Apri il menu principale

Divisione italiana partigiana "Garibaldi" (Montenegro)

(Reindirizzamento da Divisione italiana partigiana Garibaldi (Montenegro))
Divisione italiana partigiana "Garibaldi"
Descrizione generale
Attiva1943 - 1945
NazioneItalia Italia[2]
ServizioDivisione
Dimensione16.000 uomini
ComandoPljevlja
PatronoGiuseppe Garibaldi
ColoriRosso
Battaglie/guerreSeconda guerra mondiale
  • Fronte jugoslavo
  • DecorazioniOrdine al merito della Fratellanza e Unità
    Medaglia d'oro al valor militare (5 ai reparti, 8 individuali)
    Medaglia d'argento al valor militare (1 ai reparti, 88 individuali)
    Ordine Militare di Savoia (4)
    Medaglia di bronzo al valor militare (1351)
    Croce di guerra al valor militare (713)
    Reparti dipendenti

    I, II e III,IV e V Brigata

    • Artiglieria
    • Ospedale
    • Gruppo Carri Armati
    • Autogruppo
    • Battaglione Genio
    • Battaglioni di lavoro
    Comandanti
    Degni di notaGiovanni Battista Oxilia
    Lorenzo Vivalda
    Carlo Ravnich
    Voci su unità militari presenti su Wikipedia

    La Divisione italiana partigiana "Garibaldi" fu una formazione partigiana che si costituì il 2 dicembre 1943, nelle campagne di Pljevlja in Montenegro, dalla volontaria adesione dei militari del Regio Esercito Italiano appartenenti alla 19ª Divisione fanteria "Venezia", alla 1ª Divisione alpina "Taurinense", al Gruppo artiglieria alpina "Aosta" e ai superstiti della 155ª Divisione fanteria "Emilia", raggruppati nel Battaglione "Biela Gora", che si trovavano dopo l'8 settembre 1943 nei Balcani a seguito delle complesse vicissitudini dell'occupazione italiana del Montenegro.

    Indice

    Le operazioni in JugoslaviaModifica

    La notizia dell'armistizio giunse improvvisa ai Comandi italiani attraverso la radio con il comunicato del maresciallo Badoglio, che generò incertezza per la mancanza di precise direttive sul comportamento da assumere sia verso i tedeschi, sia verso gli jugoslavi, in una situazione politico militare estremamente confusa nella quale era difficile orientarsi e districarsi.

    I primi giorni furono caratterizzati da una grande incertezza, che andò via via aumentando per un seguito di direttive non solo scarse, ma di difficile interpretazione e in buona parte contraddittorie fra loro. Viceversa i Comandanti tedeschi, che avevano previsto l'eventualità, cercarono subito di attuare il piano predisposto, adattandolo alle situazioni contingenti strategiche e tattiche che si andavano via via sviluppando. Esistevano inoltre due movimenti politico-militari jugoslavi, i cetnici di Draža Mihailović e l'Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo di Tito, che, irriducibilmente antagonisti fra loro, ambivano entrambi ad impossessarsi delle armi e delle vettovaglie italiane.[3]

    I tedeschi furono rapidi nella loro azione, usando oltre che fermezza e determinazione, tantissima ferocia, come nel caso del massacro di Trilj in cui vennero fucilati 50 ufficiali della 15ª Divisione fanteria "Bergamo" che si erano rifiutati di combattere con loro. Oltre 200 ufficiali, staccati dai loro soldati che nel frattempo vennero inviati ai lavori forzati nei campi di prigionia in Polonia ed in altre regioni dell'Europa orientale, vennero sottoposti ad un sommario interrogatorio con l'alternativa dell'adesione o della deportazione. Tra loro 143 dissero subito NO, e lasciati per alcuni giorni senza cibo affinche si decidessero ribadirono il rifiuto. Tra essi i tedeschi scelsero 50 ufficiali, li trasportarono a Trilj, una collina a 12 chilometri da Spalato, e lì, dopo averli legati a gruppi di cinque, li fucilarono. Il massacro avviene il 2 Ottobre.[4] Tra le vittime italiane dei tedeschi il generale Alfonso Cigala Fulgosi, comandante della piazza di Spalato, che avendo rifiutato di seguire il generale Emilio Becuzzi aveva abbandonando la propria divisione a Spalato, la 15ª Divisione fanteria "Bergamo", dopo aver ordinato la cessione delle armi ai partigiani slavi, venne catturato dai tedeschi e fucilato il 1º ottobre 1943 presso Signo dalla Divisione delle SS Prinz Eugen con l'accusa di aver fatto consegnare le armi del proprio reparto ai partigiani,[5] insieme al Generale Salvatore Pelligra, comandante dell'artiglieria del XVIII Corpo d'armata, e al generale Raffaele Policardi, comandante del Genio del XVIII Corpo d'armata.

