Kṛṣṇa

avatara del dio Visnù
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Kṛṣṇa[1] (devanagari: कृष्ण), anglizzato in Krishna[1] e attestato in italiano anche come Krisna,[2] è, nella tradizione religiosa induista, il nome di un avatara del dio Visnù e tale è considerato dalla corrente religiosa indicata come visnuismo, che considera Visnù come divinità principale, l'Essere supremo.

Statua di Krishna nel tempio di Sri Mariamman a Singapore, spesso raffigurato come suonatore di flauto. Ha una corona regale (kirīṭa mukuṭa) con penne di pavone (mayūrapattra) che simboleggiano l'immortalità, in quanto il progenitore di questo animale nacque da una piuma di Garuḍa. La ghirlanda di Krishna è una ghirlanda di fiori (tulasī) ed è composta da cinque filari di fiori che rappresentano i cinque sensi dell'uomo. La sua postura è la ardhasamasthānaka pādasvastika, la postura a gambe incrociate con il piede destro che tocca con le punte delle dita il terreno mostrando leggerezza e calma.

Nella corrente religiosa induista che va sotto il nome di krishnaismo[3] egli è tuttavia considerato Dio, l'Essere supremo stesso e non semplicemente una sua manifestazione o un suo avatara per quanto completo[4] (pūrṇāvatāra).

Così il Bhāgavata Purāṇa (testo kṛṣṇaita del IX secolo d.C.):

(SA)

«kṛṣṇas tu bhāgavan svayam»

(IT)

«Kṛṣṇa è l'Essere supremo stesso»

Origine e sviluppo del culto

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Krishna ottavo avatara di Visnù, o aspetto originario del dio stesso, è raffigurato anche qui come Krishna Veṇugopāla, ovvero Krishna suonatore di flauto (veṇu) e pastore delle mucche (gopāla).[5] Ritorna il simbolo di immortalità del pavone, richiamato anche dal pavone in basso a destra della figura, insieme alla ghirlanda di fiori e alla postura a gambe incrociate.
Alla sinistra di Krishna, qui troviamo la sua eterna paredra, cioè l'innamorata Rādhā, che simboleggia l'anima individuale eternamente legata al Dio. Dietro Krishna, l'immagine di una mucca a cui si appoggia, Surabhī, che vive nel paradiso di Krishna, Goloka. La mucca è dispensatrice di beni e per questo è sacra e non può essere uccisa. Sono le mucche che dopo la morte degli uomini consentono loro di attraversare un fiume sotterraneo (il Vaitaraṇī) pieno di coccodrilli per giungere all'altra riva dove disporranno di un nuovo corpo per la successiva reincarnazione.
Krishna è vestito di giallo (pitāṁbara) colore della divinità solare che illumina il cosmo; la sua pelle è invece blu, o nera, sia per indicarne la pervasività nello spazio, sia per segnalarlo come manifestazione dell'Essere supremo nell'attuale era del kali (kaliyuga), essendo le altre tre precedenti ère contrassegnate da manifestazioni della divinità rispettivamente bianca, rossa e gialla (questi colori delle manifestazioni delle divinità delle differenti ère corrispondono ai quattro colori dei varṇa).
 
Balabhadra che combatte con Jarasandha.
 
La gopī Rādhā e Krishna danzano la rāsa-līlā, circondati dalle altre gopī (XIX secolo).
 
Immagine devozionale odierna di Krishna Janmāṣṭamī, ovvero della festività della natività di Krishna.

Krishna è una divinità che non compare nelle quattro Saṃithā dei Veda. Per quanto vi siano dei richiami alla sua figura nella Chāndogya Upaniṣad (III,17,6; testo presumibilmente dell'VIII secolo a.C.), Krishna come divinità viene presentata in modo completo solo nel poema "visnuita" del Mahābhārata (testo composto tra il IV secolo a.C. e il IV secolo d.C.) e, nella Bhagavadgītā (VI parvan del Mahābhārata ad esso aggiunto nel III secolo a.C.), la sua figura diviene centrale.

Gli studiosi ritengono tuttavia che Krishna e Visnù in origine fossero due divinità distinte[6], fondendosi completamente nel V secolo d.C. quando, a partire dal Viṣṇu Purāṇa (testo visnuita del V secolo d.C.), Krishna è indicato come un avatara di Visnù.

