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Salvatore Ferragamo

stilista italiano
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Salvatore Ferragamo nel 1929

Salvatore Ferragamo (Bonito, 5 giugno 1898Firenze, 7 agosto 1960) è stato uno stilista italiano[1]. È il fondatore della casa di moda omonima[1].

Indice

BiografiaModifica

Era originario di un piccolo paese dell'Irpinia, Bonito. Si dice che la sua passione sia nata dopo aver creato per le sorelle le prime calzature.

Dopo aver lavorato per un anno a Torre del Greco da un calzolaio, tornò a Bonito, dove aprì un piccolo negozio in cui produceva scarpe su misura per le signore del posto.[1][2] Nel 1914 partì per gli Stati Uniti[1] per raggiungere uno dei fratelli a Boston, che lavorava in una fabbrica di scarpe.[2] Dopo una breve permanenza si trasferì in California, inizialmente a Santa Barbara, dove aprì una bottega di riparazione e fabbricazione su misura di scarpe.[1] Lavorò per L'American Film Co. e studiò anatomia presso l'University of Southern California.[2]

In seguito, nel 1923, si spostò a Hollywood, dove aprì l'Hollywood Boot Shop e in poco tempo si guadagnò il nome di "Calzolaio delle stelle".[2] Anche se alcuni sostengono che le celebri scarpette di rubino di Dorothy, nel film Il mago di Oz del 1939, siano state realizzate da lui, in realtà furono una creazione di Gilbert Adrian, famoso costumista di Hollywood.

 
Palazzo Spini Feroni, sede della Salvatore Ferragamo Spa, Firenze

Dopo tredici anni di attività negli Stati Uniti, ritornò in Italia nel 1927.[2] Si stabilì a Firenze e aprì il suo primo laboratorio in via Mannelli 57. Qui produceva scarpe da donna destinate inizialmente solo al mercato americano.[3] Nello stesso anno[4] diede avvio alla prima azienda Salvatore Ferragamo. La prima etichetta e il primo manifesto pubblicitario Ferragamo furono creati nel 1930 dal pittore futurista Lucio Venna per Salvatore Ferragamo.[2][5]

Nel 1933, a causa della cattiva gestione amministrativa e della crisi mondiale, la ditta dichiarò bancarotta. Conclusa la guerra, Ferragamo si accorse che il mercato italiano era ancora recettivo. Negli anni cinquanta Palazzo Spini Feroni, dove dal 1938 Ferragamo aveva stabilito la sua sede, divenne meta di attrici del cinema, del jetset internazionale e delle famiglie reali, che venivano nei suoi showroom per ordinare calzature considerate straordinarie per qualità e inventiva.[2]

Ferragamo è stato talvolta indicato come un visionario, con i suoi disegni che spaziano da creazioni più bizzarre, spesso veri e propri oggetti d'arte di altissimo design, a linee di eleganza più tradizionale, che spesso servirono da ispirazione anche ad altri progettisti della calzatura del suo tempo.[senza fonte][2]

Alla morte di Ferragamo, nel 1960, la fama internazionale del marchio non subì flessioni, anzi inaugurò una nuova stagione grazie alla guida della moglie Wanda e dei sei figli Fiamma, Giovanna, Ferruccio, Fulvia, Leonardo e Massimo, che hanno portato avanti sino a oggi l'eredità del fondatore.

L'aziendaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Salvatore Ferragamo (azienda).

Fondata nel 1927 e guidata da Salvatore Ferragamo fino alla sua morte, nel 1960, l'azienda è rimasta nelle mani della famiglia Ferragamo: la moglie Wanda ed i sei figli che, raggiunta la maggiore età, hanno ricoperto i ruoli chiave dell'azienda, contribuendo alla sua espansione sia nell'offerta di prodotti che nella distribuzione.

Tutti i figli ed alcuni nipoti sono attualmente impegnati all'interno dell'azienda e del gruppo:

  • Wanda Ferragamo Miletti (Bonito, 1921), moglie del fondatore, è alla guida del gruppo dal 1960 e attualmente ricopre il ruolo di presidente onorario della Salvatore Ferragamo SpA.
  • Ferruccio Ferragamo, è attualmente il presidente della Salvatore Ferragamo SpA.
  • Giovanna Gentile, è attualmente vicepresidente della Salvatore Ferragamo SpA.
  • Leonardo Ferragamo, dal 2000 è consigliere della Salvatore Ferragamo SpA e Ferragamo Finanziaria, recentemente è stata nominata vicepresidente della Fondazione Ferragamo.
  • Massimo Ferragamo, è il presidente della Ferragamo USA.
  • Fulvia Visconti Ferragamo, è dagli anni Settanta responsabile degli accessori in seta del marchio e vicepresidente della Salvatore Ferragamo SpA
  • Fiamma Ferragamo di San Giuliano, scomparsa nel 1998,[6] è ancora considerata per molti una figura presente nella vita della Salvatore Ferragamo. Stilista premiata con il Neiman Marcus nel 1967, ha creato alcuni prodotti simbolo del marchio, quali la scarpa Vara e l'ornamento Gancino.

