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Giovanni Randaccio
GIOVANNI RANDACCIO.jpg
Giovanni Randaccio in uniforme da capitano di fanteria
1º luglio 1884 – 27 maggio 1917
Nato aTorino
Morto aSan Giovanni al Timavo
Cause della mortemorto in azione
Luogo di sepolturaCimitero degli eroi Aquileia
Dati militari
Paese servitoItalia Italia
Forza armataRegio Esercito
ArmaEsercito
CorpoFanteria
UnitàBrigata Toscana
RepartoII Battaglione
77º Reggimento
GradoMaggiore
GuerrePrima Guerra Mondiale
BattaglieOttava battaglia dell'Isonzo
Nona battaglia dell'Isonzo
Decima battaglia dell'Isonzo
DecorazioniMedaglia d'oro al valor militare
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Giovanni Randaccio (Torino, 1º luglio 1884San Giovanni al Timavo, 27 maggio 1917) è stato un militare italiano.

Indice

BiografiaModifica

Nato a Torino nel 1884 da padre di origini sarde e madre vercellese, intraprende la carriera militare nell'Arma di Fanteria, ottenendo i gradi da sottotenente.

Il 24 dicembre 1914 è iniziato in Massoneria nella Loggia Vomere di Napoli[1].

Successivamente promosso tenente, allo scoppio della Prima guerra mondiale è capitano.

Nell'ottobre del 1916, mentre Randaccio, nel frattempo promosso maggiore, si trova al comando del II Battaglione del 77o Reggimento Fanteria, Gabriele D'Annunzio si trova a prestare servizio come ufficiale di collegamento proprio tra la 45ª Divisione e la Brigata "Toscana", di cui il reggimento fa parte.

D'Annunzio, al comando di Randaccio, partecipa così alla Ottava e alla Nona battaglia dell'Isonzo, e tra i due si instaura una profonda amicizia, frutto della reciproca ammirazione.

Negli ultimi giorni di maggio del 1917, nel corso dei combattimenti della Decima battaglia dell'Isonzo, il 77o Reggimento Fanteria si trova ad avanzare presso le foci del Timavo.

Il 27 maggio, il maggiore Randaccio si lancia con il proprio battaglione in un arrischiato assalto all'attacco della Quota 28 (Bràtina), posta oltre il breve corso del Timavo. Raggiunta, a prezzo di pesanti perdite, la quota, Randaccio viene colpito da una raffica di mitragliatrice. Trasportato presso la sezione di sanità, spira poco dopo. [Nota: la data di morte incisa sulla grande stele commemorativa e sulla targa ricordo presso l'ospedale da campo 0.57 dove il Randaccio si spense e' "27 maggio 1917"; l'azione bellica che porto' al ferimento del Maggiore - secondo la relazione dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore - risulta pero' iniziata "la notte sul 28" e la quota 28 risulta raggiunta all'alba del giorno seguente; l'atto di conferimento della Medaglia d'Oro alla memoria è datato 28 maggio 1917; Angelo Gatti, autore del libro "Caporetto", data addirittura 29 maggio la diserzione in massa del I/149° (impegnato sulla quota 28 assieme ai reparti della Brigata Toscana) additata all'epoca come principale causa del fallimento dell'azione; su tale specifico episodio gli autori del libro "Flondar 1917" (vedi bibliografia) - al capoverso dal titolo "I veleni di quota 28" - propongono inedite testimonianze di ufficiali tornati dalla prigionia (deposizioni rese alla "Regia Commissione interrogatrice dei prigionieri rimpatriati") che contribuiscono a riportare l'evento nel contesto di una dura sconfitta militare e non di un gesto collettivo di codardia: sostengono i protagonisti che i reparti attraversarono il Timavo la notte tra il 27 e 28 maggio su un'unica inconsistente passerella la quale fu divelta dal fiume poco dopo il loro passaggio, lasciandoli isolati dalle proprie linee; raggiunsero quota 28 ma furono contrattaccati e circondati da forze austriache - affluite rapidamente da Duino aggirando l'ala sinistra del nostro schieramento - senza possibilita' di ricevere rinforzi ne' di ritirarsi. Alcuni soldati issarono bandiera bianca ma la maggior parte si arrese per esaurimento delle munizioni o per l'inutilita' di continuare la lotta in una situazione tattica insostenibile: testimonianza del tenente Silvio Sivestri aggregato alla 3a compagnia del I/149° :"..omissis... Talche' la resistenza dei nostri, ridotti a ben pochi, si faceva a mano a mano piu' debole. Tentammo, per non essere sopraffatti, di ripiegare, ma, sia per la pressione crescente dell'avversario, sia perche' il fiume era gia' privo di passerella, nell'impossibilita' ormai di resistere, piuttosto che soccombere inutilmente, il sottoscritto assieme a circa una quarantina di uomini propri e di altri reparti, si arresero"]. La Relazione Ufficiale Austriaca alla data del 28 maggio 1917 annota la cattura di circa 800 prigionieri nel settore di San Giovanni di Duino da parte del IV battaglione Schützen volontari di Maribor.

