URSS firmando, il 13 aprile 1941, un trattato con il ministro sovietico Vjačeslav Michajlovič Molotov ("patto nippo-sovietico di non aggressione"). L'accordo con l'URSS era anche frutto della disillusione patita dal Giappone nei confronti dell'analogo accordo stipulato dalla Germania, il patto Molotov-Ribbentrop, ma anche a Stalin poteva tornar comodo trattare con i giapponesi: la sua intuizione si rivelerà azzeccata nel dicembre 1941, quando le armate siberiane verranno inviate sul fronte europeo proprio contro i nazisti alle porte di Mosca.

Prime schermaglieModifica

Nomonhan è un piccolo villaggio appena ad occidente del fiume Holsten che nasce dal lago Abutara e scorre in direzione nord-ovest vicino alla Manciuria per poi attraversare il confine mongolo dopo pochi chilometri appena. Il fiume percorre poi solo un piccolo tratto in territorio cinese in direzione nordovest-sudest in quanto ritorna in territorio mongolo, dove confluisce quale immissario nel fiume Halha, noto anche come Khalkhin Gol. Lo sconfinamento delle truppe nipponiche di stanza in Manciuria all'interno della parte orientale della Mongolia fu del tutto intenzionale, anche a seguito degli scontri non conclusivi che nel 1938 avevano visto i giapponesi guerreggiare coi sovietici nella battaglia del Lago Chasan, nella battaglia del Fiume Tumen–Ula e nella Battaglia delle colline del Changkufeng: i combattimenti si erano svolti al confine tra la colonia giapponese della Corea del Nord e la "Provincia marittima dei fiumi Amur ed Ussuri" in territorio sovietico, circa 110 km a sud dell'importante porto militare di Vladivostok.

La battaglia propriamente detta fu combattuta in due fasi:

  • la prima fase, detta "battaglia di Nomonhan" si svolse ai confini tra la Mongolia e la Mongolia Interna cinese tra l'11 maggio ed il 25 luglio 1939, e vide i giapponesi lanciare una serie di sterili attacchi alle posizioni sovietiche, prontamente respinti;
  • la seconda fase, o "battaglia del fiume Khalkhin Gol" si svolse in territorio della Mongolia, lungo le rive dell'omonimo fiume, dal 24 agosto al 16 settembre 1939: dopo un'iniziale avanzata nipponica in territorio mongolo, i sovietici contrattaccarono con artiglieria e mezzi corazzati in quantità facendo a pezzi le linee avversarie. In quest'occasione, le retrovie nipponiche vennero letteralmente martellate dai razzi lanciati dalle Katjuša, che erano al loro battesimo del fuoco.

Le fasi dello scontroModifica

 
Soldati giapponesi nella zona del fiume Khalkhin Gol; da notare l'equipaggiamento anti-gas e la DP 28 catturata (in basso a sinistra)

Al fine di poter impegnare in battaglia i mongoli e l'URSS, i giapponesi presero a pretesto l'indeterminazione dei confini tra la Manciuria cinese e la Mongolia. Secondo i cartografi nipponici, la frontiera internazionale coincideva con il corso del fiume Khalkhin Gol, mentre, per i sovietici, essa correva diversi chilometri più ad est, tra il corso d'acqua ed il villaggio di Nomonhan. Già nei mesi di gennaio e febbraio 1939 l'esercito aveva condotto fugaci incursioni atte a sondare l'entità delle truppe russo-mongole, oltre a verificare la fattibilità di un contrattacco. Si ebbero diversi morti, feriti e prigionieri tra le file sovietiche, tanto che Stalin in persona, a marzo, parlando all'Ottavo Congresso del PCUS aveva affermato che ogni altra successiva penetrazione sarebbe stata energicamente respinta. Ai primi di maggio iniziarono le scaramucce tra le truppe confinarie dei due contendenti.

Fase della battaglia di NomonhanModifica

L'11 maggio reparti nippo-mancesi, per un totale di 300 uomini circa, attraversarono il confine reclamato dall'URSS con l'appoggio di una cinquantina di aerei e assaltarono i presidi di frontiera sovietici di stanza a Nomonhan-Burda Obo, circa 13-15 chilometri a est del Khalkhin Gol; un distaccamento di cavalleria mongolo-sovietico accorso in aiuto fu respinto oltre il corso del fiume. Data la momentanea superiorità numerica, l'attacco giapponese ebbe buon esito. Il Ministro degli Esteri sovietico Molotov informò l'ambasciatore giapponese a Mosca che "... la pazienza era giunta al limite", ammonimento ripetuto il 31 maggio sempre da Molotov davanti al Soviet Supremo.

 
Membri della cavalleria mongola con armi sovietiche

Nel contempo da Tamsyk Bulak erano affluite riserve equipaggiate di artiglieria leggera e pesante, autoblinde, carri armati leggeri e medi; inoltre venne dispiegata una formazione di circa 100 velivoli. Dopo una settimana di accaniti combattimenti quotidiani, la superiorità tattica dei sovietici iniziò a farsi sentire e i giapponesi furono costretti ad indietreggiare.

