« Sacro è la parola fondamentale in campo religioso; è ancora più importante della nozione di Dio. Una religione può realmente esistere senza una concezione precisa della divinità, ma non esiste alcuna religione reale senza la distinzione tra sacro e profano. »
(Nathan Söderblom)
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La definizione di religione è problematica e controversa.

Da un punto di vista fenomenologico-religioso il termine "religione" è collegato alla nozione di sacro:

« Secondo Nathan Söderblom, Rudolf Otto e Mircea Eliade, la religione è per l'uomo la percezione di un "totalmente Altro"; ciò ha come conseguenza un'esperienza del sacro che a sua volta dà luogo a un comportamento sui generis. Questa esperienza, non riconducibile ad altre, caratterizza l'homo religiosus delle diverse culture storiche dell'umanità. In tale prospettiva, ogni religione è inseparabile dall'homo religiosus, poiché essa sottende e traduce la sua Weltanschauung (Georges Dumézil). La religione elabora una spiegazione del destino umano (Geo Widengren ) e conduce a un comportamento che attraverso miti, riti e simboli attualizza l'esperienza del sacro. »
(Julien Ries. Le origini, le religioni. Milano, Jaca Book, 1992, pagg.7-23)

Da un punto di vista storico-religioso la "nozione" di "religione" è collegata al suo esprimersi storico:

« Ogni tentativo di definire il concetto di "religione", circoscrivendo l'area semantica che esso comprende, non può prescindere dalla consatatazione che esso, al pari di altri concetti fondamentali e generali della storia delle religioni e della scienza della religione, ha una origine storica precisa e suoi peculiari sviluppi, che ne condizionano l'estensione e l'utilizzo. [...] Considerata questa prospettiva, la definizione della "religione" è per sua natura operativa e non reale: essa , cioè, non persegue lo scopo di cogliere la "realtà" della religione, ma di definire in modo provvisorio, come work in progress, che cosa sia "religione" in quelle società e in quelle tradizioni oggetto di indagine e che si differenziano nei loro esiti e nelle loro manifestazioni dai modi a noi abituali. »
(Giovanni Filoramo. Religione in Dizionario delle religioni (a cura di Giovanni Filoramo). Torino, Einaudi, 1993, pag.620)
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Centinaia di candele possono essere accese con la fiamma di una sola candela, in questo modo la vita della fiamma si allungherà. La felicità non si esaurisce mai se viene condivisa.

— Parabola buddhista.


La Bhavacakra (भवचक्र in sanscrito), chiamata anche Ruota del Divenire, è una rappresentazione simbolica del samsara, il ciclo delle rinascite. Centrale nel Lamaismo, la Ruota del Divenire simbolizza il continuo ciclo esistenziale che caratterizza l'essere di tutte le cose, il quale passa attraverso la nascita, la crescita e la morte. Attraverso questo ciclo l'essere umano può giungere alla salvezza, raggiungendo l'Illuminazione. La Bhavacakra è tradizionalmente suddivisa in cinque o sei sezioni, la versione a sei sezioni è di più recente comparsa. Le varie posizioni all'interno della ruota simboleggiano le dimensioni spirituali metaforiche (le situazioni comportamentali dell'uomo) nelle quali l'individuo si colloca in base all'andamento del suo karma. Le sei sezioni sono la forma di esistenza non illuminata. Altre e numerose sono le interpretazioni esoteriche esegesiche.
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Due cose, una sola origine. Differisce in nome, la sua identità è mistero. Mistero di tutti i misteri, la porta di tutti gli arcani.

Daodejing.