    Nel generale marasma dei giorni seguenti l'armistizio, singoli soldati o piccoli gruppi preferirono darsi alla montagna ed aggregarsi ai partigiani locali in Grecia, in Albania e nella stessa Jugoslavia. La Divisione "Garibaldi" fu l'unica grande unità ad operare come formazione organizzata a fianco dell'Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo.

    Secondo quanto affermato dal generale Carlo Ravnich che è stato uno dei comandanti della Divisione, in una intervista del 1980 sul numero 274 di Storia Illustrata,[6] all'annunzio dell'armistizio i soldati italiani non avevano nessuna intenzione di attaccare gli alleati del giorno prima, ma furono i tedeschi a vessare gli italiani in ogni modo possibile. lanciando manifestini che invitavano le popolazioni a distruggere gli italiani, attribuendo ai soldati italiani crimini che non avevamo commesso, comprimendoli in ogni modo possibile per costringerli alla resa pur essendo gli alpini nel Montenegro in grandissima superiorità di forze rispetto a loro. I soldati italiani non avevano alcuna intenzione di andare con i partigiani, che in quel momento erano anche assenti dal Montenegro e forse avrebbero preferito andare con i cetnici (cetnici), i nazionalisti serbi, che ci erano più vicini per sentimenti di religione, di cultura, di educazione, e anche per motivi politici.[6] Per oltre un mese però i soldati italiani hanno combattuto da soli, con i cetnici che li aspettavano solo per attaccarli quando erano stati sfiancati dai tedeschi, mentre quando gli italiani combattevano contro i tedeschi se ne stavano lontani a guardare.[6] Nel Montenegro e dintorni le bande e i partiti erano tanti quante le famiglie e i soldati italiani armati di soli fucili contro carri e aerei erano una esigua minoranza tra nemici di tutte le specie e i colori e dovevamo sceglierci almeno un alleato.

    La Divisione, che per richiamarsi a Garibaldi utilizzava un fazzoletto rosso,[7] fu inquadrata, come unità del Regio Esercito, nel II Korpus dell'Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo comandato dal generale Peko Dapčević[8].

    La stretta collaborazione con i partigiani iugoslavi si concretizzò in numerose azioni, tra le quali si ricorda l'episodio dell'agosto del 1944, in cui la divisione ruppe l'assedio tedesco sul monte Durmitor (2.522 m) in Montenegro, coprendo così la ritirata delle formazioni partigiane, delle loro strutture ospedaliere e dei feriti[9].

    Il ritorno in ItaliaModifica

    L'8 marzo 1945 la divisione rientrò in Italia. Dei 16.000 effettivi originari, 3.800 rimpatriarono armati, 2.500 erano precedentemente rientrati feriti o ammalati, 4.600 rientrarono dai campi di prigionia. Quasi un terzo degli uomini risultò caduto o disperso[10].

    Il 25 aprile 1945 la Divisione Garibaldi venne riconfigurata, a Viterbo, "Reggimento Garibaldi" con tre battaglioni: "Aosta", "Venezia" e "Torino". Il 5 settembre il "Reggimento Garibaldi" venne inquadrato nel Gruppo di Combattimento "Folgore" poi riconfigurato come Divisione fanteria "Folgore". Il 1º dicembre 1948 assunse la denominazione 182º Reggimento fanteria "Garibaldi" e il 1º novembre 1958 riconfigurato come reggimento corazzato venne ridenominato 182º Reggimento fanteria corazzato "Garibaldi". Nel 1976 il reggimento venne sciolto in seguito alla profonda ristrutturazione del 1975 dell'Esercito Italiano che aboliva il livello reggimentale, lasciando in vita i due battaglioni che precedentemente inquadrava, il XIII Battaglione carri e l'XI Battaglione bersaglieri, che da quel momento hanno avuto vita autonoma e distinte vicende ordinative, con il battaglione bersaglieri che ne raccolse eredità, bandiera di guerra e tradizioni.

    La conferenza di paceModifica

    Alla conferenza di pace di Parigi nel 1947, dove furono trattati anche i difficili problemi dei confini orientali e la questione triestina ed istriana, con la nuova Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia di Tito, si parlò del grande contributo della "Garibaldi". Alcide De Gasperi, Presidente del Consiglio italiano, durante le trattative italo-iugoslave nel contesto della Conferenza di pace, cercò di far capire a Edvard Kardelj, Ministro degli Esteri jugoslavo, l'importante contributo che la Garibaldi aveva dato ai popoli degli "slavi del sud" dopo l'8 settembre 1943 perché ne tenessero conto. Kardelj rispose in modo sprezzante "Ma quelli erano i partigiani del Re"[11].

