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Monte di Pietà (Roma)

Palazzo storico di Roma, sede dell'omonimo istituto
Il palazzo del Monte di Pietà dopo il restauro del 2012
L'arco del Monte, facciata verso la piazza; a destra, la "Casa grande dei Barberini"

Monte di Pietà, a Roma, è l'espressione con cui si designa sia il complesso immobiliare nel rione Regola che ospita dal 1604 il servizio di prestito su pegno, sia il servizio stesso.

Storia dell'istituzioneModifica

In confronto ad altre città dell'Italia centrale, l'istituzione del "Monte della Pietà" fu a Roma relativamente tardiva. Ne furono sollecitatori anche qui i Frati minori, e patrono papa Paolo III Farnese, che nel 1539 approvò la costituzione di una "Congregazione di persone facoltose, che prestassero ai Poveri denari sopra i pegni, rendendogli senza interesse alcuno al restituire de' denari"[1]. Il capitale iniziale venne fornito in forma di elemosina dai membri della Congregazione.

L'amministrazione fu inizialmente tenuta dal francescano padre Calvo che aveva sollecitato l'opera, e dopo di lui dai cardinali protettori dei francescani, tra i quali si distinse particolarmente il cardinale Carlo Borromeo, che ne scrisse i primi regolamenti e pare fornisse nel suo palazzo la prima sede all'opeera[2].

La prima sede fu ai Banchi Vecchi, vicino a Santa Lucia del Gonfalone, e non era neppure di proprietà della Congregazione; ma il successo dell'opera incrementava i depositi, che domandavano spazi sempre maggiori (va ricordato che i beni impegnabili erano di tutti i tipi e di tutti gli ingombri possibili): Sisto V acquistò perciò nel 1585, per 7.000 scudi, un edificio ai Coronari; di questa sistemazione resta ancora traccia nella denominazione dei luoghi: vicolo e piazza di Monte vecchio. Ma anche questo spazio non bastò per molto.

In poco più di sessant'anni, e grazie anche all'attenzione di vari papi, tra i quali si distinsero Gregorio XIII Boncompagni, Sisto V Peretti e papa Clemente VIII Aldobrandini, il "sacro" Monte crebbe vigorosamente, sia nel giro di affari, che nelle funzioni, che nello spazio occupato, e assunse presto alcune funzioni di banco pubblico: già dal 1584 Gregorio XIII aveva voluto fare del Monte "il banco de' depositi che doveansi fare ne' giudizi civili, o per l'assicurazione delle sostanze de' pupilli e vedove". Sisto V, Peretti, permise che al Monte si facessero depositi di qualunque specie di somma si volesse"[3].

OrganizzazioneModifica

La composizione della Congregazione si stabilizzò a 40 deputati, provenienti dalle principali famiglie della città; il fatto che ne facesse parte d'ufficio il tesoriere della Camera Apostolica indica la rilevanza che l'opera aveva assunto nell'orizzonte dell'economia cittadina. Il che ben si comprende, se si considera che il Monte divenne presto anche una vera e propria banca di deposito, che corrispondeva interessi ai depositanti, e inoltre luogo di custodia - di preziosi, ma anche di documenti - grazie alla apprezzata solidità degli edifici e alla sorveglianza costante che vi esercitava un apposito distaccamento di Svizzeri[4].

L'opera aveva poi anche una sorta di succursali, sparse nella città, ed erano i "rigattieri": si trattava di persone che, in cambio di un piccolo aggio, raccoglievano pegni di minor valore (fino a 4 scudi), li stimavano sotto la propria responsabilità ed esercitavano il prestito per conto e sotto il controllo del Monte, al quale poi conferivano i beni impegnati. Il sistema consentiva a chi ne avesse bisogno di trovare soldi anche quando il Monte era chiuso e allo stesso tempo di sottrarsi alle pressioni usurarie, in quanto il debito veniva contratto con il Monte, che garantiva la custodia del pegno e condizioni di rimborso certe e favorevoli.