Yin e yang sono, nel Taoismo, i due aspetti del Tao e principi del cosmo. Lo yang è l'aspetto positivo di tutte le cose. Yang è la luce, il pieno, il sesso maschile; in contrapposizione a yin che rappresenta il vuoto, il buio e il sesso femminile. Le due componenti dell'essenza primordiale dell'universo sono intrinseche in ogni cosa, e questo fa sì che la dottrina taoista sia dualistica solo all'apparenza. È infatti dalla combinazione e fusione delle due manifestazioni dell'essere che germina la vita. La donna, che è il vuoto in quanto questo è il simbolo del grembo materno, partorisce la vita solo dopo che l'uomo si è unito a lei riempiendola. Il panteismo del Taoismo sta proprio nell'affermare che dietro alla necessaria bipolarità di ogni cosa sta l'unità infinita, il Tao, che Laozi descrive come la misteriosa femmina, la madre delle diecimila creature. Ogni cosa esiste perché esiste anche il suo opposto, con il quale essa si può combinare generando la vita. La luce non esisterebbe se non esistesse il buio, il freddo non esisterebbe se non esistesse il caldo, la vita non esisterebbe se non esistesse il trapasso. Nel concetto di yin e yang sta anche la valorizzazione della donna radicata nella dottrina taoista. Il vuoto, lo spazio fecondo, è la vera essenza dell'universo. Lo spazio vuoto tra gli stipiti è ciò che veramente conta in una finestra, poiché è ciò che da senso all'intero sistema, che permette di guardare oltre. La donna è il vuoto materno, la fertilità, la vita. È ciò che permette al mondo di progredire verso l'esterno della finestra.
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Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno.

Vangelo di Giovanni, 6:54.


Il concetto della Luce Interiore è uno degli elementi fondanti della teologia quacchera. Il termine si riferisce alla credenza secondo cui Dio risiederebbe all'interno di ogni uomo, e dunque il contatto con la Divinità non sta nel cercarla all'esterno delle cose, ma all'interno di se stessi e del mondo. Si tratta di una sorta di panteismo, largamente estraneo al Cristianesimo tradizionale. Questa concezione rende infatti il Quaccherismo una corrente protestante particolare nata in Inghilterra nel XVII secolo, dai connotati fortemente mistici e pacifistici (dato che i quaccheri enfatizzano l'uguaglianza tra gli uomini e la validità di tutte le religioni). Il Quaccherismo è oggi diffuso anche in America settentrionale, in Africa e in Australia. I quaccheri credono che Dio possa farsi sentire in tutti gli esseri umani, l'importante è che questi raggiungano la comunicazione con esso attraverso la comprensione del mondo e la conoscenza, e credono che la Luce Interiore possa guidare l'uomo per condurlo alla comprensione del mondo. Le comunità quacchere tengono periodicamente delle riunioni in cui i fedeli condividono la propria esperienza di comunicazione con questa Luce Interiore.
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Io credo nell'Islam. Credo in Allah e in una religione di pace.

Muhammad Ali.


La zakat (in arabo arabo زكاة) è il dettame religioso di purificazione, uno dei Cinque pilastri dell'Islam. La religione islamica intende la purificazione come un atto di elemosina, termine con il quale viene solitamente tradotto questo dettame islamico. La zakat non ha in sé alcun elemento di volontarietà (per la vera e propria elemosina si usa il termine sadaqa) e serve appunto a rendere lecita e fruibile la propria ricchezza materiale. A ciò si provvede col pagamento di una parte dei propri guadagni (calcolando un minimo esente che può variare a seconda dei luoghi e dei tempi) che andrà, in forma di solidale aiuto, alle comunità islamiche più disagiate — specialmente i poveri, gli orfani e le vedove — ma che potrà essere destinata a diversi scopi pii (quali ad esempio gli aiuti per i viandanti pellegrini o per migliorare l'espressione pubblica della propria fede). L'Islam ha per lunghi secoli provveduto a far ciò affidando la gestione della zakat al potere califfale o ai suoi sostituti politici locali e la sua percezione avveniva per il tramite di appositi funzionari di nomina califfale (gli "agenti", o umala) che applicavano precisi tabellari nell'esigere quanto dovuto o in numerario o in beni prodotti. Con la fine del califfato tale esazione è diventata nei fatti del tutto volontaria ma non è venuta meno. I fedeli islamici infatti calcolano da sé quanto dovrebbero versare e provvedono a destinare l'ammontare a organizzazioni di beneficenza.
CristianesimoEbraismoIslam

