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Chiesa della Beata Antonia

edificio religioso dell'Aquila
Chiesa della Beata Antonia
L'Aquila - Chiesa della Beata Antonia 06.jpg
StatoItalia Italia
RegioneAbruzzo Abruzzo
LocalitàL'Aquila
ReligioneCristiana cattolica di rito romano
TitolareBeata Antonia
ArcidiocesiAquila
Stile architettonicorinascimentale
Inizio costruzione1349
CompletamentoXV secolo

Coordinate: 42°21′02.65″N 13°23′43.8″E / 42.350735°N 13.395499°E42.350735; 13.395499

La chiesa della Beata Antonia, detto anche monastero del Corpo di Cristo o della Santissima Eucaristia, è un edificio religioso dell'Aquila, situato nel quarto di San Pietro (via Sassa), con il corpo incorrotto di Antonia da Firenze.

Indice

StoriaModifica

La chiesa venne realizzata dalla famiglia Gaglioffi[1] alla morte del suo capostipite — il ricco mercante Giacomo Gaglioffi, nativo di San Vittorino ed insediatosi in città nel locale di riferimento — che aveva espressamente richiesto nel suo testamento, datato al 1335, l'edificazione di una chiesa, di un ospedale e di una mensa per i poveri.[2] Il complesso venne fondato il 21 agosto 1349 con il nome di Monastero dell'Eucaristia sul luogo di un precedente palazzo duecentesco.[2]

L'ospedale e il monastero erano separati da via dell'Annunziata, cosicché ai sottopassaggi già presenti si ritenne necessario aggiungere un cavalcavia con arco a tutto sesto e una sequenza di archi ogivali in stile gotico che costituivano uno dei più suggestivi angoli medievali della città;[3] sia il cavalcavia che gli archi vennero poi demoliti incautamente nel 1911.[3]

Il 2 giugno 1447, su pressione di Giovanni da Capestrano e con l'aiuto del vescovo Amico Agnifili e di Pietro Lalle Camponeschi, il complesso venne poi concesso alla clarissa Antonia da Firenze che ne prese possesso il 6 giugno insieme a sedici compagne.[3] Per le regole di clausura, la chiesa venne suddivisa in due ambiente, uno aperto al pubblico e l'altro riservato alle religiose.[4] Contemporaneamente l'ospedale venne trasferito nella nuova sede a lato della basilica di San Bernardino cosicché, grazie alla nuova gestione e all'abbondante quantità di spazi, il monastero divenne in breve tempo il più popoloso ed importante della città.[3] Alla morte della badessa, il 29 febbraio 1472, la stessa fu nominata beata e l'intero complesso le venne titolato.[5]

DescrizioneModifica

La chiesa è posta nel locale di San Vittorino, all'interno del quarto di San Pietro, lungo il declivio di via Sassa che dalla piazza del Duomo si allontana verso occidente.[2]

L'edificio è inglobato in un'amplissima proprietà, poi lottizzata, di circa 6 000 che occupava buona parte dell'antico locale;[2] all'interno dell'area trovavano posto ad oriente — nella porzione più elevata e affacciata sull'attuale piazza San Biagio — le abitazioni principali della famiglia e, seguendo, il declivio, dapprima l'ospedale in un primo palazzo a corte (noto come palazzo Gaglioffi, nel XX secolo sede del conservatorio Alfredo Casella) quindi il monastero vero e proprio, ricavato dagli ambienti di un ulteriore palazzo a chiostro.[2] I due palazzi erano separati dalla via dell'Annunziata ma collegati, sotto la quota della strada, da alcuni passaggi; ad oggi sono ancora visibili sulla strada i resti delle aperture, parzialmente interrate.[2] Successivamente venne anche creato un cavalcavia con arco a tutto sesto a sua volta demolito nel 1911.[3]