Gli stretti collegamenti tra le due divinità sono tuttavia precedenti: una colonna del I secolo a.C. rinvenuta a Goṣuṇḍi associa Krishna a Nārāyaṇa (divinità già precedentemente associata a Visnù) mentre immagini relative al periodo dell'Impero Kushan (I secolo d.C.) rappresentano Krishna con le stesse armi di Visnù. Tale Krishna è, per gli studiosi[7], comunque il Krishna del Mahābhārata indicato come 'Krishna Vāsudeva', il capo dei vṛṣni di Mathura che uccide il malvagio Kaṃsa, perde la battaglia contro il re maghada Jarāsaṃda, giunge a Dvārakā (oggi Dwarka di fronte al Mar Arabico) e diviene consigliere dei Pāṇḍava contro i Kaurava nella battaglia di Kurukṣetra: accenni a tale epica oltre che nel Mahābhārata li si riscontrano anche nel Mahābhāṣya di Patañjali e nel buddhista Gatha Jātaka.

Al 'Krishna Vāsudeva', ovvero al Krishna del clan degli yādava che ha già incorporato un altro differente culto, quello di Vāsudeva proprio del clan dei vṛṣni dando vita al ciclo del Mahābhārata, si aggiunge, successivamente, un ulteriore Krishna, il 'Krishna Gopāla' considerato dagli studiosi inizialmente differenziato dal primo[8].

Così Gavin Flood:

«Intorno al IV secolo d.C., la tradizione dei Bhāgavata- ossia la tradizione di Vāsudeva-Kṛṣṇa del Mahābhārata - assorbe un'altra tradizione, il culto di Kṛṣṇa fanciullo a Vṛndāvana - ovvero il culto di Kṛṣṇa Gopāla, il custode del bestiame.»

Secondo la tradizione Krishna, pur essendo di lignaggio del clan dei vṛṣn] di Mathura, fu adottato da una famiglia di pastori di etnia ābhīra che lo crebbe fino alla maturità quando il dio/eroe torna a Mathura per sconfiggere il malvagio Kaṃsa.

John Stratton Hawley[7] spiega questa narrazione con il fatto che gli ābhīra, una etnia nomade che estendeva il suo raggio di azione dal Panjab fino al Deccan e alla pianura del Gange adoravano un 'Krishna Gopāla'. Quando gli ābhīra allargarono il loro confini giungendo nei pressi di Mathura (area del Braj) incontrando il clan dei vṛṣni il loro culto venne ad integrarsi con quello del 'Krishna Vāsudeva'.

Riassumendo, originariamente Krishna è un eroe divinizzato del clan degli yādava ed è probabile, secondo Ramchandra Narayan Dandekar[9] che il Devakīputra Krishna a cui fa riferimento la Chāndogya Upaniṣad nel celebre XVII khaṇḍa contenuto nel III prapāṭaka:

(SA)

«sa yad aśiśiṣati yat pipāsati yan na ramate tā asya dīkṣāḥ atha yad aśnāti yat pibati yad ramate tad upasadair eti atha yad dhasati yaj jakṣati yan maithunaṃ carati stutaśastrair eva tad eti atha yat tapo dānam ārjavam ahiṃsā satyavacanam iti tā asya dakṣiṇāḥ tasmād āhuḥ soṣyaty asoṣṭeti punar utpādanam evāsya tat maraṇam evāvabhṛthaḥ tad dhaitad ghora āṅgirasaḥ kṛṣṇāya devakīputrāyoktvovāca apipāsa eva sa babhūva so 'ntavelāyām etat trayaṃ pratipadyetākṣitam asy acyutam asi prāṇasaṃśitam asīti tatraite dve ṛcau bhavataḥ ādit pratnasya retasaḥ ud vayaṃ tamasaspari jyotiḥ paśyanta uttaram svaḥ paśyanta uttaram devaṃ devatrā sūryam aganma jyotir uttamam iti jyotir uttamam iti»

(IT)

«Avere fame, sete, rinunciare ai piaceri sessuali corrispondono all'uomo alla consacrazione sacrificale. Il cibo, il bere, il darsi ai piaceri corrispondono in lui agli upasada[10]. Ridere, mangiare, godere dei piaceri sessuali corrisponde in lui ai canti e alle recitazioni. L'ascesi, le elemosine, la rettitudine, la non-violenza, l'essere veritiero corrispondono in lui ai doni dati [ai sacerdoti]. Per questo [durante le cerimonie sacrificali] si afferma: Ṣosyato asoṣṭa[11] significando con questo la sua nuova nascita. L'abluzione finale (avabhṛtha, la conclusione del sacrificio) corrisponde alla sua morte. Quando Ghora Āṅgirasa ebbe insegnato ciò a Kṛṣṇa figlio di Devakī, disse: "Diviene libero dalla sete [del desiderio] [colui] che mentre muore si rifugia in questi tre detti: 'Tu sei l'eterno, l'eternamente stabile, sei l'essenza della vita'". Vi sono a questo riguardo due inni: "Poi videro la luce albeggiante dell'antico seme che arde al di là dei cieli"[12], "Dopo la notte vedendo la luce superiore, Sūrya (il Sole), quella luce è il Dio (deva) tra gli dei e a lui siamo andati, alla luce suprema, alla luce suprema"[13]»