Forze e disposizioni dei due schieramentiModifica

L'area coinvolta nelle operazioni era costituita approssimativamente da un quadrilatero: a est era limitato dalla frontiera mongolo-mancese (caratterizzata da profonde gole, declivi di 15-30° o addirittura di 45°). Ad ovest era delimitato dal fiume Khalkhin Gol, largo 130 metri, profondo 3.50 metri e con una corrente di 8 metri al secondo; le sue rive erano caratterizzate da pantani che si stendevano a perdita d'occhio.

L'Armata Rossa si era concentrata tra i fiumi Khalkhin Gol e Chailastyn Gol, quasi perpendicolari tra loro. Le truppe mongolo-sovietiche erano disposte sull'argine orientale del Khalkhin-Gol e su entrambe le rive dell'altro fiume, distribuite su una lunghezza di circa 20 chilometri. Erano comandante dal generale Yakov Smushkevich e contavano 700 soldati di fanteria, 260 di cavalleria, 58 mitragliatrici, 14 cannoni da 76 mm, 6 cannoni anticarro e 39 autoblinde. Il 22 maggio anche l'esercito del Kwantung, preso in contropiede, inviò altre truppe nel settore, pari a due divisioni di fanteria motorizzata e a due reggimenti di cavalleria. In totale i comandanti nipponici Michitarō Komatsubara e Yasuoka Masaomi potevano allineare 2.576 soldati supportati da 75 mitragliatrici, 8 cannoni da campagna, 10 pezzi anticarro, un carro armato e 68 autoblinde.

Combattimenti inizialiModifica

 
Carri armati BT mimetizzati sul fronte mongolo

A partire dal 22 maggio la battaglia si trascinò in una logorante guerra di posizione, fino a che i giapponesi lanciarono un'offensiva nelle prime ore del 28 maggio, introdotta dal bombardamento delle linee avversarie operato da 40 apparecchi. I sovietici, dal canto loro, si trovavano in una situazione difficile a causa della morfologia del territorio, ricco di paludi, acquitrini e sabbie mobili, che impediva di utilizzare in massa i carri armati dei quali possedevano un gran numero. All'alba l'assalto della fanteria motorizzata fu contenuto dal fuoco dei cannoni da 76 mm, rapidamente ridislocati sull'argine orientale del fiume; al centro, invece, i giapponesi riuscirono a respingere i sovietici grazie anche al costante appoggio dell'aviazione. A pomeriggio inoltrato, un contrattacco lanciato dai russi ottenne scarsi risultati poiché la cooperazione delle autoblinde con le artiglierie disponibili era stata assai difettosa.

La battaglia raggiunse il culmine tra il 28 e il 29 maggio, quando le truppe mongolo-sovietiche, precedute da un intenso fuoco d'artiglieria pesante, si gettarono di nuovo all'offensiva, riuscendo a respingere i giapponesi di circa 800 metri nel settore nord-orientale. Il saliente che venne a crearsi era però sviluppato su un fronte troppo allungato, poco profondo, e soprattutto scarsamente coperto ai fianchi, ma i soldati dell'Armata Rossa ressero in quanto i contrattacchi giapponesi avvenivano sul medesimo territorio paludoso che bloccava i corazzati sovietici. Durante il mese di giugno, entrambi i contendenti guerreggiarono a distanza mediante incursioni aeree continuando ad ammassare uomini e mezzi. All'inizio di luglio i giapponesi schieravano altre due divisioni di fanteria motorizzata ed diversi reparti di cavalleria per un totale di 24.700 soldati, 170 cannoni, 130 carri armati leggeri e circa 250 aerei.

 
Resti di un velivolo giapponese abbattuto durante la battaglia

I comandanti Komatsubara e Masaomi pianificarono di accerchiare e distruggere le truppe avversarie sull'argine orientale del Khalkhin Gol, mettendo definitivamente fuori uso la temibile artiglieria pesante sovietica. L'ala destra del maggior generale Kobayashi fu dunque dotata di tutti i carri armati e le autoblindo presenti, oltre a reparti di fanteria motorizzata: lo spiegamento di forze doveva scendere da nord-est e attraversare il Khalkhin Gol, impadronirsi dell'altura chiamata Bain-Tsagan sulla riva ovest e mutare la direttrice d'avanzata volgendo a sud, in modo da tagliare la ritirata alle truppe mongolo-sovietiche.

Oltre al vantaggio di avere linee di comunicazione più corte, i giapponesi potevano anche valersi di ferrovie efficienti e di due buone strade che andavano da Hailar al luogo dello scontro, mentre per i sovietici la logistica era molto problematica; il rifornimento era poi complicato dalle deficienze del sistema ferroviario: la più vicina stazione si trovava a Borziya, a circa 600 chilometri dalla zona di operazioni. Nonostante ciò, lo schieramento sovietico ammontava a 11.000 uomini, con 186 carri armati pesanti e 266 autoblinde. Venne accorciato anche il fronte, lungo 20 km: Smushkevich optò per mantenere solo una testa di ponte ben difesa sulla riva orientale del Khalkhin Gol, contro la quale si sarebbe inevitabilmente riversato l'assalto.