 
La stele al maggiore Randaccio a San Giovanni di Duino

Il suo corpo viene avvolto da Gabriele D'Annunzio, che aveva concepito e voluto l'azione[2] [Nota: il D'Annunzio ricopriva il ruolo di semplice ufficiale di collegamento tra il 77º Reggimento e la 45ª Divisione, col grado di Capitano; gli attacchi alla quota 28 del 27 e 28 maggio si inquadrano invece nella fase finale della Decima Battaglia dell'Isonzo, combattuta sul Carso dal 23 al 28 di quel mese di maggio; più precisamente nella fase di rettifica e di allargamento di posizioni raggiunte, che negli intendimenti del Comando Supremo - sospese che furono le operazioni in grande stile - avrebbe dovuto portare le fanterie della 3ª Armata sulla linea: Est di Comarie - quota 146 di Flondar - quota 175 (ovest di Medeazza) - S.Giovanni di Duino - Fabbrica - insenatura ad ovest di quota 24 (tratto dall'articolo del colonnello Abramo Schmid dal titolo "La mancata conquista di quota 28 del Timavo nel 1917" pubblicato dalla rivista "Bisiacaria"). Gli autori del libro "Flondar 1917" sostengono pero' che il D'Annunzio il giorno 27 maggio abbia effettivamente avuto un colloquio con il Comandante della 3ª Armata, presente il Capo di Stato Maggiore Gen. Vanzo (il quale pero' nel suo libro citato in bibliografia non fa cenno al colloquio), per perorare il proseguimento dello sforzo offensivo verso il castello di Duino; l'opportunita' venne evidentemente concessa, sia pure a livello di unita' minori, nonostante lo scetticismo dei Comandanti di linea - Randaccio incluso - che accusarono tra l'altro il D'Annunzio di non essersi mai recato in riva al Timavo (Dario Marini, all'interno delle sue pubblicazioni citate in bibliografia, si sofferma in modo esteso sull'attacco alla quota 28 con toni molto critici verso un'azione che appare essere stata pianificata senza ponderare adeguatamente ne' l'ostacolo naturale costituito dal Timavo ne' la forza del dispositivo avversario); il Duca d'Aosta fu probabilmente lusingato dal progetto dannunziano di issare una grande bandiera italiana sul castello di Duino, visibile da Trieste (una conferma al fatto che i triestini osservassero veramente il castello di Duino per capire l'andamento della guerra e delle battaglie carsiche di cui in città giungeva nitidamente l'eco e' contenuta nel diario di guerra "Attendiamo le navi" dell'autrice triestina Carmela Timeus)] in una bandiera tricolore, (Nota: scrive il D'Annunzio nel suo "Per l'Italia degli Italiani" : "...omissis... Avevi sotto il capo la mia bandiera, la vasta, quella che io volevo issare a fortuna su la torre di Duino ancora in piedi e poi su la torre di Miramar e infine in San Giusto...") la quale verrà in seguito utilizzata come simbolo nel corso della spedizione di Fiume, ed è oggi conservata presso il Vittoriale degli italiani a Gardone Riviera.