Non sia altri che il Krishna degli yādava, un clan ario che fu a stretto contatto con il clan dei vṛṣni di Mathura aventi come culto quello di un altro eroe divinizzato, Vāsudeva. Infatti alcuni contenuti del passaggio della Chāndogya Upaniṣad, Krishna figlio di Devakī e discepolo di Ghora Āṅgirasa che gli insegna che la vita umana è essa stessa un sacrificio, riverbereranno nello stesso Mahābhārata.

Questi eroi divinizzati di estrazione guerriera trovano la loro trasformazione in ortodossia brahmanica e vedica con l'incontro con il dio vedico e brahmanico Visnù proprio nel Mahābhārata e nella Bhagavadgītā dove Krishna è sinonimo di Visnù in ben tre passaggi: X,21; XI,24; XI,30.

Sempre secondo Ramchandra Narayan Dandekar[9] la fusione tra la divinità guerriera e quella brahmanica si rese necessaria nel contesto della critica che religioni "eterodosse" come quella buddhista e giainista, all'epoca in forte ascesa, andavano promuovendo nei confronti del Brahmanesimo il quale cercava, di converso, nuove risposte teologiche e cultuali alla propria crisi.

Il Krishna-Vāsudeva-Viṣṇu dei clan uniti degli yādava e dei vṛṣni si fuse con una divinità pastorale propria degli ābhīra dando vita al Krishna-Vāsudeva-Gopāla-Viṣṇu oggetto delle riflessioni teologiche dei successivi testi detti Purāṇa e delle scuole esegetiche visnuite e krishnaite che porranno viepiù al centro del culto religioso questa figura divina intesa come il Bhagavat, Dio, la Persona suprema.

«L'aspetto di Kṛṣṇa come amante divino diventa prevalente in Orissa e Karnataka nel XII e nel XIII secolo, e si diffonde poi in tutto il subcontinente. In questa immagine, Kṛṣṇa è raffigurato con il collo inclinato, la vita piegata e le caviglie incrociate mentre suona il suo flauto irresistibile per richiamare le gopī (simbolicamente, le anime degli uomini) dalle loro preoccupazioni mondane.»

Nel XVI secolo il teologo visnuita Rūpa Gosvāmi, nel suo Bhaktirasāmrṭasindhu, descrive due tipologie di amore verso Krishna, quindi verso Dio: la prima, indicata come vātsalya ("amore tenero"), è paragonabile all'amore dei genitori nei confronti dei propri figli piccoli; la seconda, detta mādhurya ("amore dolce"), è invece propria degli amanti.

Il secondo tipo di amore è proprio, ad esempio, del Gītagovinda opera di Jayadeva (XII secolo); mentre il primo lo si riscontra diffusamente nelle immagini di Krishna bambino e birichino che ruba il burro alle gopī, proprie invece della devozione dell'India odierna.

Sia come bimbo birichino che si vuole tutto per sé, sia come amante, Krishna, Dio, risulta comunque sempre irraggiungibile.

Allo stesso modo, l'amore spirituale e adultero delle gopī, e tra queste segnatamente di Rādhā, verso Krishna, viene reso come la metafora dell'amore più elevato, perché solo l'amore tra gli amanti che nulla si devono l'un l'altro, a differenza di quello coniugale sicuro ma mediato per mezzo di un accordo, è inteso come il più puro[14].

«Bambino o adolescente, Kṛṣṇa è sempre un ladro, perché è un ladro del cuore. Persino Rādhā, la pastorella che la tradizione considera la sua favorita, patisce frequentemente e potentemente la sua assenza. Molta della poesia dedicata a Kṛṣṇa è un lamento (viraha). Le donne che parlano in queste poesie esprimono desideri inappagati del cuore umano, [...]»

«[...] le stravaganze del dio incarnano chiaramente l'idea induista che la vita stessa sia un prodotto del gioco divino (līlā). Abbandonarsi al gioco, ai giochi e alla consapevolezza che tutta la vita è un gioco significa esperire il mondo come è realmente.»

