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Persefone

regina dell'Ade nella mitologia greca, figlia di Zeus e Demetra, moglie di Ade
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Uno dei Pinakes raffiguranti la vita della dea Persefone (Museo Nazionale della Magna Grecia, Reggio Calabria).

Persefone (dal greco Περσεφόνη, Persephónē), detta anche Kore (dal greco Κόρη, giovinetta), Kora, o Core, è una figura della mitologia greca, fondamentale nei Misteri Eleusini, entrata in quella romana come Proserpina. Essendo la sposa di Ade, era la dea minore degli Inferi e regina dell'oltretomba. Secondo il mito principale, nei sei mesi dell'anno (Autunno e Inverno) che passava nel regno dei morti, Persefone svolgeva la stessa funzione del suo consorte Ade, cioè governare su tutto l'oltretomba; negli altri sei mesi (Primavera ed Estate) ella andava sulla Terra da sua madre Demetra, facendo rifiorire la terra al suo passaggio. Qui Persefone non svolgeva alcuna funzione.

Indice

Il mito di PersefoneModifica

Persefone era figlia di Demetra e Zeus, o, secondo un'altra leggenda, di Zeus e della dea omonima del fiume infernale Stige. Venne rapita dallo zio Ade, dio dell'oltretomba (la tradizione associa diverse località in cui avvenne il rapimento: Eleusi, Ermione, Feneo, Cnosso, Ipponio, Enna e Siracusa)[1] anche se la più famosa è la zona di Enna, mentre raccoglie dei fiori nella piana di Nysa, insieme alle sue compagne, figlie di Oceano, dal prato fiorito spunta un narciso di straordinaria bellezza. Persefone, immersa in un sacro stupore (θαμβήσασ'), protende le mani per raccogliere il meraviglioso fiore quando dalla base del narciso si apre una voragine da cui emerge il re dei morti, Ade, che la porta via negli inferi per sposarla ancora fanciulla contro la sua volontà.

Fu madre di Agrianome. Una volta negli inferi le venne offerta della frutta, ed ella mangiò senza appetito solo sette semi di melograno. Persefone ignorava però che chi mangia i frutti degli inferi è costretto a rimanervi per l'eternità.

Il significato del melograno può certamente rimandare al matrimonio e alla fertilità. Secondo altre interpretazioni, il frutto che nel mito stabilisce il contatto con il regno dell'oltretomba non è il melograno ma, a causa delle sue virtù narcotiche e psicotrope, l'oppio, la cui capsula è peraltro straordinariamente simile (tranne le dimensioni, che sono più ridotte) proprio al frutto del melograno.

La ricerca di Demetra e il ritorno (periodico) di PersefoneModifica

La madre Demetra, dea della fertilità e dell'agricoltura, che prima di questo episodio procurava agli uomini interi anni di bel tempo e di raccolti, reagì disperata al rapimento, impedendo la crescita delle messi, scatenando un inverno duro che sembrava non avere mai fine. Furente nei confronti di Zeus, Demetra rifiutò quindi di tornare sull'Olimpo e, trasformatasi in una vecchia, si recò a Eleusi in Attica, dove venne accolta dal re Celeo.

Con l'intervento di Zeus si arrivò a un accordo, per cui, visto che Persefone non aveva mangiato un frutto intero, sarebbe rimasta nell'oltretomba solo per un numero di mesi equivalente al numero di semi da lei mangiati, potendo così trascorrere con la madre il resto dell'anno. Così Persefone avrebbe trascorso sei mesi con il marito negli inferi e sei mesi con la madre sulla terra. Demetra allora accoglieva con gioia il periodico ritorno di Persefone sulla Terra, facendo rifiorire la natura in primavera e in estate.

Se si suppone che Persefone sia rimasta con Ade per quattro mesi e con Demetra per otto mesi, corrispondenti agli otto mesi di crescita e abbondanza per essere seguiti da quattro mesi di assenza di produttività,[2] si può vedere il parallelo con il clima mediterraneo dell'antica Grecia. I quattro mesi durante i quali Persefone è con Ade corrispondono alla secca estate greca, un periodo durante il quale le piante sono minacciate di siccità[3]. All'inizio dell'autunno, quando i semi sono piantati, Persefone ritorna dagli inferi e si riunisce con sua madre, e il ciclo di crescita ricomincia.

Questa lettura del rituale, tuttavia, non quadra con il documento centrale di fondazione del mistero, l'Inno omerico a Demetra, verso 415, in cui si dice esplicitamente che Persefone ritorna nella primavera dell'anno, non nella caduta: "Questo fu il giorno [del ritorno di Persefone], proprio all'inizio della generosa primavera."[4]

La rappresentazione del suo ritorno in terra era locata presso i prati di Vibo Valentia, celebri per i fiori dai colori sgargianti e per la loro bellezza, e ciò è testimoniato anche dalle numerosissime statuette greche ritrovate nel territorio Vibonese. Un elemento supplementare della vicenda consiste nel fatto che Demetra non seppe che la figlia aveva mangiato il melograno, finché non fu un giardiniere dell'Oltretomba, Ascalafo, a rivelarlo: vuoi che Persefone avesse mangiato di sua volontà, vuoi che fosse stata persuasa da Ade, in questo modo Demetra perse la possibilità di avere la figlia con sé tutto il tempo, e castigò Ascalafo trasformandolo in un barbagianni.

Persefone contese ad Afrodite il bell'Adone, riuscendo a trascinare la questione fin davanti a Zeus che preferì, per non scontentare nessuno, affidarlo separatamente a entrambe, in modo simile alla permanenza di Persefone stessa che era divisa fra gli dei dell'Olimpo e l'Ade.