Nel 1835 i dipendenti del Monte (comprese le guardie) erano un centinaio ed erano un costo notevole[5]. L'organizzazione dell'opera era tuttavia così efficace e ordinata da essere fonte di sorpresa e di ammirazione anche per gli stranieri[6].

Consistenza e funzione economicaModifica

Il variare del tasso d'interesse e del valore dei prestiti ammessi e il progressivo incremento del capitale disponibile, a vario titolo, segna nei decenni l'evoluzione dall'attività del Monte da puramente caritativa a più propriamente bancaria[7]; la sostanziale separazione tra le due avverrà al momento della nascita della Cassa di Risparmio di Roma nel 1836 (della quale del resto il Monte fu tra i primi azionisti)[8].

Già dal 1611 Paolo V aveva autorizzato il Monte all'esercizio del prestito agrario fino a 2000 scudi, e poco dopo lo autorizzava ad erogare a soggetti economici importanti appartenenti allo Stato pontificio - grandi famiglie, ordini religiosi - prestiti anche ingenti, garantiti sui beni e ad un assai modesto tasso del 2%. La disponibilità si estese anche a personaggi stranieri, come Cristina di Svezia e il principe Sobieski. Nel XVIII secolo il Sacro Monte era divenuto praticamente la banca dello Stato pontificio, al quale concedeva sostanziosi prestiti, e per conto del quale esercitava le funzioni di depositeria camerale, e anche di zecca (dal 1749). Del resto dal 1724 le "cedole" rilasciate dal Monte come ricevuta di credito per depositi effettuati, erano state dichiarate pagabili al portatore, e circolavano quindi come una sorta impropria di carta moneta (talché era stata autorizzata anche l'emissione di cedole "a vuoto" - rilasciate cioè non a fronte di depositi materiali, ma di crediti vantati dal Monte verso il governo).[9].

La Repubblica romana del 1798 e le spese connesse alla guerra con la Francia[10]

L'edificioModifica

Il Monte trovò la propria sede definitiva nel 1604, quando fu comperato un isolato composto da due immobili vicino alla Trinità dei Pellegrini, originariamente edificati dal cardinale Prospero Santacroce. Siccome anche questo spazio non bastava fu acquistato nel 1759 il terzo palazzo, la "Casa grande dei Barberini", che era stato in origine il palazzo dei Barberini prima del pontificato di Maffeo Barberini come Urbano VIII e del trasferimento della famiglia nel nuovo palazzo sul colle Quirinale. Nel 1768 questo immobile fu collegato all'isolato principale con l'arco voltato detto appunto "Arco del Monte".