Krishna, Dio, conserva in questo ambito una sua assoluta particolarità. Essendo il Bhagavat, Dio, esso non è condizionato dai guṇa ed è libero dal karman. Krishna è quindi svātantrya, libero da qualsivoglia condizionamento o illusione, e in questa sua assoluta libertà egli può concedere la grazia (anugraha), la "liberazione", agli esseri incatenati dalle proprie scelte nel mondo materiale sofferente. Krishna salva quindi i suoi bhakta (devoti), non solo, ma anche chi non lo è. Riferendosi alla nozione di Dio presente nei Purāṇa, Francesco Sferra osserva:

«Nei Purāṇa troviamo numerosi e toccanti esempi di come la semplice recitazione del nome di Dio o un atto di devozione, anche involontario, può conferire la grazia. Anche un peccatore, un reietto, anche chi, agli occhi dell'ortodossia, non sarebbe degno di ricevere l'attenzione delle persone perbene, figuriamoci di Dio, può indurre il Signore a concedergli la grazia. E dunque possiamo descrivere la salvezza non solo come passaggio, ma anche come abbandono fiducioso (prāpatti) in Dio. E questo è il cuore della bhakti»

La vita di Krishna nella letteratura visnuita

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La mitologia hindū inerente alla figura del dio Krishna, di volta in volta inteso o come avatara del dio Visnù o come manifestazione del Bhagavat stesso, origina da una composita letteratura che nel suo sviluppo abbraccia oltre un millennio. Partendo dal poema Mahābhārata (IV secolo a.C.-IV secolo d.C.), con particolare riguardo agli insegnamenti religiosi contenuti in quella parte di esso che va sotto il nome di Bhagavadgītā (III secolo a.C. -I secolo d.C.), fino alla sua appendice, lo Harivaṃśa (II-III secolo d.C.), in particolar modo nella sua parte detta Viṣṇu-parvan, continuando, poi, nei vari Purāṇa, con particolare attenzione al Viṣṇu Purāṇa (V secolo d.C.) e al Bhāgavata Purāṇa (IX secolo).

Nascita, infanzia e gioventù

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Krishna e Yaśodā (Raja Ravi Varma, 1848–1906).

Nel Viṣṇu-parvan dello Harivaṃśa, ambientato a Mathurā città situata lungo le rive del fiume Yamunā, viene narrata la nascita di Krishna, qui inteso come il Bhagavat, Dio, la Persona suprema, figlio di Vasudeva e di Devakī.

Lo scopo di questa sua nascita è distruggere Kaṃsa, l'usurpatore del trono dei vṛṣni. Ma Kaṃsa è a conoscenza della profezia del veggente Nārada che ha previsto la sua morte per mano di uno dei figli di Devakī. Questa la ragione per cui Kaṃsa ordina l'assassinio di ogni figlio di Devakī. Ma il settimo, Balarāma, viene miracolosamente trasferito nel grembo della seconda moglie di Vasudeva, Rohiṇī; mentre l'ottavo, Krishna, viene scambiato con il figlio di una coppia di pastori, Nanda e Yaśodā, del villaggio di Gokula, questo situato sulla sponda opposta del fiume Yamunā.

In seguito, saputa la notizia della presenza del figlio di Devakī nascosto nel villaggio di Gokula, il sovrano Kaṃsa, per ucciderlo, invia una demonessa di nome Pūtanā, che assunte le sembianze di un'affascinante nutrice visita le giovani madri del posto, chiedendo loro di poter tenere in braccio i piccoli e allattarli al proprio seno. In realtà, essendo il latte avvelenato, tutti i neonati muoiono. Pūtanā giunge quindi nella casa di Nanda e Yaśodā e preso in grembo il piccolo Krishna lo inizia ad allattare, ma il dio è immune al veleno, e comincia a succhiare tanto avidamente dal seno della donna da provocarne la morte. Una volta morta, Pūtanā riprende le sue vere sembianze di demonessa, svelando così il complotto dell'usurpatore Kaṃsa[15].

Krishna trascorre l'infanzia nei pressi del bosco di Vṛndāvana, situato nei pressi del villaggio di Gokula, tra i pastori, e le loro mogli e figlie (gopī), da queste vezzeggiato prima e amato poi.

La guerra di Kurukṣetra

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  Lo stesso argomento in dettaglio: Guerra di Kurukṣetra.
 
Krishna e Arjuna a Kurukṣetra (XVIII-XIX secolo).

Durante la sanguinosa battaglia di Kurukṣetra, descritta nel poema epico del Mahābhārata, Krishna prende le parti dei virtuosi principi Pāṇḍava contro i loro cugini Kaurava, usurpatori del regno.