BahaiDrusismoSamaritanesimoRastafarianesimo

ZoroastrismoYazdanesimoMandeismoManicheismo

InduismoBuddhismoGiainismoSikhismo

TaoismoConfucianesimoReligione popolare cinese

ShintoismoTenrikyoReligione delle Ryūkyū

CeondoismoIkuantaoDongbaSciamanesimo coreano

Via romana agli deiRomuvaDievturibaChiesa del popolo guanciHetanesimo

AnimismoSciamanesimoTotemismoFeticismoCulto degli antenati

MidewiwinManituismoPeyotismoDanza degli spiritiMaya

MarlaTengrismoSamiInuitMitologia hawaianaCulti aborigeni australiani

Culti malgasciBantuYorubaBwitiOdinaniMasaiJuju

VudùCandombléObeahPaloSanteria

SatanismoWiccaPastafarianesimoNew AgeRaelismo

ThelemaScientologyCaodaismoUnitariani universalistiEckankar

 

Approcci

 

Studi sulle religioni
(EN)

«Science without religion is lame, religion without science is blind.»

(IT)
«La scienza senza la religione è zoppa, la religione senza la scienza è cieca.»

(Albert Einstein, Science, Philosophy and Religion: a Symposium, 1941)

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Sii sempre sincero, corretto e puro. Non desiderare egoisticamente e non ambire al solo guadagno materiale. Sii pieno di amore e di affetto, non distruggere il mondo. Questo è l'essere in armonia con i kami.

— Parabola scintoista.


Norinaga Motoori (in giapponese 本居宣長; 21 giugno 1730 / 1735 - novembre 1801) fu un filosofo appartenente alla scuola di pensiero del Kokugaku, la quale attinge pesantemente dalla religione scintoista. È uno dei più riconosciuti pensatori giapponesi, ricordato per le sue ampie trattazioni sullo Scintoismo e sulla mitologia giapponese. In particolare scrisse il Kojiki-den, o Commentario sul Kojiki. Il pensiero di Norinaga è imperniato su una visione del mondo basata sulla spontaneità, il naturalismo e la spiritualità e il sentimento. Nel Commentario sul Kojiki Norinaga delinea la sua visione del mondo accentrata attorno al naturalismo scintoista, le divinità e le celebrazioni sono fondamentali: le prime rappresentano il carattere generatore e nutritore della natura, le seconde garantiscono una possibilità d'intervento da parte dell'uomo, intervento che tuttavia non può non essere inserito umilmente negli equilibri cosmici in una tematica con singolari movenze ambientalistiche.
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Un neopagano è chi segue la via della natura, chi vede il divino in ogni cosa. I cicli del cosmo sono le nostre festività, la Terra è il nostro tempio, le sue piante e le sue creature sono i nostri maestri, i venti e le acque i nostri vangeli.

— Parabola neopagana.


Il Grande Rito è, nella Wicca, un rituale ierogamico che involve la pratica di rapporti attività sessuale, o ad ogni modo, rappresentazioni simboliche del rapporto sessuale tra un uomo e una donna. Il rito prevede che il sacerdote (solitamente l'alto sacerdote di un gruppo o una coven wiccana) immerga l'athame, ovvero la lama rituale, simbolo del fallo maschile, in una coppa o un calice, simbolo della vulva. Il calice contiene solitamente del vino, e viene tenuto dalle mani dell'alta sacerdotessa. Il Grande Rito simbolizza la creazione della vita attraverso il sacro rapporto tra la Dea e il Dio e viene per questo chiamato anche rito della fertilità. Il rito è praticato nella sua forma non sessuale in occasione di ogni funzione wiccana. La pratica assume forma effettivamente di rapporto ierogamico in occasione di festività importanti, quali Beltane. Nella maggior parte dei casi solo i sacerdoti prendono parte al rito della fertilità, tuttavia non è pribito ai fedeli parteciparvi o praticarlo in intimità.
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I ricchi e i poveri sono tutti fratelli. La povertà è solo di colui che non confida nell'uguaglianza che Dio ha offerto a tutti gli esseri umani.

— Parabola sikh.


L'ardas è una preghiera sikh solitamente svolta prima di intraprendere un'operazione importante, dopo aver recitato le preghiere quotidiane, i banis, o al termine di servizi religiosi quali il paath o il kirtan. Nel Sikhismo queste preghiere si possono svolgere anche dopo aver mangiato. Da setta a setta lo svolgimento e l'impostazione anche contenutistica di queste funzioni differiscono grandemente, sebbene tutti i sikh le considerino parecchio importanti. L'ardas si svolge generalmente stando in piedi con le mani giunte, invocando Dio e nominando il decimo guru del Sikhismo, ovvero Guru Gobind Singh.
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L'Essere Supremo non ha comunicato al mondo di cercarlo all'esterno; ha portato all'umanità un messaggio di ricerca interiore, di ritorno a se stessi. Bisogna cercare nel proprio cuore, lì si potrà trovare l'Essere Supremo.