Azione dell'Artiglieria: nel contesto dell'attacco a quota 28, l'Artiglieria e' ricordata esclusivamente per l'ordine - che Luccio Formisano, comandante del II/77° e autore del libro citato in bibliografia, asserisce essere stato impartito dal D'Annunzio ad un suo parigrado comandante di batteria - di sparare contro i nostri soldati, intrappolati irrimediablmente in una sacca oltre il Timavo ma rei di non comportarsi secondo copione... Scrive il Formisano: "Frattanto il Capitano D'Annunzio, avvertito dell'infamia che accade alle spalle dei Lupi, fa aprire il fuoco sui fanti traditori del 149°Regg. ...omissis...". Non esistono riscontri ufficiali a tale ordine ne' conferme da altre fonti, per cui potrebbe trattarsi di un falso (se l'episodio fosse vero saremmo all'assurdo di un capitano del nostro esercito che ordina stizzito di tirare sui nostri soldati invece che sulle efficacissime mitragliatrici - testuale nella narrazione della Relazione Ufficiale Italiana citata in bibliografia - che li stavano massacrando da posizioni sopraelevate!). E' un fatto incontestabile pero' che nessuna fonte citi interventi dell'artiglieria nell'azione di quota 28, ne' a contrastare l'afflusso delle riserve austriache da Duino ne' a sopprimere i nidi delle mitragliatrici (una delle quali colpi' quasi certamente il Randaccio, N.d.R.) che tiravano dal terrapieno della ferrovia e dai declivi sovrastanti la quota. Appare probabile che il supporto di fuoco predisposto in appoggio alla fanteria fosse inadeguato e che i reparti oltre il Timavo fossero isolati anche dal punto di vista delle comunicazioni].

Il Randaccio si spense nella "Scuola Popolare" di Monfalcone, sede dell'Ospedale da Campo 0.57 (dall'articolo di Abramo Schmid citato in bibliografia) ma le circostanze del suo fatale ferimento presentano versioni contrastanti: l'Ufficio Storico del R.Esercito lo descrive impegnato assieme ai Battaglioni sulla quota 28 e ferito sulla riva sinistra del Timavo mentre cerca di sottrarre i suoi uomini e se stesso all'accerchiamento (... ma è lecito chiedersi come e da chi sia stato riportato il Maggiore - mortalmente ferito - tra le nostre linee, con la passerella asportata ed il fiume esposto alla vista e al tiro avversari...); il capitano Guido Agosti (vedi bibliografia) lo descrive osservare la battaglia dalla riva destra del Timavo e lanciarsi sulla passerella alla vista del crollo fulmineo, rimanendo colpito (ma anche questa versione cozza contro le testimonianze sulla passerella gia' travolta dalle acque); il capitano Luccio Formisano scrive: "Egli non vede quanto accade. Sta in piedi, come sempre veste la solita uniforme elegante...Una malvagia mitragliatrice lo prende di mira...Il suo fido Geromelli, sottufficiale addetto al Comando del Battaglione, fa appena in tempo a riceverlo esanime tra le braccia per trasportarlo nella caverna di quota 12" (vedi bibliografia; la prima parte del testo appare di enigmatica interpretazione ma il seguito consente quantomeno di escludere che il Maggiore si trovasse oltre il Timavo); il D'Annunzio nell'elogio funebre pronunciato a Monfalcone e ripreso dal Corriere della Sera del 7 giugno 1917 cosi' descrive l'epilogo: "Il Maggiore aveva lasciato il suo posto di osservazione in prossimita' del Timavo e veniva verso la sconquassata passerella del Locavaz (o Lokavac, affluente destro del Timavo): probabilmente riconosciuto come ufficiale...fu investito da una raffica di mitraglia"; il tenente Valentino Guerin nel biglietto ad Enrico Morali del 12 giugno 1917 (vedi bibliografia) scrive: "Il nostro povero Maggiore e' caduto il 28 sul Locavaz (passerella) mentre durava l'attacco oltre il Timavo". Appare quindi plausibile, ben al di fuori dall'iconografia ufficiale, che il Randaccio non sia stato ferito ne' su quota 28 ne' sul Timavo ne' in mezzo ai suoi uomini bensi' nelle immediate retrovie del fronte, sul Locavaz, a circa 600 metri dalla zona dei combattimenti, colpito da mitraglieri austriaci con tiro di secondo arco: a conferma la posizione originaria - sulla sponda destra del Locavaz - della stele commemorativa eretta dai compagni d'arme in sua memoria nel 1919, a fianco della passerella fra quota 12 e S.Giovanni di Duino. La stele è oggi visibile a S.Giovanni di Duino lungo la SS 14, sotto il monumento ai Lupi di Toscana, dove fu traslata a seguito dell'industrializzazione del comprensorio del Lisert (nota: Dario Marini nelle pubblicazioni citate sostiene che la lapide sia stata traslata nella posizione odierna fin dal 1932, in concomitanza con l'inaugurazione del nuovo tracciato della SS 14; ma la tavoletta "Duino" dell'Istituto Geografico Militare aggiornata al 1949 riporta il "Cippo Randaccio" ancora nella sua posizione originaria, sulla riva destra del Locavaz).