Krishna , essendo imparentato con entrambi i rami della famiglia, chiede ad Arjuna (il terzo dei Pāṇḍava) e a Duryodhana (il maggiore dei Kaurava), giunti alla sua dimora per invocarne l'alleanza, di scegliere tra il suo esercito e la sua presenza fisica sul campo di battaglia, con la condizione che però egli non avrebbe combattuto. Il Pāṇḍava sceglie la sua vicinanza (per questa ragione Krishna sarà l'auriga del suo carro), rendendo soddisfatto anche Duryodhana, il quale può appropriarsi del potente esercito di Krishna.

Prima della battaglia, trovandosi davanti a cugini, nonni, mentori ed amici schierati nel campo avversario, Arjuna cede all'angoscia e, piangendo, si rifiuta di combattere.

Nella celeberrima parte del Mahābhārata che ha come titolo Bhagavadgītā, Krishna infonde forza e coraggio all'eroe rammentandogli il proprio Dharma di guerriero e impartendogli una serie di insegnamenti filosofici e spirituali volti a raggiungere la realizzazione spirituale.

Grazie alla vicinanza divina di Krishna, i Pāṇḍava ottengono la vittoria a Kurukṣetra nonostante l'inferiorità numerica del loro esercito rispetto a quello dei Kaurava.

La fine

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La morte del dio Krishna è narrata nel Mahābhārata, precisamente nel suo XVI parvan, il Mausalaparvan ("Libro dello scontro con le mazze"). Dopo l'autodistruzione della sua stirpe, attuatasi per mezzo di una feroce guerra interna, Krishna si ritira nella foresta e mentre è immerso nelle profondità meditative dello yoga, viene raggiunto da una freccia al calcagno, unico suo punto vulnerabile, scagliata da un cacciatore che lo scambia per un cerbiatto.

Con la sua morte il dio abbandona il corpo materiale riacquistando la sua sola forma divina e spirituale giungendo nel Cielo dove viene accolto come Dio, la Persona suprema.

Secondo la tradizione hindū, la morte fisica di Krishna, calcolata dall'astrologo Āryabhaṭa (V secolo d.C.), corrisponde al nostro 18 febbraio 3103/3102 a.C., da qui la medesima tradizione fa partire l'era detta del Kali-yuga.

La "rivelazione" di Krishna nella Bhagavadgītā

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Arjuna assiso sul carro ascolta devoto l'insegnamento del suo auriga e amico, il dio Krishna. Da notare in alto a sinistra lo stendardo con l'effige di Hanumat ("Grandi mascelle"). Hanumat è il condottiero delle scimmie che, nel Ramāyana, aiuta Rāma a sconfiggere il sovrano di Laṅka, il demone Rāvaṇa. Nel Mahābhārata ha un ruolo decisamente minore, impegnandosi a proteggere Arjuna dopo uno scontro con il fratello Bhīma[16] (cfr. MhB III, 147,9). Dipinto su carta del XIX secolo. Conservato al British Museum di Londra.

Questa opera, fondamentale per l'Induismo, si svolge sul campo di Kurukṣetra quando, eserciti schierati pronti al combattimento, l'eroe dei Pāṇḍava, Arjuna, preso dallo sconforto di dover uccidere maestri, amici e i cugini schierati nel campo avversario, decide di abbandonare il combattimento. Allora il suo auriga e amico Krishna gli impone di rispettare i suoi doveri di kṣatra, quindi di combattere e uccidere, senza farsi coinvolgere da quelle stesse azioni (karma). Per convincere Arjuna della bontà dei propri suggerimenti Krishna espone una vera e propria rivelazione religiosa finendo per manifestarsi come l'Essere supremo. Innanzitutto Krishna precisa che la sua "teologia" e la sua "rivelazione" non sono affatto delle novità (IV,1 e 3) in quanto già da lui trasmesse a Vivasvat e da questi a Manu in tempi immemorabili, ma che tale conoscenza venne poi a mancare e con essa il Dharma e, quando ciò accade e per proteggere gli esseri benevoli dalle distruzioni provocate da quelli malvagi, qui è lo stesso Krishna a parlare, «io vengo all'esistenza» (IV,8; dottrina dell'avatara).

Krishna si manifesta nel mondo affinché gli uomini, e in questo caso Arjuna, lo imitino (III, 23-4). Così Krishna, l'Essere supremo manifestatosi, spiega che ogni aspetto della Creazione proviene da lui (VII, 4-6, ed altri) per mezzo della sua prakṛti, e che, nonostante questo, egli rimane solo uno spettatore di questa creazione:

«Padroneggiando la mia natura cosmica, io emetto sempre di nuovo tutto questo insieme di esseri, loro malgrado e grazie al potere della mia natura. E gli atti non mi legano, Dhanaṃjaya[17]; come qualcuno, seduto, si disinteressa di un affare, così io rimango senza attaccamento per i miei atti.»