    I comandantiModifica

    La divisione fu comandata[11]:

    Il monumento commemorativoModifica

    Il 21 settembre 1983 a Pljevlja, in Montenegro, alla presenza del Presidente della Repubblica italiana Sandro Pertini, dell'omologo jugoslavo Mika Spilijak e di numerosi reduci garibaldini, celebrando il quarantennale della fondazione della Divisione partigiana Garibaldi venne inaugurato un monumento commemorativo. Alla base del monumento si può leggere in lingua italiana ed in lingua serbo-croata la seguente epigrafe: "Il 2 dicembre 1943 fu costituita a Pljevlja la Divisione partigiana italiana “Garibaldi” che combatté nel quadro dell'Esercito popolare di liberazione della Jugoslavia – I partigiani garibaldini hanno dato un contributo notevole alla lotta per la libertà e per l'amicizia fra i popoli di Jugoslavia e d'Italia. – Associazione combattenti del Montenegro 21.9.1943"

    OnorificenzeModifica

    NoteModifica

    1. ^ P.Marzetti, Uniformi e Distintivi dell'Esercito Italiano 1933-1945, Albertelli Editore, Parma 1981.
    2. ^ Costituita da ex unità del Regio Esercito e inquadrata nell'Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo
    3. ^ La Divisione Garibaldi - Jugoslavia 1943–1945, su toscano27.wordpress.com. URL consultato il 26 dicembre 2017.
    4. ^ Giacomo Scotti, Ventimila caduti - Gli italiani in Jugoslavia dal 1943 al 1945, Milano, Mursia, 1970, p. 78.
    5. ^ Elena Aga-Rossi & Maria Teresa Giusti, Una guerra a parte, Bologna, Il Mulino, 2011, p. 155-156, ISBN 978-88-15-15070-7.
    6. ^ a b c Stralcio dell'intervista al generale Carlo Ravnich dell'intervista sul n° 274 di Storia Illustrata
    7. ^ Lando Mannucci, Per l'onore d'Italia - La Divisione italiana partigiana "Garibaldi" in Jugoslavia dall'8 settembre 1943 all'8 marzo 1945, 2ª edizione, Roma, Anvrg, 1994 [1985].
    8. ^ Lando Mannucci, Per l'onore d'Italia, cit., pag. 9.
    9. ^ Lando Mannucci, Per l'onore d'Italia, cit., pp. 31-32.
    10. ^ Lando Mannucci, Prefazione a Emilio Rubera (a cura di), La tragedia della III Brigata della divisione italiana partigiana "Garibaldi" (Jugoslavia 1943-45), Roma, 1996.
    11. ^ a b Leo Taddia, Le Divisioni italiane "Venezia" e "Taurinense" in Montenegro (1943-45) (DOC), Centro di Studi Storico Militari di Bologna, 22 ottobre 1999. URL consultato il 29 febbraio 2008 (archiviato dall'url originale il 9 maggio 2006).
    12. ^ Quirinale - scheda onorificenza - visto 5 febbraio 2009.

    BibliografiaModifica

    • Darby, Seton-Watson, Phyllis Auty, Laffan, Clissold, Storia della Jugoslavia - Gli slavi del sud dalle origini a oggi, Torino, Giulio Einaudi Editore, 1969.
    • Documenti allegati ad una targa Araldica del 182º Reggimento Fanteria Corazzata Garibaldi.
    • Documento di presentazione ai soldati da parte del comandante del 182º Reggimento negli anni 1970 al 1976.
    • Irnerio Forni, Alpini garibaldini - Ricordi di un medico nel Montenegro dopo l'8 settembre, Milano, Mursia, 1992.
    • Milano Stefano Gestro, La divisione italiana partigiana «Garibaldi» Montenegro 1943-1945, Mursia gruppo editoriale, 1981.
    • Lando Mannucci, Per l'onore d'Italia - La Divisione italiana partigiana "Garibaldi" in Jugoslavia dall'8 settembre 1943 all'8 marzo 1945, 2ª edizione, Roma, 1994 (1985).
    • Giors Oneto, Il nostro 17° - Neri Editore Firenze 1987
    • Emilio Rubera (a cura di), La tragedia della III Brigata della divisione italiana partigiana "Garibaldi" (Jugoslavia 1943-45), Roma, 1996.
    • Salvatore Loi, La Brigata d'Assalto Italia 1943 - 1945 - ed Stato Maggiore Esercito - Roma 1985 (VI cap. pag 285-292)
    • Giacomo Scotti. Ventimila caduti: gli Italiani in Jugoslavia dal 1943 al 1945 - ed Mursia Milano 1970. ISBN IT\ICCU\RAV\0093222

    Collegamenti esterniModifica