Giovanni Randaccio fu poi sepolto presso il cimitero militare di Aquileia, ove riposa tuttora.

Alla sua memoria viene conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare. [ Nota: la motivazione della medaglia d'oro ricalca i temi dell'iconografia ufficiale, ampiamente smentita pero' dalle testimonianze oculari di chi c'era (tra cui personaggi del calibro di D'Annunzio), con cio' offrendo lo spunto per riflessioni delicate: il Randaccio mori' certamente per mano nemica ma per fatto casuale, lontano dalla prima linea e lontano dai suoi uomini, non diversamente da una moltitudine di altri sfortunati combattenti caduti in circostanze simili al cui sacrificio non fu mai riconosciuto alcun valore....... Dario Marini nei suoi testi citati ventila analoghe perplessita' circa il conferimento al Randaccio della massima onorificenza militare].

OnorificenzeModifica

  Medaglia d'oro al valor militare
«Manteneva sempre vivo nel suo battaglione quello spirito aggressivo col quale lo aveva guidato alla conquista di importanti posizioni nemiche. Attaccava quota 28, a sud del Timavo, con impareggiabile energia, e nonostante le gravi difficoltà, l’occupava. Subito dopo, colpito a morte da una raffica di mitraglia, non emise un solo gemito, serbando il viso fermo e l’occhio asciutto, finché fu portato alla sezione di sanità, dove soccombette, mantenendo, anche di fronte alla morte, quell’eroico contegno che tanto ascendente gli dava sulle dipendenti truppe quando le guidava all’attacco.»
— Fonti del Timavo, Quota 28, 28 maggio 1917[3]

ESTRATTO DELLA RELAZIONE UFFICIALE ITALIANA, Volume IV, Tomo I (narrazione), pag 285 (vedi bibliografia)

"...omissis... Frattanto all'estrema destra della 45a Div. nella notte sul 28, il I/149°, passato il Timavo su una passerella di circostanza, era riuscito verso l'alba a raggiungere la q.28, verso la quale accorrevano poco dopo anche reparti del I/77°.

Il nemico, riavutosi dall'irruenza dell'assalto, contrattacco' sul fianco sinistro del I/149° con furioso lancio di bombe a mano, appoggiato dal tiro efficacissimo di alcune mitragliatrici ben appostate e mascherate: il I/149° fu dapprima arrestato, ed in seguito respinto, unitamente ai reparti del I/77° accorsi a sostegno. Le nostre perdite furono gravi e pochi superstiti riuscirono a ripassare il Timavo, sulle rive del quale trovo' morte gloriosa l'eroico magg. Randaccio [nota: secondo Dario Marini (vedi bibliografia) si tratta dell'unico combattente citato per nome nella Relazione Ufficiale sulla guerra 1915/1918]. ...omissis..."