L'uomo deve quindi imparare a fare lo stesso essendo legato alle proprie azioni, in quanto anche se si astiene dal compierle, come stava per fare Arjuna rifiutandosi di combattere, i guṇa agiranno lo stesso incatenandolo al proprio karman (III, 4-5), egli deve comunque compiere il proprio dovere (svadharma, vedi anche più avanti) persino in modo "mediocre" (III, 35).

Tutto è infatti condizionato dai tre guṇa[18] che procedono da Krishna senza condizionarlo.

Mircea Eliade così riassume l'insegnamento principale di Krishna ad Arjuna e a tutti gli uomini, imitarlo:

«La lezione che se ne può trarre è la seguente: pur accettando la 'situazione storica' creata dai Guṇa (e la si deve accettare perché i guṇa derivano da Kṛṣṇa) e agendo secondo le necessità di questa 'condizione', l'uomo deve rifiutarsi di valorizzare i propri atti e, perciò, di accordare un valore assoluto alla propria condizione [...] In questo senso si può affermare che la Bhagavad Gītā si sforza di 'salvare' tutti gli atti umani, di 'giustificare' ogni azione profana: infatti, per il fatto stesso di non godere più dei loro 'frutti', l'uomo trasforma i propri atti in sacrifici, cioè dinamismi transpersonali che contribuiscono a mantenere l'ordine cosmico»

Quindi la 'novità' della 'rivelazione' della Bhagavadgītā consiste nel comunicare all'uomo che non solo il sacrificio vedico tiene unito il cosmo, ma anche qualsiasi suo atto purché questo sia privo di attaccamento o di desiderio verso il 'risultato', ovvero gli venga attribuito un significato che prescinda dall'interesse di chi lo agisce; e tale meta è raggiungibile solo con lo yoga.

Ma se:

(SA)

«tapasvibhyo 'dhiko yogī jñānibhyo 'pi mato 'dhikaḥ karmibhyaś cādhiko yogī tasmād yogī bhavārjuna»

(IT)

«Lo yogin è superiore agli asceti[19], lo yogin è superiore anche agli uomini di conoscenza[20], lo yogin prevale sui sacrificanti[21]. Per questo, o Arjuna, divieni uno yogin»

Tale obiettivo diviene conseguito pienamente solo se lo yogin focalizza la sua attenzione, e quindi dedica i suoi atti, in Dio, in Krishna (VI, 30-1). In questo modo la Bhagavadgītā proclama la superiorità della bhakti su ogni altra 'via' spirituale o mondana; la bhakti è la 'via' suprema[22].

Da ciò ne consegue che se nel Veda è il brahmodya, la contesa sacrificale, il luogo per conquistare ruolo e beni terreni; nei Brāhmaṇa è lo yajña, il rito sacrificale officiato da una casta sacerdotale che garantisce in una vita futura, anche successiva a questa, i benefici cercati[23], e nelle Upaniṣad è il vimokṣa, la liberazione dalla mondanità l'obiettivo ultimo[24], nella Bhagavadgītā l'intera vita ordinaria acquisisce il luogo ultimo di salvezza, se essa è bhakti, devozione offerta per intero a Dio, Krishna.

«Chi vede in me tutte le cose e tutte le cose in me, per costui io non sono perduto, per me egli non è perduto. Lo yogin che mi onora come presente in tutti gli esseri e si rifugia in questa unità, questi è sempre in me, in qualsiasi stato si trovi»

Aneddoti mitologici inerenti alla figura di Krishna

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Il sollevamento della collina del Govardhana

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Krishna solleva la collina Govardhana (1790; attribuito a Mola Ram, 1760-1833).

La narrazione di questo evento mitico la si riscontra in due purāṇa: Viṣṇu Purāṇa (X e XI) e Bhāgavata Purāṇa (X, 24 e 25).

Tale collina, o monte, è collocata nell'area del Vṛndāvana, qui i pastori del luogo decidono di non compiere più i tradizionali sacrifici vedici al dio, vedico, Indra, quanto piuttosto riconoscere il culto e la propria devozione a Krishna.

Indra, si infuria, e decide di scatenare una terribile tempesta allo scopo di annientare i pastori e i loro armenti, ma Krishna solleva la collina di Govardhana sotto la quale tutti trovano riparo.

