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Emblem of Napoleon Bonaparte.svg

I contingenti stranieri nella Grande Armata, nel corso delle guerre napoleoniche, contribuirono in maniera sempre più determinante alla formazione della Grande Armée francese, tanto che nel corso della campagna di Russia i soldati stranieri equivalevano quelli francesi per numero. Molte armate europee del tempo reclutarono milizie e volontari stranieri e il Primo Impero francese non fece eccezione. Quasi tutte le nazionalità europee furono rappresentate nei ranghi della Grande Armée.

Primi arruolamentiModifica

 
Truppe portoghesi inquadrate nella Grande Armata da una vecchia stampa

Già nel 1805, 35.000 uomini della Confederazione del Reno (olandesi, belgi e tedeschi) difesero le linee di comunicazione e i fianchi dell'armée. Più di 20.000 Sassoni furono impiegati per operazioni di destabilizzazione contro i prussiani. Durante l'inverno del 1806-1807, i tedeschi, i polacchi e gli spagnoli supportarono il fianco sinistro della Grande Armée a impadronirsi dei porti di Stralsund e Danzica situati sul mar Baltico. Nella Battaglia di Friedland del 1807, il corpo d'armata del Maresciallo Jean Lannes è composto da molti polacchi, sassoni e olandesi. I contingenti stranieri giocano un ruolo importante nelle grandi battaglie distinguendosi sempre.

Anche gli spagnoli furono numerosi nell'armata francese. Solamente dopo l'invasione della Spagna da parte le truppe napoleoniche e dopo la scomunica di Napoleone da parte del papa, gli spagnoli, leali sudditi della monarchia spagnola e ferventi cattolici si rifiutarono di aiutare i soldati francesi e, sostenuti finanziariamente e militarmente dall'Inghilterra, diedero vita ad un'intensa attività di guerriglia.

I portoghesi furono presenti nella Grande Armée, con la Legione Portoghese e si fecero notare nella battaglia di Wagram e nella battaglia della Moscova.

Durante la campagna d'Austria del 1809, un terzo della Grande Armée era composta da soldati della Confederazione del Reno e un quarto dell'armata in Italia era composta da italiani.

La Campagna di RussiaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Campagna di Russia.
 
Józef Antoni Poniatowski caduto durante la Battaglia di Lipsia

All'apogeo dell'Impero, più di metà delle truppe che marciavano contro la Russia non erano francesi ma rappresentavano più di 20 differenti paesi: 300000 francesi, olandesi e belgi, 95000 polacchi (comandati dal generale principe Józef Antoni Poniatowski), 35000 austriaci (comandati dal principe Schwarzenberg) 25000 italiani, 24000 bavaresi, 20000 sassoni, 20000 prussiani (comandati dal generale Julius von Grawert, in seguito dal generale Ludwig Yorck von Wartenburg), 17000 della Westfalia, 15000 svizzeri e 3500 croati. Ad eccezione dei polacchi, degli austriaci e dei prussiani, i vari contingenti stranieri erano posti al comando di generali e marescialli francesi. Il contingente italiano inviato in Russia era parte del IV Corpo d'armata al comando del viceré del Regno d'Italia Eugenio di Beauharnais si distinse nelle battaglie di Smolensk e di Borodino.

Solamente dopo il disastro della Campagna di Russia, la Prussia e l'Austria dichiararono guerra alla Francia. I rispettivi contingenti (prussiani e austriaci) integrati nella Grande Armeè si ricongiunsero con le truppe dei rispettivi paesi.

La Battaglia di LipsiaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Lipsia.

Nel 1813, durante la Battaglia di Lipsia, la divisione sassone della Grande Armée, vista la superiorità numerica degli avversari, raggiunsero i ranghi nemici di Jean-Baptiste Jules Bernadotte, principe ereditario di Svezia e vecchio maresciallo di Napoleone. Alla fine della battaglia, fu la volta dei bavaresi di abbandonare i ranghi francesi e di raggiungere gli austriaci che avrebbero invece dovuto contenere. Non contento di aver piantato in asso i suoi vecchi compagni d'arme, il generale, barone Wrede (comandante il contingente bavarese della Grande Armée fin dal 1806) si propose ugualmente di tagliare loro la ritirata posizionandosi ad Hanau. Ma fu sconfitto dai francesi. Tra i caduti vi fu il Maresciallo polacco Józef Antoni Poniatowski, che aveva raggiunto tale grado militare soltanto il giorno precedente.