L'offensiva nipponicaModifica

 
Truppe del Sol Levante attraversano il Khalkhin Gol su piccole imbarcazioni

I giapponesi attaccarono nella notte tra il 2 ed il 3 luglio riuscendo a sloggiare la testa di ponte sovietica, ma presto i carri armati incapparono nel tiro dell'artiglieria pesante che distrusse circa 80 mezzi corazzati. Nonostante questo scacco, i giapponesi proseguirono le operazioni: nella notte del 3 luglio varcarono il fiume e conquistarono la collina di Bain-Tsagan, dove appostarono i cannoni anticarro per respingere possibili puntate dei blindati avversari. Si ritrovarono però di fronte i soldati che avevano ricostituito la testa di ponte prima epurata, che sferrarono immediatamente una serie di contrattacchi con carri armati e autoblinde per mettere in sicurezza le alture, ma le velleità sovietiche vennero frustrate dall'artiglieria controcarro nipponica.

Tra il 3 ed il 4 luglio le opposte formazioni aeree si scatenarono sul campo di battaglia, ma alla fine i comandanti nipponici constatarono l'impossibilità di mantenere le posizioni raggiunte: durante il ripiegamento le truppe giapponesi furono tallonate dai corazzati sovietici che imprudentemente le inseguirono fin sulle rive del Khalkhin Gol, impantanandosi nella melma. I giapponesi non avevano saputo usare efficacemente i loro carri armati e per circa due settimane i contendenti si affrontarono in sanguinosi corpo a corpo tra le paludi del fiume senza che il massacro portasse a risultati tangibili. La tregua del 22 luglio permise ai soldati imperiali di costruire una linea fortificata sulla riva est del fiume; i sovietici approfittarono della calma per rafforzare la loro la testa di ponte sulla medesima riva. I combattimenti ripresero con uno sbarramento dell'artiglieria nipponica iniziato all'alba del 23 luglio. Due giorni più tardi, comunque, le esauste e logore truppe giapponesi sospesero l'attacco.

Fase della battaglia del Khalkhin GolModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Khalkhin Gol.

Durante il mese di tregua, gli alti comandi sovietici furono capaci di individuare le manchevolezze del proprio dispositivo bellico a Nomonhan. Benché infatti fossero riusciti a difendere il fronte con una vittoria tattica in inferiorità numerica, molti indizi avevano rivelato la scarsa competenza del comando e una certa mancanza di coordinazione tra artiglierie, fanteria e corazzati. Si procedette dunque a un rapido cambio di comando, nominando capo dell'armata impegnata il generale Georgij Žukov, che aveva già fermato i giapponesi negli scontri del 1938; al contempo furono inviati sostanziosi rinforzi in modo da soverchiare le forze avversarie con rapporto di 2:1. Il nuovo comandante fece affluire ininterrottamente nuovi reparti e mezzi, in previsione delle piogge autunnali che trasformano le piste del luogo in impraticabili pantani di fango, poi dispiegò le sue numerose truppe accerchiando e annientando l'armata giapponese.

NoteModifica

  1. ^ a b Grigoriy Shtern, su peoples.ru. URL consultato il 27 agosto 2012.
  2. ^ "Grif sekretnosti sniat': poteri Vooruzhennykh Sil SSSR v voynakh, boevykh deystviyakh i voennykh konfliktakh", pod oshchey redaktsiey G. F. Krivosheeva. (Moskva: Voennoe izd-vo, 1993, ISBN 5-203-01400-0). pp. 77-85.
  3. ^ Baabar (1999), p. 389
  4. ^ Dati provenienti anche dall'Archivio storico sovietico
  5. ^ Glantz, House1995, p. 14.
  6. ^ Short2006.
  7. ^ J. W. Hall1969.
  8. ^ Roberts2007.
  9. ^ Battaglia di Nomonhan su oxfordjournals.org, su hgs.oxfordjournals.org. URL consultato il 28 agosto 2012.

BibliografiaModifica

  • Philip Short, Mao: L'uomo, il rivoluzionario, il tiranno, Rizzoli, 2006, ISBN 978-88-17-00997-3.
  • George J. A. Roberts, Storia della Cina, Il Mulino, 2007, ISBN 978-88-15-11621-5.
  • J. W. Hall, L'impero giapponese, Feltrinelli, 1969.
  • David M. Glantz, Jonathan House, When Titans Clashed: How the Red Army Stopped Hitler, Lawrence, KS: UP of Kansas, 1995, ISBN 0-7006-0899-0.
  • F. Tamburini, Nomonhan 1939, «Storia Militare», n. 245, febbraio 2014.

Collegamenti esterniModifica

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