Ramo d'oro

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Il ramo d'oro è il ramo che permette ad Enea la catabasi nell'Ade. Secondo la maggioranza degli studiosi si tratta del vischio, e fa parte di una simbologia orfico-pitagorica diffusa da epoche antichissime.[4] Il colore "d'oro" dipende dall'aspetto che prende il ramo di vischio quando viene reciso.[5]

L'aspetto a due punte del ramo d'oro, al quale il commentatore dell'Eneide, Servio Mario Onorato,[1] attribuiva le fattezze della Y pitagorica.[2] La sua forma a forcella è anche emblema esoterico dell'omonimo quartiere di Napoli.[3]

Aspetto e significatoModifica

L'aspetto del ramo d'oro, secondo i commentatori dell'Eneide, doveva ricordare la ypsilon pitagorica, simbolo iniziatico raffigurante una strada o un tronco che si divide in una biforcazione, due sentieri dalla valenza morale alternativa: quello di destra conduce alla virtù, e nel caso di Enea ai Campi Elisi, quello di sinistra al vizio e alla perdizione, o comunque alla tentazione, in questo caso specifico al Tartaro.[2]

In epoca medioevale fu assimilato all'albero della conoscenza del bene e del male.[2]

Nell'EneideModifica

Enea, per potersi accingere alla sua catabasi infera, consigliato dalla Sibilla cumana, deve trovare un ramo d'oro che può essere colto solo da coloro che ne sono degni.
Il ramo, nascosto in una fitta selva, è sacro a Proserpina, la regina degli inferi. Una volta trovato, si stacca facilmente dalla pianta, se il Fato è favorevole alla sua discesa negli Inferi; se non lo è, ogni sforzo sarà vano.
La dea Venere, sua madre, lo aiuta nell'impresa, inviandogli due colombe che lo guidano fino al luogo dove esso si trova.

(LA)

«[...] latet arbore opaca
aureus et foliis et lento uimine ramus,
Iunoni infernae dictus sacer; hunc tegit omnis
lucus et obscuris claudunt conuallibus umbrae.
sed non ante datur telluris operta subire
auricomos quam quis decerpserit arbore fetus.
hoc sibi pulchra suum ferri Proserpina munus
instituit. primo auulso non deficit alter
aureus, et simili frondescit uirga metallo.
ergo alte uestiga oculis et rite repertum
carpe manu; namque ipse uolens facilisque sequetur,
si te fata uocant; aliter non uiribus ullis
uincere nec duro poteris conuellere ferro.[6]»

(IT)

«[...] "C'è, nascosto in un albero opaco,
un ramo, d'oro le foglie e il flessibile stelo,
a Giunone infernale consacrato; lo copre tutto il bosco
e di oscure valli lo serrano le ombre.
Ma non è concesso a nessuno nei segreti della terra di scendere,
se prima non abbia colto dall'albero il pollone con la sua chioma d'oro.
Questo la bella Proserpina ha stabilito che gli portino in dono;
spiccato il primo, non viene meno un altro, dorato,
ma frondeggia una verga di uguale metallo.
Dunque a fondo investiga con gli occhi e quando l'hai trovato, secondo il rito
coglilo con la tua mano: e quello da sé, volentieri e docile, cederà,
se il destino davvero ti chiama; altrimenti nessuna forza
potrà aiutarti a vincerlo, né un duro ferro a spiccarlo" [7]»

(Virgilio, Eneide, VI, 136-147)
 
Il rinvenimento del ramo d'oro, in un dipinto di William Turner

La Sibilla con Enea utilizza il ramo d'oro nell'Ade per placare il cuore irato di Caronte, che cerca di ostacolare il loro cammino (... aperit ramum, qui veste latebat, ... e svela il ramo, che nascondeva nella veste VI 406); Enea lo pone poi sulla porta di Dite dopo averlo asperso di acque lustrali, all'ingresso dei Campi Elisi, come offerta votiva a Proserpina (perfecto munere divae, VI 637).

Ispirazioni al ramo d'oro virgilianoModifica

Il ramo, come altri elementi del racconto assume un significato simbolico non ben definibile, ma conferma il destino eccezionale di Enea, scelto per questa particolare avventura.

La vicenda ha fornito il titolo al famoso libro Il ramo d'oro (The golden Bough) di James Frazer. Il ramo d'oro, secondo Frazer, è un ramo di vischio, collegabile con il culto della Diana Nemorensis.[8]

NoteModifica

  1. ^ Servio Mario Onorato, Commento all'Eneide, 6, 136, in Servii Grammatici qui feruntur in Vergilii Carmina commentarii, a cura di George Thilo e Hermann Hagen, 3 voll., Lipsia, 1881-87.
  2. ^ a b c Christiane L. Joost-Gaugier, Pitagora e il suo influsso sul pensiero e sull'arte, trad. it. di P. Faccia, pag. 257, Arkeios, 2008.
  3. ^ Martin Rua, Napoli esoterica e misteriosa, § 5, Newton Compton, 2015.
  4. ^ Virgilio, Eneide, a cura di E.Paratore, Mondadori, Milano 1989, p.754
  5. ^ ibidem.
  6. ^ Testo in latino su Vicifons.
  7. ^ trad. C. Carena, Torino 1971.
  8. ^ Somni portae, insegnare l'Ade virgiliano[collegamento interrotto] su iger.org – Fondazione Gramsci Emilia-Romagna.

BibliografiaModifica

  • Arcangelo Tarantini, Il significato dell'Eneide di Virgilio, Compositori, 2006

Voci correlateModifica