— Parabola caodaista.


Cao Dai è il nome con il quale, secondo il Caodaismo, Dio si manifestò a Ngo Van Chieu nel 1926. Il Caodaismo è monoteistico ma parallelamente dualistico e panteistico. Secondo la dottrina caodaista infatti, al disotto del mondo sensibile, e costituente di questo, è il Tao, l'energia cosmica divina che si manifestò all'inizio dei tempi con l'accadere del Big bang. Secondo i caodaisti dall'esplosione primordiale il Tao si attivò, generando Dio. Una volta emanato dal Tao, Dio diede origine alla polarità di yin e yang, la quale sta alla base della manifestazione sensibile. Essendo patrono della forza yang, da Dio ebbe origine la Dea, patrona della forza yin. I caodaisti venerano dunque una dualità di forze e manifestazioni, quelle riconducibili al Dio e quelle rappresentate dalla Dea.
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La mitologia (dal greco μυϑολογία, mythología) è la raccolta di miti di una specifica religione e/o di una cultura. I miti sono dei racconti favolistici allegorici, utilizzati per spiegare con metafore concetti complessi ed elevati quali l'etica, la cosmologia, la teologia o l'escatologia. La Bibbia è una raccolta di libri nei quali troviamo diversi generi letterari fra cui quello storico, epico, profetico ed apocalittico, così come racconti mitologici sono i complessi sistemi della mitologia classica o l'insieme dei miti induisti, cristiani, ebraici piuttosto che ayyavali. Il termine mitologia è spesso usato anche per indicare la mitografia, ovvero lo studio dei sistemi mitologici. Ogni religione ha una propria mitologia e un rapporto relativamente stretto con essa. Disciplina considerata fenomeno culturale assai complesso, la mitologia può essere analizzata sotto diverse prospettive; il suo corpus è comunque dato dall'insieme di narrazioni — quasi sempre orali, spesso letterarie — e da drammatizzazioni e rappresentazioni di tipo figurativo che mettono a fuoco le vicende di personaggi esterni al tempo inteso in senso storico.
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Basta che esista un solo giusto perché il mondo meriti di essere creato.

— Parabola ebraica.


Il rabbino è, nell'Ebraismo, il sacerdote ministro del culto, meglio definibile come saggio interprete della Bibbia e degli insegnamenti della religione ebraica. Il termine italiano rabbino deriva da rabbi, ovvero "insegnante", a sua volta mutuato dalla radice ebraica רַב, rav, che nell'ebraico biblico significa "grande" o "distinto (in conoscenza)". Il governo dei regni dell'Israele era basato su un sistema che mescolava le cariche di re, profeti e sacerdoti. Con la distruzione del Tempio di Gerusalemme e il conseguente collasso della monarchia ebraica, declinò il ruolo del profetato e del clero, mentre la guida spirituale passò nelle mani di saggi delle comunità, dai quali discenderà il ruolo del rabbino così come concepito ai nostri giorni. Poiché è proibito ricevere denaro per insegnare o per decidere su problemi di Halakhah, i rabbini nel passato non erano pagati per le loro attività e dovevano mantenersi autonomamente. Oggi sono dei funzionari stipendiati dalle sinagoghe, con ampi doveri pastorali e di predicazione. Le donne vengono ordinate rabbini dai seminari riformati, ricostruzionistici e conservativi, ma l'Ebraismo ortodosso si oppone con decisione all'ordinazione di donne.
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(SA)

« tat saviturvareṇyaṃ
bhargho devasya dhīmahi
dhiyo yo naḥ pracodayāt »

(IT)

« Meditiamo sullo splendore eccelso del divino Sole (Vivificante), possa Egli illuminare le nostre menti »

(Gāyatrī, Ṛgveda III,62,10)


Le Upaniṣad (sanscrito, sostantivo femminile, devanāgarī: उपानिषद) sono un insieme di testi religiosi e filosofici indiani composti in lingua sanscrita a partire dal IX-VIII secolo a.C. fino al IV secolo a.C. (le quattordici Upaniṣad vediche) anche se progressivamente ne furono aggiunti di minori fino al XVI secolo raggiungendo un numero complessivo di circa trecento opere aventi questo nome, e trasmesse per via orale. Furono messe per iscritto per la prima volta nel 1656 quando il sultano musulmano Dara Shikoh (1615-1659) ordinò la traduzione dal sanscrito al persiano di cinquanta di esse e quindi la loro resa in forma scritta.