Trascorsa una settimana Indra, colpito dalla facilità con cui Krishna offre rifugio ai suoi devoti, ammette la sconfitta, placa la tempesta e, dopo aver abbracciato Krishna, torna nei suoi Cieli in groppa all'elefante Airāvata.

Da questa narrazione mitologica, Krishna ottiene l'appellativo di Govardhanadhara ("Sorrettore del Govardhana").

In un particolare verso del Bhāgavata Purāṇa (X, 24,25), ed è Krishna che parla, si invita al culto delle vacche, dei brahmani e della collina di Govardhana, nel prosieguo del contesto Krishna, per infondere la fede nei pastori di Gokula, assume la forma di montagna cibandosi delle offerte e dichiarando di essere lui stesso la collina del Govardhana.

(SA)

«kṛṣṇas tv anyatamaṁ rupam
Gopa-viśrambhaṇaṁ gatah
śailo 'smīti bruvan Bhuri
balim Adad Brhad-vapuh»

(IT)

«Per infondere fede nei pastori (Gopa-viśrambhaṇaṁ) Kṛṣṇa assunse un'altra forma (anyatamaṁ rupam), dichiarando "sono io la collina", mangiando quindi le abbondanti offerte»

Questo brano è all'origine del Govardhana-śīla, ovvero della forma di una semplice pietra, proveniente dalla collina di Govardhana, decorata, con cui, in alcune scuole krishnaite, viene adorato il dio.

  1. ^ a b Bruno Migliorini et al., Scheda sul lemma "Kṛṣṇa", in Dizionario d'ortografia e di pronunzia, Rai Eri, 2010, ISBN 978-88-397-1478-7.
  2. ^ Stefano Piano, Sanatana-Dharma. Un incontro con l'induismo, San Paolo Edizioni, 2019, pp. 262-267, ISBN 978-8892219090.
    «Janmastami (nascita di Krisna) si celebra nell’ottavo giorno di luna calante [...]; in occasione di questa festa, che è celebrata con molta solennità anche a Vrndavana, dove Krisna trascorse la fanciullezza, i devoti digiunano fino alla mezzanotte»
    Citato in: Krishna Janmastami, su Unione induista italiana. URL consultato il 24 luglio 2024..
  3. ^ Come fa notare Friedhelem E. Hardy è improprio sovrapporre toutcourt il krishnaismo con il vaisnavismo (o visnuismo):

    «The concept "Vaiṣṇavism" has tended to subsume all Kṛṣṇaite phenomena and has thus proved to be far too wide.»

    I tre sampradāya propri del krishnaismo sono quelli fondati da Nimbārka (XIII secolo), Caitanya (XV secolo) e Vallabha (XV secolo).

  4. ^ Flood, p. 163.
    «Per alcuni vaiṣṇava, come gli śrī-vaiṣṇava, Krishna è un'incarnazione di Viṣṇu, e gli è dunque subordinato; per altri come i gauḍīya-vaiṣṇava, Krishna stesso è la divinità suprema.»
  5. ^ Schleberger, pp. 80-83.
  6. ^ Hawley 2005.
    «Many scholars feel that Krishna and Viṣṇu were originally two independent deities.»
  7. ^ a b Hawley 2005.
  8. ^ Hawley 2005.
    «The involvements of Vāsudeva Krishna and Krishna Gopāla' are sufficiently distinct that it has been suggested the two figures were initially separate.»
  9. ^ a b Dandekar, p. 9499.
    «There is sufficient evidence to show that Vāsudeva and Krishna were originally two distinct personalities. The Yādava Krishna may as well have been the same as Devakīputra Krishna, who is represented in the Chāndogya Upaniṣad (3.17.1) as a pupil of Ghora Āṅgirasa and who is said to have learned from his teacher the doctrine that human life is a kind of sacrifice. Krishna seems to have developed this doctrine in his own teaching, which was later incorporated in the Bhagavadgītā. In time, the Vṛṣnis and the Yādava, who were already related to each other, came closer together, presumably under political pressure. This resulted in the merging of the divine personalities of Vāsudeva and Krishna to form a new supreme god, Bhagavān Vāsudeva-Krishna.»
  10. ^ Nome di alcuni riti celebrati durante le cerimonie sacrificali.
  11. ^ Tali forme verbali posseggono due significati: "Egli spremerà, ha spremuto il soma" oppure "Egli genererà, ha generato".
  12. ^ Ṛgveda VIII,6,30.
  13. ^ Ṛgveda I,50,10.
  14. ^ (EN) David Kinsley, Hindu Goddesses: Visions of the Divine Feminine in the Hindu Religious Tradition, University of California Press, 1988, p. 89.
  15. ^ Bhāgavata Purāṇa, X, 6, 4.
  16. ^ Bhīma e Hanumat sono fratelli avendo in Vāyu, il dio Vento, lo stesso padre.
  17. ^ "Conquistatore di ricchezze", "Vittorioso", è un epiteto di Arjuna.
  18. ^ Vedi tra gli altri Bhagavadgītā, XVII 7 e ss.
  19. ^ Coloro che praticano l'ascesi (tapas).
  20. ^ Coloro che conseguono la conoscenza (jñāna).
  21. ^ Sugli uomini che celebrano i sacrifici, ovvero coloro che ottengono il frutto delle azioni (karman) sacrificali.
  22. ^ Eliade, p. 243.
  23. ^
    (SA)

