Bertie the Brain

videogioco del 1950
Bertie the Brain
videogioco
PiattaformaComputer dedicato
Data di pubblicazione25 agosto 1950
GenereStrategia a turni
TemaAstratto
OrigineCanada
SviluppoJosef Kates
DesignJosef Kates
Modalità di giocoGiocatore singolo
Periferiche di inputTastiera

Bertie the Brain è stato un videogioco per computer, uno dei primi in assoluto a essere stati realizzati nella storia dei videogiochi. Costruito a Toronto dall'ingegnere Josef Kates per il Canadian National Exhibition del 1950, era un computer alto quattro metri che consentiva ai partecipanti alla mostra di giocare a filetto contro un'intelligenza artificiale (dal livello di difficoltà regolabile), comunicando attraverso una tastiera illuminata a forma di griglia tre per tre la propria mossa, che poi veniva trasmessa sulla schermata di gioco, composta da una serie di lucine intermittenti. Dopo due settimane di esposizione presso il padiglione dell'azienda di tubi termoionici Rogers Majestic, la macchina venne smontata alla fine della mostra e in gran parte dimenticata come una curiosità.

Kates costruì il marchingegno per mostrare la sua valvola di additron, una versione in miniatura del tubo a vuoto, che tuttavia, per problemi relativi ai brevetti, non venne utilizzato per nessun altro apparecchio. Inoltre, il transistor l'avrebbe superato nello sviluppo dei computer poco tempo dopo. Bertie the Brain potrebbe essere considerato il primo videogioco in assoluto, in quanto nessun altro prima di lui aveva avuto una sorta di schermo in cui si potesse visualizzare la partita e venne realizzato solo tre anni dopo l'invenzione del Cathode-ray tube amusement device del 1947, uno dei primi giochi elettronici interattivi conosciuti. Alcune sue caratteristiche però rendono difficile il suo accostamento alla definizione propria di "videogioco", come l'utilizzo di lampadine piuttosto che un display e computer grafica in tempo reale, ed i tempi di risposta molto lenti.

Modalità di giocoModifica

Per poter sfidare a tris Bertie the Brain, il giocatore selezionava la posizione del suo simbolo su di pannello con nove pulsanti illuminati. Le mosse apparivano poi su una griglia di altrettanti grandi quadrati posti verticalmente sulla macchina, con una luce a forma di X o O accesa nello spazio corrispondente. Il computer avrebbe poi fatto la sua contromossa. All'estremità destra del computer vi era una legenda composta da una coppia di diciture che informava, tramite l'illuminazione di una delle due, sul turno dei giocatori: quando toccava a Bernie the Brain si accendeva "Electronic Brain" e quando invece era il turno dello sfidante umano, la scritta "Human Brain" veniva risaltata. Il primo utilizzava sempre il segno X, mentre il secondo O. Quando infine questi vinceva, brillava la scritta "Win".[1] La macchina rispondeva quasi istantaneamente alle mosse del giocatore e al più alto livello di difficoltà era quasi imbattibile.[2]

SviluppoModifica

 
Una valvola termoionica, la cui versione ridotta, la cosiddetta valvola di additron inventata da Kates, era inserita all'interno di Bertie the Brain.

Bertie the Brain era, come già accennato, una versione videoludica per computer del celebre gioco tris, ideata dal dottor Josef Kates per il Canadian National Exhibition del 1950.[3] Kates aveva precedentemente lavorato per la Rogers Majestic come designer e costruttore di tubi radar durante la Seconda guerra mondiale, per poi, dopo la fine del conflitto, perseguire gli studi universitari nel centro di calcolo dell'Università di Toronto, continuando in parallelo il suo lavoro presso l'azienda elettronica.[1] All'ateneo, contribuì alla progettazione dello "University of Toronto Electronic Computer" (UTEC), uno dei primi computer funzionanti al mondo, e realizzò una personale versione, in miniatura, della valvola termoionica, chiamata valvola di additron, il cui brevetto venne depositato il 20 marzo 1951 (con il codice 6047) presso la Radio Electronics Television Manufacturers' Association.[1][4][5][6]

Per questo motivo la Rogers Majestic spinse Kates a creare un dispositivo per mostrare l'invenzione a potenziali acquirenti. Questi perciò progettò ed assemblò, con l'aiuto degli ingegneri dell'azienda, un computer che avrebbe incorporato la nuova tecnologia[1][2], poi chiamato "Bertie the Brain" (nome accompagnato dal sottotitolo "The Electronic Wonder by Rogers Majestic"). Alto quattro metri, aveva la sola possibilità di giocare a tris e venne installato nell'edificio tecnico del Canadian National Exhibition, dove rimase dal 25 agosto al 9 settembre 1950.[1][7]

InfluenzaModifica

Bertie the Brain fu un successo durante la sua permanenza all'esibizione, con file di partecipanti davanti allo stand della Royal Majestic in attesa di potervici giocare. Kates rimase vicino alla macchina ogniqualvolta gli era possibile, regolando la difficoltà per adulti e bambini.[2] Il comico Danny Kaye venne fotografato mentre vince (dopo vari tentativi ed un progressivo abbassamento di difficoltà) una partita per la rivista Life.[1]

«È stato un successo molto più grande di quanto avessimo immaginato. [...] C'erano sempre persone intorno a lui e facevano la fila per giocare.»

(Josef Kates)
 
Uno schema del circuito di una valvola di additron, secondo il brevetto.

