Caveja

La Caveja e il galletto, simboli della Romagna. La Caveja era (ed è tuttora) uno dei tanti motivi decorativi utilizzati nella stampa a ruggine dei tessuti, tipica della tradizione romagnola.

La Caveja è considerata per eccellenza il simbolo della Romagna; il termine proviene dalla tradizione contadina, ed indica un'asta d'acciaio saldata ad un'estremità superiore ("pagella") decorata con anelli e immagini allegoriche. I simboli più diffusi, inseriti fra elementi decorativi, sono quelli del gallo, della mezzaluna, del Sole, dell'aquila e alcuni simboli cristiani, tra cui la Croce e la Colomba.
Il termine corrispondente in italiano è "cavicchia" o "cavicchiolo", che si riferisce alla sua forma tipica e al suo utilizzo.

Indice

Funzione e utilizzoModifica

L'immagine della Caveja è nota a tutti i romagnoli, ma pochi sanno che cosa in realtà essa rappresenti. Quando non esistevano i trattori, l'aratura e il traino dei carri avveniva tramite vacche o buoi. Gli animali erano sempre accoppiati a multipli di due tramite il giogo (e' zov in romagnolo oppure e' zog: il termine cambia secondo la zona). Questo attrezzo, ricavato da un robusto pezzo di legno sagomato, veniva posizionato sul collo delle bestie e fissato, tramite apposite cinghie, alle corna. Il giogo, oltre ad essere provvisto di un sottogola, che non permetteva spostamenti laterali, al centro disponeva di un'apposita asola (in ferro o legno rinforzato con staffe di ferro), nella quale veniva inserito il timone (del carro o di antichi aratri), solitamente in legno. Per accoppiare il giogo al timone si utilizzavano lunghi perni. In origine i perni, o cavicchioli, erano in legno duro: bosso, acacia o sorbo. Successivamente, considerata la poca resistenza e la facile usura del legno, il cavicchiolo (cioè la caveja) venne sostituito da perni in metallo. La caveja veniva inserita rispetto al giogo in obliquo: in modo che, nella parte superiore del giogo stesso, fosse posta davanti e nella parte inferiore nel dietro[non chiaro].

Ed ecco spiegata la funzione della caveja: serviva per assicurare il traino dell'attrezzo; oppure anche per frenarlo. In un tratto di terreno discendente, il carro avrebbe acquistato velocità e sarebbe finito addosso ai buoi, colpendoli sulle gambe. In questi casi, l'unica cosa che succedeva era che il giogo si sporgeva improvvisamente in avanti e colpiva le robuste corna degli animali, senza causare dolore.

Normalmente le caveje erano dei rudimentali pezzi di ferro (l'asta metallica è chiamata “stelo”) grossolanamente forgiati, provvisti di un semplice anello in ferro, con la funzione di aiutare lo sgancio dal timone. I contadini scoprirono che l'anello, con l'ondeggiare dei buoi, emetteva un ritmico tintinnio e chiesero ai fabbri di creare caveje provviste di più anelli in acciaio forgiato. Nacque così la Caveja daglj anël, che nel forlivese e nel ravennate fu chiamata Caveja cantarena[1] (caveja canterina). La caveja cantarena segnalava per le strette vie di campagna l'arrivo del carro. Durante le fiere o le sagre di paese, invece la sua funzione era quella di attirare l'attenzione. In queste occasioni si faceva a gara a chi avesse la caveja più bella o che emetteva il suono più armonico.

Agli inizi del Novecento Aldo Spallicci elevò la caveja a simbolo della Romagna[2]. Nel 1912 il medico bertinorese pubblicò la raccolta poetica La Caveja dagli anëll; da allora la "caviglia dalle anelle" uscì dal ristretto ambito rurale ed entrò a far parte del mondo letterario.

SimbolismoModifica

 
Coppia di buoi addobbati a festa. Sopra le teste degli animali si nota la caveja romagnola (8 gennaio 1930).

Con il passare del tempo, le forti tradizioni scaramantico-religiose fecero sì che la Caveja assumesse nella cultura popolare il ruolo di oggetto magico, con proprietà propiziatorie. Frequente era il suo uso infatti in rituali specifici – ad esempio – per scongiurare l'arrivo di temporali o altre intemperie, per proteggere i campi e il raccolto, per prevedere il sesso dei nascituri, per attirare o catturare le api, o perfino per liberare qualcuno che si ritenesse colpito da una "fattura"; inoltre veniva impiegata, sempre a fini propiziatori, nelle case degli sposi novelli. Durante la Settimana Santa, inoltre, gli anelli della Caveja venivano legati dal giovedì fino al sabato Santo, come avveniva per le campane delle chiese. La parte alta (e votiva) del bastone è chiamata "padella".

La Caveja oggiModifica

La Caveja vera e propria oggi viene utilizzata solo nei cortei storici in cui si attacca ancora il giogo con i buoi al carro.
Inoltre è molto diffuso il suo utilizzo come raffigurazione. Molte imprese romagnole (in modo particolare – ma non soltanto – quelle prettamente legate al territorio, come ad esempio ristoranti, alberghi o attività artigiane), adottano come proprio logo la stessa Caveja, oppure un suo particolare o una sua rielaborazione grafica.

NoteModifica

  1. ^ Vanda Budini, La caveja cantarena, «la Ludla», marzo 2013. Nel Faentino invece è denominata Caveja campanêra.
  2. ^ Balzani: “La caveja-simbolo è invenzione di Spallicci”, su corrierecesenate.com. URL consultato il 1º maggio 2016.

BibliografiaModifica

  • Mario Bocchini, Romagna. La "Caveja" nel tempo, Edizioni Wafra, 1977 (II edizione maggio 2005).
  • Vittorio Ghetti, I Gioielli di Romagna, 1993.

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