Nel 1995 a Firenze, Wanda Miletti Ferragamo ha inaugurato il Museo Salvatore Ferragamo, dedicato all'opera del fondatore, dove vengono conservate, tra l'altro, le forme delle scarpe create per molti personaggi celebri. Il 5 dicembre 2006 il museo è stato riaperto in una nuova location a Palazzo Spini Feroni.[7]

Nel 2016 il Gruppo Ferragamo registra 1,43 miliardi di fatturato.

ArchivioModifica

La documentazione prodotta da Salvatore Ferragamo durante la propria carriera imprenditoriale si conserva a Firenze, presso Ferragamo Spa[8], nel fondo omonimo (estremi cronologici: 1927 - )[9] e presso il Museo a lui dedicato[10], nel fondo omonimo (estremi cronologici: 1927 - )[11], comprendente, tra l'altro quasi 15.000 modelli di calzature, con un piccolo nucleo di scarpe provenienti da altri paesi e scarpe storiche, insieme a componenti di calzature, tacchi, forme di legno dei personaggi famosi come Marilyn Monroe, Greta Garbo, Audrey Hepburn; articoli di pelletteria bigiotteria e abbigliamento uomo-donna; arnesi da lavoro; premi; oggettistica varia; opere d'arte realizzate in occasione di eventi o mostre; facsimili di brevetti e brevetti in originale; un nucleo importante di corrispondenza; cartelle stampa; libri sulle tendenze; libri sulla moda; riviste; ritagli di giornali. Oltre a tutto ciò sono conservate immagini e filmati pubblicitari che documentano la storia di Salvatore Ferragamo e numerose campagne pubblicitarie realizzate da importanti fotografi.

NoteModifica

  1. ^ a b c d e Ferragamo, Salvatore, Enciclopedia Treccani. URL consultato il 20 giugno 2018 (archiviato il 7 giugno 2013).
  2. ^ a b c d e f g h Ferragamo incanta le star e poi conquista i paesi emergenti, WordPress.com, 4 maggio 2012. URL consultato il 21 giugno 2018 (archiviato il 21 giugno 2018).
  3. ^ Gaia Rau, Ferragamo e gli anni Venti: una mostra sul "ritorno in Italia", la Repubblica, 18 maggio 2017. URL consultato il 20 giugno 2018 (archiviato il 18 maggio 2017).
  4. ^ (EN) Salvatore Ferragamo - United States - Official Store, su www.ferragamo.com. URL consultato il 18 gennaio 2017.
  5. ^ Marco Montemaggi e Fabio Severino, Heritage marketing : la storia dell'impresa italiana come vantaggio competitivo, Milano, FrancoAngeli, 2007, p. 154, ISBN 9788846487094, OCLC 799741461.
    «[...] il nome della prima etichetta Ferragamo creata nel 1930 dal pittore futurista Lucio Venna per Salvatore Ferragamo».

    Visualizzazione limitata su Google Libri: Heritage marketing : la storia dell'impresa italiana come vantaggio competitivo, su books.google.it.
  6. ^ Fiamma è morta il 28 settembre 1998. Ilaria Ciuti, Lutto in casa Ferragamo muore la manager Fiamma, la Repubblica, 30 settembre 1998. URL consultato il 20 giugno 2018 (archiviato il 10 dicembre 2017).
  7. ^ M. Alessia Manti, Le scarpe di Ferragamo in mostra: come guardare il mondo dall'alto, umbria24, 26 maggio 2011. URL consultato il 21 giugno 2018 (archiviato il 21 giugno 2018).
  8. ^ Ferragamo, Firenze, 1946 -, su SIUSA. Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche. URL consultato il 7 settembre 2018.
  9. ^ fondo Ferragamo, su SIUSA. Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche. URL consultato il 7 settembre 2018.
  10. ^ Museo Salvatore Ferragamo, su SIUSA. Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche. URL consultato il 7 settembre 2018.
  11. ^ fondo Salvatore Ferragamo, su SIUSA. Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche. URL consultato il 7 settembre 2018.

BibliografiaModifica

  • Marco Montemaggi e Fabio Severino, Heritage marketing. La storia dell'impresa italiana come vantaggio competitivo, Milano, FrancoAngeli, 2007, p. 154, ISBN 978-88-464-8709-4.

Voci correlateModifica

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