Dopo l'esibizione, Bertie the Brain venne smantellato e «ampiamente dimenticato» come novità. Kates raccontò allora di star lavorando su così tanti progetti nello stesso momento che non aveva energia da spendere per mantenerlo, nonostante la sua importanza.[1] Sebbene infatti fosse stato il primo gioco per computer implementato – preceduto solo da programmi teorizzati per giocare a scacchi – e fosse stato presentato e pubblicizzato dalla rivista Life, il pubblico si scordò in breve tempo di lui, venendo anche omesso in alcuni libri sulla storia dei videogiochi.[2] Inoltre si rivelò un fallimento nel perseguire lo scopo per il quale era stato inventato, ovvero quello di promuovere la valvola di additron, e pertanto rimase l'unico marchingegno costruito con tale tecnologia. Quando la Rogers Majestic aveva convinto Kates a sviluppare un modello funzionante per l'esibizione, aveva lavorato sulle valvole per un anno, realizzandone diverse prototipi, e il team dell'Università di Toronto aveva ritenuto che la loro realizzazione fosse troppo lunga e laboriosa per tentare di integrarle nell'UTEC.[8]

Sebbene altre ditte manifestassero interesse per Kates e Rogers Majestic nell'uso dei tubi, problemi con l'acquisizione di brevetti gli impedirono, Rogers Majestic o l'Università di Toronto, di brevettare le valvole ovunque fuori dal Canada fino al 1955, e la domanda di brevetto non fu accettata negli Stati Uniti d'America fino al marzo 1957, sei anni dopo il deposito.[8][9] A quel punto, la ricerca e l'utilizzo delle valvole a vuoto si stava pesantemente affievolendo di fronte all'ascesa del superiore transistor e questo impedì ulteriormente qualsiasi rivisitazione di Bertie the Brain o macchine simili.[8] Kates ha proseguito con una brillante carriera in ingegneria canadese, ma non è tornato a lavorare su tubi a vuoto o giochi per computer.[2][8]

Bertie the Brain venne creato solo tre anni dopo l'invenzione del cathode-ray tube amusement device, il primo noto gioco elettronico interattivo, e mentre i giochi non visivi erano stati sviluppati per computer di ricerca come il programma di scacchi di Alan Turing e Dietrich Prinz per il Ferranti Mark 1 presso Università di Manchester, l'invenzione di Kates fu il primo a permettere una visione in tempo reale dell'andamento della partita.[1][10][11] È anche considerato, entro certi parametri, come uno dei contendenti per il titolo di primo videogioco in assoluto. Sebbene infatti le definizioni varino, il precedente dispositivo di intrattenimento a tubo catodico era soltanto un gioco elettrico puramente analogico, mentre il filetto di Bertie the Brain veniva eseguito direttamente su un computer.[12] Altri esempi di macchinari dello stesso periodo che usufruirono di uno schermo elettronico anziché di un sistema di lampadine furono il Nimrod, costruito nel 1951 in Inghilterra e simile a Bertie the Brain, OXO, un videogioco sviluppato da Sandy Douglas nel 1952 e un programma di dama di Christopher Strachey dello stesso anno.[2][10][13]

NoteModifica

  1. ^ a b c d e f g h (EN) Chris Bateman, Meet Bertie the Brain, the world's first arcade game, built in Toronto, in Spacing Magazine, 13 agosto 2014. URL consultato il 2 maggio 2018 (archiviato il 22 dicembre 2015).
  2. ^ a b c d e f (EN) Alexander Smith, The Priesthood At Play: Computer Games in the 1950s, in They Create Worlds, 22 gennaio 2014. URL consultato il 2 maggio 2018 (archiviato il 22 dicembre 2015).
  3. ^ (EN) Marlene Simmons, Bertie the Brain programmer heads science council, in Ottawa Citizen, 9 ottobre 1975, p. 17. URL consultato il 2 maggio 2018.
  4. ^ Release #951, in RTMA Engineering Department, 20 marzo 1951.
  5. ^ (EN) L. Sibley, Weird Tube of the Month: The 6047, in Tube Collector, vol. 9, nº 5, Tube Collectors Association, 2007, p. 20.
  6. ^ C. S. Osborne, The Additron: A Binary Full Adder in a Tube, in Tube Collector, vol. 10, nº 4, Tube Collectors Association, 2008, p. 12.
  7. ^ Frederick Varley, F.H. Varley: Portraits Into the Light, Dundurn Press, 2007, p. 119, ISBN 978-1-55002-675-7.
  8. ^ a b c d (EN) John N. Vardalas, The Computer Revolution in Canada: Building National Technological Competence, MIT Press, 2001, pp. 31–33, ISBN 978-0-262-22064-4.
  9. ^ Brevetto di Josef Kales delle valvole di additron
  10. ^ a b (EN) Rachel Kowert e Thorsten Quandt, The Video Game Debate: Unravelling the Physical, Social, and Psychological Effects of Video Games, Routledge, 27 agosto 2015, p. 3, ISBN 978-1-138-83163-6.
  11. ^ (EN) Tristan Donovan, Replay: The History of Video Games, Yellow Ant, 20 aprile 2010, pp. 1–9, ISBN 978-0-9565072-0-4.
  12. ^ (EN) Mark J. P. Wolf, Encyclopedia of Video Games: The Culture, Technology, and Art of Gaming, Greenwood Publishing Group, 16 agosto 2012, pp. XV–7, ISBN 978-0-313-37936-9.
  13. ^ (EN) Tony Hey e Gyuri Pápay, The Computing Universe: A Journey through a Revolution, Cambridge University Press, 30 novembre 2014, p. 174, ISBN 978-0-521-15018-7.

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