Una tradizione diversa faceva di Persefone una figlia di Zeus e di Stige. Fu generata dal dio dopo la sconfitta dei Titani, avvenuta durante la Titanomachia. Nella mitologia romana a Persefone corrispondeva a Proserpina e a sua madre Demetra la dea Cerere, al cui culto era preposto un flamine minore.

Vi sono comunque altre versioni della leggenda. Secondo una di queste è Ecate a salvare Persefone. Una delle più diffuse dice che Persefone non fu indotta a mangiare i sei semi con l'inganno, ma lo fece volontariamente perché si era affezionata ad Ade.

Il mito di Persefone trae alcuni suoi elementi dalla mitologia mesopotamica, riassunti ne la Discesa di Inanna negli Inferi. In tale opera Inanna, recatasi nel Kurnugea (gli inferi sumeri) per recare le condoglianze alla sorella Ereshkigal, vi rimane intrappolata. Grazie a un sotterfugio riesce a tornare in superficie ma, in un momento d'ira nel trovare Dumuzi, il suo compagno, intento a oziare e non a preoccuparsi per la sua assenza, lo condanna a prendere il suo posto. Dumuzi riesce a fuggire dalla sorella Geshtinanna la quale si offre per passare sei mesi dell'anno negli inferi al posto suo[5]. Dato che Dumizil e Geshtinanna erano considerati le divinità del malto e della vite, il mito spiega l'alternanza delle stagioni e fa riferimento ai diversi periodi di raccolta e produzione rispettivamente della birra e del vino.

Culto in ItaliaModifica

 
La statua della Dea Persefone, detta Persefone Gaia per via del suo sorriso appena accennato (Altes Museum, Berlino).

Il maggiore culto nel mondo greco fuori dalla madrepatria era localizzato a Catania, come testimoniato da Cicerone nelle Verrine. Nel centro storico della città è venuto alla luce il più esteso deposito votivo greco esistente, la Stipe votiva di piazza San Francesco[6]. Nel quartiere di Cibali, a nord della città, era presente una grotta da cui si diceva che fosse fuoriuscito il dio Ade per rapire la fanciulla Persefone. Tale cavità, talora identificata con la Grotta di San Giovanni nel quartiere di Galermo, è andata perduta.

Il mito di Demetra e Kore è strettamente legato al territorio di Enna e in particolare alla sua frazione del lago Pergusa. Diversi santuari di notevole importanza sono stati ritrovati all'interno dell'area archeologica di Morgantina[7], sita in Aidone, mentre a Enna si può ammirare la "Rocca di Cerere"[8].

Testimonianze magno-greche del culto dedicato a Persefone sono oggi i molti reperti rinvenuti nell'area di Reggio Calabria, soprattutto presso gli scavi di Locri Epizefiri dei quali uno smisurato numero di Pinakes (tavolette votive in terracotta) è custodito al Museo Nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria; mentre la magnifica "Statua di Persefone" esposta oggi all'Altes Museum di Berlino, fu rinvenuta in Via Duca degli Abruzzi n. 73 a Taranto e trafugata da Taranto nel 1912[9], e dopo varie vicissitudini fu acquistata dal Governo tedesco per un milione di marchi. Un'ulteriore testimonianza del culto di Persefone ci viene da Oria, dove fu presente e attivo dal VI secolo a.C. fino all'età romana, un importante santuario (oggi sito presso Monte Papalucio), dedicato alle divinità Demetra e Persefone.

Qui vi si svolgevano culti in grotta legati alla fertilità. Gli scavi archeologici svolti negli anni ottanta, infatti, hanno evidenziato numerosi resti composti di maialini (legati alle due divinità) e di melograno. Inoltre, a sottolineare l'importanza del santuario, sono state rinvenute monete di gran parte della Magna Grecia, e migliaia di vasi accumulatisi nel corso dei secoli come deposito votivo lungo il fianco della collina. Di particolare interesse sono alcuni vasetti miniaturistici e alcune statuette raffiguranti colombe e maialini sacri alle due divinità cui era dedicato il luogo di culto. Altri esempi di ritrovamenti della Kore si hanno a Gela, una delle colonie greche di Sicilia. Diversi reperti sono custoditi presso il Museo archeologico regionale di Gela[10].

NoteModifica

  1. ^ (IT) Persefone nell'Enciclopedia Treccani, su www.treccani.it. URL consultato il 15 giugno 2018.
  2. ^ Smith, 2006.
  3. ^ Greene, William C. "The Return of Persephone". Classical Philology. University of Chicago Press 1946. pp. 105–106
  4. ^ The Homeric Hymns translated by Jules Cashford, Penguin Books, 2003, p. 24.
  5. ^ Pettinato Giovanni e Silvia Maria Chiodi, I miti degli inferi assiro-babilonesi, Paideia, 2003, ISBN 8839406727, OCLC 54088947. URL consultato il 16 luglio 2018.
  6. ^ L. Grasso, Stipe votiva del Santuario di Demetra a Catania. Kotylai e coppe Corinzie figurate, Catania, 1998.
  7. ^ Sjoquist E., I Greci a Morgantina, vol. 8, Kokalos, 1962, pp. 52–68.
  8. ^ GAL Rocca di Cerere Geopark, su www.roccadicerere.eu, Enna. URL consultato il 16 luglio 2018.
  9. ^ Gennaro De Stefano, Ridateci la dea degli inferi, in Oggi, nº 37, 1996.
  10. ^ Rosalba Panvini, Ceramiche attiche figurate del Museo archeologico di Gela. Selectio Vasorum, Marsilio Editori, 2004.

BibliografiaModifica

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