Dopo la battaglia di Lipsia, il 25 novembre 1813, Napoleone non fidandosi più dei contingenti stranieri decise di scioglierli tutti e di ridurli a Reggimento pionieri. Fu il caso, in particolare delle truppe tedesche e portoghesi. Napoleone continuò a fidarsi solamente dei polacchi che ne ricambiarono la fiducia. Così, durante la campagna dei Cento giorni del 1814, il reggimento dei cavalleggeri polacchi della Guardia combatté a Brienne, La Rothière dans l'Aube, Champaubert (10 febbraio 1814), Montmirail, Château-Thierry, Vauchamps (Marna), Montereau (Yonne), Troyes, Berry-au-Bac, Craonne, Laon, Reims, La Fère-Champenoise, Arcis-sur-Aube, Vitry, Saint-Dizier, Le Bourget, così come alla difesa di Parigi. Il reggimento polacco resistette fino a dopo la sconfitta di Napoleone. Il 4 aprile 1814, il suo comandante, il generale Zygmunt Krasiński, scrisse una lettera a Napoleone, assicurando che il suo reggimento, a differenza dei marescialli, gli sarebbe restato fedele contro tutte le avversità. Fu questa fedeltà incrollabile che – secondo lo storico Robert Bielecki – convinse l'Imperatore a portare con sé, nel suo esilio all'isola d'Elba, uno Squadrone di 110 cavalleggeri polacchi comandati dall'eroe della ritirata di Russia, Pawel Jerzmanowski.

I cento giorniModifica

 
Pawel Jan Jerzmanowski
 Lo stesso argomento in dettaglio: Cento giorni.

Nel 1815, durante i Cento giorni, la Grande Armèe fu composta interamente di soldati francesi ad eccezione di uno Squadrone polacco al comando di Pawel Jerzmanowski. Nel corso di questa Campagna, un decreto imperiale escluse gli stranieri dal servizio nella Guardia imperiale, ma fu fatta un'eccezione per lo squadrone polacco (costituito da 225 cavalieri). Lo Squadrone polacco conservò l'uniforme polacca e si trovò integrato ai Lancieri rossi del generale Colbert. I cavalleggeri svolsero il loro ultimo servizio agli ordini dell'imperatore Napoleone malgrado l'appello del Granduca Konstantin Pavlovič Romanov, che esortava Jerzmanowski, sotto la minaccia della pena capitale, di ricondurre lo squadrone nel Ducato di Varsavia. I cavalleggeri combatterono coraggiosamente a Ligny e a Waterloo. In seguito alla sconfitta, lo squadrone polacco si ritirò ordinatamente armi in pugno, dietro le linee della Loira, per porsi al comando del maresciallo Louis Nicolas Davout. Il 1º ottobre 1815 lo squadrone polacco è definitivamente esonerato dal servizio nell'Armata francese. Il colonnello Jerzmanowski, malgrado le sue richieste, non ottenne il permesso di far parte del piccolo seguito imperiale in partenza verso l'isola di Sant'Elena.

Il contingente italiano nella "Grande Armée"Modifica

 
Napoleone passa in rivista i volontari italiani e polacchi a Montichiari 10 giugno 1805
 Lo stesso argomento in dettaglio: Esercito del Regno d'Italia (1805-1814) ed Esercito del Regno di Napoli.

I nuovi monarchi o governatori degli Stati Satellite, in particolare gli italiani, ma anche i polacchi, si adoperarono subito per crearsi un esercito. In Italia ciò avvenne principalmente per soddisfare la vocazione militare di Eugenio di Beauharnais nel Regno Italico, dove vigeva la coscrizione obbligatoria già dal 1802 ai tempi della Repubblica Italiana, e di Gioacchino Murat nel regno di Napoli. Ma anche per evitare che nei propri regni avessero a sostare un numero troppo alto di soldati francesi li inviati a mantenere il controllo del territorio. Per esempio le truppe francesi nel regno di Napoli nel 1806 ammontavano a 40.000 uomini. La creazione di eserciti nazionali ebbe come riflessi positivi di ridurre i costi di mantenimento delle truppe francesi e di tutelare in parte l'autonomia dei nuovi regni. Anche se spesso per infittire i ranghi dei nuovi eserciti si ricorse nell'arruolamento coatto di carcerati e di disertori o renitenti alla leva provenienti da altri eserciti[1]. In secondo luogo, la nascita di eserciti nazionali italiani ebbe il vantaggio di creare, per la prima volta, una coscienza italiana nei soldati che si trovavano a combattere insieme.

NoteModifica

  1. ^ Stuart Woolf, "Napoleone e la conquista dell'Europa", Editori Laterza 2008, pag. 245: "Anche i governanti degli Stati satellite erano ansiosi di creare i propri eserciti, alcuni come Eugenio di Beauharnais e Murat per vocazione militare, altri come i nobili polacchi a garanzia della loro indipendenza, e tutti perché così si riduceva il costo disastroso del mantenimento di truppe francesi sul loro territorio. Dovunque essi incontrarono le difficoltà in cui già si erano imbattuti i francesi, con varianti che rivelano le diverse tradizioni e strutture sociali. Un problema comune a molti di quei paesi era quello di come poter raccogliere truppe rapidamente senza disporre di un'adeguata struttura amministrativa, in un periodo in cui gli Stati si trovavano nella stessa difficile situazione. Si tentarono due soluzioni di vecchia data: l'arruolamento dei carcerati e a volte degli orfani, e il reclutamento dei prigionieri o dei disertori provenienti da altri eserciti"

Voci correlateModifica