    «atha ha sma āha kauṣītakiḥ parimita phalāni vā etāni karmāṇi yeṣu parimito mantra gaṇaḥ prayujyate atha aparimita phalāni yeṣu aparimito mantra gaṇaḥ prayujyate mano vā etad yad aparimitam prajāpatir vai mano [...] mitam ha vai mitena jayaty amitam amitena»

    (IT)

    «Kauṣītakī affermava: limitati sono i risultati dei riti in cui vengono recitate un limitato numero di formule sacrificali- infiniti sono i frutti dei riti in cui vengono recitate un infinito numero di formule sacrificali- la mente è l'infinito- Prajāpati è la mente-[...] si ottiene un limitato attraverso il limitato, l'infinito attraverso l'infinito»

  24. ^
    (SA)

    «sa yo manūṣyāṇāṃ rāddhaḥ samṛddho bhavaty anyeṣām adhipatiḥ sarvair mānuṣyakair bhogaiḥ sampannatamaḥ sa manuṣyāṇāṃ parama ānandaḥ atha ye śataṃ manuṣyāṇām ānandāḥ sa ekaḥ pitṝṇāṃ jitalokānām ānandaḥ atha ye śataṃ pitṝṇāṃ jitalokānām ānandāḥ sa eko gandharvaloka ānandaḥ atha ye śataṃ gandharvaloka ānandāḥ sa ekaḥ karmadevānām ānando ye karmaṇā devatvam abhisampadyante atha ye śataṃ karmadevānām ānandāḥ sa eka ājānadevānām ānandaḥ yaś ca śrotriyo 'vṛjino 'kāmahataḥ atha ye śatam ājānadevānām ānandāḥ sa ekaḥ prajāpatiloka ānandaḥ yaś ca śrotriyo 'vṛjino 'kāmahataḥ atha ye śataṃ prajāpatiloka ānandāḥ sa eko brahmaloka ānandaḥ yaś ca śrotriyo 'vṛjino 'kāmahataḥ athaiṣa eva parama ānandaḥ eṣa brahmalokaḥ samrāṭ iti hovāca yājñavalkyaḥ so 'haṃ bhagavate sahasraṃ dadāmi ata ūrdhvaṃ vimokṣāyaiva brūhīti atra ha yājñavalkyo bibhayāṃ cakāra -- medhāvī rājā sarvebhyo māntebhya udarautsīd iti»

    (IT)

    «La massima felicità per gli uomini è essere ricchi e agiati e di comandare sugli altri, con disponibilità dei godimenti umani; ma cento felicità degli uomini equivalgono a solo una felicità di colui che ha conquistato il mondo celeste dei Padri; a cento felicità di colui che ha conquistato il mondo celeste dei Padri equivale una sola felicità di colui che ha conquistato il mondo dei Gandharva; a cento felicità di colui che ha conquistato il mondo dei Gandharva corrisponde una felicità di colui che ha conquistato la felicità dei Deva, i quali [grazie ai meriti] hanno assunto tale condizione; a cento felicità dei Deva corrisponde una felicità dei Deva primordiali (ājanadeva, Intende i Deva che tali sono sempre stati fin dall'inizio e che non devono la loro condizione alla rinascita.) nonché di un brahmano libero dal peccato e dal desiderio; a cento felicità del mondo di Prajāpati corrisponde ad una sola del Brahman e del brahmano libero dal peccato e dal desiderio e questa è la felicità suprema, grande re, tale è il mondo del Brahman. Così disse Yājñavalkya: "Io ti offro mille vacche, o venerabile; ma tu spiegami ancora cose più alte al fine della liberazione". A questo punto Yājñavalkya si impaurì e pensò: "il re è astuto egli mi ha fatto uscire dalle mie difese".»

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