Il complesso presenta una forma quadrangolare ed è caratterizzato da un grande chiostro circondato su tre lati dalle celle monastiche e sul quarto lato — parallelo a via Sassa — dalla chiesa; è strutturato su quote diverse a causa della forte pendenza del terreno.[6] È possibile che in origine l'ambiente della chiesa si estendesse anche nell'area più occidentale del complesso.[6]

EsternoModifica

Su via Sassa si sviluppa l'unico fronte pubblico della chiesa, caratterizzato da tre monofore che illuminano l'aula, oltre ad un oculo con monogramma bernardiniano e a due portali con arco a tutto sesto. L'intera parete è trattata alla maniera delle architetture civili, cioè intonacata e non lasciata con la pietra a vista, differenziandosi così per la prima volta dalla tradizione delle chiese aquilane;[7] questa tipologia di rivestimento, più prettamente architettura rinascimentale, verrà successivamente utilizzata per i prospetti laterali di San Bernardino e Santa Maria del Soccorso.[8]

Dalla strada si accede ad un atrio rettangolare su cui si affaccia il portale ogivale d'accesso al monastero[7] e, a destra, il fronte della chiesa: questo — d'origine trecentesca e sopravvissuto al rifacimento quattrocentesco dell'impianto — si presenta nella classica forma quadrangolare, con cornice marcapiano e rivestimento in conci di pietra;[4] l'interruzione della cortina alla sommità della facciata fa ipotizzare l'ideazione di un frontone triangolare mai realizzato.[7] Il portale è semplice con arco a tutto sesto con cornice divisoria e lunetta incassata.[9] Il rosone in stile romanico di scuola atriana, viene associato dal Gavini ai coevi oculi di Santa Maria Paganica e San Pietro a Coppito.[10]

InternoModifica

L'interno, ideato alla metà del XV secolo, presenta per la prima volta in città i caratteri tipici dell'architettura rinascimentale e rinnovò in maniera importante i caratteri della tradizione aquilana ed abruzzese.[9] In questo contesto, non può essere minimizzata l'origine fiorentina della badessa Antonia, cui in seguito venne titolato il complesso.[9]

Ad aula unica, di forma rettangolare, è suddiviso in tre campate voltate a crociera su peducci.[9] È caratterizzato dalla maestosa Crocifissione ad opera di Francesco da Montereale[1] e che occupa l'intera parete dietro l'altare.[9] Al di là della parete, l'aula riservata alle clarisse è disposta simmetricamente, suddivisa anch'essa in tre campate, ed interamente affrescata dallo stesso artista abruzzese (per quanto riguarda la parete dietro l'altare) e da Giovan Paolo Cardone (sulle restanti pareti);[1] si compone di 99 stalli in legno di noce, realizzati nel XVI secolo[9] e prende luce dal chiostro del monastero.[4]

L'interno comprende un organo a canne del XVIII secolo attribuito a Domenico Antonio Fedeli.[1]

NoteModifica

  1. ^ a b c d Regione Abruzzo, Chiesa della Beata Antonia (PDF) [collegamento interrotto], su regione.abruzzo.it. URL consultato il 5 novembre 2017.
  2. ^ a b c d e f Orlando Antonini, p. 297
  3. ^ a b c d e Orlando Antonini, p. 301
  4. ^ a b c Orlando Antonini, p. 302
  5. ^ Ministero per i beni e le attività culturali, Complesso conventuale della Beata Antonia, su abruzzo.beniculturali.it. URL consultato il 5 novembre 2017.
  6. ^ a b Orlando Antonini, p. 299
  7. ^ a b c Orlando Antonini, p. 303
  8. ^ Orlando Antonini, p. 308
  9. ^ a b c d e f Orlando Antonini, p. 304
  10. ^ Orlando Antonini, p. 309

BibliografiaModifica

  • AA.VV., L'Aquila. Una città d'arte da salvare - Saving an Art City, Pescara, Carsa, 2009;
  • Orlando Antonini, Architettura religiosa aquilana, Todi (Pg), Tau Editrice, 2010;
  • Touring Club Italiano, L'Italia - Abruzzo e Molise, Milano, Touring Editore, 2005.

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