Il termine Upaniṣad deriva dalla radice verbale sanscrita: sad (sedere) e dai prefissi upa e ni (vicino) ossia "sedersi vicino", ma più in basso (ad un guru, o maestro spirituale), suggerendo l'azione di ascolto di insegnamenti spirituali. Questo termine richiama chiaramente, come evidenziato da Mario Piantelli che l'avessero ascoltata avrebbero subito la stessa sorte di coloro che avessero ascoltato le Upaniṣad senza averne la qualifica: gli sarebbe stato versato del piombo fuso nelle orecchie. Questo spiega la ragione per cui le Upaniṣad non furono mai messe per iscritto ma sempre trasmesse per via orale solo a persone che erano autorizzate a riceverne gli insegnamenti.

Le Upaniṣad sono, dunque, commentari "segreti" (rahasya) dei Veda, nonché loro 'fine', nel senso di completamento dell'insegnamento vedico; per questo motivo sono anche conosciuti come Vedānta (Fine dei Veda) e sono alla base del pensiero religioso indiano che attraverso il Brahmanesimo giungerà, nella nostra era, a costituire quel complesso di dottrine e pratiche che va sotto il nome di Induismo.
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Dedica ognuno dei preziosi giorni della tua vita al miglioramento del mondo.

Tavole Bahai.


Mírzá Mihdí (in arabo مرزا مهدي; 23 giugno 1848 - 1870), conosciuto anche con il titolo di Ramo Purissimo (o Ghusn-i-Athar), fu il figlio minore del Bahaullah e della moglie Navvab. Nato a Teheran visse nella città natale per parecchi anni, finché la famiglia non decise di trasferirsi a Baghdad nel 1853. Il padre, fondatore della Fede Bahai, dovette subire soprusi e persecuzioni in Iraq, sino all'esilio della famiglia dal Paese, all'epoca in cui Mirza assunse la carica di segretario del padre. Mirza Mihdi morì all'età di appena ventidue anni nella città prigione di Akka, il 23 giugno del 1870, giorno del suo compleanno. Stava camminando sul tetto della cella in cui era detenuto il Bahaullah cantando un inno rivelato da questi in Kurdistan, quando cadde da un lucernario per finire contro una cassa, la quale rompendosi perforò mortalmente i suoi polmoni. Il suo corpo venne sepolto fuori da Akka, ma in seguito spostato da Shoghi Effendi nel 1939, insieme ai resti della madre, presso i giardini monumentali del Centro mondiale Bahai, sul monte Carmelo a Haifa.
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Bene e Dio, noi pensiamo siano parole sinonimiche, e che possano essere unite in un'unica definizione.

Max Beauvoir.


Nel Vudù, il Papa Legba o semplicemente Legba, è considerato lo spirito intermediario tra i Loa (a loro volta manifestazioni e intermediari di Dio) e gli esseri umani. Il Legba è visto come una forza in grado di catalizzare l'evocazione delle divinità, viene per questo chiamato spesso anche Voce di Dio. La rappresentazione tradizionale antropomorfa lo vuole simile ad un vecchio canuto, accompagnato da un cane, l'animale che lo rappresenta e a cui è sacro. Il suo significato esoterico è quello di porta che dà l'accesso al mondo divino, per questo motivo i vuduisti tendono ad associarlo a San Pietro, che nel Cristianesimo è il santo che detiene le chiavi del paradiso. Si ricordi che il Vudù è in parte frutto della fusione del Cattolicesimo con le religioni africane, e in parte ne ha assimilato l'iconografia durante il periodo in cui i vuduisti dovettero camuffarsi per non essere perseguitati sia dai cattolici sia dagli altri cristiani.