ESTRATTO DELLA RELAZIONE UFFICIALE AUSTRIACA, Vol. 6, pag 205, versione tradotta in inglese (vedi bibliografia)

...omissis... In the morning of 28 May, while the bells of Pentecost rang out in the distance, fighting flared up once more in the Karst area ...omissis... Reserves were brought up in expectation of an attack. But there were only some isolated local thrusts, such as an assault toward San Giovanni by about three battalions. Here the enemy was quickly striken by artillery and defeated by Vol Rif Bn Marburg IV (Volontari dello Schützenbataillon Marburg IV, N.d.R.). They lost more than 800 prisoners. Than at noon quiet descended once more on the entire Karst front. ...omissis..."

L'undicesima galleria della strada delle 52 gallerie del Monte Pasubio, scavate in occasione dei combattimenti della prima guerra mondiale, porta il suo nome.

I Comuni di Torino, città natale, Vercelli, Milano, Padova, Verona, Livorno e Brescia gli hanno intitolato ciascuno una via. A Brescia, inoltre, gli è stata intitolata una caserma (oggi in disuso) prima sede del 77º Reggimento Lupi di Toscana e, dopo la Seconda Guerra Mondiale, di alcuni reparti della Brigata Meccanizzata "Brescia".

NoteModifica

  1. ^ Vittorio Gnocchini, L'Italia dei Liberi Muratori, Erasmo ed., Roma, 2005, p. 231.
  2. ^ Mark Thompson, La guerra bianca - Vita e morte sul fronte italiano 1915-1919, 2008, pp. 271-272
  3. ^ Motivazione della M.O.V.M. dal sito www.quirinale.it, su quirinale.it. URL consultato il 12 aprile 2010.

BibliografiaModifica

  • Comando del Corpo di Stato Maggiore, Riassunti storici dei corpi e comandi nella guerra 1915-1918 – Fanteria - Vol.2, Roma, Edizioni Ufficio Storico, 1928.
  • Ministero della Guerra - Comando del Corpo di Stato Maggiore, ufficio storico, "L'Esercito Italiano nella Grande Guerra", Vol. IV Tomo I, Le Operazioni del 1917 (da gennaio a maggio), Roma, 1940
  • Österreich-Ungarns Letzter Krieg 1914-1918 (versione inglese tradotta da Hanna Stan), Vienna, 1930
  • Saverio Laredo de Mendoza, Gabriele D'Annunzio fante del Veliki e del Faiti, Milano, Impresa Editoriale Italiana, 1932.
  • Gruppo Medaglie d'Oro al valor militare d'Italia, Le Medaglie d'Oro al valor militare, Roma, 1965.
  • Enrico Morali, "In guerra coi Lupi di Toscana", Itinera Progetti, Bassano del Grappa (VI), 2010.
  • Abramo Schmid, "La mancata conquista di Quota 28 del Timavo nel 1917", articolo inserito nella pubblicazione "Bisiacaria" del 1991.
  • Mitja Juren, Nicola Persegati, Paolo Pizzamus, "Flondar 1917", Gaspari Editore, Udine, 2017.
  • Angelo Gatti, "Caporetto", Il Mulino, Bologna, 1964.
  • Augusto Vanzo, "In guerra con la Terza Armata", Itinera Progetti, Bassano del Grappa (VI), 2017
  • Dario Marini de Canedolo, "Ermada", Gruppo Speleologico Flondar, Villaggio del Pescatore (Duino Aurisina), 2007.
  • Dario Marini de Canedolo, Valentina Degrassi, Alice Sattolo, "Il Carso del Villaggio San Marco di Duino", Gruppo Speleologico Flondar, Villaggio del Pescatore (Duino Aurisina), 2014
  • Guido Agosti, "Con i lupi del 77º Fanteria", Giulio Vanini Editore, Brescia, 1934.
  • Carmela Timeus, "Attendiamo le navi", Licinio Cappelli Editore, Bologna, 1934.
  • Gabriele D'Annunzio, "Sulla tomba di un eroe del Carso", Corriere della Sera, 7 giugno 1917.
  • Gabriele D'Annunzio, "Per l'Italia degli Italiani", Milano, 1923.
  • Luccio Formisano, "La Battaglia del Timavo 23-28 maggio 1917", Ed. Tipografia Sociale, Trieste, 1930.

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