NoteModifica

  1. ^ si veda in Roma moderna, op. cit., p. 353.
  2. ^ Si veda in Morichini citato, pag. 167.
  3. ^ Nibby, op. cit., p. 105
  4. ^ Continua il Morichini (op. cit: «II pubblico ha pel nostro Monte una somma fiducia: oggetti di gran valore gli vengono spesso affidati da persone facoltose, formandone pegni per una piccola somma di danaro non tanto per servirsi di questo, quanto per avere gli oggetti impegnati in serbo in luogo di sicurezza. Tali somme di danaro vengono ancora date all'amministrazione del Monte la quale ne paga un discreto frutto e mette il capitale nella circolazione de' pegni. E a dare un'idea dello stato florido dell'opera basterà dire che sono molto maggiori le somme che gli vengono per tal modo affidate anche a piccoli frutti di quelle ch'esso possa porre in circolazione de' pegni, dimodoché spesso avviene che debba ricusarle.».
    A Roma l'uso di depositare al Monte beni di lusso come pellicce, tappeti importanti ecc., soprattutto l'estate, al riparo dai ladri e dalle tarme, è durato fino ad anni non lontani, in quanto il lieve interesse richiesto era molto meno costoso del normale servizio di custodia. Lo stesso si può dire per gioielli e preziosi, più facili ed economici da custodire in pegno che in cassette di sicurezza.
  5. ^ Si veda ancora il Morichini: «Le rendite annuali che toccano i quarantamila scudi si cavano da fondi rustici, case, censi, canoni, vacabili, consolidato, e si erogano per metà a stipendiare il numeroso ministero del Monte e del banco de' depositi.».
  6. ^ «Sei sono le custodie che or sono in attività: ogni due custodie v'è una sala dove ricevesi il pubblico: due custodie ed una sala formano ciò che dicesi con vocabolo tecnico "un Monte". Le custodie si usano alternativamente nel modo seguente: per sei mesi l'una riceve i pegni, mentre l'altra si occupa delle riscossioni, rinnovazioni o vendite, fin ad esaurire il deposito che avea raccolto. Con questa regola e coll'ajuto di esatte scritture evitasi il disordine che facilmente avverrebbe in un'amministrazione così complicata. Le due custodie del terzo monte così detto, aperte di recente, sono solo destinate a ricevere i pegni d'oro, argento e gioje di valore superiore a quattro scudi. Il facile disbrigo de' concorrenti e la riservatezza d'officio che usasi specialmente in questa sezione, dove vengono spesse volte anche oneste persone tratte dal bisogno, è novello esempio di delicatezza della romana carità.».
  7. ^ Questa la chiara sintesi che ne dà il Morichini (op. cit.): «Fin dal principio il Monte esigeva un piccolo frutto del danaro imprestato. Ne' tempi più felici dell'opera i pegni ritenevansi diciotto mesi; erano gratuiti, cioè senza frutto, sino a trenta scudi, gli altri pagavano il due per cento. Nel 1783 la prestanza gratuita fu ristretta a venti scudi, perché si vedea che una maggior somma giovava piuttosto l'intraprendente che il povero: i frutti di una somma maggiore si determinarono al tre e mezzo. Nel 1785 si sminuì il prestito gratuito a quindici scudi e si accrebbero i frutti al cinque per cento come si prattica oggidì. Ora il solo pegno di uno scudo si riceve e rinnova gratuitamente nel che il nostro Monte vince in generosità tutti gli altri istituti di simil fatta, i quali esiggono un frutto da ogni specie di pegni. Né il sacrificio è lieve, perocché i piccoli pegni sono in gran numero e si calcola che per essi abbia il Monte in circolazione ben novanta mila scudi al tutto infruttiferi. I pegni che sì fanno giornalmente sommano alle volte ancor sino a mille. Essi crescono nell'ottobre e nel carnevale e diminuiscono nel natale e nell'agosto, allorché in Roma si danno ai domestici ed altrettali que' piccoli donativi che diconsi mance. In questo tempo medesimo avvengono molte restituzioni.
    Per far conoscere le forze economiche del Monte dirò che le giornaliere prestanze ammontano per termine medio a quasi quattromila scudi; che il capitale ch'è in circolazione giunge a mezzo milione di scudi; che il numero de pegni è di più centinaia di migliaja. Gli altri capitali della pia opera, se si calcolano i crediti colla Camera ed i fondi infruttiferi, sommano a più milioni.»
  8. ^ Morichini, op. cit., p. 173: «Quanto al nostro [Monte di Pietà] dirò che vi si osservava un progressivo accrescimento di pegni sino al 1836 quando s'istituì fra noi una Cassa di risparmio. Da quel tempo i pegni non si aumentano più e giova sperare che mano a mano che cotesta benefica opera va producendo i suoi buoni effetti i pegni sminuiscano e il popolo si renda preveggente e costumato.»
  9. ^ Si veda in Gugnoni cit., pag. 41-42.
  10. ^ De Novaes, Elementi della storia dei sommi pontefici, Roma 1822, pontificato di Pio VI a pag. 34 e sgg.

BibliografiaModifica

Voci correlateModifica

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